In memoria (breve) di don Giorgio Pontiggia

Don Giorgio Pontiggia nacque a Milano il 10 gennaio 1940, secondo di due fratelli. Dell’adolescenza e giovinezza si sa poco. Se non che, a un certo punto, si convertì e decise d’entrare in seminario a Venegono. Era lui che parlava poco del passato. Lo faceva apposta: gli interessava solo l’adesso.

L’incontro con don Luigi Giussani cambiò la sua vita e l’intera sua vocazione. Giussani vide in lui il carisma dell’educare i giovani e questo gli chiese di fare. Dopo un primo servizio parrocchiale a Varese, venne trasferito a Milano nella parrocchia di Santa Maria alla Fontana. Insegnava religione nel vicino liceo Cremona e fu qui che iniziò a incontrare i giovani. E a convertirli.

Per lui tutto era segno di Cristo. Ne aveva fatta la specialità del suo vivere. Dal mattino alla sera altro non era che una corda d’arco tesa solo e soltanto a vivere per Cristo. E a chi intorno a lui non aveva la medesima tensione, a quei ragazzi che, seguendolo, mostravano di retrocedere anche solo d’un centimetro, apostrofava le parole dell’Apocalisse: “Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”.

Dopo Santa Maria alla Fontana l’incarico di rettore dell’Istituo Sacro Cuore. Ogni mattina don Giorgio, cardigan blu scuro e braccia conserte, stava nell’atrio della scuola ad aspettare i suoi studenti prima che suonasse la prima ora. E ci stava anche dopo la campanella, perché i ritardatari lo vedessero. E lui potesse guardare loro negli occhi. Che poi, lo sapeva bene don Giorgio: uno sguardo vale più di mille parole. Una volta uno studente di prima liceo arrivò in orario ma con un po’ troppo di lacca in testa. Don Giorgio lo fece accomodare in bagno, gli fece lavare la testa con l’acqua gelata e gli disse di non fare più il buffone.

Don Giorgio stravolgeva l’amore, quello tra ragazzo e ragazza, quello dei primi baci, sospiri e giuramenti eterni. Oplà. Da bianco a nero. Da una cosa al suo opposto. Era il suo dire che più colpiva, quello sull’amore: “Cosa c’entra col destino?”, chiedeva. Il destino – sinonimo da lui usato per indicare Cristo – doveva stare al centro dell’amore. Non di fianco. Non a lato. Per questo chiedeva rispetto. E distacco dall’amata. “Distacco, per possedere davvero”, diceva.

La pesca non era secondaria nella vita di don Giorgio. Pescava i persici a Onno, sul lago di Lecco. Ci portava anche molti dei suoi ragazzi. Perché anche la vacanza per lui non era il tempo in cui sbracarsi. Infatti, don Giorgio, non si teneva spazi per sé. Non si prendeva pause e nemmeno anni sabbatici. Stava sempre teso. Il suo corpo era un arco, la sua anima una freccia sempre sparata in direzione del cielo. Non aveva mai tempo da perdere. Nemmeno in macchina. Andava veloce, forse troppo. Odiava il traffico. Le code dei rientri. Gli intoppi. Forse anche per questo è morto martedì scorso, che ancora non aveva compiuto 70 anni.

Pubblicato sul Foglio sabato 24 ottobre 2009