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Meditazioni per il Papa: l’”apostolo abbandonato” di Dal Covolo (testo integrale)

Settimana scorsa Enrico Dal Covolo, salesiano, docente di Letteratura cristiana antica, ha tenuto gli esercizi di quaresima per il Papa e la curia romana. Nella decima meditazione ha presentato la figura del Curato di campagna di George Bernanos. Palazzoapostolico.it la pubblica integralmente. C’era molta attesa attorno ai testi che Dal Covolo avrebbe presentato. E, a leggere questa meditazione, devo dire che il sacerdote salesiano non ha tradito le attese ed è stato all’altezza.

di Enrico Dal Covolo
Decima meditazione
Terzo “medaglione sacerdotale”:
il Curato di campagna di Georges Bernanos

1. A conclusione di questa “giornata penitenziale”, ho scelto un “medaglione” piuttosto singolare.
In verità, il sacerdote di cui intendo parlare non è mai esistito nella storia della Chiesa. Mi riferisco infatti al protagonista del celebre romanzo, che Georges Bernanos ha pubblicato nel 1936, il Journal d’un curé de campagne.
Come è noto, il Diario ha avuto una fortuna enorme. Fu tradotto in varie lingue, e numerose ne furono le trascrizioni (o meglio le “riscrizioni”) teatrali e cinematografiche.
Se oggi ne parliamo, al termine di questa giornata penitenziale, è perché nella figura dolente del curato di campagna troviamo enfatizzati in maniera tragica – eppure sommamente istruttiva – i dubbi, le tentazioni e le resistenze, che accompagnano la vocazione sacerdotale.
In modo speciale, mi propongo di illustrare il tema teologico della solitudine dell’apostolo, trascorrendo attraverso tre personaggi: Gesù Cristo, Paolo di Tarso e il curato di Ambricourt, al quale Bernanos non ha “osato” dare un nome.
In realtà la solitudine di Gesù e quella di Paolo le evocheremo appena, in forma di introduzione. Resta il fatto che esse rappresentano il punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo della nostra meditazione.

E che dire della solitudine del sacerdote, oggi?
A questo riguardo, mi preme ripetere quello che afferma il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri: la solitudine del sacerdote, “lungi da intendersi come isolamento psicologico, può essere del tutto normale, e conseguente alla sincera sequela evangelica, e costituire una dimensione preziosa della sua vita” (n. 97).
Proprio a questo tipo di solitudine il prete va educato: ed è il motivo per cui ne parliamo adesso.

2. Gesù Cristo e Paolo di Tarso
Il tema della solitudine di Gesù – che scorre “carsicamente” lungo i quattro Vangeli – raggiunge il suo acme nel racconto della Passione, soprattutto nel Vangelo più antico e più breve, quello di Marco.
Sono due le scene che ci interessano in modo speciale, quella del Getsemani (14,32-42) e quella della morte in croce (15,33-39). In tutt’e due le scene Gesù è tragicamente solo, fino al suo ultimo grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Marco 15,34).
Eppure – nella più profonda afflizione dello spirito e nel silenzio “scandaloso” del Padre – Gesù continua a esprimere la certezza di essere Figlio, mentre il Padre rivela, misteriosamente, il suo volto paterno.
“Abbà, Padre mio!…”: così, con il più tenero affetto, si rivolge a lui Gesù, proprio nel momento supremo della sua solitudine (Marco 14,36).

Che cosa vuol dire tutto questo per noi?
Significa che l’apostolo non raggiunge il vero volto di Dio senza passare attraverso l’agonia del proprio intimo. La notte dolorosa dello spirito e la spoliazione radicale di sé sono tappe obbligate nell’itinerario della missione. Non per caso il termine greco apóstolos significa, senza dubbio, “inviato”, “missionario”; ma anche “congedato”, “mandato via”: in un certo senso, “abbandonato”.
Nell’agonia del Getsemani, come sulla croce del Golgota, Gesù racconta al Padre la propria intima lacerazione, come sempre fanno i grandi uomini di Dio.
E nel silenzio sconcertante di quel Dio, si staglia nel cuore dell’Apostolo il volto del Padre.

Anche nell’Epistolario paolino la solitudine dell’apostolo è sottolineata molte volte.
Ma questo tema diventa più esplicito nella confessione amara di Paolo durante la sua prima prigionia a Roma, intorno all’anno 63: “Tutti mi hanno abbandonato…”, scrive Paolo a Timoteo (2 Timoteo 4,16), uno dei principali episcopi della seconda generazione cristiana.
A prescindere dai problemi di autenticità di queste “Lettere pastorali”, la vicenda di Paolo rispecchia esattamente l’imago Christi. Il verbo usato nella seconda Lettera a Timoteo (enkataléipo) è lo stesso impiegato da Gesù in croce, almeno nella traduzione greca che ne dà Marco: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato (eis tí enkatélipés me)?” (Marco 15,34).
In effetti, si tratta in tutti e due i casi del Servo sofferente, dell’apostolo che dona la propria vita, nonostante l’abbandono dei suoi. “Quanto a me”, Paolo lo aveva appena scritto, “il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa…” (2 Timoteo 4,6-7).

Quello dell’apostolo è un donarsi ostinato. Abbandonato e tradito da…, egli muore per…
Quella dell’apostolo è una solidarietà universale, nonostante l’incomprensione e il rifiuto dei suoi. Il vino della cena deve essere bevuto, il medesimo pane deve essere mangiato, lungo i secoli. Perché, alla fine, quello che vince è l’amore: l’amore di Gesù, che supera perfino l’abbandono e il tradimento dei discepoli.

3. Il curato di Ambricourt
E’ stato osservato che tutto il cammino del curato di Ambricourt ripercorre una “imitazione di Cristo”, spesso particolarmente evidente, altre volte più nascosta e simbolica, ma che in ogni caso va considerata come la “struttura profonda” delle confessioni del curato.
Gesù Cristo è per lui il modello di vita, ma anche un compagno, il solo Amico con il quale parlare a cuore aperto, a cui confidare anche le righe cancellate del diario, le pieghe più scabrose del proprio intimo segreto…
Di fatto, il curato sperimenta Gesù come un meraviglioso Amico vivente, che soffre delle nostre pene, si commuove delle nostre gioie, che condividerà la nostra agonia, che ci accoglierà nelle sue braccia, sopra il suo cuore.

Se il cammino umano di Gesù è un cammino che culmina nella croce, quello del curato è segnato dal medesimo silenzio e dalla stessa notte.
Questo silenzio tenebroso, drammatico, è uno dei temi preferiti di Bernanos.
E’ il tema del silenzio di Dio. “Ho scritto questo”, confessa ad esempio il curato, in fondo a una pagina del suo diario: le righe sono cancellate parecchie volte, ma ancora decifrabili, annota Bernanos; “ho scritto questo in una profonda e completa angoscia di cuore e di sensi. Tumulto di idee, immagini, parole. L’anima tace. Dio tace. Silenzio” (mi riferisco alla traduzione italiana più recente, edita negli Oscar Mondadori, Cles [TN] 2009: p. 105).
E’ la notte dell’agonia, la notte spaventosa; l’esperienza del vuoto, dell’angoscia del curato di Ambricourt, “apostolo abbandonato”.
Egli sperimenta drammaticamente il silenzio di Dio, ma insieme – come Gesù nel Getsemani – percepisce la sua presenza, in una maniera misteriosissima e mai provata prima.
Superata questa prova, la notte spaventosa si apre alla luce divina. Il curato assume tutti i limiti della sua umanità, compresa la diagnosi del cancro che ha ormai divorato il suo organismo, e accetta una “morte piccola”, a sua misura.
Il paesaggio, strettamente in simbiosi con il cammino interiore del protagonista – il paesaggio piovoso e scuro, il paesaggio inzuppato di pioggia e di nebbia –, si schiarisce teneramente nei colori di un’alba in cui il curato, sul letto di morte, confessa il “tutto è grazia” di santa Teresa di Lisieux.

Anche qui, come abbiamo già fatto con il racconto della passione secondo Marco, propongo di osservare soprattutto due scene.
La prima scena si riferisce al singolare incontro del curato con Serafita, una delle bambine del catechismo parrocchiale, nella quale lo spirito dell’infanzia si alterna con la malizia del mondo.
Il curato rinviene faticosamente, nel buio della notte, al bordo di un campo bagnato dalla pioggia. Ha avuto una terribile emorragia.
“Ha vomitato”, gli spiega Serafita che l’ha scoperto per caso, mentre pascolava le mucche. “E’ sporco in faccia come se avesse mangiato le more”. E “senza smettere di parlare”, scrive il curato, la ragazzina mi passava uno straccio bagnato “sulla fronte, le guance. L’acqua fresca mi faceva bene, mi sono alzato, ma tremavo ancora forte. Finalmente il tremore è cessato. La mia piccola Samaritana sollevava la lanterna all’altezza del mio mento: per meglio giudicare la sua opera, immagino…” (p. 178).
Chi non legge, nella filigrana di questo racconto, un’immagine tanto cara alla tradizione cristiana, l’immagine della Veronica, che deterge il volto insanguinato e sofferente di Gesù?
Siamo nel cuore della via crucis – quella di Gesù, come quella del curato di Ambricourt –. L’imitatio Christi è palese. La solitudine scandalosa del condannato a morte è consolata dal gesto misericordioso di una donna. Intanto, il cammino della croce continua.

La seconda scena che propongo è quella conclusiva. Narra l’agonia e la morte del curato, un po’ a immagine dell’agonia di Gesù.
Siamo nell’ultima pagina del romanzo, scritta “fuori testo”.
Il diario è ormai finito, e chi scrive è un ex-prete. Nella sua casa, a Lilla, il curato di Ambricourt si è rifugiato per trascorrere la notte, dopo aver appreso la propria condanna a morte: un medico morfinomane gli ha appena svelato, brutalmente, lo stadio irreversibile del suo tumore. “Verso le quattro”, annota l’ex-prete, “non riuscendo a prendere sonno, sono andato in punta di piedi alla porta della sua camera e ho trovato il mio povero compagno riverso per terra, privo di sensi… Mentre aspettavo il medico, il nostro povero amico ha ripreso conoscenza. Ma non parlava. Aveva i goccioloni di sudore in fronte, sulle guance, e il suo sguardo, che si intravedeva appena tra le palpebre socchiuse, sembrava esprimere una grande angoscia… Dato che il prete non arrivava, ho creduto di dover dire al mio sfortunato compagno quanto mi rincrescesse quel ritardo, che rischiava di privarlo delle consolazioni riservate dalla Chiesa ai moribondi. Non sembrava avermi udito. Ma poco dopo ha posato la mano sulla mia, mentre con lo sguardo mi faceva chiaramente intendere di avvicinare l’orecchio alla sua bocca. Allora ha pronunciato in modo distinto, benché molto lentamente, queste parole, che sono certo di riferire con esattezza: ‘Che cosa importa? Tutto è grazia’.
Penso che sia morto di lì a pochi istanti” (p. 240).

Come è noto, sono queste le parole che chiudono il romanzo. Una conclusione di grande effetto, senza dubbio. Una conclusione che riporta al centro i due grandi temi che qui interessano: la solitudine dell’apostolo e l’imitazione di Cristo.

Attraverso una serie “imperdonabile” di insuccessi umani (la gente rimane diffidente, i bambini del catechismo si prendono gioco di lui, il suo nutrirsi solo di pane e vino lo fa ritenere un alcoolizzato, il conte del castello lo disprezza e sua figlia lo odia, la gestione economica della parrocchia e della casa parrocchiale è disastrosa, il “piano pastorale” non riesce a decollare…), il “piccolo” curato giunge alla totale spoliazione di sé, che gli consente una trasparenza assoluta nell’esercizio della sua missione.
Riesce addirittura a liberare la contessa dalla disperazione, in cui l’ha rinchiusa la morte del figlio: un autentico miracolo.
La solitudine dell’agonia e la radicale spoliazione dell’apostolo – sia egli Gesù di Nazaret o Paolo di Tarso, oppure il curato di Ambricourt – sono in definitiva la via paradossale della vittoria dell’amore sopra la morte.
E davvero, in questa prospettiva, che cosa importa ancora? “Tutto è grazia!”.

4. Conclusione: Hans Urs von Balthasar
Chi ha trattato con maggiore profondità e ampiezza il tema teologico della solitudine dell’apostolo, con specifico riferimento all’opera letteraria di Georges Bernanos, è uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo.
Alludo manifestamente a Hans Urs von Balthasar, e alla sua poderosa monografia, intitolata Il cristiano Bernanos, pubblicata in lingua tedesca nel 1954.
Non trovo di meglio – per concludere questa meditazione, e anche questa giornata penitenziale dei nostri Esercizi – non trovo di meglio che postillare un paio di passaggi del quinto capitolo, nella seconda parte del libro, là dove von Balthasar descrive l’agonia finale dell’apostolo come “centro stesso della vita”.
“Il Vangelo”, commenta il teologo svizzero, tenendo sempre sullo sfondo l’agonia del Getsemani, “ha insegnato a Bernanos che la povertà dello spirito, la spoliazione radicale e la debolezza… fanno un tutt’uno con la beatitudine, quella delle braccia spalancate” (mi riferisco alla traduzione francese di M. de Gandillac, Le chrétien Bernanos, Seuil, Paris 1956, pp. 431-433).
Ritornano così – significativamente intrecciati fra loro, e sempre nella contemplazione di Cristo – i grandi temi della passione e della croce, dell’angoscioso silenzio di Dio, dell’abbandono e della solitudine dell’apostolo.
In questa stessa agonia si colloca la comunione dei santi, uno dei temi centrali della teologia balthasariana.
“Affinché si realizzi la comunione dei santi”, spiega infatti von Balthasar, “bisogna che ogni membro del corpo mistico doni il suo essere totale – e radicalmente spogliato –, perché divenga parte di un tutto; bisogna che egli si lasci colpire da quelle ferite, che sole permettono la circolazione del sangue attraverso il corpo intero. Ma dopo il Giardino degli Ulivi, questa ferita ha preso la forma dell’agonia, dell’essere che viene meno nell’angoscia. Il carattere gratuito dell’amore si manifesta nella sofferenza sotto forma di inutilità: ‘Mi sembra’, dice il curato di campagna, ‘che la mia vita, tutte le forze della mia vita, vadano a perdersi nella sabbia’. E finalmente, di fronte alla morte: ‘Piangevo con gli occhi spalancati, piangevo come ho visto piangere i moribondi: era ancora la vita che usciva da me’” (p. 470).

Siamo di fronte al mistero cruciale della “solitudine dell’innocente nel mondo del peccato”: quel mistero, per cui il parroco di Torcy – il confidente, o meglio il “direttore spirituale” del curato di campagna – giunge a parlare “della ‘solitudine sorprendente’ e della ‘tristezza verginale’ di Colei che ‘era l’innocenza’, la Madre di Dio, ‘nata senza peccato’…” (p. 474).

Ancora una volta, la solitudine dell’apostolo è consacrata come via di salvezza.

Pubblicato su palazzoapstolico.it venerdì 5 marzo 2010

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I’d help Jesus to burn down the Vatican

“Il mio interesse principale è liberare Dio, trarlo in salvo dalla religione” disse anni fa una delle protagoniste del rock al femminile a cavallo tra la fine degli anni 80 e il decennio successivo: Sinead O’ Connor.

Una vera e propria ossesione la sua: sganciare Cristo dalla chiesa, Dio dalla religione. Una tentazione attuale in questi giorni di scandali vaticani. Ma una tentazione sbagliata: non c’è Cristo senza chiesa.

L’ultima di Sinead O’ Connor è di ieri: “I’d help Jesus to burn down the Vatican“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 5 marzo 2010

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Da santo subito a beato tra un po’. Giallo nella canonizzazione di Wojtyla

Diventa un giallo il processo di beatificazione e canonizzazione di Karol Wojtyla. “Santo subito”, avevano chiesto parte dei fedeli riuniti in piazza San Pietro l’8 aprile del 2005 in occasione dei funerali di Giovanni Paolo II. Ma il processo che stando alle attese avrebbe dovuto essere brevissimo – già Benedetto XVI aveva anticipato l’inizio della causa senza aspettare che passassero i cinque anni canonici dalla morte – rischia ora di subire ritardi. Tutto ciò nonostante un mese fa il postulatore della causa, monsignor Slawomir Oder, avesse dato alle stampe un libro che anche nel titolo aveva la pretesa della definitività: “Perché è santo. Il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di beatificazione”. Un libro, secondo alcuni, uscito troppo in anticipo.

Questa la situazione. La Congregazione per le cause dei santi sta valutando la veridicità del miracolo – è indispensabile per procedere alla beatificazione – che sarebbe avvenuto per intercessione di Wojtyla. La valutazione è stata affidata a sette medici qualificati. Chiamati a dare un parere sul caso della suora francese, Marie Simon-Pierre, che sarebbe guarita dal Parkinson per intercessione del predecessore di Ratzinger, sembra non siano riusciti a giungere a un parere unanime. Uno di questi medici, infatti, non è convinto del fatto che suor Marie fosse stata davvero affetta da Parkinson. Per questo motivo è stata chiesta a due dei sette una relazione sullo stato dell’arte in modo che quando fra qualche settimana i medici si riuniranno per esprimere un parere definitivo tutte le perplessità siano nero su bianco. Certo, la beatificazione non dovrebbe essere messa in discussione. Ma che questa avvenga nel 2010 è cosa improbabile.

Uno dei più importanti quotidiani cattolici polacchi, Rzeczpospolita, ha sentito nelle scorse ore il professor Grzegorz Opala, neurologo dell’Università medica della Slesia, il quale in merito alla malattia di suor Marie ha detto: “Ci sono malattie che presentano gli stessi sintomi del morbo di Parkinson, ma che sono diverse da questo. Nei casi di quei parkinsonismi sorti dopo un trauma, un’intossicazione o dopo aver assunto dei medicinali, i sintomi spariscono se si sospende, ad esempio, il trattamento cui è stato sottoposto il malato. Il Parkinson, invece, non è curabile”. Secondo il professor Opala, comunque, è inverosimile che le équipe mediche che hanno esaminato la guarigione della suora non abbiano preso in considerazione questa possibilità.

Suor Marie aveva raccontato d’essere guarita dal Parkinson il 2 giugno del 2005, poco dopo la morte di Giovanni Paolo II: “Avevo il Parkinson, ho pregato Giovanni Paolo II e la malattia è sparita”, disse la suora. Il morbo di Parkinson, che aveva intaccato principalmente la parte sinistra del corpo, le era stato diagnosticato nel 2001. Si era aggravata nel 2004, e ancor più il giorno della morte di Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005. Il 13 maggio le suore Piccole sorelle della maternità, la comunità nei pressi di Aix-en-Provence della quale la suora fa parte, avevano iniziato a pregare per la guarigione di Marie. All’improvviso, il 2 giugno, i sintomi della malattia scomparvero. La guarigione miracolosa, inspiegabile dal punto di vista scientifico, venne confermata nel processo diocesano.

A dispetto di quanto scrive Rzeczpospolita non è in discussione, all’interno della Congregazione per le cause dei santi, l’ipotesi di valutare un altro miracolo per arrivare alla beatificazione. Ce ne sono 271 – molti “non italiani” – sui quali sono state raccolte documentazioni ma ancora non sono stati valutati. Prima di procedere in tal senso, infatti, si attende un parere definitivo sul miracolo di suor Marie da parte dei quattro medici convocati.

Sentito dal Foglio, il cardinale José Saraiva Martins dice che più che parlare di “rallentamento” nel processo di beatificazione di Wojtyla, occorre parlare di “iter normale”. “Avviene sempre così. Il miracolo è sempre presunto. E prima che la consulta dei medici si esprima rimane tale. Nel caso di Wojtyla ancora un parere definitivo da parte dei medici non c’è. E finché non c’è un parere definitivo non si può passare alle valutazioni dei teologi. Spetta infatti ai teologi dire se c’è un processo di causa-effetto tra il miracolo avvenuto e l’intercessione di Wojtyla”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 5 marzo 2010

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Caos vaticano su Balducci

Caos in Vaticano sul “caso Angelo Balducci”.

L’Ansa (che cita fonti anonime) dice: “Non sara’ piu’ chiamato a svolgere il ruolo di ‘Gentiluomo di Sua Santitaà Angelo Balducci, ex numero uno del Consiglio dei Lavori Pubblici in carcere nell’ambito dell’inchiesta sui Grandi eventi. Lo hanno riferito fonti vaticane interpellate dall’Ansa, precisando che il protocollo non prevede alcun atto formale di revoca dall’incarico, ma solo la cancellazione dall’Annuario pontificio dopo un certo tempo di mancato svolgimento dei compiti assegnati”.

L’Adnkronos (anch’essa cita fonti anonime) invece dice: “Per ogni decisione che attiene all’incarico di Angelo Balducci, in Vaticano come gentiluomo di sua santità attendiamo il giudizio definitivo della magistratura. Certo i dati emersi fino ad ora sono preoccupanti, tuttavia il procedimento deve arrivare al suo termine per vedere se le accuse saranno confermate. E’ un aspetto che va sottolineato”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 4 marzo 2010

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A chi non piace il Cortile dei gentili

L’idea lanciata da monsignor Gianfranco Ravasi di una fondazione che faccia proprio l’auspicio del Papa di creare un luogo di dialogo tra cattolici e non credenti, il cosiddetto “Cortile dei gentili” – ne ho parlato sul Foglio in questo articolo: “La finestra sul cortile dei gentili si apre a Parigi, laica e spirituale insieme” – non piace a tutti.

A palazzoapostolico è il curatore di Fides et Forma, Francesco Colafemmina, a scrivere queste righe:

“A mio modestissimo parere, il Santo Padre ha fatto un discorso completamente diverso. Ad esempio quando qualche anno fa incontrò Oriana Fallaci, dimostrò l’apertura della chiesa nei riguardi di intellettuali atei o piuttosto agnostici che comprendono le esigenze del cristianesimo ma non hanno la fede. L’assenza di fede non presuppone una posizione ostile o contraria alla chiesa, spesso è semplicemente una nebbia o una oscurità che si posa nell’anima dell’uomo e gli impedisce di credere, pur nutrendo la consapevolezza della profonda verità che il cristianesimo esprime nei molteplici aspetti della vita dell’uomo su questa terra. A Parigi nel 2008 il Papa disse: ‘Paolo non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere’. E aggiunse che il cristianesimo non offre un pensiero ma offre la manifestazione concreta e reale di Cristo. Questa è la Verità tangibile da tutti, anche dai non credenti. L’operazione che è in cantiere mi sembra che invece parta non da persone che umilmente si mettono alla ricerca di Dio, ma da persone che magari per una ragione strumentale (vedi l’idea della chiesa come baluardo del contrasto al materialismo capitalistico e sessuale che la Kristeva sostiene in chiave psicanalitica) apprezzano il Papa o alcune dottrine della chiesa. L’operazione-evento non credo sia ciò che il Papa desidera. L’evangelizzazione anche dei non credenti non è un ‘evento’, bensì un’azione di annuncio alle anime bisognose di salvezza, anche se il nome di Colui che è Salvezza non lo conoscono ancora. Se poi il dialogo avviene con grandi intellettuali borderline massonico-radical chic, allora perché non cominciare da tutti i massoni (uomini del dubbio aperti al dialogo!) che sono ancora gravati dalla dichiarazione della CDF del 1983? Rifondare una cultura cristiana europea non è semplice. Eppure per farlo non credo servano tanti lustrini e tanti soldini, a volte basta aprire il cuore e la mente e avviare i processi lenti e lievitanti che tanto piaccono a Benedetto XVI, processi di certo non a senso unico. Vedi l’esempio della ‘riforma liturgica’: in pochi anni (3) quante messe nella forma straordinaria ci sono nel mondo? Quanti sacerdoti hanno riscoperto il mistero attraverso un sincero e non ideologico recupero della tradizione? E quanti seguono l’esempio semplice di Papa Benedetto, ponendo un crocifisso dinanzi all’altare durante la liturgia? Far fermentare un nuovo tessuto culturale attraverso una evangelizzazione non relativistica e non intellettualistica, ma ricca di carità e soprattutto Verità: non è forse questo che la Chiesa dovrebbe fare nelle intenzione di Papa Benedetto?”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 4 marzo 2010

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Obama su Famiglia Cristiana

I rapporti tra Stati Uniti e Vaticano da quando presidente è Barack Obama sono altalenanti.

A un primo scetticismo da parte delle gerarchie – soprattutto quelle americane – per le promesse inerenti aborto, eutanasia, matrimoni gay, ricerca scientifica etc. avanzate da Obama in campagna elettorale, è seguita una sorta di tregua armata tra le due parti. Una tregua che in occasione dell’arrivo del presidente Usa in Vaticano la scorsa estate sembrava quasi essersi tramutata in pace: Benedetto XVI accolse con la massima ospitalità Obama e questi ricambiò chiedendo al Pontefice una copia dell’Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede “Dignitas personae”.

Ora, non si può certo dire che i rapporti siano idilliaci: i vescovi americani continuano a pungolare l’amministrazione di Washington. L’ultima querelle riguarda la riforma sanitaria. Ma comunque le relazioni continuano e a volte offrono a noi giornalisti occasioni di dibattito. L’ultima occasione in questo senso viene da Famiglia Cristiana. Questa intervista di Roberto Zicchitella all’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Miguel Humberto Diaz, è da leggere: “Vaticano e Usa. Insieme per la pace“.

Il passaggio più significativo mi sembra questo: “La forza della chiesa è nel suo essere cattolica, quindi universale, e neutrale. Essa rappresenta una voce morale per tutto il mondo. Per noi le relazioni con la Santa Sede non significano solo avere a che fare con la Città del Vaticano, ma anche con questa presenza capillare fatta di missionari, volontari, scuole, ospedali. Questa presenza della Chiesa rappresenta un potenziale incredibile che ha un impatto positivo sull’intera famiglia umana, anche non cristiana”.

Questa è sempre stata la forza degli Stati Uniti: valorizzare ogni credo religioso per il sol fatto che esiste e si muove nella società. Se Obama avrà il coraggio di rimanere fedele a questa buona tradizione, avrà già fatto molto per la chiesa cattolica.

Ps. C’è solo un’imprecisione in quanto scritto da Famiglia Cristiana. Si dice che questa è la prima intervista che Diaz ha concesso da quando è a Roma. E’ falso. Il 6 ottobre scorso parlò a un gruppo di giornalisti adunati nella residenza sull’Aventino. Questa l’intervista scritta in quell’occasione per il Foglio da Marco Burini (non ho trovato miglior link di questo): “L’uomo di Barack in Vaticano:”Nagoziamo”. Ma l’aborto fa problema“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 4 marzo 2010

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La finestra sul cortile dei gentili si apre a Parigi, laica e spirituale insieme

La location del primo incontro è già stata decisa: Parigi. Perché la Francia è terra laica e di ricerca spirituale assieme, dove non a caso – dicono al pontificio consiglio della Cultura guidato dall’arcivescovo Gianfranco Ravasi – è nato e cresciuto André Comte-Sponville, il filosofo e accademico francese che ha scritto “Lo spirito dell’ateismo: introduzione a una spiritualità senza Dio”, un testo dove si ricorda che la spiritualità non appartiene soltanto ai credenti. Anche coloro che non hanno fede possono accedervi. All’appuntamento di Parigi il prossimo autunno però, non sarà Comte-Sponville l’ospite d’onore, bensì la linguista e psicanalista Julia Kristeva, anch’essa non credente seppure sensibile e attenta al tema di Dio. Più in là, e cioè oltre l’idea di un incontro in terra di Francia, monsignor Ravasi non è ancora andato. Eppure già questo non è poco se si pensa che è stato soltanto il 21 dicembre scorso che Benedetto XVI, nell’importante e tradizionale discorso rivolto alla curia romana per gli auguri di fine anno, auspicava che la chiesa si facesse promotrice dell’apertura di un vero e proprio “cortile dei gentili”. Già, perché di questo si tratta. Della volontà vaticana di dare seguito all’idea papale di un luogo “dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della chiesa”. E ancora: “Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto”. Ne ha parlato, il Papa, andando col pensiero al recente viaggio in Repubblica Ceca: “Un paese con una maggioranza di agnostici e di atei, in cui i cristiani costituiscono ormai soltanto una minoranza”.

Il pontificio consiglio della cultura è un cantiere aperto. Ravasi non si lascia sfuggire nessun input che Benedetto XVI suggerisce per allargare il proprio già ampio campo d’azione. La volontà di dare seguito all’idea del cortile dei gentili, Ravasi l’ha annunciata il 25 febbraio, all’interno di un’inchiesta promossa sull’argomento da Avvenire: “Il nostro dicastero – ha detto l’arcivescovo meratese – sta organizzando una Fondazione intitolata ‘Il cortile dei gentili’ che si ispira al discorso fatto dal Papa alla curia a dicembre”. In sostanza: una sorta di rete di persone agnostiche o atee che vogliano dialogare con la chiesa. Inoltre, – ha detto Ravasi – “vogliamo avviare contatti con organizzazioni atee per un confronto”. Terzo, “studiare lo spazio della spiritualità dei senza Dio su cui aveva già indagato la Cattedra dei non credenti del cardinale Martini a Milano”. Infine, “sviluppare i temi del rapporto tra religione, società, pace e natura. Vorremmo aiutare tutti a uscire da una concezione povera del credere, far capire che la teologia ha dignità scientifica e statuto epistemologico. La Fondazione vorrebbe organizzare ogni anno un grande evento per affrontare uno di questi temi”.

La città del primo incontro è, dunque, Parigi. Ma dove e come la cosa avrà luogo ancora non si sa. Già, perché occorre riproporre fedelmente il concetto di cortile riservato ai gentili. Questi, nel tempio, non avevano accesso. Per loro era riservato un cortile esterno. E anche a Parigi è la stessa idea che si vuole perseguire: un luogo esterno a uno spazio religioso nel quale incontrarsi, parlare e anche pregare.

Ratzinger, prima del discorso alla curia romana, affrontò l’argomento proprio a Parigi, in occasione del suo viaggio francese (12-15 settembre 2008). Fu in quest’occasione che parlò della ricerca di Dio come del motivo fondamentale dal quale è nato il monachesimo occidentale e, con esso, la cultura occidentale. “Come primo passo dell’evangelizzazione – ha detto Benedetto XVI lo scorso dicembre – dobbiamo cercare di tenere desta tale ricerca; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde”.

Ratzinger parla non semplicemente di un luogo di incontro, ma di un luogo di preghiera: “Spazio di preghiera per tutti i popoli: si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il ‘Dio ignoto’. Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo a oscurità di vario genere”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 3 marzo 2010

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Esorcisti contro

L’articolo che ho scritto il 25 febbraio sul recente libro di padre Amorth con Marco Tosatti – “Se un esorcista in Vaticano scopre di avere molto da fare” – ha attirato l’attenzione di molti. Del resto, nella chiesa, sono parecchi i vescovi che non credono all’esistenza di Satana ed è logico, dunque, che “credenti e non credenti” parlino e discutano di quanto l’esorcista don Amorth dice. In particolare quella denuncia terribile: anche in Vaticano ci sono dei satanisti.

E’ contro questa denuncia che dalla Spagna scende in campo un altro esorcista, padre Juan Antonio Fortea il quale dice a padre Amorth di provare le sue affermazioni: “P. Fortea responde al P. Amorth: Si hay satanismo en el Vaticano tiene que probarlo“.

Oggi comunque anche Avvenire dedica a Satana un’intera pagina all’interno della sezione cultura. Lorenzo Fazzini firma questo pezzo molto interessante: “Ma dove diavolo è finito Satana?“. Si tratta, in sostanza, di un elenco di titoli disponibili in libreria e dedicati al Demonio.

Sempre su Avvenire c’è un piccolo box da leggere. “Gli ultimi Pontefici – si legge – hanno affrontato il tema di Satana non disdegnando affermazioni politicamente scorrette in una società dove il male viene reso impalpabile. Paolo VI nel 1972 pronunciò parole molto precise: ‘Il male non è più solo una deficienza, ama un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore’. Giovanni Paolo II dedicò alcune catechesi all’aldilà nel luglio 1999 e disse: ‘L’inferno è il rifiuto definitivo di Dio’. Mentre da teologo Joseph Ratzinger descriveva così Satana: ‘E’ un essere personale al modo della non-persona’. E divenuto Papa, dialogando coi parroci di Roma nel 2009, ha affermato: ‘Questo sarebbe l’inferno: coloro che non hanno più in se stessi un minimo di capacità di amare’”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 3 marzo 2010

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Il concistoro in giro per il mondo

L’ipotesi di un nuovo concistoro di Papa Ratzinger, convocato a novembre – la cosa non è ancora ufficiale -, per creare più di venti nuovi cardinali sta scatenando, come è logico che sia, i commentatori di cose religiose di mezzo mondo.

Tra questi sono da leggere:

1. Damian Thompson, direttore dei blog del Telegraph Media Group. Sul suo blog Holy Smoke scrive un pezzo intitolato “Speculation mounts that Archbishop Vincent Nichols will be made a cardinal this year“. Ovviamente è il riflesso inglese dell’argomento che gli interessa. E il fatto che il neo arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols, possa divenire cardinale.

2. Fr. John Zuhlsdorf, curatore del blog What Does The Prayer Really Say?, parla del concistoro notando che i nomi di possibili nuove berrette rosse lasciano fuori candidati illustri. Questo il suo post: “When will there be a consistory for cardinals?“.

3. Infine Rocco Palmo di Whispers in the Loggia. Scrive “Red Dawn… Come Fall?” e parla dei possibili cardinali americani. Tra questi, ovviamente, Timothy Dolan.

Pubblicato su palazzopapostolico.it martedì 2 marzo 2010

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