Il dibattito aperto su questo sito web in merito alla presunta scomparsa dei cattolici democratici, col primo articolo firmato da Piero Bargellini, ha suscitato interesse. La prima risposta in merito, in sostanza tre obiezioni e una critica di fondo, viene qui di seguito da Stefano Ceccanti, costituzionalista dell'Università La Sapienza, deputato del Pd, già presidente nazionale della Fuci. Resto convinto che rimettere al centro del dibattito la politica, in mesi di dibattito politico gridato e superficiale, sia decisivo. Buona lettura.

Non si può riavvolgere il filo come se nulla fosse accaduto

di Stefano Ceccanti

In primo luogo avrei dei dubbi a impostare un dibattito oggi di tipo intra-cattolico su dove siano i “cattolici democratici”: penso che sia una forma di autoghettizzazione.

Se infatti è vero, come si scrive nel primo intervento, che sono in crisi le forze che sono state il perno del secondo sistema dei partiti, questo non rilancia affatto partiti identitari, ma nuove forme comunque plurali: la Lega è un partito nazionale anti-immigrati che raccoglie tutti con questa priorità e il M5s è un originale esperimento populista italiano molto eterogeneo come provenienze. Tutto sono, comunque, tranne un rilancio di vecchie identità. E, fermo restando il calo molto pronunciato della pratica religiosa nelle fasce più giovani, cattolici ne troviamo ovunque, sia nelle forze per il momento declinanti sia in quelle in ascesa.

Non mi sembra neanche convincente, in secondo luogo, l’idea che esista un cattolicesimo democratico nella società senza rappresentanza in politica perché è stata ed è l’offerta politica che ha plasmato quello che definiamo cattolicesimo democratico, trainando dalla politica l’evoluzione della Chiesa, ben più di quanto non sia accaduto in senso inverso.

Non sono neanche convinto, terza obiezione, che prima del 1989 il cattolicesimo democratico si definisse “tout court” come keynesiano senza aggettivi e senza problemi. Il dibattito sul ruolo dello Stato nell’economia, sulle degenerazioni statalistiche, burocratiche e clientelari, in breve sui fallimenti della politica, altrettanto reali di quelli del mercato, era ben vivo nel cattolicesimo democratico a partire dagli anni ’70 ed ’80, oltre che esplicitato nella “Centesimus Annus”: si pensi all’impostazione di Beniamino Andreatta che tanto incise nell’Ulivo e in Europa, ancor prima della Terza Via, alle poche forze di sinistra riformista che si trovarono a governare in quel periodo in controtendenza rispetto a Reagan e a Thatcher, ma tenendo conto dei problemi oggettivi emersi con le tradizionali ricette (dal Psoe di Gonzalez all’azione di Rocard e Delors in Francia).

A dir la verità, dal punto di vista culturale, il cattolicesimo democratico, sul piano della cultura politica, si è scomposto e ricomposto proprio su questa linea di frattura, cioè se lo Stato dovesse essere soprattutto regolatore più che gestore diretto. Chi ha proposto la prima impostazione, al netto di vari problemi e del fatto che le policies vanno sempre aggiornate e pensate laicamente, si è comunque ritrovato e si ritrova vicino al Pd di questi anni, insieme ad altri che vengono da altre tradizioni della sinistra che erano nate più liberali o che avevano assorbito nel tempo elementi di liberalismo. E’ quanto cerchiamo di sostenere ad esempio con l’associazione di cultura politica Libertà Eguale (www.libertaeguale.it). Chi invece non ha condiviso questa linea si è trovato e si trova più favorevole al M5s o alle parti della sinistra che immaginano un accordo col M5s esattamente con questa comune impostazione statalista, insieme ad altri filoni della sinistra per i quali il liberalismo non è visto come un patrimonio positivo.

Quindi non è esattamente che i cattolici democratici non esistano sul piano politico, è che a partire da quella tradizione si sono create divisioni e nuove convergenze che non sono reversibili. Se vogliamo ritrovarli come ieri non li possiamo incontrare perché qualcosa è avvenuto. Per carità, altre cose potranno avvenire, ma non è che il filo si potrà riavvolgere come se nulla fosse accaduto.

PS. Dopo l'articolo di Stefano Ceccanti ecco la controreplica di Piero Bargellini

Caro Ceccanti,

appena ho saputo della pubblicazione del suo articolo sono subito andato a leggerlo perché ritengo che la questione che ponevo fosse centrale nella politica italiana.

Io non credo che Lega e M5S facciano politiche molto diverse da quelle in uso negli anni ’60. Essi si illudono che solo immettendo denaro pubblico nel sistema si riattivino i consumi e con loro l’economia tout-court. E’ un classico intervento Keynesiano fatto da chi Keynes lo conosce per sentito dire.

L’investimento in opere pubbliche o in sussidi alla disoccupazione, non va visto come una immissione di denaro nel sistema, ma come una efficientizzazione del sistema complessivo, questo è il nocciolo di Keynes. L’autostrada del Sole del 1958 fu un intervento di stampo Keynesiano non per i soldi che riscuotevano gli operai, ma per la maggiore efficienza complessiva del sistema trasporti che ne ricavò il sistema Paese. Da questo tipo di interventi ci fu una reale redistribuzione del reddito perché la maggiore efficienza (osteggiata dal PCI) creò nuovi posti di lavoro e nuove imprese.

La Bre-Be-Mi, ha aggiunto una scarsissima efficienza complessiva al sistema Paese e se andiamo a tirare le somme tra costi e benefici, è assai probabile che sia vicina allo zero.

Da questi due semplici esempi se ne traggono due conclusioni:

1 – Il meccanismo di sviluppo non riguarda la quantità di soldi immessa nel sistema, ma l’aumento dell’efficienza complessiva del sistema.

2 – In una società avanzata, l’aumento dell’efficienza del sistema non è proporzionale alla quantità, ma alla qualità dei risultati. (Nel Burundi la prima scuola, il primo ospedale, la prima autostrada hanno un grado di efficienza elevatissimo; in Italia la centesima scuola, ospedale o autostrada hanno un grado di efficienza complessiva molto limitato).

Detto questo, come vede, non si tratta di decidere se lo Stato è il regolatore o il gestore diretto dell’economia (è ovvio che preferisco il primo); il problema sta ancora a monte e lo possiamo riassumere nella domanda “come si fa a rendere più efficiente il sistema Italia?”.

Qui le ricette economiche si dividono: c’è una parte, consistente, della sinistra che rimpiange il bel tempo che fu e che avrebbe voluto una Fiat nazionalizzata e una Ilva in mano pubblica nonché una Alitalia, pozzo senza fondo per 11.000 persone. Landini e Camusso vanno a braccetto con Di Maio che è un populista ma che ripropone modelli economici da anni ’60; c’è qualcosa di nuovo in questo?

In generale si può dire che la crisi delle socialdemocrazie europee, ovunque sull’orlo dell’estinzione, derivi principalmente da una vecchia interpretazione del modello Keynesiano, e il Pd non fa eccezione.
La destra sociale, interpretata con eccellenza da Salvini, non vuole i migranti, ma non perchè sia razzista, come alle volte la dipingono. Se aumenta la domanda di lavoro (i lavoratori) diminuiscono i livelli salariali e chi è immigrato ha una intraprendenza sconosciuta ai nostri giovani. Se il PD fosse davvero nei luoghi di produzione se ne sarebbe accorto; io che per professione le fabbriche le ho girate spesso, me ne sono accorto subito. I migranti di prima generazione scalzano gli italiani dalle posizioni lavorative, sia autonome che subordinate, e quelli di seconda hanno profitti scolastici molto superiori ai nostri giovani così che si prevede che tra qualche anno scalzeranno anche le posizioni del ceto medio che adesso si sente al sicuro.
La controprova a queste affermazioni la può avere leggendo le cronache del dopo peste nera del 1348, quando  con il 30% in meno di popolazione i salari schizzarono alle stelle decretando un avvicendamento delle classi più agiate.

Non è un caso che la Cgil, a parole favorevole ai migranti, nei fatti non abbia mai proposto nulla di concreto per l’inserimento al lavoro dei migranti tanto che i raccoglitori di pomodori sono ancora lì senza alcun diritto.

Come vede sempre politiche falsamente Keynesiane, ma nella sostanza tutelatrici di corporazioni e nulla più, come nel caso della scuola.

A tutto ciò vanno aggiunti almeno 2 elementi.

Il primo è che oggi non è più possibile alcun accantonamento se non in denaro. Negli anni ’60 con il surplus si potevano acquistare immobili, aprire una attività, comprare terreni; oggi tutto questo è precluso ad eccezione del deposito finanziario. Chi ha una casa in più oltre alla abitazione, ha un debito non certo un capitale e se ne vuole sbarazzare più alla svelta possibile. Le attività artigianali e commerciali stanno chiudendo e per sopravvivere devono evadere il fisco, questa la realtà. Non avendo altre possibilità di accantonamento se non nel settore finanziario, l’economia reale (il lavoro) ha perso valore a tutto vantaggio del denaro; la conseguenza è che chi ha denaro non lo reinveste ma lo tiene sotto il mattone (tesaurizzazione dell’economia), tanto che dopo la valanga di soldi che la BCE ha immesso nel mercato non c’è inflazione. Una bella differenza rispetto agli ’60!

Il secondo elemento è più complesso. Il sistema di rilevamento, e quindi di conoscenza della società, è stato costruito sulla società elettromeccanica del ‘900 e non è adatto per conoscere la società informatica in cui siamo. Le statistiche ognuno le adopera per proprio tornaconto di corporazione o per supportare una tesi precostituita. Dai numeri si legge tutto e il suo esatto contrario perché siamo in una nuova era. E’ come stabilire il tasso di disoccupazione della società medioevale.

Prima, per conoscere l’andamento dell’economia erano sufficienti tre dati:  i passaggi autostradali dei camion, il consumo di energia elettrica industriale, e la quantità di packaging (gli imballaggi). Nella società informatica le “informazioni” non viaggiano in autostrada, non consumano corrente e non hanno bisogno di imballaggio.

Infine, a testimonianza di un cambiamento di era, dopo 3 secoli è cessato l’inurbamento e 10 milioni di italiani hanno cambiato residenza dal condominio cittadino alla frazione e al borgo. Il condominio è un luogo dove tutto è normato e stabilito ma manca il “bene comune”; nel borgo invece questo è ben presente assieme alla identità di paese. E’ cessato quindi la rivendicazione di continui “diritti” e c’è una rivalutazione del “bene comune” soprattutto nelle piccole comunità: è la fine del “pannellismo”.

Di fronte a tale metamorfosi è più che logico che i cattolici democratici abbiano un momento di riflessione. Le vecchie ricette non funzionano più e siamo ancora privi di un nuovo modello economico-sociale a cui ancorare l’azione politica. Ciò nonostante esiste un tessuto sociale che si va formando nelle parrocchie, ma non solo, nei borghi, nelle frazioni, nelle comunità anche laiche, che però non ha ancora fatto il gradino successivo: quello di essere consapevole di essere un nuovo soggetto sociale, poi economico e politico ma soprattutto di essere portatori di soluzioni valide per tutto il Paese. Gli attuali soggetti sociali hanno invece soluzioni per la loro singola corporazione e nulla più.

Non si tratta di riavvolgere il filo, il passato non torna, ma di contribuire a far nascere questo nuovo soggetto sociale che è ancora in embrione.

Per ovvi motivi non mi potevo dilungare molto, tuttavia per ogni punto che ho toccato è già stato fatto un approfondimento di idee e di contributi scritti sul giornale diocesano La Vita.



Che fine hanno fatto i cattolici democratici?

Il voto del 4 marzo sembra aver sancito la fine dei cosiddetti partiti plurali. Il Partito Democratico, in particolare, appare in grande crisi, e così Forza Italia. Mentre cresce sempre più sia la destra sovranista e post ideologica sia il populismo istituzionalizzato dei 5 Stelle.

Eppure non sono pochi coloro che si ritrovano fuori da questo schema, fra questi coloro che si sentono vicini al cattolicesimo politico, democratico e sociale italiano. Una presenza importante ma oggi, come mai prima, incredibilmente flebile. Perché?

Uso di questo mio blog per aprire un dibattito, consapevole che la conservazione e la qualità della democrazia italiana può dipendere anche da un riaffermarsi di questo cattolicesimo dalla storia non certo marginale.

Il primo intervento è di Piero Bargellini, 67 anni, nonno di sei nipoti, sposato da 45 anni. Iscritto alle Acli dal 1970, vive a Pistoia. Attualmente è collaboratore dell’Ufficio Studi del movimento. Componente della redazione del giornale diocesano “La Vita” e membro della commissione della pastorale sociale della stessa diocesi di Pistoia. Per lui il cattolicesimo democratico è sì morto da tempo, sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino, ma non lo sono i cattolici democratici.

Non più immediatamente visibili, ma ci sono

di Piero Bargellini
Novembre 1989: crollava il muro di Berlino. Tutti esultavano per la fine del comunismo, ma quando tolsero le macerie del muro trovarono un cadavere inaspettato: era quello di John Maynard Keynes.

Gli addetti avvertirono subito le classi dirigenti, ma queste dettero l’ordine di tenere nascosto il ritrovamento e continuarono imperterrite come se nulla fosse successo.

Potremmo far risalire al novembre del 1989 la fine del cattolicesimo democratico, esattamente con la morte di Keynes. Dopo quella data ci furono dei sussulti, dei ritorni di fiamma, ma ormai il destino era segnato.

Il cattolicesimo democratico si afferma in Italia nel secondo dopoguerra ad opera dei “professorini” della Dc che introducono un capitalismo nuovo e dinamico nel Paese che prima fa la ricostruzione e poi costruisce il “boom” economico degli anni ’60.

Il filo conduttore di questa nuova teoria (economica, sociale e politica) si ritrova nel documento di Camaldoli della nascente Dc addirittura del 1943 e messa in atto da un ex comandante partigiano cattolico Enrico Mattei a partire dalla fine del 1945.

Questa spinta fu talmente forte e prorompente che riuscì non solo ad arginare l’avanzata comunista, ma dopo pochi anni spazzò via le resistenze del capitalismo ante guerra, ancora tutto arroccato sulla difesa dei privilegi e delle prerogative di una classe sociale ormai vecchia e compromessa con il fascismo.

Sul versante laico il maggior interprete di questa nuova visione fu Adriano Olivetti, tuttavia questi due filoni di pensiero avevano in comune il profondo spirito religioso che li animava.

Sul piano politico non fu una passeggiata: l’autonomia della politica dal Vaticano fu una conquista lunga e dolorosa di cui ne fece le spese De Gasperi per il suo rifiuto alla alleanza con i neo fascisti alle elezioni del comune di Roma nel 1951 tanto che non fu più ricevuto più in Vaticano.

Però, nonostante questi incidenti di percorso, il cattolicesimo democratico si affermava fino ad arrivare alla sua consacrazione ufficiale durante il Concilio Vaticano II e il pontificato di Paolo VI.

Nel 1944 nascono le Acli con Achille Grandi in appoggio al sindacato unico della Cgil, poi con la scissione sindacale del 1948 nasce ufficialmente la Cisl che, pur non essendo un sindacato cattolico, ne è comunque vicina. Le due associazioni affondano le loro radici nella nuova teoria Keynesiana che si dimostra capace di trovare un punto di equilibrio tra capitale e lavoro.

È un equilibrio dinamico che vede anche aspri confronti con il padronato, ma che è capace di superare il liberismo di anteguerra con le trattative a tre che includono anche lo Stato. Anzi questo diventa un elemento essenziale per la redistribuzione del reddito così come era previsto dalla teoria economica. Di contro, la Cgil si attarda sulla vecchia concezione di cinghia di trasmissione del partito a cui è delegata la Politica, quella con la “P” maiuscola.

Gli anni ’60 sono il periodo di massimo fulgore del cattolicesimo democratico; menti illuminate e il ricambio dei vertici della Chiesa lo assumono e lo fanno proprio. Molti operatori sono animati da due precise convinzioni: una è la convinzione delle nuove teorie economiche che stanno dando i loro buoni frutti, e l’altra è un forte spirito evangelico a servizio dei lavoratori vissuti come i più bisognosi di aiuto.

Sarà proprio questa duplice motivazione che al tramonto del keynesismo porterà molti cattolici democratici a disperdersi in mille rivoli perdendo quella visibilità e forza che avevano avuto per almeno tre decenni.

Negli anni ’70 il cattolicesimo democratico nel suo aspetto più propriamente politico è ancora capace di portare a termine importanti riforme come il nuovo diritto di famiglia e la riforma sanitaria, inoltre dà il contributo di sangue di gran lunga maggiore al terrorismo, segno evidente che è ancora vivo e vegeto. Non è un caso infatti, se il declino delle Br inizia con il perdono di Giovanni Bachelet agli assassini di suo padre Vittorio, dal pulpito della chiesa durante i funerali nel 1980.

Sul piano più strettamente economico la fine degli anni ’70 è segnata da una forte inflazione in tutto il mondo occidentale. In molti Paesi si attuano politiche keynesiane di spesa pubblica sia corrente che di investimenti, ma ben presto ci si accorge che non danno i risultati sperati. Addirittura si conia una nuova parola: stagflazione. La stagnazione economica in presenza di inflazione; un fenomeno che nessuno aveva previsto e che mai era successo prima. Sono i primi sintomi evidenti dell’affanno delle teorie economiche applicate senza alcun riscontro con una nuova e mutata realtà.
Con la fine del comunismo, cade l’ultimo legame che aveva tenuto assieme un quadro politico ormai logoro e senza più una prospettiva economico-sociale.

Sotto le macerie del muro di Berlino viene trovato il cadavere di Keynes che alcuni si ostinano a nascondere nel tentativo di continuare ad attuare politiche assistenziali.

Il resto è storia recente. In venti anni c’è la finanziarizzazione dell’economia, spariscono i beni di investimento ad eccezione del denaro, l’equilibrio dinamico tra lavoro e capitale si rompe a tutto vantaggio del capitale finanziario e la compressione del lavoro.

A distanza di qualche lustro possiamo dire che il cattolicesimo democratico, così come lo abbiamo conosciuto nel ’900, è scomparso; tuttavia rimangono i cattolici democratici.

Rimane la Cisl che però ha perso la cornice teorica all’interno della quale ascrivere il proprio operato; rimangono le Acli anch’esse con lo stesso problema ma con il vantaggio di stare sotto l’ombrello della Chiesa in attesa di tempi migliori; rimane l’Agesci che non avendo finalità politiche ma solo educative è stata poco coinvolta da questo cataclisma; rimangono le mille e mille associazioni di base, a cominciare dalle parrocchie, dove si svolge il volontariato sociale.

I cattolici democratici non sono scomparsi, solo che non sono più immediatamente visibili, ma ci sono.

Essi non hanno più una prospettiva comune sia economica che politica perché essa è morta sotto le macerie del muro di Berlino; non ce l’hanno loro come non ce l’ha tutta la sinistra italiana, politica o sindacale che sia; rimane tuttavia intatto lo spirito evangelico di servizio agli ultimi.

Eppur qualcosa si muove.

Basta girare per le parrocchie, per le comunità, nei corridoi dei seminari per accorgersi che c’è un nuovo fermento, un “novo sentir”. Si rifugge dalle grandi organizzazioni, mentre si privilegia la piccola comunità dove tutti si conoscono e partecipano. In 40 anni ben 10 milioni di italiani hanno cambiato residenza scappando dalla città e sono andati ad abitare nella frazione o nel borgo.  Sono venuti via da un condominio, dove i diritti sono tutti regolamentati e sono andati nella frazione dove invece prevale il “bene comune” e l’identità. Le stesse relazioni familiari si sono rinsaldate pur abitando in nuclei anagrafici diversi.  

Fioriscono in tutta Italia le “cooperative di comunità” (incredibile a dirsi ma la più alta concentrazione è a Scampia) e fenomeni come la Tav o la Tap posso essere letti in questa ottica.

Si va affermando un nuovo soggetto sociale, che per ora rimane tale, ma ha tutte le potenzialità per cresce e svilupparsi come soggetto autonomo culturalmente e politicamente.


Ho scoperto, grazie a una segnalazione di padre Jacques Dupont, procuratore generale dell’Ordine dei certosini presso la Santa Sede, (ex matematico, fino al 2014 è stato priore della Certosa di Serra San Bruno dove ha vissuto per ventun’anni. Oggi vive come un eremita tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti) la figura di madre Geneviève, eremita protestante scomparsa nel 1961.

Sposata con Léopold Micheli e con tre figli, sceglie il silenzio dopo l’improvvisa morte del marito. "Il mattino di mercoledì 21 giugno – racconta lei stessa nel libro di Minke de Vries, “Verso una gratuità feconda” (Paoline) – Léopold arrivò. Aveva deciso di godersi appieno le vacanze. L’avevo visto raramente così sereno e così felice. Rimase subito incantato dalla nostra sistemazione. Appena pronti, si dovette scendere in spiaggia, i bambini erano felicissimi di rivederlo".

Il giorno dopo il mare era mosso. Léopold annega dopo aver salvato due persone. Il suo corpo viene gettato sulla spiaggia qualche ora dopo. Geneviève, vedova a 27 anni con tre figli piccoli, continua: "Come in un sogno spaventoso preparai dei telegrammi, poi tornai nella cameretta dove tutto era stato preparato da mani sconosciute ma davvero amiche. Léopold riposava. È la parola giusta, riposava con una straordinaria espressione di serenità e di pace. Le sue belle mani fini erano giunte e il suo caro volto era così bello e così giovane. Non c’era traccia sul suo volto, di sofferenza o di lotta e, guardandolo, non potevo disperarmi. Nonostante tutto, la pace scendeva nella mia anima, insieme a una specie di grande sentimento di rispetto: il mio amato era là, e tuttavia era così lontano".
 
La notte passa lenta, l’angoscia tracima dentro Geneviève. Tuttavia, dice, "al mattino ebbi la sensazione che a forza di angoscia, di cedimenti, di disperazione, la pace fosse entrata nel mio cuore: sapevo con certezza che Dio mi avrebbe aiutata. Sul letto di Léopold erano sparsi gerani rosa e tutti i fiori donati dalle brave persone dei dintorni. Si celebrò una funzione bella, tranquilla. Non ricordo cosa disse Georges – il pastore, ndr – ma ogni parola veniva da Dio, ed era la certezza, ed era l’amore, e sentivo Léopold vicinissimo, ma Léopold trasfigurato, luminoso, vivo in una vita superiore, che comprendeva tutto, che amava completamente, libero da limiti e da ostacoli. Adesso potevo andarmene verso Ginevra, sola, Dio aveva vino la morte; non c’era più terrore, né angoscia, non c’era altro che il grande amore di Dio".
 
Geneviève dopo la morte del marito si dedicò al silenzio e alla vita ecumenica. A Ginevra fu collaboratrice della dottoressa Marguerite Champendal e tenne corsi alla scuola per infermiere Le Bon Secours. Partecipò attivamente alla fondazione dell’associazione Dames de Morges (1913), che riuniva donne coniugate; con alcune di loro diede vita al Movimento dei ritiri spirituali, che fu poi all'origine della comunità di Grandchamp. Nel 1928 strinse amicizia con Marguerite de Beaumont, che collaborò ai ritiri. Soggiornò in seguito a Parigi (1930-40), dove frequentò corsi alla Sorbona e stabilì contatti ecumenici. Chiamata da de Beaumont nel 1944, divenne “madre” della nascente comunità di Grandchamp. Nel 1952 pronunciò i voti insieme alle prime sorelle. Sotto la sua guida, Grandchamp adottò la regola di Taizé (1953) e divenne un luogo di diffusione del pensiero ecumenico.
 
Padre Jacques Dupont mi ha girato questo bellissimo e breve testo di Geneviève sul silenzio. Lo pubblico qui di seguito. Buona lettura.
 
"Quando siamo in silenzio, accadono grandi cose. Sembra che, uno dopo l'altro, tutti i rivestimenti inutili cadano, i volti in prestito scompaiono, le ricchezze o povertà ingombranti si depositino.
Tutti i rumori intorno a noi fanno molto meno chiasso di noi stessi. Il vero rumore è l'eco che le cose hanno in noi.
Tutti gli ostacoli che la vita, il rumore e la precipitazione ci impediscono di vedere e che, nel silenzio, si ergono implacabili, immensi, ci isolano da Dio e dai suoi figli. È necessario che vediamo in faccia, senza trucco, né ornamento, la nostra anima e la nostra vita. E vi sfido di vederla al di fuori del silenzio davanti a Dio.
Quante parole umane inutili e dannose, invece del grande silenzio di Dio che ripara, rialza e rafforza! La parola è la nostra maschera quando non scaturisce dall'anima, ispirata da Dio, lentamente preparata dal pensiero e dall'essere; è un rumore, una fuga, una dispersione.
Quando si è vissuti nel silenzio con Dio, quando si ha ricevuto da lui quel battesimo del silenzio, questo sacramento del silenzio, della purificazione interiore, dell'umiltà, dell'amore, questa creazione dell'uomo nuovo, si può rientrare nella vita senza paura, senza terrore, perché il silenzio di Dio è in noi".


Non mi piace definirle agiografie, come se fosse lecita una letteratura esclusivamente dedicata ai santi. Infatti questa, in passato, seppure con eccezioni, è stata percorsa con conseguenze a mio avviso poco buone: molti testi devozionali, al limite del credibile. Insomma, preferisco chiamarle biografie. E fa niente se i due protagonisti sono stati l’uno canonizzato, l’altra beatificata. Le loro storie hanno diritto d’esistenza in sé, come tutti i racconti sono ordinarietà e straordinarietà insieme.

Biografie. Questo il genere dei miei due ultimi libri usciti l’uno a un giorno di distanza dall’altro, pur avendovi lavorato in tempi diversi. Il 30 agosto “Francesco di Paola, un eremita nel mondo” (Rubbettino), il 31 agosto “Eurosia. Come un fiore di campo” (Edizioni San Paolo). La vita di Francesco Maltolilla, per tutti Francesco di Paola, e la vita di Eurosia Barban, conosciuta come mamma Rosa. La prima biografia me l’ha proposta Rubbettino. La seconda è stata più un’idea mia.

Per certi versi posso dire anche io d’essermi trovato di fronte, pur senza paragonarmi a lui, al dilemma che fu di Louis de Wohl (1903-1961), lo scrittore ungherese naturalizzato britannico a cui un giorno il cardinale di Milano Ildefonso Schuster disse: “Fa’ in modo che i tuoi scritti siano buoni. Sarà per i tuoi scritti che un giorno verrai giudicato”. Rispose che gli piacevano le storie dei santi, ma che nel leggerle rimaneva sempre deluso del fatto che fossero scritte tutte da persone devote. Le trovò per nulla adatte a chi non era credente. Eppure, disse, gli uomini che avevano raggiunto la santità non erano dei fanatici fuori dalla storia. Al contrario, erano delle persone ordinarie che in virtù del loro coraggio furono in grado di affascinare l’uomo di ogni tempo. Schuster gli suggerì di provare lui a raccontare queste storie in modo diverso, cercando di entrare nell’animo dei protagonisti, per rendere appieno tutta la loro natura di uomini. E così fece, fino a produrre libri che ancora si leggono fra i quali il mio preferito, “La mia natura è il fuoco”, la vita di Caterina da Siena. Tutto questo per dire che scrivere testi lontani dal bigottismo e dal devozionalismo, come ha fatto de Whole, è stato anche il mio intento.

Se dovessi in poche righe descrivere chi sono stati Francesco di Paola ed Eurosia Barban direi così:

Francesco (1416-1507) è il più grande eremita italiano mai vissuto. Sceglie il ritiro dal mondo per vivere di silenzio e solitudine. Ben presto viene assediato: in centinaia arrivano alla sua grotta per chiedere consigli e aiuto. Per motivi misteriosi, in tantissimi trovano risposte concrete soltanto da lui. Disponibile con tutti, finisce la propria esistenza alla corte del re di Francia, trascinatovi quasi con la forza soltanto perché il monarca si è convinto che potrebbe guarirlo da una malattia. Non arriva mai, la guarigione. Ma arrivano altri doni, fino all’ultimo, il più prezioso, come riconosce all’ultimo anche lo stesso re.

Eurosia Barban (1866-1932) è una semplice e sconosciuta ragazza di diciannove anni di Marola (vicino a Vicenza) quando la sua vita viene sconvolta per la morte di una giovane mamma, sua vicina di casa, che lascia orfane due bimbe di pochi mesi. Eurosia sente che deve fare qualcosa per loro. Senza comunicare a nessuno i propri sentimenti, dopo essere entrata nella casa come domestica, decide di sposare il marito della donna, Carlo, pur non essendone innamorata. Un sacrificio estremo e misterioso, al quale seguirà una vita unica, conseguenza di quella decisione presa nel segreto.

Nei prossimi giorni parlerò ancora di questi due libri. Intanto, per chi vuole, buona lettura.


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