Ho seguito per Repubblica l’Incontro tenutosi dal 21 al 24 febbraio in Vaticano su “La protezione dei minori nella Chiesa”, durante il quale – alla presenza dei presidenti delle conferenze episcopali del mondo e dei responsabili dei diversi ordini religiosi – si è parlato degli abusi sessuali compiuti dagli ecclesiastici sui bambini e sugli adolescenti.

Sono stato contento soprattutto di essere riuscito a trovare spazio sul mio giornale per le vittime. Prima del summit ho intervistato Peter Saunders, inglese, da ragazzo vittima di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Fu il primo a fare un passo indietro, ormai più di due anni fa, dalla Commissione pontificia per la protezione dei minori. Mentre ieri, nel giorno conclusivo, ho intervistato Francesco Zanardi, vittima degli abusi di un sacerdote all’età di undici anni e oggi presidente della Rete L’Abuso.

Penso che la novità importante del summit non stia nei proclami di ieri né nelle decisioni pratiche che si spera arrivino a breve, ma in un cambio di paradigma - come un piccola luce che si accende nella notte - che almeno in parte è avvenuto. Per la prima volta, infatti, la voce delle vittime, i loro racconti, sono entrati con decisione dentro le mura vaticane. Le vittime da incomodi – quante volte sono state relegate ai margini da uomini di Chiesa negligenti e insabbiatori – sono divenute protagoniste: il primo giorno del summit, in particolare, 190 vescovi hanno ascoltato in silenzio un video con le testimonianze degli abusi subiti, racconti come quello di una donna che ha parlato delle relazioni sessuali avute con un prete dai quindici ai ventotto anni: “Sono rimasta incinta tre volte, tre volte mi ha fatto abortire perché non gli andava di usare profilattici”, ha detto.


Se penso alle reazioni negative che ebbe dentro certi ambienti questa mia intervista di tre anni fa a monsignor Charles Scicluna che dopo aver visto in anteprima con me “Il caso Spotlight” disse che tutti i cardinali avrebbero dovuto vedere questo film, capisco che oggi qualcosa si sta muovendo dentro la Chiesa. Se non altro, almeno esiste una parte di essa che ha compreso che il problema è reale ed è enorme, che chi guida le diocesi deve sapere, e soprattutto deve agire. Certo, tutto ciò è importante, ma probabilmente non sufficiente.

Ieri le vittime, a chiusura del summit, hanno protestato. L’incontro, infatti, si è chiuso senza l’annuncio di nuove decisioni se non con la promessa dell’uscita a breve di un Motu proprio papale in merito, di un vademecum per i vescovi e con l'annuncio dell'idea della creazione di una nuova task force. Credo che sia giusto qui di seguito riportare queste proteste, proponendo alcune parole pronunciate da Francesco Zanardi nell’intervista apparsa oggi su Repubblica. Il mio pensiero, infatti, è che al di là dei passi in avanti, non vi sia giustizia se le vittime non trovano pace, se la loro voce non trova piena risposta, cosa che evidentemente ancora non è avvenuta.

“Noi vittime ci aspettavamo un finale differente. Quantomeno l’annuncio del licenziamento di diversi vescovi. Invece, abbiamo dovuto sentire il Papa che addirittura nel discorso finale arriva a dire che 'la Chiesa, insieme ai suoi figli fedeli, è anche vittima' dei crimini della pedofilia. La Chiesa vittima? Questo è troppo, pensavo che le vittime fossimo noi”.

“Se Francesco ritiene che la Chiesa sia vittima allora denunci i preti pedofili e in sede civile chieda i danni per quanto hanno fatto alla Chiesa. Perché non lo fa?”.

“Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ancora una volta solo e soltanto parole. Ma almeno finalmente è chiara una cosa: tolleranza zero significa credibilità zero”.



Su repubblica.it scrivo della prolusione del cardinale Gualtiero Bassetti al Consiglio permanente della Cei, e dedico parole al nuovo attivismo dei vescovi che fra Natale e Capodanno è stato capace di fermare il cambio di regolamentazione dell'Ires che avrebbe danneggiato il Terzo settore.

Fra Natale e Capodanno, scrivo, lo scontro fra Chiesa e governo sull’Ires era stato importante. Dopo un primo annuncio da parte del governo penalizzante per il Terzo settore, la Chiesa aveva reagito con una intervista dello stesso Bassetti a Repubblica nella quale il porporato aveva chiesto direttamente a Salvini di attaccare "noi vescovoni" ma di lasciare stare "chi aiuta gli altri". Dietro a Bassetti erano andati anche i francescani del Sacro Convento di Assisi che per voce di padre Enzo Fortunato avevano definito la prima decisione del governo come la volontà di “distruggere il bene”, il tentativo di “destabilizzare chi vuol essere strumento di bontà”. E ancora: “Si cerca di tagliare la possibilità di fare di più”.

 
Poche ore dopo l’uscita di padre Fortunato, l’assistente di Luigi Di Maio chiamò Assisi e assicurò da parte del vice premier un passo indietro del governo a gennaio. Per la Chiesa la contro decisione fu figlia della ragionevolezza: il Terzo settore, è il matra ripetuto dai vescovi ancora oggi, svolge un ruolo sussidiario che lo Stato non può che valorizzare.
 
L’uscita di Bassetti su Repubblica, in ogni caso, ha mostrato un attivismo della Cei come da tempo mancava. Non a caso, proprio in queste ore, si torna a discutere negli ambienti ecclesiastici di un nuovo impegno dei cattolici in politica. Sempre su Repubblica un mese fa è stato il vescovo emerito di Prato, Gastone Simoni, ad annunciare l’idea del ritorno di un partito unico dei cattolici. Un’ipotesi che al momento non sembra del tutto percorribile seppure Cei, e anche Vaticano, spingano decisamente per una presenza che non sia relegata a mera comparsa. Il futuro, insomma, sarà un superamento della diaspora di ruiniana memoria dei cattolici in tutti gli schieramenti e andrà invece verso un vero e proprio movimento partitico.


La decisione è stata annunciata a sorpresa ieri mattina: Francesco ha accettato la rinuncia del direttore e del vicedirettore della sala stampa della Santa Sede, Greg Burke e Paloma Garcia Ovejero, e ha nominato direttore ad interim della stessa sala stampa Alessandro Gisotti, finora coordinatore dei Social Media del dicastero per la Comunicazione.

La domanda che tutti si sono posti fin da subito è stata una: perché?

Cosa ha spinto i due collaboratori di Francesco a lasciare? E poi, sono stati loro a decidere di dimettersi oppure sulla decisione ha avuto un ruolo la Santa Sede?

Intanto una prima risposta: non sono stati né la Santa Sede né il Papa a mandarli via, sono loro che hanno deciso di farsi da parte. Lo ha confermato lo stesso Burke in questo tweet di ieri sera che risulta essere molto importante anche per rispondere al perché dell'addio: "Grazie a tutti coloro che hanno inviato parole gentili a me e a Paloma. Come sapete, abbiamo pregato da mesi per questa decisione, e siamo molto in pace con essa. Grazie!".

Burke ha scritto il tweet dopo che per tutto il giorno in molti hanno legato le dimissioni sue e della Ovejero all'arrivo in Vaticano di Andrea Tornielli alla guida di Vatican News e di Andrea Monda alla guida dell'Osservatore Romano. In sostanza, l'arrivo dei due, addirittura secondo alcuni con la possibilità che presto Tornielli prenda il posto che era di Burke e che è momentaneamente di Gisotti, avrebbe fatto capire loro, con risentimento, di non essere più centrali nel lavoro di supporto comunicativo al Papa.

In realtà, secondo mie fonti, le cose non stanno così. Intanto Burke nel tweet sopra citato dice che la decisione è maturata dopo mesi di preghiera. E in questo modo spazza via l'ipotesi che abbia deciso di andarsene in seguito all'arrivo di Monda e Tornielli il quale, sempre secondo mie fonti, non è assolutamente vicino a divenire il nuovo portavoce vaticano. E anzi, non è da escludere che l'incarico a Gisotti da provvisorio possa diventare presto definitivo.

Ma la domanda da farsi è piuttosto un'altra: perché da mesi Burke e Ovejero pensavano di andarsene? Per quale motivo? Personalmente credo che tutto sia da ascriversi alla riforma dei media messa in campo da Francesco. La riforma ha portato alla creazione di un nuovo dicastero guidato da qualche mese da Paolo Rufffini, giornalista, ex direttore di Tv2000 e prima di Rai Tre. Con questa nomina Ruffini è diventato gioco forza il primo consigliere del Papa sulla comunicazione andando a svolgere, de facto, un ruolo che molto si avvicina a quello di portavoce. Durante il recente Sinodo dei vescovi, ad esempio, è stato lui a guidare il briefing con la stampa e tutto questo ha giustamente fatto sorgere in Burke e Ovejero la domanda, legittima, su quale fosse il loro ruolo e quale il senso del loro servizio. Una riflessione che immagino sia stata lunga e non facile, e che ha portato i due a scegliere per le dimissioni. Queste, quindi, credo siano figlie più che altro di una riforma dei media non ancora del tutto conclusa, di una riflessione ancora da fare su quali compiti spettino al direttore della sala stampa vaticana, su chi sia preposto a rispondere alle sollecitazioni dei media che oggi più che mai arrivano in qualsiasi ora del giorno, sollecitazioni che presuppongono che chi viene incaricato di dare risposte abbia un rapporto direttissimo col Papa che probabilmente Burke e Ovejero non avevano o non avevano del tutto. Burke e Ovejero credo abbiano parlato da tempo con chi di dovere delle loro difficoltà e quindi abbiamo valutato fosse giusto farsi da parte e lasciare che la riforma arrivi al suo compimento senza di loro.

Beninteso: la situazione è non risolta da prima dell'arrivo di Burke e Ovejero in sala stampa. Anche al tempo di Benedetto XVI, infatti, padre Federico Lombardi non faceva il portavoce tout court. Lombardi aveva un filo diretto con la segreteria di Stato vaticana. Papa Ratzinger, dopo l'èra di Joaquin Navarro-Valls, aveva deciso di fare a meno di una sala stampa alle sue dirette e immediate dipendenze. Lasciando al suo successore una riforma dei media che ancora deve essere del tutto completata.


Continua il dibattito aperto su questo sito web in merito alla presunta scomparsa dei cattolici democratici. Dopo un primo articolo firmato da Piero Bargellini e una risposta di Stefano Ceccanti, interviene Roberto Rossini, docente di sociologia al Canossa Campus di Brescia, presidente nazionale delle Acli e portavoce dell'Alleanza contro la povertà in Italia (ha anche un blog sull'HuffPost).

Rossini scrive dopo questo mio articolo apparso su Repubblica il primo dicembre nel quale Gastone Simoni, vescovo emerito di Prato, dichiarava la volontà della Chiesa italiana (e delle sue gerarchie) di aprire una nuova fase di presenzialismo cattolico in politica che arrivi addirittura alla formazione di un nuovo partito. Una fase che, anche a motivo del voto di parte del mondo cattolico per Salvini, sembra essere urgente. Buona lettura.

Salvini, vox populi, vox Dei

Lo spazio da piazza del Duomo a piazza del Popolo è breve. Sempre più breve. A Milano Salvini aveva esibito rosari e bibbie per conquistare la fetta di voto cattolico che già si riconosceva in certo tradizionalismo. A Roma può consolidare, col ministro Fontana che affida la reazione identitaria alla Madonna Immacolata, e poi allargarsi, citando papa Wojtyla e Alcide De Gasperi. In questo modo si compie un'azione politica chiara - mandando un segnale a quell’area che, in termini democristiani, si sarebbe definita dorotea – e si insinua un sospetto. Ma del sospetto ne parliamo dopo.

Ora si deve solo attendere e vedere. Forse non si dovrà attendere molto poiché, se si dimostrasse attendibile una ricerca eseguita dal centro studi AnalisiPolitica (e pubblicata da Libero nell'agosto 2018), già oggi l'85% dei credenti sondati in tema di lotta all'immigrazione clandestina apprezzerebbe la sua politica. E l'apprezzamento sarebbe tanto più forte quanto più è alto il livello di religiosità dichiarato, scrivono. Il quotidiano ha sufficienti elementi per sbandierare che 3 credenti su 4, di fatto, stanno con Salvini e pertanto – secondo le rigide leggi della logica – i cattolici praticanti italiani sarebbero in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche, in particolare contro Papa Francesco, reo di chiedere un'evangelica accoglienza per i più poveri (per quanto stranieri). Insomma, messa così sembra che Salvini abbia ormai conquistato il popolo cattolico. I nomi delle due piazze simbolo, curiosamente, riassumerebbero bene il tutto. Ma il sospetto è proprio questo: citando un Papa come Giovanni Paolo II – ormai usato in termini (quasi) oppositivi rispetto al Papa attuale – e un premier come Alcide De Gasperi – simbolo dell’impegno cattolico nella storia politica italiana - sembra quasi che Salvini cerchi di ricreare quell'unità tra il trono e l'altare che appartiene così tanto al nostro retaggio storico e politico. Un tentativo neanche troppo nascosto di porsi come unico interprete di una ritrovata continuità tra potere politico e potere religioso, senza l’avvallo né delle gerarchie ecclesiastiche né dell’attuale pontefice.

Ma allora, Salvini ha conquistato il voto cattolico oppure no? In realtà sembra che i cattolici continuino a votare più o meno come tutti gli altri concittadini. Stando ai dati Ixé pare che, se proprio si volesse cercare qualche diversità cattolica tra voto di tutti e voto di chi va a messa con costanza, allora gli scostamenti più significativi (ma con percentuali non proprio alte) andrebbero a favore del Pd e di Forza Italia: del voto moderato, insomma. Potremmo quindi affermare una cosa un po' generica ma pur sempre reale: quanto più Salvini si sposta al centro e assume i toni del moderatismo, tanto più sarà votato dal mondo cattolico, in una progressione che parte da destra e si espande lentamente al centro. Ma non oltre un certo punto: il mondo cattolico più impegnato (e più strutturato) e più progressista non cambierà comunque bandiera, anzi tenderà a rafforzare gli elementi di differenziazione. Nessun trionfo salviniano: il vicepresidente del Consiglio coprirà quella parte di elettorato che cerca ordine e legge e nessuno schiamazzo. In qualche misura si dimostrerebbe così che l'appartenenza religiosa non è la vera frattura elettorale. C'è una faglia su cui, semmai, si innesta poi la religione, determinando due posizioni: la difesa della civiltà cristiana oppure la difesa cristiana della civiltà umana. Non è la prima volta che si scontrano queste due visioni e non sarà certo l'ultima. Se dagli anni Sessanta in avanti ha largamente prevalso la seconda, ora la difesa della civiltà cristiana – con tanto di troni e altari – sta riprendendo vigore. Le pulsioni sono profonde. Occorre monitorare con attenzione.


Lunedì 26 novembre 2018 ho pubblicato su Repubblica un'intervista a Leonardo Boff, in seguito all'uscita per Gabrielli Editori di un suo commento a l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis: "Imitazione di Cristo e sequela di Gesù". Il noto esponente della Teologia della liberazione considera questo lavoro il suo “canto del cigno”. A uno dei testi più meditati dopo il Vangelo, e ritraducendo partendo dall’edizione della Tipografia poliglotta Vaticana, Boff aggiunge, "nel tramonto della vita", un quinto libro sulla sequela di Gesù.

L'intervista entra nel vivo del rapporto sempre dicotomico fra Vangelo e potere. Detto in parole semplici: si può essere cristiani e insieme vivere il cristianesimo come prevaricazione e potere da esercitare sugli altri? La risposta ovviamente è negativa, seppure per molti ancora oggi, ne siano consapevoli o meno, non sia una risposta così scontata. Qui pubblico l'intervista integrale, ben più lunga di quella uscita su Repubblica, nella quale Boff parla anche della sua vicenda personale che lo portò a uno scontro durissimo con le gerarchie vaticane. Buona lettura.

Leonardo Boff legge l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis, uno dei testi più meditati dopo il Vangelo. Perché un teologo della Liberazione senza la necessità di paragonarsi a un testo ascetico che predica la necessità del ritorno a un dialogo personale con Cristo?

"La teologia della liberazione è nata da un'esperienza spirituale, quella di vedere nel povero il Cristo crocifisso. Ciò ha comportato per prima cosa un senso di indignazione, poi un sentimento di misericordia e infine un'opzione per i poveri contro la povertà e per la giustizia sociale, necessariamente legata a una liberazione a tutti i livelli. Senza tale esperienza originaria non è possibile comprendere la Teologia della Liberazione. La passione dei poveri ci ha permesso di vedere la Passione di Cristo. L'impegno a favore dei poveri è un atto d'amore senza il quale la Teologia della Liberazione non sarebbe teologia. Fin da piccolo ho sempre letto l'Imitazione di Cristo. Con il tempo, però, mi sono reso conto del carattere dualista della sua teologia, che ripone tutta l'importanza sulla dimensione dello spirito e dell'eternità e descrive il mondo come il luogo della tentazione e dell'espiazione. Il Vaticano II ci ha risvegliato a una visione globalizzante, ponendoci tutti sotto l'arcobaleno della grazia divina. Il Regno si realizza nel mondo religioso attraverso la preghiera, ma anche nel mondo laico attraverso l'etica. Ho preso allora la decisione di ritradurre, a partire dall'edizione della Tipografia poliglotta Vaticana, quel testo di carattere dualista alla luce non della mia teologia, ma di quella ufficiale del Vaticano II, pur restando sempre fedele al contenuto originario di Tommaso da Kempis, appena con l'aggiunta di espressioni che inserissero, accanto ai valori eterni, quelli del mondo. Tuttavia, 600 anni dopo quell'opera,  molto è cambiato a livello di teologia e di spiritualità. In maniera particolare in America Latina, ma anche nella teologia accademica europea, si è data molta importanza alla sequela del Gesù storico, al suo impegno a favore dei poveri, al suo conflitto con una religione ritualista e farisaica e con i rappresentanti dell'Impero romano e alla sua predicazione del Regno di Dio, vista come un crimine di lesa maestà rispetto all'unico regno di Cesare. Un conflitto a causa del quale Gesù è stato crocifisso. L'Imitazione di Cristo - centrata sul Cristo della fede, sull'incarnazione del Verbo e sul Dio presente tra noi - quasi non parla di resurrezione, ponendo l'accento sulla morte e sulla sofferenza. Ma ciò non è sufficiente. Per questo, a completamento dell'Imitazione di Cristo, mi sono permesso di aggiungere un quinto libro sulla sequela di Gesù, utilizzando la cosmovisione contemporanea, quella dell'universo in evoluzione, della Terra come la parte pensante dell'universo e di noi esseri umani come quella porzione della Terra che sente, che pensa, che ama e che venera. La Sequela di Gesù è stata concepita all'interno della nuova cosmologia, vedendo il Gesù storico sorgere da dentro la materia dell'universo in evoluzione e farsi nostro fratello. E così credo di essere riuscito a unire il Cristo della fede con il Gesù storico.

Anche Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e Martin Heidegger lessero Tommaso da Kempis riflettendo in particolare sul tema dello svuotamento di sé contro ogni attaccamento al proprio io. Di questo c’è bisogno ancora oggi?

"È un tema centrale dell'Imitazione di Cristo e rappresenta l'atteggiamento di Gesù che, "pur essendo di natura divina", ha spogliato se stesso per essere uguale a noi (Filippesi 2,6). Questa rinuncia all'attaccamento al proprio io è la prima virtù del buddhismo e anche del cammino spirituale cristiano: porre l'accento non su se stessi ma sull'altro e su Dio. Ed è il tema centrale del più grande dei mistici dell'Occidente, Meister Eckhart, con il suo Abgeschiedenheit, detachment, la pratica del distacco. Psicologi come Freud e filosofi come Heidegger hanno compreso tale esigenza di Tommaso da Kempis. Il distacco è il primo passo per il vero processo di individuazione e di identità personale. È ciò che ci assicura il dono più grande dopo l'amore, che è la libertà interiore".
 
Lei parla della necessità di trovare una complementarietà tra il Gesù della fede e il Gesù storico. E spiega che seguire Gesù significa assumere la sua causa, correre i suoi rischi ed eventualmente accettare il suo stesso tragico destino. Cosa significa?

"È una realtà testimoniata dalla Chiesa della liberazione dell'America Latina sotto i regimi militari in vari Paesi. È questo tipo di Chiesa a prendere sul serio l'opzione per i poveri, la quale ha prodotto e produce anche oggi tanti martiri, tra i laici e le laiche, i preti e vescovi come Oscar Romero in El Salvador  e Angelelli in Argentina. Tutti impegnati sulla linea della sequela di Gesù, assumendo la sua causa della giustizia per i poveri, della difesa dei diritti umani essenziali e della denuncia dei crimini del regime militare. Chi fa proprio ciò che Gesù ha detto e ha fatto non può pensare di mettere la propria sopravvivenza al di sopra di tutto. Nessun profeta è morto nel suo letto. Tutti hanno vissuto lo stesso destino di Gesù. Questi cristiani impegnati nella sequela di Gesù conoscevano i rischi a cui andavano incontro, ma non per questo hanno abbandonato i poveri e la sacra causa della giustizia. Erano consapevoli che non sarebbero state la persecuzione e la morte ad avere l'ultima parola, ma la resurrezione sperimentata da Gesù dei vangeli: l'irruzione dell'essere umano nuovo, anticipazione di ciò che tutti saranno un giorno".
 
La Chiesa sembra ancora in molte sue parti legata a una visione imperialista/costantiniana, immersa nella storia e votata alla conquista del potere. E Francesco a volte sembra una meteora in un mondo che fatica a tenere il suo passo. Cosa pensa?

"Credo sinceramente che la Chiesa-istituzione, cioè la Chiesa come società gerarchica, non si senta parte del Popolo di Dio come richiedeva il Concilio Vaticano II, ma al di fuori e al di sopra di esso. Organizzandosi non attorno al più antico concetto di communio, di comunione tra tutti, ma attorno al potere sacro (sacra potestas), escludente perché concentrato solo in alcune mani, questo tipo di Chiesa-società gerarchica è caduta nelle tre tentazioni affrontate e superate da Gesù: la tentazione del potere religioso, quella di riformare il mondo a partire dal tempio; la tentazione del potere profetico, quella di trasformare le pietre in pane, e infine la tentazione del potere politico, quella di dominare su tutti i popoli. Nel corso della storia, fino ai nostri giorni, la Chiesa non ha saputo resistere a queste tentazioni, alleandosi ai potenti di questo mondo. E, legandosi ai potenti, ha perso i poveri, non sapendo come evangelizzarli e riducendoli così a semplici fedeli di una parrocchia e a consumatori passivi di beni religiosi. Restano attuali le parole pronunciate dal cattolico Lord Acton (1843-1902) in riferimento ai potenti papi del Rinascimento: 'Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto'. E ancora: 'Il mio dogma è la malvagità in generale degli uomini detentori di autorità; sono i più soggetti alla corruzione'. E ancora più pertinente è quanto affermava Hobbes riguardo al potere, che, diceva, si sostiene solo sul “desiderio incessante di avere sempre più potere”. Tutte parole che si sono concretizzate nella storia della Chiesa, attraverso una concentrazione enorme di potere unicamente nelle mani del clero, con esclusione in particolare delle donne. È stato necessario un papa proveniente dalla fine del mondo, un papa che ha scelto il nome Francesco, archetipo della povertà e della rinuncia a ogni potere, per mostrare come la gerarchia della Chiesa debba orientarsi in base al servizio (ierodulia) e non al potere sacro (ierarchia). Avremmo allora più una Chiesa comunità che una Chiesa società dal potere esclusivo di alcuni.
 
Lei subì un certo ostracismo da Roma? Come le sembra il Vaticano cinque anni dopo l’arrivo di Francesco?

"Non mi sono mai sentito vittima di ostracismo, perché, una volta promosso allo stato laicale, allo stato di Gesù che era un laico, appartenente alla tribù di David e non di Levi, come evidenzia la Lettera agli Ebrei, ho continuato a fare teologia, a celebrare l'eucaristia nelle comunità senza prete e a realizzare tutti i sacramenti, sempre nel caso in cui manchi un sacerdote. Ho ricevuto il sostegno di molti vescovi, specialmente del cardinal Arns di São Paulo, che è stato mio professore di teologia, e del cardinal Lorscheider, entrambi francescani, che sono venuti a Roma in occasione del processo a cui sono stato sottoposto da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede sul libro 'Chiesa: carisma e potere' (1982), al fine di testimoniare la validità della mia teologia per le comunità del Brasile. Grazie a Dio, non ho conservato alcun rancore per la punizione che mi è stata inflitta del 'silentium obsequiosum'. Sapevo che la teologia del potere sacro operante nella testa dei responsabili dell'ex Sant'Uffizio avrebbe reso inevitabile la mia condanna. Mi sentivo nel vero e avevo l'appoggio della Conferenza dei vescovi del Brasile. Per questo accettai tranquillo l'imposizione del “silenzio ossequioso”, poi sospeso direttamente da Giovanni Paolo II".
 
Papa Bergoglio subisce diverse critiche. Perché questa ostilità?

"Credo che i conservatori fossero abituati a un papa faraone, con titoli e simboli del potere ereditati dagli imperatori pagani. Poi all'improvviso arriva un papa al di fuori del quadro tradizionale, che si spoglia di tutto questo apparato profano che allontana i fedeli e asseconda la vanità clericale. Quando vedo la sfilata dei cardinali in pompa magna penso involontariamente al carnevale di Rio de Janeiro.  Papa Francesco è legato al clima culturale della Teologia della Liberazione di matrice argentina, che è un'opzione per il popolo oppresso e per la sua cultura negata, e ne vive la prospettiva di fede. Rinunciando a vivere nell'appartamento pontificio - sarebbe stato un tradimento nei confronti dell'altro Francesco, quello di Assisi - va ad abitare nel pensionato di Santa Marta e mangia insieme agli altri. Così, scherza, è più difficile che lo avvelenino. È una figura liberatrice, che ama veramente i poveri, che invita i rappresentanti dei movimenti popolari a raccontare la propria sofferenza e ad analizzarne le cause, il sistema che pone il denaro al centro di tutto e che produce milioni e milioni di poveri. Non si era mai vista tanta libertà nel chiamare per nome il sistema crudele e senza pietà che sacrifica la maggioranza degli esseri umani. Non risparmia critiche alla curia romana, al carrierismo e a una Chiesa che intende se stessa come una fortezza, anziché come 'una Chiesa in uscita' o un ospedale da campo. Questo papa è uno scandalo per questi esseri medievali persi all'interno del XXI secolo. Bisogna riconoscere che in Europa vive appena il 25% dei cattolici, mentre il 62% si trova nelle Americhe e la percentuale restante in Africa e in Asia. Quella cattolica, pertanto, è diventata prevalentemente una Chiesa del Terzo Mondo, delle periferie dell'attuale sistema. Ma questi conservatori non accettano un papa che non provenga dal loro vecchio e moribondo cristianesimo. Francesco porta l'atmosfera nuova di Chiese che non sono più lo specchio di quelle europee, ma Chiese-fonti, con la loro teologia, la loro pastorale rivolta specialmente ai più poveri, la loro liturgia e il loro modo di rendere lode a Dio. Così come in Brasile l'oligarchia non ha mai accettato che un operaio venuto dal mondo dei poveri arrivasse alla presidenza del Paese, allo stesso modo questi rappresentanti di un mondo passato non accettano un papa del Terzo e Quarto Mondo. Essi sono, nel significato antico della parola, “eretici”, coloro, cioè, che dividono il corpo ecclesiale. E non si vergognano neppure di nascondere i loro legami con il conservatorismo di Trump attraverso la sinistra figura di Steve Bannon, uno dei suoi consiglieri nonché cattolico reazionario. Nonostante la loro opposizione, scandalosa per i fedeli, papa Francesco è oggi, insieme al Dalai Lama, una delle grandi risorse etico-spirituali dell'umanità. Un faro in grado di alimentare la speranza che esistano ancora la condizioni per salvare la Casa Comune, la vita e la nostra civiltà oggi minacciate dalla macchina di morte che abbiamo costruito e che, con le sue armi chimiche, biologiche e nucleari, può distruggere l'intera umanità. È in risposta a questo pericolo che il papa ha scritto l'enciclica Laudato si' sulla cura della Casa Comune, non solo per i cristiani ma per tutta l'umanità. Questa volta non avremo a disposizione un'Arca di Noè che salvi alcuni e lasci morire gli altri. O ci salviamo tutti insieme o tutti ingrosseremo la fila di chi è in marcia verso l'abisso. Tutto questo papa Francesco lo sa, mentre non lo sanno i suoi oppositori, preoccupati di questioncine morali mentre il Titanic umano sta affondando".
 
Se potesse tornare indietro nella sua vita di sacerdote e di pensatore laico, cosa cambierebbe? Quali errori cercherebbe di non commettere più?

"Non tornerei mai allo stato clericale. Conservo lo spirito francescano del "Sole" di Assisi, come Dante definisce San Francesco. E continuo a fare quello che facevo prima. Nel mio stato laicale vedo persino un segno della Provvidenza divina. Se non fossi stato un laico non sarei mai stato invitato a partecipare all'elaborazione della Carta della Terra e al Gruppo per la riforma delle Nazioni Unite o a collaborare con il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Miguel d’Escoto, come suo ghostwriter, nel biennio 2008-2009. Né avrei esercitato altre funzioni, tanto in ambiente accademico quanto in ambito popolare".
 
Si sente sempre un figlio della Chiesa?

"Mi sento un cristiano cattolico ed ecumenico all'interno della Grande Chiesa-Popolo di Dio e amico di papa Francesco. Nel tramonto della vita - compirò 80 anni a dicembre - non mi preoccupo del passato ma rivolgo i miei occhi all'eternità. Il mio canto del cigno, come teologo, è stato quello di ritradurre l'Imitazione di Cristo, opera di uno dei più grandi maestri spirituali, aggiungendo un capitolo sulla Sequela di Gesù. Unire il mio nome, quello di un theologus peregrinus, a quello di Tommaso da Kempis è per me l'onore più grande. Ne è valsa la pena?, si domandava Fernando Pessoa, il più grande poeta portoghese. Faccio mia la sua stessa risposta: 'Tutto vale la pena se l'anima non è piccola'. Posso dire che, con la grazia di Dio, ho cercato di fare in modo che la mia anima non fosse piccola".

(Traduzione di Claudia Fanti)


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