Ho scoperto, grazie a una segnalazione di padre Jacques Dupont, procuratore generale dell’Ordine dei certosini presso la Santa Sede, (ex matematico, fino al 2014 è stato priore della Certosa di Serra San Bruno dove ha vissuto per ventun’anni. Oggi vive come un eremita tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti) la figura di madre Geneviève, eremita protestante scomparsa nel 1961.

Sposata con Léopold Micheli e con tre figli, sceglie il silenzio dopo l’improvvisa morte del marito. "Il mattino di mercoledì 21 giugno – racconta lei stessa nel libro di Minke de Vries, “Verso una gratuità feconda” (Paoline) – Léopold arrivò. Aveva deciso di godersi appieno le vacanze. L’avevo visto raramente così sereno e così felice. Rimase subito incantato dalla nostra sistemazione. Appena pronti, si dovette scendere in spiaggia, i bambini erano felicissimi di rivederlo".

Il giorno dopo il mare era mosso. Léopold annega dopo aver salvato due persone. Il suo corpo viene gettato sulla spiaggia qualche ora dopo. Geneviève, vedova a 27 anni con tre figli piccoli, continua: "Come in un sogno spaventoso preparai dei telegrammi, poi tornai nella cameretta dove tutto era stato preparato da mani sconosciute ma davvero amiche. Léopold riposava. È la parola giusta, riposava con una straordinaria espressione di serenità e di pace. Le sue belle mani fini erano giunte e il suo caro volto era così bello e così giovane. Non c’era traccia sul suo volto, di sofferenza o di lotta e, guardandolo, non potevo disperarmi. Nonostante tutto, la pace scendeva nella mia anima, insieme a una specie di grande sentimento di rispetto: il mio amato era là, e tuttavia era così lontano".
 
La notte passa lenta, l’angoscia tracima dentro Geneviève. Tuttavia, dice, "al mattino ebbi la sensazione che a forza di angoscia, di cedimenti, di disperazione, la pace fosse entrata nel mio cuore: sapevo con certezza che Dio mi avrebbe aiutata. Sul letto di Léopold erano sparsi gerani rosa e tutti i fiori donati dalle brave persone dei dintorni. Si celebrò una funzione bella, tranquilla. Non ricordo cosa disse Georges – il pastore, ndr – ma ogni parola veniva da Dio, ed era la certezza, ed era l’amore, e sentivo Léopold vicinissimo, ma Léopold trasfigurato, luminoso, vivo in una vita superiore, che comprendeva tutto, che amava completamente, libero da limiti e da ostacoli. Adesso potevo andarmene verso Ginevra, sola, Dio aveva vino la morte; non c’era più terrore, né angoscia, non c’era altro che il grande amore di Dio".
 
Geneviève dopo la morte del marito si dedicò al silenzio e alla vita ecumenica. A Ginevra fu collaboratrice della dottoressa Marguerite Champendal e tenne corsi alla scuola per infermiere Le Bon Secours. Partecipò attivamente alla fondazione dell’associazione Dames de Morges (1913), che riuniva donne coniugate; con alcune di loro diede vita al Movimento dei ritiri spirituali, che fu poi all'origine della comunità di Grandchamp. Nel 1928 strinse amicizia con Marguerite de Beaumont, che collaborò ai ritiri. Soggiornò in seguito a Parigi (1930-40), dove frequentò corsi alla Sorbona e stabilì contatti ecumenici. Chiamata da de Beaumont nel 1944, divenne “madre” della nascente comunità di Grandchamp. Nel 1952 pronunciò i voti insieme alle prime sorelle. Sotto la sua guida, Grandchamp adottò la regola di Taizé (1953) e divenne un luogo di diffusione del pensiero ecumenico.
 
Padre Jacques Dupont mi ha girato questo bellissimo e breve testo di Geneviève sul silenzio. Lo pubblico qui di seguito. Buona lettura.
 
"Quando siamo in silenzio, accadono grandi cose. Sembra che, uno dopo l'altro, tutti i rivestimenti inutili cadano, i volti in prestito scompaiono, le ricchezze o povertà ingombranti si depositino.
Tutti i rumori intorno a noi fanno molto meno chiasso di noi stessi. Il vero rumore è l'eco che le cose hanno in noi.
Tutti gli ostacoli che la vita, il rumore e la precipitazione ci impediscono di vedere e che, nel silenzio, si ergono implacabili, immensi, ci isolano da Dio e dai suoi figli. È necessario che vediamo in faccia, senza trucco, né ornamento, la nostra anima e la nostra vita. E vi sfido di vederla al di fuori del silenzio davanti a Dio.
Quante parole umane inutili e dannose, invece del grande silenzio di Dio che ripara, rialza e rafforza! La parola è la nostra maschera quando non scaturisce dall'anima, ispirata da Dio, lentamente preparata dal pensiero e dall'essere; è un rumore, una fuga, una dispersione.
Quando si è vissuti nel silenzio con Dio, quando si ha ricevuto da lui quel battesimo del silenzio, questo sacramento del silenzio, della purificazione interiore, dell'umiltà, dell'amore, questa creazione dell'uomo nuovo, si può rientrare nella vita senza paura, senza terrore, perché il silenzio di Dio è in noi".



Non mi piace definirle agiografie, come se fosse lecita una letteratura esclusivamente dedicata ai santi. Infatti questa, in passato, seppure con eccezioni, è stata percorsa con conseguenze a mio avviso poco buone: molti testi devozionali, al limite del credibile. Insomma, preferisco chiamarle biografie. E fa niente se i due protagonisti sono stati l’uno canonizzato, l’altra beatificata. Le loro storie hanno diritto d’esistenza in sé, come tutti i racconti sono ordinarietà e straordinarietà insieme.

Biografie. Questo il genere dei miei due ultimi libri usciti l’uno a un giorno di distanza dall’altro, pur avendovi lavorato in tempi diversi. Il 30 agosto “Francesco di Paola, un eremita nel mondo” (Rubbettino), il 31 agosto “Eurosia. Come un fiore di campo” (Edizioni San Paolo). La vita di Francesco Maltolilla, per tutti Francesco di Paola, e la vita di Eurosia Barban, conosciuta come mamma Rosa. La prima biografia me l’ha proposta Rubbettino. La seconda è stata più un’idea mia.

Per certi versi posso dire anche io d’essermi trovato di fronte, pur senza paragonarmi a lui, al dilemma che fu di Louis de Wohl (1903-1961), lo scrittore ungherese naturalizzato britannico a cui un giorno il cardinale di Milano Ildefonso Schuster disse: “Fa’ in modo che i tuoi scritti siano buoni. Sarà per i tuoi scritti che un giorno verrai giudicato”. Rispose che gli piacevano le storie dei santi, ma che nel leggerle rimaneva sempre deluso del fatto che fossero scritte tutte da persone devote. Le trovò per nulla adatte a chi non era credente. Eppure, disse, gli uomini che avevano raggiunto la santità non erano dei fanatici fuori dalla storia. Al contrario, erano delle persone ordinarie che in virtù del loro coraggio furono in grado di affascinare l’uomo di ogni tempo. Schuster gli suggerì di provare lui a raccontare queste storie in modo diverso, cercando di entrare nell’animo dei protagonisti, per rendere appieno tutta la loro natura di uomini. E così fece, fino a produrre libri che ancora si leggono fra i quali il mio preferito, “La mia natura è il fuoco”, la vita di Caterina da Siena. Tutto questo per dire che scrivere testi lontani dal bigottismo e dal devozionalismo, come ha fatto de Whole, è stato anche il mio intento.

Se dovessi in poche righe descrivere chi sono stati Francesco di Paola ed Eurosia Barban direi così:

Francesco (1416-1507) è il più grande eremita italiano mai vissuto. Sceglie il ritiro dal mondo per vivere di silenzio e solitudine. Ben presto viene assediato: in centinaia arrivano alla sua grotta per chiedere consigli e aiuto. Per motivi misteriosi, in tantissimi trovano risposte concrete soltanto da lui. Disponibile con tutti, finisce la propria esistenza alla corte del re di Francia, trascinatovi quasi con la forza soltanto perché il monarca si è convinto che potrebbe guarirlo da una malattia. Non arriva mai, la guarigione. Ma arrivano altri doni, fino all’ultimo, il più prezioso, come riconosce all’ultimo anche lo stesso re.

Eurosia Barban (1866-1932) è una semplice e sconosciuta ragazza di diciannove anni di Marola (vicino a Vicenza) quando la sua vita viene sconvolta per la morte di una giovane mamma, sua vicina di casa, che lascia orfane due bimbe di pochi mesi. Eurosia sente che deve fare qualcosa per loro. Senza comunicare a nessuno i propri sentimenti, dopo essere entrata nella casa come domestica, decide di sposare il marito della donna, Carlo, pur non essendone innamorata. Un sacrificio estremo e misterioso, al quale seguirà una vita unica, conseguenza di quella decisione presa nel segreto.

Nei prossimi giorni parlerò ancora di questi due libri. Intanto, per chi vuole, buona lettura.


«Io, Antonella, eremita in città»

Antonella Lumini e Paolo Rodari Pubblicato il 23 agosto 2016, Einaudi, 128 pagine

Estate 2013. Ero da poco arrivato a Repubblica. Proposi a Ezio Mauro, allora direttore, un reportage sugli eremiti urbani, persone che abbracciano il silenzio e la solitudine all’interno di appartamenti comuni, abitazioni come tante altre dentro le nostre città. Acconsentì e il 28 luglio uscì in due pagine questo mio articolo intitolato “I nuovi eremiti“. All’interni scrissi a lungo di Antonella Lumini, la cui esperienza di solitudine mi aveva colpito più di altre.


Ciò che ha mosso la stesura del mio libro “La custode del silenzio” (Einaudi) assieme ad Antonella Lumini è stata, al fondo, una domanda: nel silenzio parla una voce?

Fra i tanti che hanno provato a rispondere dopo aver letto il libro c’è dom Jacques Dupont, procuratore generale dell’Ordine dei certosini presso la Santa Sede.

Ex matematico, fino al 2014 è stato priore della Certosa di Serra San Bruno dove ha vissuto per ventun’anni. Oggi vive come un eremita tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti, in una solitudine interrotta soltanto dagli impegni di rappresentanza in Vaticano e da quelli di visitatore delle Certose di Spagna. Monaco, ha scritto con Luigi Accattoli un libro/intervista per me indimenticabile: “Solo dinanzi all’Unico“, nel quale, fra le altre cose, racconta la sua esperienza del silenzio.


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