Bisognerebbe spiegare bene una volta per tutte perché l’ostentazione del rosario da parte di Salvini è oscena.

Gesù venne perseguitato e ucciso perché proponeva una religiosità differente: basta con amuleti e idoli, della serie se non segui alla lettera cosa dice il testo sacro sei fuori, ripudiato, dannato. E sì, piuttosto, ad altre logiche, per le quali non è con un feticcio al collo che ci si salva (tanto meno brandendolo in faccia agli altri come si brandisce una clava), ma amando il prossimo come sé stessi, credendo nella libertà, bene supremo che nessun Dio deve e può distruggere.

La legge dell’amore supera tutte le altre, fossero pure queste ultime d’ispirazione divina.

Per cui è evidente che lo scandalo di questi giorni non è nemmeno Salvini, ma sono coloro che lo difendono dicendo: che male c’è in quello che fa? Che male c'è a scendere in piazza, prendere un rosario e ostentarlo in quel modo?

Tornate ai Vangeli, leggete la parabola umana di Gesù. E scoprite da soli che male c’è.



“Avrei potuto firmare contratti milionari, ma ho preferito non legarmi a nessuno per poter scrivere anche solo per tremila persone”.

Fra le cose più interessanti pubblicate sui giornali nelle ultime settimane c’è questa intervista che Susanna Tamaro ha concesso a Repubblica. S’intitola “Vorrei essere un salice ridente”.

Tamaro dice tante cose. Fra queste la più significativa, almeno per me, è quando parla del successo di “Va’ dove ti porta il cuore”, il romanzo uscito venticinque anni fa, sedici milioni di copie vendute nel mondo, traduzioni in più di cinquanta lingue, un film girato da Cristina Comencini.

Repubblica le chiede come si spiega un tale successo. Risponde: “Il libro è stato venduto dal Sud America al Medio Oriente. Dove le strutture famigliari sono forti è andato meglio. Il successo mi ha regalato tranquillità economica — ho comprato una casa a Orvieto — e mi sono salvata dalla dannazione perché non mi è mai interessato replicarlo. Avrei potuto firmare contratti milionari, ma ho preferito non legarmi a nessuno per poter scrivere anche solo per tremila persone".

Questa cosa del poter scrivere anche solo per tremila persone è molto bella. Ci sono nicchie che attendono parole che nessuno dice loro. In futuro saranno ancora minoranze che continueranno ad abbeverarsi alle medesime parole con avidità, stupendosi che intorno a loro nessuno faccia la medesima cosa.

È la stessa sensazione che ho provato io quando, dopo aver letto “Va’ dove ti porta il cuore”, mi sono imbattutto nel saggio che credo abbia ispirato Tamaro, quel “Va dove ti porta il cuore” scritto nel 1972 dal benedettino francese Jean-Marie Déchanet.

Più leggevo più mi domandavo: possibile che nessuno ne parli? Possibile che solo in pochi lo conservino nella propria libreria?

Eppure è così, certa letteratura arriva a pochi, anche se l’intensità con cui arriva è travolgente. Déchanet mi ha travolto come fiume in piena, le sue parole ancora oggi sono acque che travalicano gli argini portandomi lontano. Ma non è così per tutti.

Per cui grazie a Tamaro, che ha scelto di scrivere anche per pochi. La grandezza c’è anche nelle piccole cose. E queste spesso stupiscono per la loro intensità.


Più volte mi sono interrogato sulle critiche che riceve Francesco, indagando anche su quali siano le sue origini più profonde.

Un aiuto in questa indagine me l'ha dato ieri il cardinale Pietro Parolin. In una intervista che gli ho fatto su Repubblica dedicata principalmente ai rapporti fra il Vaticano e la Cina è il segretario di Stato vaticano a portare una tesi alle mie orecchie inedita sulle motivazioni che provocano queste critiche.

Dice Parolin di avere "l’impressione che le critiche rivolte in Occidente a Francesco somiglino a quelle del figlio maggiore della parabola del figliol prodigo, che vive come un’ingiustizia l’amore del Padre per il fratello che viene da lontano. L’Occidente è un po’ come quel figlio che è sempre vissuto più vicino al Padre, ma che oggi non sa più gustare questa vicinanza. Oggi è giusto dare più attenzione anche a chi in passato ne ha avuta di meno, come i popoli dell’Asia, che hanno conosciuto meno di altri l’annuncio cristiano: in Cina solo un abitante su quattro sa chi è Gesù Cristo. Ma l’attenzione a chi viene da lontano non è contro chi è più vicino. L’Occidente dovrebbe capire di più questa 'geopolitica'. Nella sua saggezza pastorale, la Chiesa intuisce i movimenti della storia e apre strade che poi molti altri possono percorrere".


Di Angela Volpini mi ha parlato la prima volta nel 2016 Antonella Lumini, eremita in un appartamento nel centro di Firenze, con la quale ho scritto per Einaudi un libro dedicato alla sua vita e al tema del silenzio intitolato “La custode del silenzio”. Fu lei a dirmi: “Il compimento del mio pensiero è Angela Volpini, la sua visione avuta da Maria”.

Incuriosito sono andato a trovare Angela a casa sua, a Casanova Staffora, dopo un lungo viaggio da Roma. Ho visitato i luoghi dove ebbe le apparizioni, ho ascoltato la sua storia da subito percependo che in lei e nella sua visione c’era qualcosa di unico e irripetibile.

Le sue visioni sono dissimili rispetto a molte altre, ad esempio a quanto Maria ha comunicato a Lourdes. C’è nel messaggio che Maria ha affidato ad Angela qualcosa di nuovo, capace di trasfigurare, pur senza negare nulla, il contenuto stesso della rivelazione, o meglio il contenuto della rivelazione così come ci è stato tramandato e insegnato. Al centro ritorna una parola, auto creazione, che di primo acchito, destabilizza: il compimento dell’uomo non è nelle mani di un Dio onnipotente che tutto governa e tutto dispone, ma, vertiginosamente, nelle mani dell’uomo capace di amare e ricevere amore, una volontà finalizzata al bene a cui anche la volontà di Dio in qualche modo si piega.

È un Dio come impotente, quello che Angela mostra, silenzioso e remissivo di fronte al nostro desiderio di compimento. E insieme attivo, desideroso che questo compimento, nostro, unico e irripetibile, abbia luogo.

Angela ha ricevuto questa visione in nove anni di apparizioni, dal giugno del 1947 al giugno del 1956, dall’età di sette anni all’età di sedici. Un tempo lungo nel quale ha assimilato e fatto proprie le parole di Maria, decidendo poi di comunicarle a beneficio di tutti.

Questo mio nuovo libro che ho scritto insieme a lei – “Dio non è nascosto. L'ultima mistica si racconta”, Edizioni San Paolo – vuole essere semplicemente un contributo in più in questo non facile lavoro di comunicazione. Un contributo nel quale il mio compito non è stato altro se non quello di raccogliere le parole di Angela e trascriverle nel modo migliore possibile, a beneficio di chi vuole leggerle, di chi ha sete di verità, di chi desidera essere felice ma non sa come fare.

Il messaggio di Angela lo vedo come una spirale, non lo si comprende infatti una volta per tutte, ma occorre lasciarsi avvolgere senza pretendere di aver chiaro da subito ogni cosa.

A undici anni Angela, dopo che l’autorità ecclesiastica l’aveva a lungo vessata per cercare di capire se fosse pazza, decise di leggere il Vangelo senza più chiedere o sottostare a interpretazioni altrui. Fu allora che si accorse che tutti i testi rispondevano alla visione che aveva avuto da Maria. E fu allora che decise di parlare di quanto Maria le aveva comunicato senza pensare più alla reazione delle gerarchie. Comunicare con le sue semplici parole lasciando poi a Maria il compito di aiutarla. Far capire alle persone che incontrava il loro valore fu il primo compito di Angela. Sapeva, infatti, che soltanto aiutando le persone a comprendere il proprio valore potevano smettere di soffrire.

Ci sono alcuni passi del Vangelo nei quali Angela si ritrova maggiormente. Uno di questi è l’incontro di Gesù con Nicodemo. Gesù dice a Nicodemo: “Credimi, nessun potrà vedere il regno di Dio se non nasce nuovamente”. Gesù ha detto a Nicodemo quello che Maria ha fatto capire ad Angela: da Dio e dagli esseri umani che ci hanno preceduto abbiamo ricevuto la vita umana, ma la nostra personale soggettività o la creiamo noi o non ci sarà. Questo il nucleo del messaggio di Angela: ogni uomo è infinite possibilità, ha in sé la possibilità di crearsi, dipende da lui solo. Nascere di nuovo, in fondo, non significa portare alla luce, incarnare, l’esigenza di bene, d’infinito che ogni uomo ha in sé? Si chiama auto creazione: nascere a sé stessi, nascere dall’alto, il compimento della storia umana, il compimento dell’uomo.

Dio ci vede come esseri unici, capaci di condividere la sua qualità che è l’amore. Tutti siamo destinati al compimento, tutti siamo invitati al banchetto del re, a compiere il nostro desiderio. Spetta però a noi agire, fare, credere nella nostra realizzazione. Essere ciò che desideriamo. È un cammino a volte non facile, ma che ognuno può compiere. Rinascere, ricrearci. Un cammino verso la felicità.


A Maida, in Calabria, per ricevere per il mio libro Francesco di Paola (Rubbettino Editore) il premio speciale della giuria Enzo Iuffrida all'interno del Premio letterario internazionale Feudo di Maida, celebro quella che Vito Teti nel suo "Pietre di pane" chiama "restanza", l'avventura del restare nella propria terra di origine, perfino nei borghi più dimenticati, per realizzare e fare contro ogni fatica, dubbio, paura.

Restare è tante cose, fra queste è gustare. Solo qui c'è il mare color del vino descritto da Leonardo Sciascia. Anche solo fermarsi e guardarlo è nutrimento interiorie, cibo dell'anima.

È per questo che idealmente dedico il mio premio agli amici del TIP teatro di Lamezia Terme, sede operativa di (Scenari Visibili), compagnia teatrale fondata dall’attore Dario Natale, che hanno scelto di restare, di non fuggire, di essere sé stessi nel luogo lontano dal quale non sarebbero tali.


Appuntamenti

A breve

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