• dice due cose che più di altre mi hanno colpito.

    la prima è che in questi giorni in una lombardia spaventata dal coronavirus è opportuno tornare con la memoria al 1576, quando Milano venne investita dalla peste. dice: "la chiamarono la peste di san carlo. perché un uomo, san carlo appunto, la visse in modo differente, senza paura, arrivando a dare la vita per gli altri e in questo modo facendo sì che tutti addirittura definissero la stessa peste usando il suo nome. se questi giorni di paura, legittima, ci facessero ritornare a un modo di vivere le relazioni così, come fece san carlo, non sarebbero giornate andate sprecate. Proprio in quei giorni trovo un’indicazione su come stare dentro queste prove".

    la seconda è il ricordo di vicende "per certi versi" analoghe vissute nella sua infanzia: "ricordo le piccole bare bianche dei funerali dei bambini, fra questi alcuni miei cugini, che se ne andavano per polmonite e tubercolosi. io stesso a vent’anni fui colpito dalla tubercolosi. c’erano anche allora paura e smarrimento. anche se le famiglie facevano tanti bambini e dunque, seppure nel dolore unico e insieme terribile, le morti erano mitigate dalla presenza dei tanti che restavano. inoltre, c’era un riferimento netto e chiaro alla fede nella risurrezione per cui tutto era vissuto alla fine con speranza".

    così angelo scolsa in una lunga intervista concessami oggi su repubblica.

    scola ha scelto di abitare a imberido di oggiono dopo aver lasciato la guida dell’arcidiocesi di milano a mario delpini. ha deciso di fare ritorno ai manzoniani luoghi della sua infanzia, vicino a "quel ramo del lago di como che volge a mezzogiorno", distante appena dieci chilometri da malgrate, il paese dove nacque 78 anni fa da suo padre carlo, camionista, e da sua madre regina, guantaia e casalinga, e dove da piccolo conobbe il dolore e insieme la rinascita.

  • don angelo casati, 88 anni, saggista e poeta, voce profetica fra le più ascoltate a milano, mi racconta come sta vivendo questi giorni difficili.

    caro angelo, stiamo vivendo una situazione che per molte generazioni è una novità assoluta. c’è tanta paura. come stai tu davanti alla paura?
    “sì, caro paolo, forse sta qui l’eccezionalità dei nostri giorni: nel fatto che la paura è generalizzata e tutti in paura per lo stesso evento. per il resto penso che la paura faccia parte della vita, ognuno ha le sue paure, chi più chi meno, chi per una cosa chi per un’altra. come sto io? non ho mai pensato una vita esente da sentimenti di paura, né a una traversata senza momenti di bufera. la guardo in faccia, la mia e quella degli altri che fanno la traversata con me. non condivido l’opinione degli ecclesiastici che vedono nella paura un sintomo di una fede minore. e non penso che sia un segno di poca fede sentirne la presa sulla pelle.
    penso a gesù che più volte invitava a superare la paura, a non temere. quando i suoi discepoli per furia di acque e tempeste urlavano dalla barca e i gridi sembrano soffocati dal’urlo delle acque.
    eppure anche lui provò sentimenti di paura, quando per esempio di fronte alla morte che ormai incombeva, all’ombra notturna degli ulivi nell’orto ‘cominciò’– dice il vangelo - a spaventarsi e a sentire angoscia e disse ai discoli: ‘l’anima mia è triste fino alla morte’. lo sento compagno delle mie paure e delle paure dell’umanità”...... continua la lettura