vivere senza paura, cosa non deve mai mancare nelle nostre giornate. parla marco guzzi

poeta e filosofo, fondatore dei gruppi “darsi pace”, marco guzzi è voce capace di aprire orizzonti, anche in giorni di tempesta. l’ho raggiunto per parlare di questo tempo così nuovo e arduo, per ascoltare i suoi pensieri, le sue parole.

a motivo del coronavirus siamo dentro una prova: come viverla senza ansia?
“io credo che questa prova costituisca una specie di spartiacque nella storia dell’umanità, un punto di rottura che ci impone di rivedere completamente i nostri schemi mentali, e anche i progetti evolutivi e di sviluppo, che avevamo elaborato negli ultimi decenni della globalizzazione neoliberista, ma forse anche nei secoli precedenti della modernità. penso cioè che ci troviamo dentro una fase critica di immensa portata, che quindi inevitabilmente ci spaventa, e ci confonde. il modo che mi sembrerebbe più appropriato per affrontare questa crisi sarebbe dunque quello di interrogarci più a fondo anche sulle cause remote, e direi destinali, di questa pandemia, e su tutto ciò che essa mette in crisi. la prima risposta alla paura consiste cioè nel pensiero profondo, nella interrogazione sul significato dell’esistenza umana su questa terra, e su come riorientarla alla luce di quella radicalità che una pandemia mondiale dovrebbe imporci. il secondo modo per vivere questo periodo, attenuandone la sofferenza, consiste nel prenderci cura in forme più serie della nostra interiorità, nell’intraprendere o nell’approfondire la conoscenza di noi stessi, e nel dare tempo e valore a quelle pratiche di meditazione e di contemplazione che ci consentono di sondare e di sperimentare, fisicamente ed emotivamente, profondità pacificate, anche nel mezzo di una tempesta”... continua a leggere

tu parli spesso della necessità di ritrovare armonia anzitutto dentro noi stessi: da dove partire?
“il primo passo consiste nel guardarsi meglio dentro, nello scoprire di quante paure siamo ordinariamente impastati, anche senza il coronavirus, nell’ascoltare e nel dare nome a tutti i nostri moti interiori: rabbie, insoddisfazioni, sensi di colpa, angoscia, disperazione e così via. questo sguardo all’interno è sempre da ritrovare, in ogni momento. questo stato dell’io che si osserva dentro noi, nei gruppi 'darsi pace', lo chiamiamo ‘io in conversione’: io infatti, nello stato della conversione mentale, inizio a studiarmi, e quindi a conoscermi per davvero, smetto di fingere, di mascherarmi, di dover simulare atteggiamenti in contrasto con il mio più intimo sentire. da questo stato poi si può passare ad altri stati, iniziando ad identificarci con questo io che osserva ad esempio la paura, ma in sé non ha alcuna paura, anzi vive in una stabile quiete. nel mistero del nostro io insomma ci sono abissi di pace che normalmente non conosciamo, e che ci aspettano, per donarci tutte le loro straordinarie ricchezze”.

se dovessi dare delle regole pratiche su come vivere questi giorni, da cosa partiresti? cosa non dovrebbe mai mancare in queste giornate?
“non dovrebbe mai mancare ciò che in realtà, a mio avviso, non dovrebbe mancare mai: e cioè appunto una vita interiore ricca e profonda: momenti intensi di meditazione e di preghiera, momenti di lavoro di autoconoscimento, magari condivisi con altre persone, anche ‘on line’, come facciamo nei nostri siti riservati, momenti di studio/lettura di testi che ci aiutino ad elevare il nostro pensiero. poi ovviamente momenti di convivialità, di relazioni autentiche, anche telefoniche o telematiche, e infine cura del proprio corpo: esercizi fisici, piccole passeggiate, cura nel vestiario, non trascurarsi per nessun motivo, e anzi mantenere un proprio decoro, facendo anche attenzione all’alimentazione e al ritmo sonno/veglia”.

parliamo di te. perché a un certo punto della tua vita hai fondato i gruppi “darsi pace”?
“io credo che questi gruppi, che ho avviato nel 1999, costituiscano la sintesi di tutta la mia vita precedente, la forma in cui sia la mia vocazione poetica, che quella filosofica, e spirituale, hanno trovato la loro espressione finale: traducendosi in un percorso concreto di trasformazione da vivere insieme ad altre persone, una sorta di opera d’arte totale e condivisa. penso insomma che questi gruppi costituiscano la mia destinazione finale, il luogo in cui ero destinato da sempre ad arrivare, attraverso tante prove e sperimentazioni, ma anche tanti errori e prove”.

leggo che parli spesso della necessità della liberazione. da chi? da che cosa?
“la nostra liberazione interiore parte sempre di nuovo da una condizione profondamente distorta, e piena di dolore. ognuno di noi, se si studia a fondo, scopre di sentirsi e di essere come in gabbia, dentro una prigione fatta di pensieri che ci feriscono, e che si trasformano in emozioni molto penose. innanzi tutto e sempre di nuovo la nostra liberazione consiste nel riconoscere la genesi e quindi anche la relatività di questi pensieri, e nell’attenuarne così la morsa micidiale. procedendo lungo questa via scopriamo piano piano che la nostra più radicale schiavitù è quella nei confronti della morte, che l’anima sperimenta sempre come qualcosa di assurdo, e in fondo di irreale. allora la liberazione deve poter arrivare fino a questi abissi, e sperimentare una libertà dalla finitezza, che è poi la vita nello e dello spirito, quell’orizzonte che il cristo ci ha spalancato davanti, donandoci la chiave per attraversare la morte già da ora: ‘Chi ascolta la mia parola (…) è passato dalla morte alla vita’ (Gv 5,24)”.


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