Dino Boffo, il giorno dopo

Alla fine il presidente della Conferenza Episcopale Italiana Angelo Bagnasco ha detto la sua in difesa del direttore di Avvenire Dino Boffo. E, senz’altro, la difesa era dovuta. Boffo, infatti, è stato in questi primi anni di presidenza del successore di Ruini il principale suggeritore del cardinale Bagnasco. E poi, nell’immediato, la Chiesa italiana non ha altra strategia da mettere in campo: in questo momento, insomma, fare quadrato resta la cosa più importante.

Durissime davvero le parole di Bagnasco: «L’attacco che è stato fatto al dott. Boffo direttore di Avvenire – ha detto il porporato prima di celebrare la messa per la festa del santuario della Madonna della Guardia – è un fatto disgustoso e molto grave». E ancora: «Rinnovo al direttore di Avvenire tutta la stima e la fiducia mia personale e quella di tutti i vescovi italiani e delle Comunità cristiane».

La Santa Sede ha seguito con apprensione le ore che hanno visto il direttore del Giornale Vittorio Feltri sbattere in prima pagina un attacco al veleno diretto a Boffo. E, insieme, in Vaticano hanno condiviso la scelta della difesa. Non è questo, infatti, il momento di cedere. Più avanti, invece, si vedrà. A ben vedere, infatti, è nel medio periodo (e cioè entro Natale) che il cardinale segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone potrebbe intervenire nei confronti di Bagnasco per convincerlo a trovare un’alternativa a Boffo. In fondo, dopo tanti anni di conduzione di Avvenire, uno passo indietro potrebbe essere salutare anche per lui.

Ieri, il giornale dei vescovi è andato avanti con la difesa senza tentennamenti: Avvenire, infatti, ha pubblicato la lettera del direttore già resa nota l’altro ieri, la nota della Cei e la solidarietà della redazione.

Il cardinale Angelo Bagnasco, nel venerdì più difficile per i rapporti tra Governo e vertici della Chiesa, non aveva voluto rilasciare alcuna dichiarazione ai giornalisti che lo aspettavano alla partenza del pellegrinaggio a piedi della vigilia della Festa della Madonna della Guardia alle pendici del Monte Figogna.

Ma, evidentemente, dopo una notte difficile, ha preferito reagire e dire la sua.

E che la Santa Sede, e quindi Bertone, in questo momento ritenga che la linea della difesa sia quella giusta lo testimonia l’Osservatore Romano in edicola oggi: il quotidiano della Santa Sede, infatti, all’indomani dell’annullamento della partecipazione del premier alle celebrazioni della Perdonanza celestiniana presiedute all’Aquila dal segretario di stato vaticano, e dell’attacco del Giornale sceglie oggi di non intervenire nella vicenda con articoli né commenti. Ma sulle pagine del quotidiano d’Oltretevere trova comunque spazio il commento al caso Boffo rilasciato ai giornalisti questa mattina dal presidente della Cei. L’Osservatore, poi e significativamente, pubblica alcuni passaggi dell’omelia di Bagnasco in cui il presidente dei vescovi italiani richiama l’importanza della sacralità della vita umana e dell’inviolabilità della dignità umana.

Bagnasco, nell’omelia, ha toccati diversi temi (molti inerenti l’azione del Governo in carica), a cominciare da quello della sicurezza. «Sicurezza e solidarietà non sono due opzioni contrapposte, ma un’unica e inscindibile strada, perché si radicano entrambe nell’unità della persona, della natura umana», ha spiegato il cardinale. Entrambe sono «universalmente volute sono valori oggettivi e universali che testimoniano l’’esistenza di un diritto naturale valido sempre e ovunque» e «sono diritti da rivendicare giustamente e doveri da onorare onestamente, nel quadro delle situazioni concrete della vita dei singoli, delle società, delle Nazioni». «In un clima di nichilismo valoriale non si cadrebbe inevitabilmente in uno Stato etico? Che pretende di decidere l’ordine morale fondamentale, anziché riconoscere i valori costitutivi della persona, quelli che scaturiscono non dai desideri dei singoli ma dalla natura umana di tutti, come l’inviolabilità della vita umana, un lavoro decente, l’onorabilità, la cultura, la libertà, la casa, la sicurezza, la solidarietà».

È stato questo un altro dei passaggi dell’omelia dell’arcivescovo di Genova. «Che l’uomo sia fatto così com’è, anima e corpo – ha aggiunto il prelato – precede qualunque nostra decisione e vincola il dover essere morale dei singoli e della collettività: vincola qualsiasi autorità». «Si dirà forse che il mio dire è una forma di “ingerenza” in ambiti che non sono di mia competenza. Perchè, invece, non pensare ad un contributo che la Chiesa in moltissime forme – religiose e pastorali, culturali e sociali – offre alla riflessione di tutti e per il bene comune?».

Dino Boffo, il direttore di talento che cammina piano e va lontano

Dino Boffo (da Asolo, provincia di Treviso), 57 anni, è un direttore capace. Guida da quindici anni Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, riuscendo a navigare con scioltezza nelle intemperie che periodicamente accompagnano la vita della Chiesa. Del resto, da buon figlio di camionista, ha imparato bene che è la velocità regolare e poco sostenuta, piuttosto che gli allunghi improvvisi, che alla lunga fa la differenza.
Vicinissimo al cardinal Camillo Ruini fin da prima che questi presiedette la Cei (anche se, a onor del vero, anche Boffo è stato capace di fare molto per il porporato di Sassuolo), è diventato negli ultimi mesi un confidente fidato e importante del nuovo presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco. Non c’è uscita di Bagnasco, non c’è discorso o dichiarazione del numero uno dei presuli del nostro Paese, che non venga in qualche modo anticipata, confrontata, e discussa con Boffo.
Navigare le intemperie della Chiesa senza farsi da queste travolgere è difficile ma non impossibile. Molto più pericoloso, invece, è tenere il timone dritto quando le onde sbattono direttamente contro la propria persona. È quanto sta accadendo in queste ore. Boffo, ieri mattina, ha letto con immenso stupore l’uscita del Giornale diretto da Vittorio Feltri che riportava la condanna con sentenza definitiva comminatagli con patteggiamento a una ammenda per molestie. Addolorato e incredulo, Boffo, dopo un’iniziale incertezza sul da farsi, ha presto deciso una difesa decisa, in perfetto stile ecclesiale: negare tutto e poi lasciare che sia il silenzio a parlare. Dalla sua parte, ovviamente, la Chiesa, a cominciare da uno stringato comunicato della conferenza episcopale italiana: «In merito alle accuse sollevate oggi da un quotidiano, si intende confermare piena fiducia al dott. Dino Boffo, direttore di Avvenire, giornale da lui guidato con indiscussa capacità professionale, equilibrio e prudenza». Significative anche le parole del Comitato di Redazione di Avvenire che bolla l’attacco del Giornale come «plateale e ripugnante».
Occorre dirlo subìto. Se Boffo riuscirà – come pare – a uscire indenne da questo attacco, significa che coloro che, anni addietro, hanno visto in lui capacità manageriali fuori dal comune non hanno sbagliato. Tutto iniziò in Azione Cattolica. Boffo, neo laureato in lettere classiche, dal ’77 all’80 diventa segretario generale dell’Azione cattolica. Qui coltiva i rapporti con le gerarchie della Chiesa italiana anche nelle vesti di dirigente dei settimanali cattolici e, in particolare, si lega alla linea proposta in Cei dal cardinale Camillo Ruini. Ne segue le parabole e le evoluzioni. Il congresso ecclesiale di Loreto, soprattutto, e quindi la svolta circa la presenza dei cattolici in politica. Non più la rappresentanza in un unico partito, ma la presenza a destra come a sinistra, per essere sempre visibili e incisivi.
La svolta, questa grande svolta tutt’ora viva, si riflette quotidianamente ancora oggi sulle pagine di Avvenire e, per certi versi, anche negli altri organi d’informazione affidati dalla Chiesa a Boffo: oltre che direttore di Avvenire, infatti, Boffo è direttore e responsabile dei servizi giornalistici di Sat2000, Radio inBlu e Telelazio, un network radio-televisivo via satellite da lui creato per i cattolici italiani nel mondo, nonché membro del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, che detta le linee guida delle Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il peso di Boffo, grazie anche a Ruini, non è secondario anche in Vaticano, ovvero lì dove non sempre le posizioni prese dai vescovi italiani vengono condivise e accettate da tutti. In particolare, oltre il Tevere, la politica dell’attacco a testa bassa contro il Governo portata avanti in questi mesi da alcuni presuli italiani non era completamente condivisa e, anzi, la mano tesa che ieri sera il cardinale Tarcisio Bertone avrebbe voluto offrire al premier ne era un segnale preciso. Poi, Vittorio Feltri, ha fatto quello che ha fatto. E Bertone, tramite uno stringato comunicato della Sala Stampa della Santa Sede in cui annunciava che Berlusconi non sarebbe stato presente a L’Aquila, manifestava di fatto la sua piena solidarietà al direttore di Avvenire. Un’uscita, quella di Bertone, apprezzata da Boffo e che, insieme, portava (e porta) il Governo italiano – in particolare Berlusconi -, a una distanza dal Vaticano grandissima, un solco che ventiquattro ore fa (complice anche l’intervista di Bertone sull’Osservatore Romano) non era nemmeno ipotizzabile. È vero: Berlusconi si è poi dissociato dal Giornale. Ma il solco che lo divide dal Vaticano, è oggi (e per la prima vola da quando è premier) enorme.

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Bertone affida all’Osservatore la “perdonanza” per il Governo

Ventiquattro ore prima d’incontrare Silvio Berlusconi alla “Perdonanza celestiniana” – è un’indulgenza plenaria che da più di 500 anni i fedeli possono lucrare a fine agosto nella città abruzzese – è il cardinale segretario di Stato vaticano a rompere gli indugi tramite una lunga, densa e importante intervista sull’Osservatore Romano in edicola oggi. Importante alla luce delle recenti polemiche attorno al premier e alla maggioranza di governo, alla necessità che la Chiesa intervenga per “moralizzare” la vita privata di Berlusconi e, insieme, che intervenga per stigmatizzare l’azione del Governo quanto agli immigrati.
Beninteso, Bertone non cita mai il premier o il Governo, ma queste parole, lette attentamente, dicono tantissimo: «È invalsa l’abitudine – ha dichiarato Bertone – di imputare al Papa, o, come si dice, soprattutto in Italia, al Vaticano, la responsabilità di tutto ciò che accade nella Chiesa o di ciò che viene dichiarato da qualsiasi esponente o membro di Chiese locali, di istituzioni o di gruppi ecclesiali. Ciò non è corretto. Benedetto XVI è un modello di amore a Cristo e alla Chiesa, la impersona come Pastore universale, la guida nella via della verità e della santità, indicando a tutti la misura alta della fedeltà a Cristo e alla legge evangelica».
Come a dire: il Papa non ha mai detto nulla sul premier e sulla sua vita privata. Né ha mai detto una parola sull’azione di governo. Se qualcuno nella Chiesa ha avuto qualcosa da dire – ripetutamente ha parlato di immigrati monsignor Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti – l’ha fatto a titolo personale, non certo comunque a nome del Pontefice.
Ecco ancora le parole di Bertone: «Sinceramente ritengo che sarebbe molto facile per i giornalisti raccontare l’azione e il pensiero di Benedetto XVI. Scorrendo i volumi dei suoi insegnamenti o i testi pubblicati su l’Osservatore non sarebbe difficile ricostruire il suo progetto di Chiesa e di società, coerentemente ispirato al Vangelo e alla più autentica tradizione cristiana. Benedetto XVI ha una visione limpida e vorrebbe spingere i singoli e le comunità a una vita divinamente e umanamente armonica, con la teologia dell’et e la spiritualità del «con», mai del «contro», a meno che non si tratti delle terribili ideologie che hanno portato l’Europa nei baratri del secolo scorso. Basterebbe essere altrettanto limpidi e fedeli, riportando sine glossa, cioè senza l’aggiunta di contorte interpretazioni, le sue genuine parole e i suoi gesti di padre del popolo di Dio».
Del resto, quanto a L’Aquila, le cose stanno così: l’incontro tra Bertone e Berlusconi di quest’oggi non ha fini politici. È semplicemente un appuntamento al quale il premier ha voluto partecipare vista la sua continua presenza a L’Aquila dal terremoto in poi.
Bertone all’Osservatore dice tante cose: anzitutto ricorda a tutti, anche ai media e ai politici, quale sia l’idea di società che il Papa ha in mente. O meglio, quale sia il ruolo che un Papa deve ricoprire e svolgere rispetto alla società tutta: «Sulla scia dei suoi predecessori – ha detto Bertone -, con un accento peculiare interviene, richiama, risveglia, sollecita l’azione dei Governi e delle organizzazioni internazionali per sanare le disuguaglianze e le discriminazioni più brucianti in tema di sottosviluppo e di povertà». È questa sollecitazione, dunque, che spetta al Pontefice e di riflesso alla sua Chiesa, non altro.
Non mancano nella parole del segretario di Stato delle stoccate più direttamente intra ecclesiali: Bertone, infatti, spiega come il progetto di governo della Chiesa del Papa sia quello esposto il 22 dicembre del 2005 alla curia romana: il Vaticano II, dunque, il Concilio che tante novità portò nella Chiesa, non è sconfessato dal Papa, semmai è guardato nell’ottica giusta, quella del rinnovamento nella continuità col passato.
Bertone offre anche alcune notizie circa le future nomine nella Chiesa: «Benedetto XVI – spiega – è un profondo conoscitore della Curia romana. Dall’inizio del suo pontificato sono oltre 70 le nomine di superiori dei vari dicasteri, senza contare quelle dei nuovi nunzi apostolici e dei nuovi vescovi in tutto il mondo. I criteri che hanno guidato le scelte di Benedetto XVI sono stati: la competenza, il genuino spirito pastorale, l’internazionalità. Sono alle porte alcune nomine importanti e non mancheranno le sorprese, soprattutto in relazione alla rappresentanza delle nuove Chiese: l’Africa ha già offerto e offrirà eccellenti candidati».

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A Rimini arriva Tony Blair, il riformista amato da Cl

Che la conversione di Tony Blair al cattolicesimo avvenuta nel 2007 sia reale lo dicono tante cose. Lo dicono con forza – e da mesi – le parole di uno dei principali fautori della conversione stessa dell’ex premier inglese: padre Timothy Russ, parroco di Great Missenden, la chiesa cattolica più vicina a Chequers, la residenza di campagna dell’ex primo ministro. E lo dice, quest’oggi, l’arrivo al Meeting di Rimini di Cl dello stesso Blair. Questi, infatti, per dire la sua ai cattolici ciellini attorno ai concetti di «persona», «comunità» e «Stato» (al suo fianco ci sarà Giorgio Vittadini) ha accettato di rinunciare al suo usuale compenso (si dice sia attorno addirittura ai 200 mila euro) e di parlare a Rimini gratis. Proprio così: zero euro, zero sterline. Per il popolo di Cl, un segno che l’ex premier ha voluto dare per dire a tutti: «Io ci credo davvero». Nelle scorse settimane era sorta una polemica attorno al compenso che Blair avrebbe percepito a Rimini. La polemica oggi è finita grazie alla decisione dell’ex premier inglese.
Chi ha lavorato maggiormente per far conoscere Cl a Blair resta un mistero. O meglio, è difficile fare nomi precisi perché la cosa parte da lontano. L’avvicinamento, insomma, ha diverse radici e diversi movimenti.
Certamente chi nell’imminenza della conversone ha tenuto i rapporti ufficiali tra Blair e il mondo della Chiesa cattolica, tra Blair e il Vaticano anzitutto, è stato Francis Martin Xavier Campbell, giovane ambasciatore inglese presso la Santa Sede. È il primo diplomatico inglese cattolico presso il Vaticano in quasi cinquecento anni. Spigliato, ben introdotto oltre il Tevere, ama intrattenere rapporti diplomatici a 360 gradi, senza precludersi nulla insomma. Una caratteristica, quest’ultima, tollerata dal Vaticano.
Se sia stato Campbell a presentare Blair a Comunione e liberazione è difficile dirlo. Di certo, i suoi rapporti col movimento fondato da don Luigi Giussani sono buoni: il 9 giugno scorso è stato lui, infatti, a presentare il Meeting nella sede diplomatica italiana di Palazzo Borromeo. Con lui c’era anche l’ambasciatore presso la Santa Sede dell’Iraq, Albert Edward Ismail Yelda.
La sintonia tra Cl e Blair è anche contenutistica. Cl da sempre sente Blair vicino quanto alle tematiche del riformismo. Non è un caso che nell’oramai lontano 2004, fu Peter Mandelson – oggi Ministro del “Business” del governo di Gordon Brown, ma precedentemente laburista vicino a Blair tanto da essere considerato il principale architetto della trasformazione del Labour britannico nel New Labour – a essere invitato a Roma per tenere una conferenza nella Sala della Lupa di Montecitorio proprio di fronte ai parlamentari dell’“Intergruppo per la Sussidiarietà”, un’associazione bipartisan di deputati e senatori promossa con la segreteria organizzativa della Fondazione per la Sussidiarietà di Giorgio Vittadini. Mandelson enucleò i principali temi dell’azione riformista in Europa e spiegò come lo stesso Blair fosse favorevole a una politica immigratoria europea basta sul rispetto delle regole. La medesima politica che oggi Cl sostiene: carità e regole assieme.
Il riformismo alla Blair è sempre piaciuto a Giorgio Vittadini. Ma la sintonia c’è anche su altro. Ad esempio su quella «faith foundation» che Blair ha creato. Piace la fondazione ai ciellini e alle sue guide. Perché non fa solo teoria ma anche pratica. Lavora per incidere nella società ad esempio cercando di dimostrare come la fede sia una potente forza per il bene nel mondo. Senza la fede, insomma, il mondo è più povero. Perde qualcosa. E questo modello di «fede incarnata» non è dissimile, per certi versi, da quanto teorizza Cl.
Forse l’unica macchia recente quanto a Blair e ai suoi rapporti con la fede cattolica riguarda alcune critiche che lo stesso ex premier ha riservato al Vaticano per le sue posizioni nei confronti degli omosessuali. «Il Vaticano – ha detto Blair lo scorso giugno – dovrebbe ripensare la propria posizione nei confronti degli omosessuali e abbandonare le posizioni trincerate, mentre il mondo si evolve». Parole pesanti che, se saranno ripetute oggi a Rimini, non verranno di certo apprezzate.

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Il cantautore convertito e la gente che corre ad ascoltare quattro preti

Rimini. Come sia possibile non lo si può spiegare. Eppure a fine agosto, con un caldo che manco in Africa, i padiglioni tutto cemento armato e finestroni di vetro della Fiera di Rimini sono non pieni, bensì strapieni. Di cose da raccontare, in effetti, ce ne sono tante: anzitutto la notizia battuta a fine serata dalle agenzie di un’intervista esclusiva che il cantautore milanese Enzo Jannacci – atteso oggi a Rimini – ha rilasciato ad Avvenire: «Credo in Dio e non sono ateo» – ha detto -. E oggi, senz’altro, dirà meglio i particolari di questa clamorosa conversione. Ma ieri erano anche altre le cose per le quali valeva la bene stare al meeting. Perché, un po’ a sorpresa, star di quella che a tutti gli effetti può essere definita una vera e propria Festa dell’Unità di stampo cattolico, sono stati dei preti. Proprio così: a fine estate, nonostante la canicola bestiale, quattro sacerdoti hanno rubato la scena. Ad ascoltarli migliaia di persone. Uno ha parlato di San paolo. Un altro dell’«esperienza cristiana». Un terzo di missione in quell’America Latina dove per anni ha imperversato la cosiddetta teologia della liberazione. E, infine, l’ultimo, di don Giussani e della formazione sacerdotale.

Don Julian Carron, successore di Giussani alla guida di Cl, è entrato nell’auditorium della Fiera dove in migliaia lo hanno accolto applaudendolo così, a priori, per il sol fatto d’essere arrivato. La sua lezione su San Paolo è stata seguita, invece, in un silenzio surreale. A poche settimane dalla chiusura dell’anno che la Chiesa ha dedicato al santo di Tarso, tantissimi giovani hanno sentito Carron parlare del fariseo «molto zelante» Paolo, per anni fedele alla legge del suo popolo e un giorno, «sulla via di Damasco, colpito da un avvenimento che gli ha cambiato la vita». Quale avvenimento? «La rivelazione del Figlio di Dio». “La conoscenza è sempre un avvenimento”, recita il titolo del Meeting, e san Paolo è grazie «all’avvenimento che lo ha colto sulla via di Damasco che ha potuto finalmente conoscere Cristo». E, dunque, annunciarlo. Quell’avvenimento, dice Carron, è possibile che coinvolga ancora oggi tutti gli uomini. Occorre «togliere il velo» della vita passata, della vita rattrappita attorno a certezze antiche, e muoversi verso Dio. «Paolo fece così: tant’è che per lui tutto l’Antico testamento poteva essere letto senza veli soltanto alla luce della venuta di Cristo». Ti guardi in giro, mentre Carron parla, e pensi: questi sono tutti matti. Con mogli e figli a carico, sono parecchi coloro che hanno deciso di rinunciare a qualche giorno di mare per palesarsi in Fiera. Eppure le cose stano così: il Meeting del persone del Meeting attirano tantissima gente. E ogni anno è così.

A Rimini è arrivato anche un cardinale, l’arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra. Questi, davanti alla platea, si è commosso. È successo andando con la memoria alla precedente esperienza di presule di Ferrara, quando due giovani chiamati al matrimonio gli chiesero: «Come può un amore durare per sempre?». «Il più grande desiderio dell’uomo – dice Caffarra piangendo – è amare ed essere amato». «Quando non sei più capace di trattenere le emozioni vuol dire che sei diventato vecchio – si è come giustificato il porporato -. Caffrara è un porporato importante nel panorama italiano della Chiesa, quella cattolica, che oggi come sempre è assieme terra e cielo, peccato e santità. Ma – spiega il porporato – «l’uomo senza la Chiesa non incontrerà mai Cristo, ma l’idea che si è fatto di Lui. La Chiesa è la presenza di Cristo vivo in mezzo a noi. Un giorno – racconta – un bambino mi chiese: “Cardinale, come posso essere amico di uno che è morto?”. Le rispose una bambina: “No è vivo, è risorto, è lì nel tabernacolo”». E ancora: «L’Occidente secolarizzato per la prima volta nella storia sta tentando di edificare la sua umanità come se Dio non esistesse, riponendo la sua salvezza solo in sé stesso. Questo è l’evento più drammatico della storia dell’umanità, che conduce l’uomo alla “disperazione per ostinazione”, come diceva Kierkegaard».

Da venticinque anni in Brasile, da cinque vescovo di Petropolis nello Stato di Rio de Janeiro, don Filippo Santoro racconta che tutto accadde un giorno di tanti anni fa. «Don Giussani mi disse: “Tu andresti volentieri in Brasile?”. Stavo facendo altre cose. Ma accettai perché compresi la ragionevolezza di quella proposta. A Rio Santoro si trovò a insegnare teologia all’Università Cattolica di Rio al posto di Clodovis Boff, fratello del più noto Leonardo, ma anch’egli esponente di spicco della Teologia della liberazione che allora era quasi egemone in tutta l’America Latina. «Mi accorsi – dice – che a quei ragazzi non serviva rispondere contrapponendo teologia a teologia, ma guardarli con lo stesso sguardo con quale Giussani aveva guardato me».

Cl forma anche dei preti. Tra questi, quelli di don Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità San Carlo, una compagnia di preti missionari formati secondo il carisma di Giussani. Camisasca, per anni portavoce di Cl in Vaticano, a Rimini, ha presentato il suo ultimo lavoro: “Don Giussani. La sua esperienza di Dio e dell’uomo”. Ma è pronto per dare alle stampe un altro libro tutto dedicato ai sacerdoti. Si chiamerà “Padre” e uscirà per San Paolo. «Essere preti oggi – spiega al Riformista – non è facile. La solitudine è un problema non secondario per i sacerdoti. Ma i problemi più gravi vengono dal di dentro, non dal di fuori della vita sacerdotale: i preti devono cioè coniugare al meglio vita attiva e vita contemplativa, vita di preghiera, e la cosa non è facile. Sono quattro le caratteristiche che credo un sacerdote non debba mai disattendere nella propria vita. Il silenzio: non è assenza di parole, fuga dal mondo, ma è dialogo con Dio. La celebrazione della Messa e la confessione: sono i due sacramenti che sostengono la vita del prete perché lo portano a incontrare la misericordia di Dio. La disponibilità alle persone: ascoltare la gente senza pretendere di avere sempre la risposta a tutto è fondamentale; occorre ascoltare la gente trovando le risposte ai problemi al’interno della tradizione della Chiesa. Lo studio: senza studio le parole dei preti divengono vuote e insignificanti». Non c’è vita sacerdotale senza vita liturgica, dunque. Una vita liturgica che nella Chiesa, negli ultimi decenni, ha subìto diversi smottamenti: «Giussani – dice Camisasca – ci ha insegnato la via mediana della liturgia: il protagonista della liturgia è Dio che crea il suo popolo, non il sacerdote. Una liturgia in cui hanno spazio la discrezione, la dignità, la bellezza e il canto, soprattutto il Gregoriano. È la stessa liturgia della Chiesa a essere così. È la liturgia che vuole Benedetto XVI e che volle Montini: questi, come l’ultimo lavoro su Paolo VI di Andrea Tornielli testimonia, intervenne minuziosamente sui testi della Chiesa per mostrare come la riforma prospettata dal Vaticano II fosse in continuità con la tradizione passata.

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Intervista a Giorgio Vittadini: il Meeting, Tony Blair, Berlusconi e il Papa

Giorgio Vittadini (presidente Fondazione per la Sussidiarietà), il Meeting compie trent’anni. Da Rimini sono passati Giovanni Paolo II, Madre Teresa di Calcutta, grandi uomini di Chiesa, di cultura e della politica. Oggi c’è chi dice che i grandi nomi a Rimini non ci sono più. È così?
A Rimini ci sono anche quest’anno i più grandi nomi della cultura mondiale. Certo, se invece si ritiene che a fare cultura debbano essere sempre le stesse persone, sempre la solita gente, allora sì, qui non c’è nessuno.
Chi c’è quest’anno?
C’è Tony Blair, c’è Rémi Brague, filosofo francese, uno dei più grandi conoscitori di cultura islamica, ebraica e cristiana; c’è Yves Coppens, Professor Emeritus at the Collège de France; John Mather, Premio Nobel per la Fisica 2006; Charles Townes, Premio Nobel per la Fisica 1964, Professor at the Space Sciences Laboratory of the University of California, Berkeley; c’è Mary Ann Glendon, l’ex ambasciatrice Usa presso la Santa Sede, che per me rimane una grandissima personalità a livello mondiale; poi John Milbank, teologo cristiano e fondatore del movimento Radical Orthodoxy. E tanti altri.
Le piace Blair?
Lo ritengo uno da cui imparare.
Perché?
Perché ha capito che solo una vera politica riformista serve alla società.
Politica riformista in che senso?
È quanto ha enucleato benissimo Benedetto XVI nel messaggio che ci ha inviato ieri – domenica 23 agosto per l’apertura del Meeting, ndr -. Il Papa ha detto che «il coinvolgimento con l’oggetto conosciuto da parte del soggetto conoscente è “conditio sine qua non” della conoscenza stessa. Perché un vero riformismo si attui, cioè, occorrono soggetti che vogliano implicarsi con la realtà che hanno innanzi e dunque cambiarla. Il Meeting di Rimini è tutto questo. Qui c’è gente che vuole riformare davvero la società coinvolgendosi in essa, non teorizzando ideologicamente quale cambiamento occorrerebbe apportare, bensì implicandosi nella realtà, rischiando, magari fallendo, ma amando ciò che si ha di fronte.
Oggi (ieri per chi legge, ndr) è il giorno di Roberto Calderoli. La lega è in rotta di collisione con la Chiesa sull’immigrazione. Lei da che parte sta?
Occorre essere equilibrati. L’argomento lo richiede. Credo che servano regole e insieme carità. Una carità senza regole è inutile mentre le regole senza carità sono ingiuste. Credo che occorrerebbe maggiore cooperazione con i Paesi del Nord Africa. Occorre una politica di cooperazione allo sviluppo molto più decisa, uscendo dal neocolonialismo che caratterizza l’Europa. Sono i Paesi africani che debbono rendersi conto di come lasciar partire all’avventura i propri cittadini verso i nostri porti sia controproducente. In questo senso una vera politica riformista dovrebbe fare il contrario di quanto hanno fatto Francia e Germania. La politica di Angela Merkel e di Nicolas Sarkozy, in questo senso, è mediocre e corporativa. Hanno illuso i Paesi del Nord Africa con offerte che non sanno mantenere. Dovrebbero imparare dalle politiche immigratorie di Blair: integrazione ma anche regole.
Lei ha più volte dichiarato, da cattolico, che il caso Escort che ha coinvolto Silvio Berlusconi non le interessa, perché?
Guardi che non interessa soltanto a me, ma anche a tanta altra gente. Qui a Rimini, ad esempio, non interessa a nessuno. Non perché siamo indifferenti, ma perché guardiamo la moralità in positivo, come tensione: quella dell’attrattiva vincente (di cui parlava Sant’Agostino) che rende morali, come ha testimoniato il Miguel Manara, l’opera con cui si è inaugurato il Meeting che è una rilettura della conversione di don Giovanni. Chi non vive così ci perde.
E Berlusconi?
Io giudico il presidente del consiglio per gli atti politici del suo governo. Ognuno ha una coscienza con cui valutare in altri contesti anche gli atti privati. Al momento delle elezioni poi ognuno terrà conto di tutto.
Voi avete sempre difeso la vita in tutte le sue fasi. Fa parte del vostro dna. Oggi però le vostre battaglie sembrano perse. L’aborto è legalizzato praticamente ovunque e recentemente in Italia è arrivata la Ru486. Le due visioni saranno sempre inconciliabili?
Se tutti partissero dalla propria esperienza non potrebbero che pensare che la vita va difesa sempre. Sotto il profilo del principio non si possono avere sconti sulla difesa della vita. Ma è solo guardando esperienze in atto di amore alla vita che molti si convincono di questo. Tutti, partendo da ciò che vivono, dal paragone con la propria coscienza, possono distinguere ciò che è bene e ciò che è male.

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“Per noi è sempre il professor Ratzinger”. Il gesuita americano Joseph Fessio spiega al Riformista i temi del seminario di fine agosto a Castel Gandolfo

Si terrà dal 27 al 30 agosto nel Palazzo Apostolico di Castelgandolfo. È l’annuale incontro degli ex allievi di Joseph Ratzinger che gli anni passati venne dedicato prima all’Islam e poi all’evoluzionismo. Si tratta di un incontro informale che affronta tematiche che Benedetto XVI intende approfondire in modo più puntuale. Come spiega al Riformista uno dei partecipanti, il gesuita americano Joseph Fessio, il “Ratzinger Schülerkreis” di fine agosto 2009 avrà per tema «la missione», «la sua giustificazione» e «la missione in dialogo con gli uomini e le differenti culture e religioni». Un tema che già nel pontificato ratzingeriano ha fatto parecchio parlare di sé. Era il dicembre del 2007 quando uscì una Nota della Congregazione della Dottrina della Fede dedicata agli «aspetti dottrinali dell’evangelizzazione». L’ex Sant’Uffizio condannò il relativismo e il pluralismo indifferenziato dove tutte le posizioni si equivalgono e spiegò la strada della giustificazione della missione evangelizzatrice della Chiesa verso i non cattolici. Secondo la Nota, che in larga parte si rifaceva al Concilio, proporre Cristo non è indebita intromissione quanto amore alla verità.
A fine agosto, sui Colli Albani, il Papa terrà la relazione conclusiva del convegno. Le relazioni guida, invece, verranno svolte dal teologo protestante Peter Beyerhaus e da Horst Bürkle, teologo evangelico convertitosi al cattolicesimo e docente emerito della Ludwig-Maximilians Universitaet di Monaco di Baviera. È significativo che vengano invitati due esponenti vicini al mondo protestante: i rapporti ecumenici, infatti, sono parte centrale del tema: è da come la Chiesa cattolica concepisce le relazioni con le altre Chiese cristiane che la missione può assumere colori adeguati o meno. Ai lavori, come sempre, sarà presente anche l’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn.
Professor Fessio, quale il tema dell’incontro di quest’anno?
Quest’anno il tema è la missione. I due interventi principali saranno del Professor Peter Beyerhaus e del Professor Heinz Bürkle. Il Professor Beyerhaus presenterà una relazione dedicate al tema della “Missione Ad Gentes – La sua giustificazione e la sua forma oggi”. Il Professor Bürkle presenterà una relazione dedicata alla “Chiesa e la Sua Missione in Dialogo con gli Uomini e le Differenti Religioni e Culture”. Di solito le due relazioni vengono esposte in due momenti separati, alla maniera di seminari, con tutti gli studenti presenti, alla presenza del Santo Padre. Dopo l’esposizione delle relazioni vi sono domande e commenti, col Santo Padre che normalmente chiude i lavori con una sommaria istruzione dopo che anch’egli ha preso parte alla discussione.
Il tema dell’incontro l’ha deciso il Papa o l’avete deciso assieme?
La modalità con la quale viene scelto il tema per il meeting dell’anno successivo è sempre la medesima: i membri dello Schülerkreis propongono e discutono vari temi e dopo questi vengono presentati, in ordine di preferenza, al Santo Padre che poi ne sceglie uno. Lo Schülerkreis, attraverso i suoi responsabili, decide assieme al Papa chi verrà invitato a parlare.
Perché Benedetto XVI promuove questi incontri?
Gli incontri cominciarono dopo che il Professor Ratzinger venne nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga nel 1977. Egli era molto disponibile a concederci il suo tempo e molto propositivo vero l’incontro annuale. Dopo che venne eletto Papa noi pensammo che il meeting sarebbe stato abbandonato, ma egli propose per continuare.
Nelle pause degli incontri cosa fate? Pranzate assieme al Papa, chiacchierate con lui?
Beviamo un caffè, mangiamo dei biscotti, parliamo tra di noi e assieme al Santo Padre. Di solito, abbiamo almeno un pasto col Santo Padre. Qualche volta un pranzo, a volte una colazione.
Cosa ricorda di Joseph Ratzinger prima del Pontificato? Ha un ricordo particolare a cui è legato?
Ho molti ricordi di Joseph Ratzinger, ma niente che faccia luce maggiormente su di lui e su come il mondo lo conosce oggi. Egli, come si vede, è una persona chiara e molto trasparente. Una delle gioie che noi suoi studenti avemmo quando sentimmo della sua elezione era sapere che da quel momento tutto il mondo avrebbe davvero conosciuto il vero cardinal Ratzinger. Non il «severo insegnante», il «Panzerkardinal»; ma il grazioso, gentile, attento scolaro, prete e amico.
Cosa è rimasto degli incontri degli anni passati? Avete continuato a lavorare sui temi che avete affrontato?
Negli ultimi due anni sono stati pubblicati i discorsi e le discussioni dei meeting. Diversamente, per quel che io so, non c’è stato nessuno sviluppo ulteriore dei temi. Per la Ignatius Press, di cui sono l’editore, ci sono stati alcuni particolari risultati. Per esempio, dopo l’incontro e l’ascolto di Fr. Samir Khalil Samir nel meeting del 2005, decidemmo di pubblicare il libro sull’Islam, (in Inglese, “111 Domande sull’Islam”) e pubblicammo “Chance or Purpose” del Cardinal Schönborn dopo l’incontro dedicato alla “Creatione e all’evoluzione”.

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Le lettere di Avvenire al Silvio peccatore

È la linea di Dino Boffo. Resa evidente su pagina. O meglio, sulla pagina delle lettere del suo giornale Avvenire. E la cosa non è a caso. Perché è nella rubrica delle lettere, lì dove le prese di posizione possono essere meno ufficiali e più dibattute, meno trancianti e più ragionate, che Boffo può dare il meglio di sé e giostrarsi sull’equilibrio. Quale? Quello del dire senza dire. Del dire, insomma, senza troppo ferire le parti in causa. Quello che gli permette di dare un colpo al cerchio, ovvero ai lettori (molti sono sacerdoti) che s’indignano per i presunti silenzi del giornale della Cei sulla questione morale e la kermesse delle escort di Palazzo Grazioli, e uno alla botte, ovvero a Silvio Berlusconi che nonostante dimostri tranquillità e spavalderia, nonostante abbia in Gianni Letta una voce ascoltata oltre il Tevere, un qualche segno di morigeratezza lo deve pur dare.
La rubrica delle lettere di ieri di Avvenire sintetizzava bene questa politica precisa presa dal suo direttore. Boffo ha spiegato a un prete di Limbiate, don Angelo Gornati, che non ci sono stati «silenzi di convenienza» di fronte alle vicende personali del presidente del Consiglio e agli «spettacoli niente affatto confortanti» che offre la scena pubblica. E lo ha spiegato senza affondare fino in fondo il colpo contro Berlusconi ma insieme valorizzando le parole «appropriate» dette dal suo giornale sul premier. Equilibrio, dunque, per dire senza urlare. Per dare un segnale tenendo conto di ogni possibile conseguenza. Una linea, quella di Boffo che per quanto riguarda la vicenda escort si è resa visibile su carta non poco tempo fa.
Era il 26 giugno 2009. Avvenire pubblicò in una pagina centrale del giornale, due pezzi sotto il titolo “Perché sì e perché no”. Pare che fossero troppe le lettere arrivate in redazione. Troppi i sacerdoti indignati contro il premier. Troppi coloro che chiedevano una presa di posizione chiara. Che chiedevano di fugare i dubbi di connivenza. Boffo, che forse più di altri direttori sa essere sensibile alle missive e alle critiche dei propri lettori (soprattutto se preti), s’inventa due uscite: una per dire «questo», l’altra per dire «quello». Una affidata alla penna di Marina Corradi, editorialista di Avvenire e collaboratrice del settimanale Tempi (inserto del berlusconiano Giornale) e l’altra alla penna di Piero Chinellato, colui che, coadiuvando Boffo nella stesura della pagine delle lettere, aveva ed ha il polso del montare della protesta dei lettori. Chinellato, non a caso, si schierò coi lettori tanto che scrisse: «Da piccolo credente protesto: non si fa carta straccia dei valori».
Beninteso: non è che la linea di Boffo sia dell’equilibrio in senso più piccino del termine. Non è che non voglia dire né al «primo» né al «secondo» ciò che pensa. D’altro si tratta: lui, come molti nella gerarchia della Chiesa fa uso dell’arte del dire poco per dire molto. Del parlare sintetico lasciando intuire le tante e più parole che si sarebbero potute sprecare.
Non a caso Boffo ieri più che dire ha ricordato. Cosa? Gli interventi dedicati al caso escort su Avvenire scritti da Rossana Sisti. Poi quello di Gianfranco Marcelli. Quello di Chinellato (stranamente non viene citata la Corradi) e una risposta collettiva dello stesso Boffo ad alcune missive (risposta precedente quella di ieri). E ancora, Boffo ha ricordato gli interventi offerti in «occasioni pastorali» dal cardinale Angelo Bagnasco e da monsignor Mariano Crociata. E qui, il direttore, ha offerto una notizia niente male: l’intervento in cui Crociata aveva denunciato lo scorso 6 luglio il «libertinaggio gaio e irresponsabile» a cui oggi si assiste, era stato fatto pensando a Berlsuconi: in molti l’avevano pensato, ma la certezza non c’era. Da ieri ogni dubbio è fugato: Crociata pensava al premier. Vi pensava col suo stile: quello appunto che dice senza dire.

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Il Wojtyla di Socci. Così la mistica entrò in politica

Ad attuare l’unica vera rivoluzione politica dei tempi moderni non è stato un uomo o un insieme di uomini. È stata una forza soprannaturale, segreta, che a un certo punto ha agito (questo sì) grazie alla sofferenza di un singolo uomo. Una sofferenza che ha giocato un ruolo espiatorio, dunque, medicale, terapeutico nei confronti del male. È la sofferenza patita in silenzio da Karol Wojtyla, patita e insieme offerta a Dio e alla Madonna per il bene di tutti.
In sintesi potrebbe essere questo il nodo teoretico dell’ultimo lavoro di Antonio Socci: I segreti di Karol Wojtyla (Rizzoli, 238 pagine, 18 euro). Un nodo teoretico che dice di un uomo, Giovanni Paolo II, che trovò nelle proprie sofferenze fisiche offerte in preghiera la chiave per indirizzare la storia, per modificare (in qualche modo) quanto svariate profezie (a cominciare da Fatima) sembravano aver ineludibilmente previsto. La chiave, insomma, per tradurre in risultato politico ideali soprannaturali e intimi.
Sofferenza e preghiera. Queste due azioni c’erano dietro e dentro la vita del Pontefice più dinamico, attivo, energetico degli ultimi decenni. Sofferenza e preghiera che, assieme, non solo hanno spezzato le catene del gioco comunista ma, anche, hanno scongiurato una guerra atomica (proprio così) che avrebbe dovuto scoppiare nel 1985.
Molti fatti sono noti, altri lo sono meno: come scrive Socci, fu proprio nei mesi del 1983-1984 che si raggiunse il massimo di tensione fra il blocco sovietico e la Nato. E, sempre in quel periodo, divenne evidente come l’opzione nucleare fosse concretamente sul tavolo. La collocazione degli euro missili Pershing II e Cruise segna il momento più drammatico di tutta la guerra fredda insieme all’iniziativa SDI, il cosiddetto «scudo spaziale». La tensione salì sempre più e si andò ad aggiungere, in Urss, a un’estrema confusione politica al Cremlino. Jurij Andropov non riusciva più a tenere salde le redini del governo. Fu l’ex spia del Kgb Oleg Gordievskij a rivelare che, quando la Nato realizzò un’esercitazione segreta simulando un attacco nucleare, «i sovietici considerarono seriamente la possibilità di impiegare armi nucleari contro gli Usa». E ancora: «Sembrava che l’incredibile stesse per accadere, che i Paesi del Patto di Varsavia sospettassero davvero che un attacco nucleare dell’Ovest fosse imminente». I sovietici, in particolare, «tra l’8 e il 9 novembre del 1983, tennero il dito pericolosamente vicino al bottone che avrebbe scatenato la guerra nucleare».
Col passaggio da Andropov a Cernenko le cose peggiorano ulteriormente: la leadership sovietica era sempre più convinta che alla pressione militare ed economica dell’America di Reagan e della Nato, l’Urss si potesse salvare solo con un attacco preventivo. Scrive Socci: «C’erano in campo circa 70 mila armi nucleari, più che sufficienti per ridurre tutto il pianeta a un panorama di rovine».
È in questo scenario apocalittico che un uomo, Wojtyla, passa all’azione. Il 25 marzo 1984, in piazza San Pietro, davanti alla statua della Madonna di Fatima, supplica la Madonna di liberare il mondo dalla minaccia di «un’auto distruzione incalcolabile». E dopo due mesi da quella accorata supplica, un fatto aiuta a risolvere in parte la situazione: nella base sovietica di Severomorsk, nel Mare del Nord, un incidente imprevisto mette in ginocchio l’apparato missilistico sovietico che controllava l’Atlantico. Senza quell’apparato, l’Urss non aveva alcuna speranza di vittoria.
L’incidente di Severomorsk probabilmente non fu un caso. Avvenne il 13 maggio 1984, festa della Madonna di Fatima e anniversario della prima apparizione (1917) e dell’attentato al Papa (1981). E dopo Severomorsk, altri fatti si susseguono e spingono i sovietici a un cambiamento di strategia fondamentale per i destini del mondo. Muore, infatti, Cernenko e viene eletto Michail Gorbaciov. E di qui in poi, dalla Polonia a Berlino fino alla caduta del comunismo in Urss, la storia è nota.
Certo, Wojtyla potrebbe non c’entrare nulla. Tutto potrebbe essere accaduto per caso. Eppure, varie profezie sembrano aver predetto il ruolo del Pontefice polacco in tutto questo. Un ruolo interpretato con molto coraggio se è vero (come racconta Socci) che tutto fu possibile, che cioè la caduta del comunismo e il non verificarsi d’una terribile guerra nucleare furono possibili, grazie alla sofferenza di un uomo offerta alla Madonna per quell’intento. Grazie alla venuta di un Papa del quale, tempo addietro, una sua conterranea, ovvero suor Faustina Kowalska, aveva predetto scopi e risultati del suo agire.
Fu una grande santa, una grande mistica, suor Faustina, il cui destino (sconosciuto ai più almeno fino al giorno della sua morte avvenuto in convento a Cracovia nel 1938, a soli 33 anni) fu legato misteriosamente a quello di Wojtyla. Fu lo stesso Wojtyla, dopo la morte della suora, a svelare tutto. E cioè quella profezia che Gesù fece alla suora. Scrisse suor Faustina in un suo diario: «Una volta che pregavo per la Polonia udii queste parole: “Amo la Polonia in modo particolare e se ubbidirà al mio volere l’innalzerò in potenza e santità. Da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo per la mia ultima venuta». Di chi parla? È il Papa polacco la scintilla? È il suo pontificato che nei piani di Dio ha preparato il mondo al ritorno di Gesù? Wojtyla non mai detto di essere lui quella scintilla della quale suor Faustina ne aveva predetto l’avvento. Tuttavia, i fatti dicono molto: l’offerta della malattia per la salvezza del mondo, il concatenarsi di avvenimenti (descritti più a fondo di quanto non si possa fare qui nel libri di Socci), fanno dire di sì. E poi quella frase rivelatrice pronunciata il 9 novembre 1976 dallo stesso Wojtyla alla vigilia della sua elezione: «Ci troviamo oggi – disse – di fronte al più grande combattimento che l’umanità abbia mai visto. Non penso che la comunità cristiana l’abbia compreso totalmente. Siamo oggi davanti alla lotta finale tra la Chiesa e le anti-Chiese, tra il Vangelo e gli anti-Vangelo».

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