Il Papa in tv e i rapporti col colle: tira un’aria nuova in Vaticano

Con l’incontro di due giorni fa tra il Papa e Napolitano al Quirinale sono iniziati giorni particolari per la Santa Sede. Giorni che sembrano mostrare come qualcosa, oltre il Tevere, sia cambiato. Giorni che culmineranno giovedì con l’omelia che Ratzinger dedicherà a Pio XII nel cinquantesimo anniversario della morte.

C’è il Papa in tv
Partiamo da ieri sera. Ti sintonizzi su Rai Uno e ti accorgi che c’è il Papa in tv. È la maratona nella quale, per diversi giorni, svariate personalità leggono per intero la Bibbia. Al Papa è toccato aprire lo show leggendo l’inizio della Genesi. «Avvenimento incredibile», ha detto Giuseppe De Carli all’inizio della diretta. «Clima elettrico», ha proseguito il vaticanista Rai, nonostante il Papa leggesse la sua parte in differita. Ha registrato la lettura nei giorni scorsi. La registrazione mostra il Papa che si avvicina al leggio. Apre il testo sacro, inforca gli occhiali e, senza commenti, inizia a leggere in italiano. Nessun tentennamento, nessuna emozione. Al centro della scena c’è il testo sacro, non il Papa. Al termine della lettura il Pontefice si siede e sembra voler ascoltare le successive letture. Ma poi l’immagine scema: il Papa, appunto, era in differita. Resta comunque la prima di un Papa che “apre” un programma tv. Poi altri lettori, fino a Roberto Benigni. Il suo stile è più teatrale. Spesso gesticola. Come legge la Divina Commedia, legge la Bibbia. Al centro della scena c’è lui. L’opposto, insomma, della sobrietà papale.

L’allarme del Sinodo
Ancora ieri. In mattinata c’è stata la Messa inaugurale del Sinodo dei vescovi. Leggendo le parole che Benedetto XVI ha detto nell’omelia ci si accorge di quanto il Pontefice non intenda che le riflessioni che per un mese i presuli di tutto il mondo dedicheranno al messaggio di Dio nelle Sacre scritture siano tempo perso. Il Papa, infatti, ha ricordato un dramma che attraversa le nazioni oggi: quelle che «un tempo erano ricche di fede» - ha detto - adesso stanno «smarrendo la propria identità sotto l’influenza deleteria e distruttiva di una certa cultura moderna». Il rischio, insomma, è che si faccia la fine di quelle «comunità cristiane inizialmente fiorenti» e che «sono poi scomparse e sono oggi ricordate solo nei libri di storia». Vengono in mente le antiche comunità cristiane del Nord Africa e del Medio Oriente. Ma vengono in mente anche le nazioni d’oggi: «Non potrebbe avvenire la stessa cosa in questa nostra epoca?», si è chiesto il Papa. Certamente sì, verrebbe da rispondere. A meno che la Chiesa - quale occasione più propizia del Sinodo - non trovi nuove risposte efficaci al proprio interno.

Novità tra Stato e Chiesa
Un giorno diverso per la Santa Sede è stato anche quello di sabato. Rileggendo i discorsi pronunciati da Benedetto XVI e da Giorgio Napolitano si comprende che qualcosa, nei rapporti Chiesa e Stato, sta cambiando. La strategia di entrambi rispetto a qualche anno fa, rispetto ad esempio all’ultima visita di Ratzinger al Quirinale, sembra nuova. Allora - era il 24 giugno 2005 -, Benedetto XVI si presentò al presidente Carlo Azeglio Ciampi dopo i mesi infuocati del referendum sulla fecondazione assistita che sembravano aver diviso irrimediabilmente il paese in due fazioni. E parecchio delle differenti posizioni echeggiò nelle parole dei due. L’altroieri, invece, si è percepito qualcosa di diverso. Il paese non vive uno dei suoi momenti migliori. E per fronteggiare le difficoltà occorrono «risposte comuni». L’ha detto subito Napolitano: è utile rivolgere «quotidiana attenzione» agli impulsi che vengono dal magistero del Papa, perché questi sono «per la ricerca di risposte comuni ai problemi del nostro tempo». Che tradotto significa: c’è preoccupazione intorno ai problemi del mondo e soprattutto dell’Italia ma a questi problemi Stato e Chiesa possono cercare di rispondervi assieme. Basta, dunque, contrapposizioni tra laici e credenti. Strada libera a una serena e proficua collaborazione. Anche il Papa ha voluto dire la sua in merito ricordando come i due «colli» non si «ignorano» ma «sono pronti a cooperare insieme per promuovere e servire il bene integrale della persona umana e il pacifico svolgimento della convivenza civile». Sullo sfondo alcune questioni urgenti messe sul tavolo dal presidente: i «motivi di allarme» in un mondo «pur ricco di risorse e di potenzialità di progresso», il «consolidamento della pace», il «rispetto della dignità umana in tutte le sue forme e luoghi», ma anche il «superamento del razzismo». Questioni sovente richiamate dal Papa e ai quali Stato e Chiesa possono fare fronte comune.

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Il Papa sale al Quirinale e a Napolitano ricorda che è anche casa sua

In un’Italia ancora capace di litigare intorno alla Breccia di Porta Pia, suoneranno come singolari alcune delle parole che Benedetto XVI rivolgerà quest’oggi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della sua seconda visita (la settima volta di un Papa dal 1939 a oggi) al Quirinale. Stando ad alcune indiscrezioni, infatti, Benedetto XVI, seppur garbato e cortese nei modi, non mancherà di ricordare chi abitava un tempo il Quirinale, o meglio, il palazzo di Monte Cavallo: fu, per circa tre secoli, la casa dei Papi, da Paolo IV Carafa, il primo Pontefice che vi abitò stabilmente, fino a Pio IX che vide nel 1870, con l’annessione di Roma al Regno d’Italia, la residenza occupata dalla famiglia reale.
Benedetto XVI, più volte, ha mostrato come sia importante per lui fare sempre bene i conti con la storia. E, dunque, non tradire la storia stessa. Quello che è stato è stato, insomma, ma è bene ricordarlo. E nelle parole che quest’oggi rivolgerà a Napolitano nel Salone delle Feste, è anche questo esercizio di memoria storica che metterà in campo. La Chiesa è sempre stata parte integrante della vita della società italiana. E la residenza del Pontefice situata per tanti anni nel cuore di Roma, lo attesta.
Ratzinger e Napolitano pronunceranno i rispettivi discorsi pubblici nel Salone delle Feste. Sarà una preziosa occasione per comprendere lo stato dei rapporti tra i due paesi. Da mesi si parla di relazioni cordiali, per nulla tese, insomma di collaborazione. E senz’altro i due discorsi è questa particolare sintonia che avranno nel sottofondo. Niente a che vedere, insomma, con quanto accadde qualche anno fa. Presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scafaro. Questi, di fronte a Giovanni Paolo II, si esibì in una difesa un po’ sopra le righe della scelta (parecchio discussa oltre il Tevere) di Massimo D’Alema come premier.
La visita odierna non a caso avviene nel giorno di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Per la Chiesa, oltre che un grande santo, fu un illustre italiano. Anche il segretario di Stato Tarcisio Bertone, intervenendo recentemente all’Aspen Institute di Roma, ha parlato di san Francesco. E lo ha fatto ricordando che, come il santo di Asissi ha testimoniato col suo vivere che l’uomo non può fare a meno della trascendenza, di Dio insomma, allo stesso modo sono le società odierne che debbono restare aperte al divino o, almeno, a quanto le diverse espressioni religiose fanno e dicono. Perché, secondo Bertone, è proprio nelle odierne società, soprattutto nel continente europeo, che la religione può costituire un importante fattore di coesione. E la religione cristiana, in particolare, con il suo universalismo, invita all’apertura, al dialogo e all’armoniosa collaborazione. Sono tematiche che senz’altro verranno riproposte anche da Benedetto XVI quest’oggi.
Non c’è acredine tra il Papa e Napolitano. Anzi, fu proprio in occasione della visita che nel novembre del 2006 Napolitano fece in Vaticano, che i due stipularono una sorta di patto: una «collaborazione» - dissero -, dentro la vasta intesa sancita dal Concordato, «per il bene del paese» e nell’ovvio rispetto della «reciproca autonomia e responsabilità». Allora Napolitano riconobbe la missione educativa della Chiesa nella società e, quindi, la necessità della sua libera espressione pubblica.
Ratzinger e Napolitano avranno anche un colloquio privato. Parallelamente, sarà Bertone a incontrare il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Dicono che il segretario di Stato giudichi nel complesso positivamente questo inizio di legislatura. E, tra tutti i ministri, abbia scoperto un particolare feeling (il discorso al convegno all’Aspen lo dice chiaramente) con Giulio Tremonti e la sua idea di società di mazziniana memoria: aperta a Dio, alla patria e alla famiglia.

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Esordi: Papa Ratzinger fa il provino per la sua prima tv

Dicono nei sacri palazzi che, per il grande evento, il Papa abbia voluto fare anche una prova. Già, perché non capita tutti i giorni di andare davanti a delle telecamere a leggere la Bibbia. Anzi, a nessun Pontefice prima di Benedetto XVI era mai successo. E, dunque, occorre prepararsi bene, provare i microfoni, valutare postura e tono della voce. E così Ratzinger ha fatto. All’interno del palazzo apostolico, in piedi dietro un leggio, zucchetto in testa e occhiali ben inforcati, Benedetto XVI ha provato a leggere per intero il testo che, domenica sera, aprirà la maratona televisiva organizzata dalla Rai (fino all’11 ottobre) nella quale il testo sacro (dalla Genesi all’Apocalisse) verrà letto da svariate personalità collegate via video dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Al Papa è toccato il primo e il secondo capitolo (fino alla prima parte del quarto versetto) della Genesi. Lo leggerà in italiano, a eccezione di poche parole che saranno pronunciate in ebraico.
Al Pontefice non serviranno né trucchi né maquillage. Casomai, al massimo sarà il suo fidato segretario particolare don Georg Gaenswein, ad aggiustargli lo zucchetto prima delle riprese qualora ve ne fosse bisogno. La lettura del testo biblico durerà soltanto pochi minuti e, subito dopo, in perfetto ecumenical style, saranno il vescovo ortodosso del patriarcato di Mosca, Hilarion Alfeev, e Maria Bonafede, moderatrice della Tavola valdese, a continuare.
A differenza degli altri lettori il Papa non leggerà in diretta. Il suo intervento verrà registrato in una stanza del palazzo apostolico dal Centro televisivo vaticano che invierà poi il nastro alla Rai. Sono state le udienze da concedere ai tanti vescovi che domenica arriveranno in Vaticano per l’apertura del Sinodo dedicato alla Parola di Dio a non permettere la diretta.
Un Papa in tv a leggere la Bibbia è un evento che non ha precedenti. Quando la televisione arrivò in Italia, Pio XII era alla fine del suo pontificato. Probabilmente lui e tre dei suoi cinque successori (Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I) mai avrebbero accettato di apparire in una maratona televisiva la quale, seppure abbia al proprio centro il testo sacro, resta pur sempre una non-stop-tv. Pacelli, Roncalli, Montini e chissà, forse anche Luciani, difficilmente avrebbero accettato di perdere quel carattere ieratico e sacro che contraddistingueva il proprio pubblico apparire. Non così Ratzinger, che sta smentendo ogni giorno di più l’immagine cucitagli addosso di freddo professore tedesco. Proseguendo, in questo senso, nella strada aperta da Papa Wojtyla. Fu lui a rompere gli schemi. A far diventare ordinario ciò che non lo era. A far fruttare in ogni suo pubblico apparire le esperienze teatrali intraprese in gioventù. Fino a Luciani - che pure, nelle poche occasioni che ebbe, ruppe il protocollo - il Papa in pubblico doveva, nel limite del possibile, nascondere i propri sentimenti. Da Wojtyla in poi, no. Ratzinger si è adattato a questa rottura protocollare wojtyliana. Fino ad arrivare a leggere in tv la parola di Dio all’interno di un evento del tutto sganciato da ogni azione sacramentale. Una lettura che i più non avrebbero detto nel suo stile. Ma è anche vero che nessuno avrebbe osate immaginare Benedetto XVI assorto in una moschea di Istanbul.

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La Cei ha un nuovo segretario generale: monsignor Crociata

Alla fine, come anticipato dal Riformista due giorni fa, la scelta del Papa per il successore di Giuseppe Betori alla segreteria generale della Cei è caduta su un monsignore del Sud, il siciliano Mariano Crociata, vescovo di Noto. È stato proposto al Pontefice dal cardinale Angelo Bagnasco sentito il parere del cardinale Camillo Ruini. Crociata ha 55 anni ed è vescovo solo da un anno. È studioso di islam ed esperto di dialogo interreligioso. Durante il consiglio permanete della Cei i vescovi presenti hanno espresso a Bagnasco i propri pareri in merito, ma la scelta è avvenuta senza una successiva discussione.

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Binetti vuole la legge ma non quella del Pd: «Sulla nutrizione condivido la linea Ruini»

Usciti ieri dalla sala del Mappamondo dove il Pd aveva organizzato un seminario dedicato al testamento biologico, Anna Finocchiaro e Antonello Soro erano fiduciosi intorno alla possibilità che all’interno del partito si potesse arrivare a un testo comune in materia. «Al di là di marginalissime posizioni che sono delle eccezioni - ha detto la Finocchiaro - mi sembra che due anni di lavori comuni in commissione Sanità abbiano dato un grande risultato, cioè sia emersa un’esigenza condivisa di fare una legge sul testamento biologico».
Già, eppure queste eccezioni non sono di poco conto perché dicono cosa il Pd vuole essere o non essere: un partito dove su certi temi si lascia libertà di coscienza, oppure una compagine capace di fare sintesi nonostante le divergenze. Un partito, insomma, in cui il ddl del capogruppo del Pd in commissione Sanità, Ignazio Marino, viene presentato e votato col sostegno di tutti oppure no.
Paola Binetti era presente ieri al seminario e, in merito a un disegno di legge sul testamento biologico, o meglio, per usare la dizione oggi cara ai più, sul ddl in materia di dichiarazioni anticipate di trattamento, ha le idee chiare e le espone così al <+cors>Riformista<+tondo>: «Il punto più pernicioso in merito a una legge riguarda la nutrizione e l’idratazione. Nella legislatura precedente, a onor del vero, avevamo trovato un accordo sull’idratazione. Tutti, infatti, dicevamo sì alle cure palliative e concordavamo sul fatto che l’idratazione rientrasse in questo campo. Sulla nutrizione, invece, c’erano e ci sono divergenze. E qui, a mio avviso, servono paletti. Sono gli stessi paletti richiesti ieri su <+cors>Avvenire<+tondo> dal cardinale Camillo Ruini e che mi sento di condividere. Questi, insomma, riguardano principalmente la nutrizione che non può essere intesa come un trattamento medico bensì come un sostegno vitale. Senza nutrizione si muore e tutti sappiamo che c’è un diritto alla vita ma non alla morte. E qui vorrei ricordare Norberto Bobbio che si diceva stupito che i laici lasciassero ai credenti il privilegio e l’onore di affermare il diritto alla vita».
Secondo la Binetti c’è del buono nel dibattito in corso in questi giorni anche nel centrosinistra: «Finalmente - dice - non si parla più di testamento biologico ma di dichiarazione anticipata di trattamento e questo dà spazio a una mediazione culturale in cui si chiede al medico e al fiduciario di contestualizzare quella dichiarazione anche perché, rispetto al momento nel quale è stata sottoscritta, possono essere subentrati nuovi strumenti tecnici di cui prima non si era a disposizione». Ma quanto al ddl Marino spiega: «Così com’è non può essere accettato perché non è stato oggetto di un dibattito interno vero e proprio. Vogliamo, in questo senso, decisioni in stile più democratico».
Nelle scorse ore si sono levate voci critiche a proposito di quella che è stata definita un’apertura dei vescovi sulla materia: «I vescovi - dice la Binetti - hanno semplicemente preso atto del fatto che con le recenti sentenze relative al caso Englaro i magistrati si erano sostituiti al parlamento. Per questo motivo occorre colmare un vuoto legislativo pericoloso. Talmente pericoloso che, all’opposto, oggi ci sono i radicali che dicono che di una legge non c’è bisogno. E, in effetti, si capisce bene come una legge seria e che metta paletti possa provocare loro qualche timore». Insomma, quella della Chiesa è una scelta opportunistica? «È - conclude la Binetti - la scelta non tanto del male minore quanto del maggiore bene possibile».
Di testamento biologico i teodem parleranno anche il prossimo lunedì quando presenteranno un manifesto sulla laicità e quindi le iniziative della nuova associazione “PeR. Persone e Reti”: «È un’associazione che cerca il confronto con tutti e su tutti i temi - spiega la Binetti - Noi teodem non vogliamo essere tirati in ballo solo sulle questioni cosiddette eticamente sensibili, ma anche sul resto».
Il dibattito sul testamento biologico è aperto non soltanto nella politica ma pure nella Chiesa. Ieri è stata Scienza & Vita ad approvare la linea Bagnasco. L’associazione ha anche respinto le dimissioni di Adriano Pessina che si era dichiarato contrario a qualsiasi apertura circa una legge sul testamento biologico. Le dimissioni sono state respinte ma è difficile che Pessina faccia passi indietro sull’apertura dei vescovi.

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Testamento biologico: Scienza & Vita fa i conti col “nuovo” Bagnasco

Quest’oggi, al palazzo romano dei “cento preti”, è il giorno della resa dei conti. Il consiglio di Scienza & Vita, infatti - 14 delegati con diritto di voto -, tirano le fila di un’estate difficile, iniziata con l’addio all’associazione dell’allora vice presidente Lucetta Scaraffia per dissidi interni relativi al metodo di lavoro a suo dire troppo succube di un «catechismo imposto» - in sostanza delle istanze portate avanti dalle gerarchie ecclesiastiche -, continuata con l’addio di Adriano Pessina, direttore del centro di bioetica dell’università Cattolica, critico sulla possibilità che anche l’associazione, seguendo le indicazioni della Cei, passasse «dal rifiuto della legge sul testamento biologico a una chiara apertura», e terminata con la prolusione di tre giorni fa del cardinale Angelo Bagnasco il quale, durante il consiglio permeante della Cei, confermava nella sostanza che l’apertura a una legge è un fatto reale, che piaccia o no. Oggi, dunque, ai “cento preti” è il giorno in cui dire o non dire il proprio sì alla linea Bagnasco: dentro o fuori, chi ci sta bene. Chi non ci sta arrivederci.
Bagnasco e i vertici della Cei ci hanno ragionato su durante l’estate. Anche grazie alla mediazione di monsignor Rino Fisichella (rettore della Lateranense ma anche attivo e capace cappellano di Montecitorio) hanno trovato una sponda nell’attuale governo che ha assicurato, in merito, ascolto e nessuna volontà di superare quei limiti che tanto spaventano Chiesa e credenti. E il metodo che la Cei ha scelto per affrontare la spinosa questione è il medesimo adottato in occasione del referendum sulla fecondazione assistita: meglio, dunque, legiferare affinché il principio sovente adottato nella Chiesa del “male minore” possa prevalere.
La decisione è stata partorita a seguito di quando accaduto il 16 ottobre del 2007. Allora, la Corte di Cassazione, rovesciando un consolidato orientamento giurisprudenziale, consentì che la Corte d’Appello di Milano potesse dare il proprio benestare al distacco del sondino che tiene in vita Eluana Englaro. Secondo la Cei, la Corte d’Appello ha nella sostanza legiferato laddove la legge è carente e, visto che non è escluso che la medesima cosa si possa ripetere in altre parti d’Italia dove risiedono quei duemila pazienti costretti in coma vegetativo, occorre intervenire e cercare di scongiurare il peggio.
Alla Cei non piace il termine testamento biologico. Piuttosto, preferisce parlare di una legge sulla fine della vita. Ha detto, infatti, ieri alla Radio Vaticana Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia accademia della vita: «Non si è accolta l’idea del cosiddetto “testamento di vita”, perchè questa parola non figura nelle dichiarazioni del cardinal Bagnasco. Il concetto di “testamento di vita” comprende il diritto di rifiutare il sostegno vitale finale e, quindi, anche l’alimentazione e l’idratazione. Il cardinal Bagnasco ha detto, invece, che l’alimentazione e l’idratazione non devono essere sottratti mai al paziente».
Il metodo del “male minore” non piace a tutti. Secondo alcuni, infatti, assomiglia troppo a una mediazione verso una cultura relativista che tutto annacqua e tutto degrada. Ne ha parlato più o meno in questi termini il Foglio in questi giorni. Ha contro risposto, ieri, difendendo la posizione esposta da Bagnasco, il quotidiano della Cei Avvenire. E oggi tocca a Scienza & Vita trovare una linea comune in merito. Una linea che potrà essere adottata anche tramite votazione, nel caso non vi fosse una posizione unanimemente condivisa. Ma, a conti fatti, sembra difficile che la strada tracciata da Bagnasco tre giorni fa possa essere rinnegata.
Il dibattito in merito all’uscita di Bagnasco coinvolge ovviamente anche il mondo politico. Tra i politici cattolici il consenso a Bagnasco sembra oggi trasversale e coinvolge anche gli ex teodem che nel Pd cercano un proprio spazio e una propria visibilità. Paola Binetti e Luigi Bobba, promuovendo il prossimo lunedì la loro “PeR. Persone e Reti’ - una nuova associazione che dal Pd guarda al mondo del volontariato e dell’associazionismo cattolico, pronta al confronto con aree cattoliche di altre forze politiche, a partire dall’ Udc - presentano il “Manifesto per una moderna laicità” che, come spiega al Riformista Bobba, «tratterà anche dei temi bioetica e su questi cercherà un confronto». In merito a Bagnasco e alla sua prolusione Bobba ha le idee chiare: «Sui princìpi essenziali - dice -, quanto ha esposto Bagnasco non porta cambiamenti sostanziali rispetto a ciò che la Chiesa ha sempre sostenuto in merito. Personalmente condivido il fatto che si legiferi in proposito, evitando in questo modo che si legiferi “per sentenze”».

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Cei: Bagnasco si sta orientando verso un vice del Sud

Scegliere il proprio numero due, il consigliere fidato col quale portare avanti scopi e indirizzi di un progetto comune, non è facile per nessuno. Tanto meno lo è per il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, impegnato già da ieri assieme a coloro che formano l’ufficio di presidenza della Cei (i vescovi Giuseppe Chiaretti, Agostino Superbo, Luciano Monari e Giuseppe Betori), e assieme a tutto il consiglio permanente riunito a Roma, a trovare il nome giusto da proporre al giudizio di Benedetto XVI (la decisione ultima spetta al Papa) per sostituire appunto Betori, divenuto da poche settimane arcivescovo di Firenze al posto del cardinale Ennio Antonelli. Nella giornata di ieri i vescovi hanno vagliato vari nomi e, nelle prossime ore, una scelta definitiva dovrebbe essere comunicata.
Bagnasco, in queste settimane, si è dovuto confrontare con le diverse anime dell’episcopato, ascoltare i pareri di tutti, farsi un’idea propria e portarla avanti. E sembra che, dopo l’ipotesi suggestiva di scegliere un vescovo toscano anche a mo’ di risarcimento dovuto al clero della regione che al posto di Betori avrebbe voluto a Firenze un presule già residente sul proprio territorio, il presidente della Cei si sia indirizzato su un presule del Sud e precisamente sul vescovo di Noto, Mariano Crociata. Certo, l’ipotesi di portare alla segreteria generale il vescovo di Pistoia Mansueto Bianchi, uomo fedele al Papa e di sana dottrina, rimane ancora in piedi, seppure il nome di Crociata sembri godere oggi di qualche chance in più.
Crociata non è un uomo dell’apparato centrale della Cei come alcuni, per motivi di praticità, avrebbero desiderato fosse il nuovo segretario generale, ma il suo profilo è in grado di soddisfare diversi esponenti dell’episcopato italiano e, tra questi, l’ex presidente Camillo Ruini il quale, come è giusto che sia, viene parecchio tenuto in considerazione da Bagnasco in questa delicata scelta.
Ad analizzare il profilo di Crociata risalta il fatto che sia stato scelto per guidare la diocesi di Noto soltanto pochi mesi fa, il 16 luglio del 2007. Solitamente, a meno di gravi motivi, si lascia passare almeno un biennio prima di ipotizzare un nuovo incarico. Ma in questo caso Bagnasco potrebbe ritenere opportuno fare uno strappo alla regola.
Senz’altro, a giocare in favore di Crociata, ci sono la sua formazione e una particolare amicizia. Quanto alla formazione c’è chi non manca di ricordare come l’attuale vescovo di Noto provenga dall’Almo Collegio Capranica, lo stesso collegio frequentato da giovane seminarista da Ruini. La sua, dunque, è una formazione similare a quella dell’ex presidente della Cei.
Quanto, invece, alla particolare amicizia, c’è chi ricorda l’affetto che il prematuramente defunto arcivescovo di Monreale Cataldo Naro (è mancato all’improvviso nel 2006 a soli 55 anni) aveva per lui. Si sa che Cataldo Naro era, nei progetti di Ruini quando questi era ancora a capo dei vescovi italiani, l’uomo giusto per sostituire Betori nel ruolo di segretario generale.Tutto ciò, forse, potrebbe giocare in queste ore a favore di Crociata.
Di per sé, restano ancora in piedi anche le altre ipotesi che nelle scorse settimane sono state vagliate. Nomi che senz’altro, ancora oggi, verranno discussi dalla presidenza della Cei. Si tratta del vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, del vescovo di Albano Marcello Semeraro e del vescovo di Macerata Claudio Giuliodori.
L’episcopato italiano segue con particolare attenzione l’evolversi della situazione. Non sfugge a nessuno, infatti, l’importanza che, per forza di cose, assumerà all’interno della Cei il nuovo segretario generale. Quando il 7 marzo 2007, infatti, Benedetto XVI scelse Angelo Bagnasco quale nuovo presidente della Cei, volle che contestualmente continuasse a guidare la prestigiosa arcidiocesi di Genova. Un incarico, quest’ultimo, che costringe Bagnasco a passare parecchio tempo lontano da Roma, in Liguria, e che, inevitabilmente, concede al suo numero due in Cei maggiore responsabilità e libertà di manovra. E la cosa, con la parziale uscita di scena di Ruini, non è secondaria, soprattutto per il delicato ruolo che la leadership della Cei gioca nei rapporti con la politica del paese.

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Bagnasco apre “il direttivo” Cei e lavora per scegliere il successore di Betori

Si è aperto ieri pomeriggio, con la prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, il consiglio permanente della conferenza episcopale italiana, in sostanza il direttivo della Chiesa italiana, con monsignor Giuseppe Betori per l’ultima volta nel ruolo di segretario generale: alla chiusura dei lavori partirà per Firenze dove è stato nominato da Benedetto XVI arcivescovo al posto del cardinale Ennio Antonelli. E, sempre a fine lavori - il consiglio si chiuderà giovedì -, si dovrebbe conoscere il nome del suo successore: la presidenza della Cei, infatti, composta da Bagnasco, da tre vicepresidenti e dallo stesso Betori, dovrà decidere a chi assegnare il ruolo di segretario generale basandosi su una rosa che pare variegata. C’è il vescovo di Pistoia Mansueto Bianchi, ben voluto dallo stesso Bagnasco. E ci sono i nomi di quattro vescovi più vicini all’ex presidente della Cei Camillo Ruini. Per tre di loro, tuttavia - si tratta del vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero, del vescovo di Noto Mariano Crociata e del vescovo di Macerata Claudio Giuliodori -, sembra pesare il fatto di aver ricevuto l’ordinazione episcopale in tempi recentissimi, nel 2007. Mentre il quarto (il vescovo di Albano Marcello Semeraro) sembra più probabile possa succedere a breve al vescovo di Lecce Cosmo Francesco Ruppi oppure, in alternativa, al vicegerente della diocesi romana Luigi Moretti.
La prolusione di Bagnasco - come tutte quelle che aprono, circa tre volte all’anno, i lavori del consiglio - aveva lo scopo di fare il punto sulla situazione della Chiesa in Italia, sulle urgenze pastorali più importanti per i vescovi del paese e, quindi, su quei nodi che attraversano la società civile e sui quali si ritiene opportuno i vescovi esternino una propria posizione.
Così il cardinale presidente della Cei e arcivescovo di Genova ha voluto parlare di alcuni dei temi di più stretta attualità, glissando sulla notizia del momento, ovvero la crisi dell’Alitalia, ma intervenendo sul caso Eluana Englaro. Bagnasco ne ha parlato mostrandosi in qualche modo possibilista circa una legge dedicata al testamento biologico seppure senza lasciare alcuna concessione all’«abbandono terapeutico» o a «forme mascherate di eutanasia». Non si deve legittimare in alcun modo né «eutanasia» né «abbandono terapeutico», ha detto il porporato: è questa una «salvaguardia indispensabile» se non si vuole «aprire il varco a esiti agghiaccianti».
Bagnasco, in linea con le parole che Benedetto XVI aveva tenuto la scorsa primavera innanzi all’assemblea della conferenza episcopale italiana laddove aveva parlato dell’esistenza di «un clima nuovo, più fiducioso e costruttivo» tra le forze politiche italiane, non ha evidenziato particolari mancanze nell’azione svolta dall’esecutivo Berlusconi dall’insediamento a oggi: l’Italia - ha detto - «non è un paese da incubo» e lo dimostrano quelle riforme del governo più riuscite: dalla giustizia alla scuola, fino al federalismo fiscale. Ma permangono due settori dove la preoccupazione della Chiesa resta alta: l’immigrazione e la povertà che investe la società, soprattutto le famiglie monoreddito.
Quanto all’immigrazione, Bagnasco ha spiegato come resti «uno degli ambiti più critici della nostra vita nazionale». E ancora: «Nell’ultimo periodo stanno emergendo qua e là dei segnali di contrapposizione anche violenta che sarà bene da parte della collettività ai vari livelli non sottovalutare». L’auspicio è che non si tratti «già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ce ne sono, e talora anche allarmi», e questo di fronte anche all’«incessante arrivo di nuovi irregolari, sempre nostri fratelli, che a prezzo della vita si accostano alle rive italiane, interrogando la nostra coscienza e inevitabilmente sfidando ogni volta le nostre potenzialità d’accoglienza».
Per il presidente della Cei il rapporto della Chiesa con la politica non è ancora risolto. E parlando del «problema aperto di un certo sguardo laico sulla Chiesa», Bagnasco ha ricordato come i cattolici in Italia rappresentino «un popolo vero, che chiede il rispetto della propria dignità agli occhi del mondo». Dai laicisti, ha detto, arrivano «pre-comprensioni così ossificate che solo il tempo e, quanto a noi, gli spazi per un’ulteriore coerente testimonianza potranno allentare». Di qui, l’appello a creare una nuova generazione di politici cattolici e quello per una nuova mobilitazione da parte degli intellettuali e dell’opinione pubblica in difesa della libertà religiosa quale «caposaldo della civiltà dei diritti dell’uomo, e come garanzia di autentico pluralismo e vera democrazia».

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Segreteria Cei, chi decide?

La successione di Betori, neo arcivescovo di Firenze, alla segreteria generale della Cei agita parecchie acque in Vaticano. Anche perché dopo che oggi, come è riportato nel registro delle visite papali custodito in segreteria di Stato, il cardinale Bagnasco avrà incontrato il Papa, qualcosa di più sul nuovo numero due dei vescovi italiani si saprà. E si saprà se il nuovo segretario generale sarà un uomo in tutto e per tutto scelto da Bagnasco, oppure se una qualche influenza sulla decisione finale l’avrà avuta ancora Ruini.
Di certo, se il nome col quale Bagnasco uscirà dal colloquio col Papa sarà quello del vescovo di Mazara del Vallo, Mogavero, oppure quello di Macerata, Giuliodori, si evidenzierà come una certa influenza di Ruini la Cei la debba registrare ancora. Invece, se il nome che uscirà sarà quello di un vescovo proveniente dalla conferenza episcopale toscana, magari uno tra il vescovo di Pistoia, Bianchi, e quello di Arezzo, Bassetti (sarebbe anche un modo per “risarcire” il clero della regione che a Firenze, al posto di Betori, avrebbe voluto un “proprio” uomo), allora sarà più chiara l’indipendenza nella scelta operata dallo stesso Bagnasco.

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