I mastini della finanza che “sbiancano” lo Ior e la necessaria zona grigia
22 marzo 2012 -
In Vaticano i “mastini” di Moneyval fanno meno paura di qualche mese fa. Incaricati dal Consiglio d’Europa per la valutazione dei sistemi antiriciclaggio dei paesi membri, si erano piazzati lo scorso novembre per sei giorni nella curia romana setacciando i vari uffici amministrativi con lo scopo d’iniziare a valutare la legittimità dell’entrata della Santa Sede nella “white list” degli stati con i migliori standard di vigilanza e trasparenza finanziaria. Finito il lavoro se n’erano andati dicendo soltanto: “Torneremo”.
Quando giovedì scorso si sono ripresentati, molti in Vaticano temevano non vi fosse momento meno opportuno: non solo perché nelle ultime settimane sono fioccate inchieste giornalistiche e leak imbarazzanti, ma anche per la recente decisione della filiale di Milano di JPMorgan (anticipata domenica dal Sole 24 Ore) di chiudere i rapporti con lo Ior dopo che il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi e il sostituto pm Stefano Fava avevano chiesto lumi all’Uif – l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia – sembrava poter influire negativamente sul loro operato.
Ma leggendo un comunicato diramato nelle scorse ore dal Vaticano sembra invece che tutto si sia svolto in modo regolare, come se, nonostante il clamore mediatico, gli ispettori fossero rimasti sostanzialmente soddisfatti della cooperazione ricevuta. “La strada è ancora lunga ma state procedendo nella giusta direzione”, hanno detto in via riservata. Quanto lunga? Il processo proseguirà ma si arriverà “alla redazione di un rapporto che sarà esaminato nel luglio prossimo”. Il rapporto sancirà l’entrata definitiva del Vaticano nella “white list”? Nessuno lo può sapere prima di luglio, ma ciò che conta è la prospettiva: per gli ispettori è in corso un processo la cui soluzione può essere positiva.
Per quattro mesi oltre il Tevere hanno lavorato sodo. La segreteria di stato, in particolare, e il governatorato, si sono dati da fare per stendere una nuova versione della legge base in materia di antiriciclaggio, la legge 127.
Promulgato il 25 gennaio 2012 per decreto dal capo del governatorato, il cardinale Giuseppe Bertello, il nuovo testo dimostra che in uno stato sovrano come è quello Vaticano le decisioni anche in materia finanziaria spettano a chi ha in mano il governo, quindi anzitutto alla segreteria di stato che svolge in sostanza un ruolo politico di tutela. Una specifica, questa, che ha provocato qualche malumore interno.
Scrive infatti Sandro Magister che “se per alcuni dirigenti vaticani la nuova versione emendata della legge 127 segna un passo avanti nell’opera di ripulitura e riordino, per altri segna un passo indietro”. Perché la legge, secondo alcuni, depotenzierebbe l’Autorità d’informazione finanziaria (Aif) nei suoi compiti di controllo della trasparenza. Chi sono internamente i più critici?
Scrive ancora Magister: “Il cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Aif, e il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi”. Nicora muove i propri dubbi da una posizione delicata: controllore dell’attività finanziaria del Vaticano, siede ancora non solo nel Consiglio dello Ior ma anche nella Pontificia commissione per lo stato di Città del Vaticano la quale, secondo il nuovo testo del decreto, avrà notevoli competenze nel disciplinare l’attività della stessa Aif.
Al di là delle singole personalità, sul tema sono due le sensibilità che sembrano fronteggiarsi. Da una parte quella di coloro che ritengono che la linea della trasparenza, la necessità di adeguarsi agli standard internazionali per entrare nel club dei più virtuosi, sia un ideale da non disattendere in nessun modo; dall’altra quella di coloro che ritengono che questa stessa linea sia sì da perseguire ma con moderazione, avendo ben presente che il Vaticano ha una sua specificità che lo rende non del tutto paragonabile agli altri stati sovrani.
In molti ancora oggi ricordano che, quando c’era Paul Casimir Marcinkus, l’Istituto per le Opere di Religione (Ior) più che una banca era una grande famiglia. Il direttore generale Luigi Mennini – per tutti “il banchiere” – accoglieva i nuovi assunti con queste parole: “Qui si lavora per il bene dei tanti fratelli sparsi nel mondo. Vedrete molti soldi entrare e altrettanti uscire. Non scandalizzatevi. E’ anche così che si fa la chiesa”.
Allora, il concetto di trasparenza non era l’unico e solo ideale in funzione del quale sintonizzare il proprio lavoro. Lo Ior, insomma, lavorava consapevole di essere in uno stato con una sua sovranità e specificità e il problema del giudizio esterno era meno sentito. Tanto più che, durante la Guerra Fredda, la Santa Sede era il punto di caduta delle tensioni internazionali: mobilitare risorse a favore dei cristiani perseguitati oltrecortina equivaleva a tenere in vita la chiesa orientale. Il fine giustificava mezzi spicci e i banchieri di Dio avevano licenza di non andare troppo per il sottile, come emerse poi clamorosamente con il crac Ambrosiano e i miliardi, di qualunque provenienza, arrivati a Solidarnosc attraverso canali ecclesiastici. Contava solo dove i soldi andassero a finire, non da dove provenissero. L’assenza della causale sui bonifici o i conti cifrati allo Ior rientrava insomma in una “finanza di guerra” che dopo il crollo del Muro di Berlino ha stentato a essere riconvertita in attività ordinaria, secondo i parametri di istituzioni laiche.
Pubblicato sul Foglio giovedì 22 marzo 2012
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Sarà pure strisciante, ma lo scisma contro Roma è arrivato in Slovacchia
21 marzo 2012 -
Non solo Austria, Germania, Irlanda, Belgio e pochi giorni fa la Svizzera, ma da oggi anche la Slovacchia. Si allarga a macchia d’olio il fronte dei cattolici che Roma non sa in quale altro modo qualificare se non con l’appellativo di “irrequieti”, semplici fedeli che assieme a diversi sacerdoti chiedono a Roma continue riforme: non soltanto la concessione dell’eucaristia ai divorziati risposati ma anche l’annullamento dell’obbligo del celibato sacerdotale.
Il Forum teologico della Slovacchia è l’ultimo baluardo dell’antagonismo cattolico nato in Europa. Presieduto dal sessantenne Karol Moravcik, parroco a Bratislava, il Forum dichiara di appoggiare in tutto quella Pfarrer-Initiative (PI) – fondata nel 2006 da monsignor Helmut Schüller – che in Austria da tempo tiene sulle spine il primate cardinale Christoph Schönborn proprio sul nodo delicato del celibato: “Comprendiamo il senso e il contenuto del vostro appello alla disobbedienza del 19 giugno 2011 – ha scritto il Forum alla Pfarrer-Initiative il 3 marzo scorso –, come comprendiamo e apprezziamo le iniziative di altri movimenti cattolici di riforma in Austria”. E ancora: “Vi ringraziamo sinceramente per tutte le vostre attività, in quanto sono a favore di riforme nella chiesa secondo il modello del Vangelo. Così voi lottate anche a nostro nome e per noi, per la forza creatrice della chiesa nel mondo di oggi”.
La situazione della chiesa in Slovacchia è diversa da quella austriaca a causa dell’isolamento dal resto del mondo durato parecchi anni (dal 1950 al 1990). Se è dunque vero che molti fedeli sono alieni alle richieste di riforma, è cosa assodata che le giovani generazioni siano oggi molto combattive in merito.
Secondo Moravcik per molti giovani fedeli il rinnovamento “ è un tema importante”. E a chi gli ricorda l’accusa che da più parti viene fatta a movimenti come il suo di tradire la chiesa mondanizzandola, dice: “Come cattolici per la riforma non siamo affatto persone secolarizzate, senza una vera fede. Non ci adeguiamo allo spirito del tempo come ci dicono, ma allo spirito del Vangelo nell’oggi”.
La richiesta del Forum è un lungo documento che molto fa preoccupare il Vaticano. Il punto due, in perticolare, quello cioè dedicato all’eucaristia, solleva apprensione: “Intendiamo la celebrazione eucaristica come evento della comunità che si immerge nell’amore di Cristo. Facciamo perciò notare la differenza tra la celebrazione dell’eucaristia secondo le norme della chiesa e l’esempio di Gesù. Ci impegniamo affinché la celebrazione eucaristica esprima accoglienza e includa anche coloro che, secondo i regolamenti della chiesa, si sentono esclusi da questa celebrazione comunitaria, benché vogliano vivere la stessa cosa a cui Cristo fece partecipare i giusti ma anche gli ingiusti, i peccatori. Egli ha infatti cercato prima di tutto i peccatori. Oggi dobbiamo, analogamente, andare incontro a tutti i cattolici battezzati come sono i cosiddetti ‘gruppi problematici’, come ad esempio i divorziati risposati”.
La battaglia è sempre la medesima. Da una parte il Vaticano che, pur chiedendo di seguire semplicemente la dottrina, viene visto da questi gruppi come forza ostile, oscurantrice, nemica del nuovo e delle diversità. Dall’altra questi gruppi che la Santa Sede fatica a contenere: vorrebbe il dialogo con loro ma teme che questo dialogo degeneri in concessioni che essa reputa illecite.
Al punto tre il Forum parla dei preti e motiva così la richiesta dell’annullamento dell’obbligo del celibato sacerdotale: “Ricordiamo alle gerarchie ecclesiastiche, ma anche a tutti i fedeli, le loro responsabilità e attiriamo l’attenzione sul carico eccessivo di lavoro per i preti in servizio nelle parrocchie. Ci si aspetta da loro un grande impegno lavorativo, ma ci si interessa poco di sapere in quali condizioni devono vivere e lavorare. La gerarchia della chiesa in Slovacchia sposta i preti da un posto all’altro senza chiedere l’assenso né a loro né ai membri delle loro parrocchie. Questo offre l’impressione che i vescovi ritengano giusto che i preti non debbano trovare ‘casa loro’ da nessuna parte, ma che debbano essere sempre a disposizione come soldati al fronte. Le strutture e l’intero contesto della chiesa obbligano i preti ad agire come manager della vita ecclesiale e a funzionare come ‘esecutori’ di riti, senza poter entrare in relazioni personali. I nostri preti celebrano la messa troppo spesso: alla domenica fino a quattro volte, nei giorni feriali due volte, e nelle festività le celebrazioni eucaristiche diventano un lavoro massacrante”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 21 marzo 2012
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Germania, Austria e ora Svizzera. Benedetto XVI scopre una nuova chiesa ribelle
15 marzo 2012 -
La particolarità della diocesi di Coira (comprende i cantoni svizzeri di Grigioni, Glarona, Zurigo, Nidvaldo e Uri) risiede nel fatto che dipende direttamente dalla Santa Sede. In virtù di un concordato del XIX secolo stipulato tra Vaticano e Svizzera, la diocesi gode del privilegio di una procedura di elezione del vescovo concordata fra il capitolo della cattedrale e il Papa. Anche il capo della chiesa di Roma, insomma, dice la sua sull’elezione del vescovo. Una prassi confermata il 6 luglio 2007 quando Benedetto XVI ha nominato vescovo Vitus Huonder, colui che in queste ore è sulla bocca di tutti per una lettera pastorale giudicata dai principali quotidiani svizzeri “esplosiva quanto assurda”, firmata da un presule “ultra conservatore”.
La lettera, inviata a tutte le parrocchie con richiesta di affissione e di lettura pubblica da ogni pulpito, contiene un passaggio che in pochi, parroci compresi, hanno digerito: “Alle persone divorziate che si risposano – scrive Huonder – vanno negati i sacramenti”. Huonder sostiene che, secondo le parole di Gesù, il matrimonio è indissolubile e che, per questo motivo, i divorziati, con la loro “decisione di iniziare un nuovo rapporto di coppia, si porrebbero in una situazione che rende impossibile ricevere i sacramenti”. Solo separati e divorziati che restano soli darebbero, secondo il vescovo, “una preziosa testimonianza dell’indissolubilità del matrimonio”.
“Ecco l’ultima uscita del conservatore Huonder”, hanno scritto i quotidiani Tages-Anzeiger e Bund, soffiando sul fuoco di una protesta che in poche ore si è allargata dai preti ai fedeli laici facendo divenire Coira un avamposto svizzero di quella ribellione anti romana già presente in diverse diocesi tedesche e austriache. Una protesta che è continuata anche dopo che il portavoce della diocesi, Giuseppe Graci, ha cercato di spiegare le ragioni del vescovo: “Huonder vuole semplicemente rafforzare il valore del matrimonio e le sue parole sono in linea con la dottrina ufficiale della chiesa”, ha detto.
I primi a protestare sono stati i parroci di Coira: “Non leggeremo questa lettera pastorale nelle nostre chiese. Desideriamo prendere le distanze da questa lettera del vescovo sia nel contenuto che nella forma”, ha scritto il decano e parroco di Winterthur Hugo Gehring prendendo posizione a nome di numerosi operatori pastorali della regione di Winterthur e dell’Unterland zurighese. Secondo lui pretendere da tutti i membri della chiesa cattolica che vivono una separazione matrimoniale di rimanere non sposati, sarebbe “inumano, secondo la nostra esperienza, e non deducibile dal messaggio cristiano”.
Nessuna lettera pastorale aveva prima sollevato proteste simili. Secondo Christian Breitschmid, incaricato per l’informazione del vicariato di Zurigo, Huonder ha ripreso un tema scottante e provocato più rifiuto che approvazione. “Per tutta la settimana, la discussione è stata vivace. I media di tutta la regione hanno parlato della lettera pastorale”. Dai parroci, Breitschmid avrebbe sentito prevalentemente “commenti molto critici”. A suo avviso, la maggioranza dei parroci non leggerà la lettera e manterrà la prassi – che Roma vieta – di ammettere ai sacramenti anche coloro che si sono risposati.
Sulla vicenda ha detto la sua anche il Consiglio pastorale di Zurigo. In un lungo testo i membri del Consiglio hanno voluto ringraziare “tutti gli operatori e le operatrici pastorali che aiutano anche le persone separate e risposate, a proseguire il loro cammino con Dio nella comunione eucaristica della chiesa”. Il Consiglio ha spronato direttamente gli operatori pastorali ad ammettere persone in seconde nozze alla comunione e ai sacramenti. Per il Consiglio, infatti, la lettera non tiene conto della “legge della misericordia” annunciata dal Vangelo. “Non siamo forse tutti peccatori?”, si chiede.
Gli operatori pastorali del cantone di Nidwalden hanno deciso all’unanimità “che questa lettera non può essere letta durante la messa. Invece di annunciare una buona notizia, come sarebbe nostro compito, susciteremmo contrarietà, agitazione e protesta, e questo proprio in persone che a maggior ragione avrebbero bisogno di una parola di incoraggiamento”. Gli operatori pastorali di Nidwalden continueranno quindi a concedere i sacramenti (comunione, riconciliazione, unzione degli infermi) ai divorziati risposati: “Per noi è importante essere aperti a tutti e non scostanti”, hanno detto.
Nel decanato di Innerschwyz il parroco Konrad Burri ha spiegato: “Mandar via qualcuno che so essersi risposato, è per me assolutamente impensabile. Possono essere persone con un autentico atteggiamento di fede cristiana”. A suo avviso, ognuno deve risolvere il problema in coscienza, se fare o non fare la comunione. “Non possiamo giudicarlo noi preti”, dice Burri, che chiede: “In queste direttive, dov’è la misericordia verso il peccatore? Non siamo forse tutti peccatori?”.
I quotidiani Matin Dimanche e SonntagsZeitung hanno chiesto ulteriori spiegazioni a Huonder il quale ha ribadito che “attirare l’attenzione dei divorziati risposati sulle regole fondamentali, è proprio mostrare misericordia”. “Non solo è mio diritto, ma soprattutto mio dovere, ricordare le regole fondamentali della chiesa”, ha spiegato. Per ora Roma tace, ma il vento di ribellione, in Europa, continua a soffiare.
Qui trovi una mappa della chiesa ribelle contro il Papa.
Pubblicato sul Foglio giovedì 15 marzo 2012
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Sudamerica. Così i lupi evangelici assottigliano il gregge cattolico
15 marzo 2012 -
Mancano meno di due settimane al viaggio del Papa in Messico e Cuba (dal 23 al 29 marzo prossimi) ma le notizie che arrivano dal continente sudamericano non sembrano essere incoraggianti per la chiesa cattolica.
Secondo i dati presenti nel nuovo annuario pontificio, infatti – le statistiche, riferite all’anno 2010, forniscono un’analisi sintetica delle principali dinamiche riguardanti la chiesa cattolica nelle 2.966 circoscrizioni ecclesiastiche del pianeta – le quote territoriali dei cattolici hanno subìto tra il 2009 e il 2010 variazioni negative che non possono essere trascurate: i cattolici sono diminuiti in Sudamerica dal 28,54 al 28,34 per cento. Un risultato peggiore l’ha ottenuto soltanto l’Europa, dal 24,05 al 23,83 per cento, la cui flessione negativa però era da tempo prevista e insieme monitorata.
Se è vero che, in generale, il numero dei cattolici nel mondo è in sensibile aumento (sono 1.196 milioni i cattolici nel mondo, a fronte dei 1.181 milioni del 2009, un aumento assoluto dunque di 15 milioni di fedeli pari all’1,3 per cento e dovuto principalmente alla spinta dell’Africa e dell’Asia), il calo del Sudamerica resta ineccepibile e preoccupa non poco. Già Giovanni Paolo II, che pure confidava molto nella vitalità del cattolicesimo sudamericano, aveva fiutato il pericolo. Nel 1992 definì “lupi famelici” le sette protestanti in piena espansione tra i cattolici dell’America latina, quelle stesse sette contro la cui avanzata Roma non è ancora riuscita a opporre resistenza: secondo fonti citate lo scorso dicembre da Avvenire ogni ora 400 latinoamericani abbandonerebbero la chiesa cattolica per seguire un nuovo gruppo protestante o evangelical.
Le sette attirano i cattolici con il richiamo di una fede personale e profonda, una moralità esigente e puritana, un fortissimo vincolo comunitario, spirito di missione, ma anche profezia, guarigioni e visioni. In sostanza, si tratta di un cristianesimo in antitesi alle istanze più liberal e progressiste, un credo che in un continente dove è ben radicata la teologia della liberazione “ruba”, da destra, fedeli alla chiesa cattolica. Le sette sono ben organizzate, hanno radio, giornali, attrezzature mobili di propaganda che permettono loro di farsi conoscere e di farsi seguire.
E ad aggravare la cosa sembra esserci un problema in più, una certa miopia della Santa Sede che tende a valorizzare nei posti che contano della sua stessa gerarchia uomini più legati di altri a Roma per storia e provenienza anagrafica. Nello scorso concistoro è stata notata da molti l’assenza di nuove berrette rosse provenienti da sedi residenziali del Sudamerica: “Come si fa a dire che l’Africa e il Sudamerica sono il futuro della chiesa se poi a ogni concistoro veniamo sistematicamente ignorati?”, ha detto un importante diplomatico vaticano durante il recente tradizionale ricevimento a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, per l’anniversario della firma dei Patti Lateranensi.
La flessione sudamericana resta significativa anche se si guardano i dati dei religiosi. Se nel mondo, in generale, il loro numero è aumentato (erano 54.229 nel 2009, sono 54.665 nel 2010) in Sudamerica sono diminuiti del 3,5 per cento. Non poco se si pensa che, invece, a parte il leggero calo in America del nord (0,9), sono stazionari in Europa e aumentano in Asia (più 4,1), e in Africa (più 3,1). Anche le religiose stanno attraversando una profonda trasformazione che non risparmia, in negativo, il continente latinoamericano: 1,6 per cento in meno.
Pubblicato sul Foglio martedì 13 marzo 2011
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Il primate anglicano a Roma, metà dei suoi fedeli ci tornerebbe per sempre
9 marzo 2012 -
C’è molto di più della necessità di rinsaldare i già buoni rapporti ecumenici nell’arrivo (domani) dell’arcivescovo anglicano di Canterbury, Rowan Williams, in quel di Roma. C’è di più del momento di preghiera, senz’altro importante, che Williams e il Papa consumeranno assieme nel monastero di san Gregorio al Celio, sede dei camaldolesi, comunità che festeggia il millenario di fondazione dell’eremo di Camaldoli e che dal suo distaccamento romano è riuscita a rinsaldare una storica collaborazione con la curia romana e le facoltà pontificie. C’è altro, insomma, oltre l’attesissima lezione che Williams terrà in Roma: “Le virtù monastiche e le speranze ecumeniche”, è il titolo del tema prescelto.
C’è, tra Williams e Benedetto XVI, anche il fuoco che sta consumando dall’interno la grande chiesa anglicana, un fuoco che divide in due la stessa comunità e che in questi giorni di grande scontro tra le gerarchie cattoliche e il governo inglese sulla questione della legalizzazione del matrimonio tra gay fa sentire anche fuori i confini il proprio calore.
Williams viene a Roma da amico, ma è chiaro che nel suo colloquio col Papa, previsto a margine del momento di preghiera, il tema delle ali più conservatrici del mondo anglicano, che sentono forte il richiamo verso la tradizionale dottrina del cattolicesimo romano uscirà fuori. Williams, proprio in queste ore, vive l’impasse per non sapersi schierare apertamente, a differenza dei cattolici inglesi, contro la decisione di Cameron di concedere lo status di matrimonio alle coppie omosessuali e questa impasse spinge i tradizionalisti a staccarsi dalla comunione anglicana – molti parlano di scisma –, e addirittura a seguire l’esempio finora minoritario di alcune comunità, già tornate in seno a Roma. Si dice che metà delle comunità anglicane non condividano la tiepidezza di Willimas in merito. Metà delle comunità: un macigno per il primate di Canterbury.
Ad aggravare la situazione, per Williams, c’è la presa di posizione del suo predecessore in Canterbury: l’ex primate Lord Carey ha raccolto, infatti, 106 mila firme sulla petizione della Coalition for Marriage dove chiede di sostenere la definizione legale di matrimonio, “che è l’unione volontaria per la vita di un uomo e di una donna”, a esclusione di tutti gli altri.
Parte degli anglicani sono influenzati dall’opinione pubblica. A favore delle nozze gay si è schierato il Times: “Riformare la legge per consentire alle coppie dello stesso sesso di sposarsi arricchirebbe una istituzione storica”, scrive il giornale. Parole che molti anglicani non disdegnano.
Pubblicato sul Foglio venerdì 9 marzo 2012
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Aria di governo tecnico in Vaticano. L’ipotesi delle dimissioni di Bertone mentre imperversa Vatileaks
1 marzo 2012 -
Aria di governo tecnico in Vaticano. La parola d’ordine è una: non parlarne. Ma secondo fonti autorevoli non sarebbe lontana (entro l’autunno) l’ipotesi di un avvicendamento al vertice del ministero che garantisce la governance oltre il Tevere, la segreteria di stato.
L’ipotesi è di portare un tecnico, e cioè un uomo della scuola della diplomazia vaticana, in sella alla segreteria di stato così da tornare a garantire all’attività di governo un regime di normalità dopo gli anni “poca diplomazia e molto Vangelo” del salesiano Tarcisio Bertone. Anche se nulla è deciso, il nome che circola con insistenza per sostituire Bertone è quello del marocchino (è nato a Marrakech) ma còrso d’adozione (è stato ordinato ad Ajaccio, dove ha sempre vissuto) Dominique Mamberti, classe 1952, attuale responsabile degli Affari esteri della stessa segreteria di stato, già delegato apostolico in Somalia, nunzio in Sudan e poi in Eritrea.
Più del nome conta la sostanza, e cioè il fatto che il Papa stia pensando di riportare la segreteria di stato a un minore protagonismo di cui Vatileaks, e cioè il problema ancora non arginato dell’uscita dal Vaticano verso l’esterno di documenti riservati, non è che l’ultima delle conseguenze. Beninteso, nessuna decisione è ancora divenuta operativa.
Nell’appartamento papale la parola d’ordine più gettonata pare sia ancora una, prudenza. Ma l’ipotesi della sostituzione di Bertone resta, seppure non potrà che essere presa insieme al diretto interessato e non dovrebbe riguardare coloro che oggi ne sono i principali sottoposti.
Negli ultimi mesi la divergenza tra la vecchia scuola diplomatica e la nuova dirigenza è stata palese. Durante il “caso Viganò” – la pubblicazione delle lettere nelle quali Carlo Maria Viganò, ex segretario del governatorato e oggi nunzio apostolico negli Usa, parla di “corruzione” all’interno della Santa Sede e della volontà di mandarlo via dalla curia romana – sono scesi in campo i pezzi da novanta legati alla precedente dirigenza della stessa segreteria di stato. Non è un mistero per nessuno che l’ex nunzio a Washington Agostino Cacciavillan, uomo vicino al cardinale decano Angelo Sodano, si sia speso personalmente sconsigliando al Papa l’allontanamento di Viganò.
Quando il caso è deflagrato arrivando a ingombrare le pagine dei giornali statunitensi, fu il vaticanista americano John Allen a indicare come significativa la data del 2 dicembre 2012, il giorno in cui Bertone compirà 78 anni. Alla stessa età venne chiesto a Sodano di farsi da parte. Toccherà la stessa sorte a Bertone? Difficile rispondere, scrisse Allen, secondo il quale “il Papa potrebbe almeno prendere in considerazione il fatto di affiancare a Bertone una personalità di comprovata capacità di governo”. Parole che, nella sostanza, confermano come anche per Allen l’ipotesi del “governo tecnico” – secondo lui però con Bertone ancora regnante – non sia peregrina.
Nella giornata di ieri Bertone è stato ai Musei capitolini dove, a margine della mostra “Lux in Arcana: l’Archivio segreto Vaticano si rivela”, ha detto che solo i documenti conservati in archivio – e non altri – sono “da vedere e da presentare”. Due giorni fa però molto hanno fatto parlare altri documenti: due lettere pubblicate dal Fatto e riguardanti il caso dell’Istituto Toniolo, la “cassaforte” dell’Università Cattolica: Bertone chiede al presidente del Toniolo, Dionigi Tettamanzi, di farsi da parte per favorire l’entrata nell’istituto di Giovanni Maria Flick. Il contenuto era noto da tempo ma una cosa stupisce. E cioè il fatto che il principale collaboratore del Pontefice non venga ascoltato. La lettera di licenziamento, infatti, è stata rispedita da Tettamanzi al mittente.
Pubblicato sul Foglio giovedì 1 marzo 2012
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Cosa divide il Vaticano e i “veggenti di Ruini” sui miracoli di Medjugorje
28 febbraio 2012 -
La Commissione d’inchiesta presieduta dal cardinale Camillo Ruini sulle apparizioni della Madonna a Medjugorje ha finito nei giorni scorsi di ascoltare i veggenti ed entro il 2012 potrebbe essere pronta a consegnare alla Congregazione per la dottrina della fede, sotto la cui supervisione lavora, un suo parere.
Ma, secondo fonti consultate dal Foglio, aspetterà a pronunciarsi pubblicamente in merito. L’ex Sant’Uffizio, infatti, seppure in procinto di prendere visione dei risultati a cui è arrivata la Commissione, pare sia intenzionato ad aspettare molto prima di pubblicare un proprio verdetto finale: i fenomeni soprannaturali, del resto, sono ancora in corso e c’è la convinzione che sia azzardato dire qualcosa prima che questi finiscano. Oltre il Tevere la parola d’ordine è: prudenza. Che, tradotto in decisioni pratiche, significa “sospensione del giudizio”.
E, come fece Tarcisio Bertone nel 1998 quando era ancora segretario dell’ex Sant’Uffizio, dichiarare che “per il momento nihil obstat”. E cioè: anche se non si può ancora affermare con certezza che si tratta di fenomeni soprannaturali (e anche se non si può dire il contrario), si possono fare pellegrinaggi, i fedeli possono continuare a recarsi nella piccola cittadina della Bosnia. A predicare prudenza è anzitutto il Papa. Ma per lui prudenza non è sinonimo di disinteresse, tutt’altro.
Nel gennaio 2010 fece scalpore l’iniziativa presa dal cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn il quale, subito dopo il Natale, decise di recarsi a Medjugorje nonostante la Santa Sede chiedesse alle autorità della chiesa di non arrischiarsi in missioni simili. Il “pellegrinaggio” di Schönborn provocò, infatti, diverse polemiche. In molti in Vaticano s’indispettirono. Ma forse in pochi sapevano che Schönborn era andato a Medjugorje anche – ovviamente non soltanto – col preciso intento di raccogliere informazioni da riferire poi in seguito al Papa. Benedetto XVI, infatti, come prima Giovanni Paolo II, desiderava sapere, dopo cinque anni dall’elezione al soglio di Pietro, come stava evolvendo la situazione. Schönborn non ha potuto fare altro che annotare ciò che ha visto: un flusso di pellegrini sempre più convinto della veridicità delle apparizioni. E sempre più persuaso sembra sia lo stesso primate d’Austria che poche ore fa ha dichiarato queste parole: “E’ vero che la Madonna è dappertutto, ma è altrettanto vero che in questi luoghi se ne avverte una presenza molto più forte”. Gli hanno chiesto: come si fa a discernere la verità in eventi come quelli di Medjugorje? Ha risposto Schönborn: “L’aspetto fondamentale sono i frutti. I frutti dicono, i frutti parlano, i frutti sono rivelatori”.
Già, ma a Medjugorje, oltre ai frutti, ci sono i messaggi che ogni venticinque del mese la Madonna lascia ai fedeli. Messaggi che sempre invitano alla preghiera e che però molto danno da pensare anche in Vaticano. L’ultimo messaggio è di sabato. Parole che, in tempi di Vatileaks, senz’altro non hanno lasciato indifferenti i porporati alla guida del governo della chiesa: “Cari figli – ha detto la Madonna tra le altre cose – pregate col cuore. Voi parlate tanto ma pregate poco. Leggete, meditate la sacra scrittura e le parole scritte in essa siano per voi vita”.
Pubblicato sul Foglio martedì 28 febbraio 2012
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La Quaresima arriva dall’Africa. Così B-XVI inizia le pulizie del Vaticano
23 febbraio 2012 -
La strada da percorrere per uscire dal pantano provocato da “Vatileaks” – l’incontrollata uscita di notizie, lettere, documenti riservati che mostrano una certa carenza di governance all’interno della Santa Sede – il Papa sta cercando di indicarla in questi giorni.
Non solo ha chiamato ad aprire il summit che ha preceduto il concistoro dello scorso fine settimana un presule che ha fatto dell’“ortodossia positiva” il senso del proprio ministero, Timothy Dolan, arcivescovo di New York – “Incarna l’interpretazione aperta e positiva dello spirito conservatore del cattolicesimo, che io stesso definisco ‘ortodossia affermativa’”, ha scritto recentemente il vaticanista americano John Allen – ma ha anche voluto che a tenere il ritiro spirituale di Quaresima che si apre settimana prossima alla presenza di tutti i capi dicastero vi fosse un’altra figura aliena dal tramestio che agita la Santa Sede: un cardinale fatto venire opportunamente da lontano, dal Congo, e cioè l’arcivescovo di Kinshasa Laurent Monsengwo Pasinya. Figura molto conosciuta anche dai media, per molti è lui il vero candidato africano per il prossimo Conclave.
L’intento di Benedetto XVI è chiaro: mostrare anzitutto alla chiesa e ai suoi vescovi che si possono superare le diatribe interne guardando oltre, a quelle personalità che nel mondo rappresentano l’eccellenza del cattolicesimo, le punte di diamante di quella nuova evangelizzazione a cui egli per primo tiene molto.
Beninteso: ciò non significa che egli non stia studiando, principalmente assieme al suo segretario particolare Georg Gänswein, strategie di governance diverse per l’immediato futuro, con cambiamenti importanti probabilmente anche tra i suoi principali collaboratori all’interno della curia romana, ma in generale la sua prima preoccupazione è quella di non rovistare nel torbido, quanto di alzare lo sguardo.
Monsengwo Pasinya viene chiamato a predicare gli esercizi dopo i cardinali in pensione Marco Cé, Giacomo Biffi, Albert Vanhoye e Francis Arinze, e dopo i religiosi Enrico dal Covolo e François-Marie Léthel.
Il suo arrivo a Roma è significativo soprattutto alla luce del fatto che nel recente concistoro non è stato creato nessun nuovo cardinale africano. La cosa, unita all’assenza di nuove berrette rosse provenienti da sedi residenziali del sud America, è stata accolta non senza qualche malumore: “Come si fa a dire che l’Africa e il sud America sono il futuro della chiesa se poi a ogni concistoro veniamo sistematicamente ignorati?”, ha detto durante il recente tradizionale ricevimento a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, per l’anniversario della firma dei Patti Lateranensi un importante diplomatico vaticano.
L’arcivescovo di Kinshasa è personalità con grandi capacità diplomatiche. S’impegnò con successo per il dialogo e la riconciliazione durante il regime dittatoriale di Mobutu Sese Seko, poi anche con Laurent-Désiré Kabila. E anche ora è molto ascoltato dal figlio di Laurent-Désiré, Joseph, presidente della Repubblica democratica del Congo dal 2001.
Nominato vescovo nel 1980 da Giovanni Paolo II, fu consacrato vescovo nel maggio 1980, a Kinshasa, durante il primo viaggio in Africa di Karol Wojtyla. Laureato in Teologia e dottore in Scienze bibliche, ha con Papa Benedetto un rapporto particolare. E’ stato Ratzinger, infatti, a chiamarlo alla guida dell’arcidiocesi di Kinshasa nel dicembre 2007, e poi a fare di lui, nel 2008, il primo africano segretario speciale di un Sinodo dei vescovi, in occasione del Sinodo sulla Parola di Dio. Nel concistoro del novembre del 2010, Benedetto XVI l’ha creato cardinale. Per molti osservatori è figura trasversale. Stimato dal Pontefice, è tenuto in considerazione dal cardinale arcivescovo emerito di Milano Carlo Maria Martini che disse di lui: è “amabile, come solo chi testimonia la fede è”.
Pubblicato sul Foglio giovedì 23 gennaio 2012
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Giovane, tedesco, ratzingeriano. Il nuovo capo divide i Legionari di Cristo
18 febbraio 2012 -
Accusato per mesi di troppa prudenza nei confronti dei Legionari di Cristo dei quali, per volere del Papa, è delegato incaricato di guidarne la transizione, il cardinale Velasio de Paolis due giorni fa ha affondato un colpo a suo modo storico, una scossa destinata a provocare un terremoto nella stessa Legione, soprattutto tra la vecchia guardia.
E’ delle scorse ore, infatti, la decisione di nominare padre Sylvester Heereman, tedesco di 37 anni, nel posto di maggior potere all’interno del movimento che fu fondato da padre Marcial Maciel Degollado: nuovo vicario generale. Heereman prende il posto di padre Luís Garza Medina, lo scorso luglio “retrocesso” come direttore generale di Stati Uniti e Canada.
Heereman non ha legami con la vecchia guardia, soprattutto con quello zoccolo duro della Legione ancora ben radicato in Messico. Non solo, è stato tra i primi a uscire allo scoperto, e cioè, saputa della seconda vita di padre Maciel, a chiedere pubblicamente che si facesse chiarezza e che si prendesse la strada della penitenza e della purificazione. Il segnale di De Paolis, dunque – un segnale arrivato non senza l’avallo di Benedetto XVI –, è chiaro: la rotta è definitivamente cambiata. E chi conosce bene Heereman conferma, nella Legione nulla sarà più come prima.
La nomina non è stata digerita da tutti. Infatti, a poche ore dall’annuncio di De Paolis, si è dimessa Malen Oriol, la leader della branca femminile dei Legionari. Con lei sono uscite anche una trentina di altre donne, tutte legate all’ex vicario generale Luís Garza. “Malen Oriol – si legge in una nota in inglese diffusa dai Legionari – l’assistente per la vita consacrata al direttore generale, ha inviato una lettera a tutte le donne consacrate con la quale annuncia di aver rassegnato le sue dimissioni al cardinale Velasio de Paolis. Nella sua lettera, ella menziona il fatto che alcune donne consacrate hanno domandato alla Santa Sede il permesso di vivere la loro consacrazione non come membro del movimento Regnum Christi ma sotto l’autorità di un vescovo. Al momento, Malen non ha chiarito se intende far parte di questo nuovo gruppo”.
Si tratta solo dell’ultima defezione. Alcuni mesi fa anche Jesus Colina, direttore e fondatore dell’agenzia di stampa cattolica Zenit, legata ai Legionari, ha lasciato il proprio incarico in polemica con la Congregazione che controlla il consiglio di direzione della testata. Lo hanno seguito tutti i capiredattori.
De Paolis ha sempre definito il proprio progetto “cambiamento nella continuità”, con l’accento sulla prima parola. Da cambiare – ha detto – sono “non poche cose”. Riguardano la libertà di coscienza, il ruolo dei confessori e direttori spirituali, le forme di controllo sulla vita quotidiana, e altro. Ma il punto su cui egli insiste di più è “il problema dell’esercizio dell’autorità all’interno della Legione”, compreso il modo con cui i superiori si rapportano tra loro. Un problema con oggi sostanzialmente risolto.
Pubblicato sul Foglio sabato 18 febbraio 2012
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Un papato penitenziale. L’isolamento quaresimale di Ratzinger e d’una chiesa di cui tutti parlano ma non per questioni di fede
16 febbraio 2012 -
Il tramestio di questi giorni, i leaks che escono dal Vaticano e finiscono sui tavoli dei quotidiani italiani, non scuotono la routine papale.
Benedetto XVI nel suo appartamento al terzo piano del palazzo apostolico lavora compostamente, e in ricercato isolamento, a ciò che maggiormente ama fare: scrivere. Non solo il terzo volume di Gesù di Nazaret dedicato ai Vangeli dell’infanzia (Luca e Matteo), ma anche i discorsi che settimana prossima, in apertura di Quaresima, si appresta a rivolgere al clero.
“Vorrebbe anche scrivere la quarta enciclica dedicata alla virtù teologale di cui ancora non ha parlato, la fede”, dice al Foglio un frequentatore assiduo dell’appartamento. “Ma non riesce a trovare il tempo”. Isolamento non significa che egli non sia preoccupato per la fuga di notizie e le sotterranee divergenze tra porporati: “Della chiesa di Roma”, ha detto ieri ai seminaristi della sua diocesi alludendo indirettamente alle recenti polemiche, “si parla in tutto il mondo, speriamo che si parli anche della nostra fede”. E poi l’affondo contro i media: “Non ci può essere il potere dell’apparenza, in cui alla fine conta quello che viene detto più della realtà”.
Quaresima, tempo penitenziale. Per molti, anche dentro la chiesa, è questo il canale sul quale Papa Ratzinger ha deciso di sintonizzare tutto il suo pontificato. Dopo i ventisei anni e mezzo trionfali del “Papa missionario” (copyright Luigi Accattoli), l’era Ratzinger, Papa teologo e scrittore che, investito dalla campagna sui reati e peccati del clero, chiede penitenza ed espiazione rifuggendo dalla battaglia sul campo, quella frontale.
Un esempio vistoso è di queste ore. Venerdì scorso, mentre il gotha d’oltretevere era impegnato in un symposium internazionale alla Pontificia università gregoriana tutto dedicato agli “errori della chiesa” incapace di arginare la pedofilia nel clero, dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, davanti alla Corte distrettuale del Wisconsin i denuncianti del caso “John Doe 16 vs. Holy See” annunciavano il ritiro dalla causa quando era data oramai per certa l’assoluzione piena per il Papa e per i cardinali Tarcisio Bertone (segretario di stato) e Angelo Sodano (decano del sacro collegio) accusati di avere responsabilità per gli abusi commessi da padre Lawrence Murphy, il prete che dal 1950 al 1974 aveva lavorato in una scuola per bambini sordomuti di Milwaukee, finito sulla prima pagina del New York Times nel marzo 2010, l’annus horribilis dello scandalo della pedofilia.
Nonostante il clamoroso esito della vicenda, nessuno tra le alte gerarchie vaticane osava dichiarare qualcosa in merito, a dimostrazione che, anche di fronte alla vittoria sulla faziosità di chi ha voluto portare in tribunale il Papa per crimini che non ha commesso, la parola d’ordine è ed è rimasta una: penitenza. E dunque silenzio, riserbo, ritiro. L’unico che, per doveri di ufficio, ha dovuto dire qualcosa è stato il legale della Santa Sede, l’avvocato Jeffrey Lena, il quale a Vatican Insider ha dichiarato come questa vicenda mostri “l’esistenza di un’azione congiunta a livello mondiale collegata agli abusi sessuali e diretta dal Vaticano. Su una teoria tanto datata quanto smentita è stata creata appositamente per i mass media una sequenza di eventi che ha trasformato un fatto gravissimo – la violenza sessuale perpetrata ai danni di un minore – in uno strumento di affermazioni mendaci circa presunte responsabilità della Santa Sede”. Quasi fuori tempo massimo su Avvenire è stato Gianni Cardinale, ieri, a domandarsi “dove sia finita la notizia”. Cardinale accusa esplicitamente i media di “sproporzione” tra il rilievo dato al caso, nel 2010, rispetto alla sua chiusura, ma non dice nulla in merito al silenzio interno.
L’esito positivo per la chiesa del caso Murphy e la reazione remissiva delle gerarchie mostra in modo lampante uno stigma, in sostanza il marchio che Benedetto XVI ha deciso di imporre al suo magistero, un’impronta che sembra portare la chiesa lontana dall’era Wojtyla, un tempo che era carismatico e politico assieme. Non è soltanto questione di stile: quello di Ratzinger è più sobrio, soprattutto a contatto con le masse, di quello di Wojtyla. E’ anche questione di sostanza.
“E’ un minimalista”, scrisse di lui nel 2005 Sandro Magister. Minimalista, è probabilmente questa l’accezione entro la quale lo stesso ex prefetto della Dottrina della fede si sente descritto. Che non ha necessariamente un connotato negativo. E’, piuttosto, un dato di fatto. Disse lo stesso Benedetto XVI di sé appena eletto al soglio di Pietro: “Il Papa non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la chiesa all’obbedienza alla parola di Dio”. “E a questo criterio”, scrisse ancora Magister, “si attiene anche nella gestualità pubblica. Di suo fa pochissimo. Vuole che i fedeli guardino all’essenziale, che non è la sua persona ma Gesù Cristo vivo e presente nei sacramenti della chiesa”.
Quello del Papa è un ritorno all’essenziale, alla chiesa intesa come comunità di fedeli che prega e che cerca nell’intimità con Dio il senso del proprio esserci. Anche Wojtyla cercava questa intimità, ma subito la trasformava in battaglia nel confronto con la modernità. Il teologo Ratzinger, dal palazzo dell’ex Sant’Uffizio, gli dava la linea nei campi più delicati, ma poi era Giovanni Paolo II, non Ratzinger, a puntare tutto su quella che in molti definirono la “geopolitica religiosa”, un elemento cardine del suo pontificato. Benedetto XVI è diverso: la sua è più una “teologia della storia” che una geopolitica. E’ più agostiniano che tomista.
Per lui il rapporto col mondo esterno è soprattutto di tipo religioso e culturale, non di tipo politico. Scrisse nel 2008 Aspenia, la rivista trimestrale di politica internazionale dell’Aspen Institute in Italia, che a differenza di Ratzinger Wojtyla aveva una precisa missione politica da compiere, una missione per la quale si spese fino a prese di posizioni estreme. Come quando chiese “interventi militari”. Dove? Ad esempio “a Timor Est, a Haiti, nell’Africa dei Grandi Laghi: in quest’ultimo caso senza essere esaudito, col conseguente incontrollato genocidio di intere popolazioni. L’espansione della libertà e della democrazia, infatti, era uno dei suoi princìpi guida”.
Uscito di scena Wojtyla, l’interrogativo naturale era se il suo successore sarebbe stato in grado, e come, di mantenere il papato al centro della scena mondiale. L’interrogativo era tanto più naturale in quanto Ratzinger era uomo d’altra tempra, teologo raffinato, difficile da immaginare come epico condottiero. “E in effetti, sin da subito”, scriveva ancora Aspenia, “Benedetto XVI rifiutò di imitare il suo predecessore”.
Ma per Samuel Gregg, direttore di ricerca dell’Acton Institute, c’è stato un momento nel quale il pontificato di Ratzinger si è avvicinato molto a quello di Wojtyla. Dice: “Nonostante quanto scriveva fin dai primi mesi dopo l’elezione l’Economist, che tendeva a raffigurare un pontificato alla deriva e con ‘prese di posizione pubbliche non molto brillanti’ in confronto a quello del ‘dinamico predecessore’”, è innegabile che “soprattutto a Ratisbona il Papa ha voluto civilizzare la società, dare dunque un’impronta politica al suo magistero”. E ancora: all’inizio del suo pontificato l’intento del Papa fu di “arrivare al cuore della corruzione dei paesi occidentali, una malattia che può essere descritta come patologia di fede e ragione. E a questo proposito, il discorso tenuto all’Università di Ratisbona nel 2006 potrebbe essere incluso tra i discorsi più importanti del XXI secolo, paragonabile al discorso tenuto ad Harvard nel 1978 da Alexander Solgenitsin sull’accuratezza nell’identificazione di alcuni demoni interni dell’occidente”.
Già, ma dopo Ratisbona? La chiesa ha perso la sua spinta offensiva? “Sì”, disse pochi mesi fa al Foglio il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna. “E’ vero. Ma ciò accade perché la purificazione è necessaria. Se la chiesa vuole essere una guida spirituale per la società, se la chiesa vuole avere questo ruolo come è giusto e legittimo che sia, deve confrontarsi con i suoi peccati. Perché non si può richiamare il mondo alla verità se la verità non si ha il coraggio di farla propria. Sembra di essere al tempo dei profeti dell’Antico Testamento. Le loro parole erano per il popolo come uno specchio. Il loro era un invito a guardarsi, a guardare i propri peccati e il proprio tradimento. Era Dio che attraverso i profeti chiamava la chiesa alla purificazione, alla metànoia che significa sempre un radicale e vissuto cambiamento del modo di pensare e di agire”. Per molti questo tratto del pontificato in corso apparteneva anche alla gestione pratica che l’allora cardinale Ratzinger faceva dell’ex Sant’Uffizio: durante le riunioni operative, sedeva di lato, lasciando all’allora monsignor Bertone il pallino. Interveniva poco e delegava molto.
Una caratteristica che Ratzinger ha oggi mantenuto, non senza ripercussioni sulla curia romana, una curia alla quale Benedetto XVI delega (con tutte le conseguenze del caso) l’esercizio del potere. Giovanni Paolo II aveva Stanislaw Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, che curava la gestione ordinaria della Santa Sede lasciandogli campo libero fuori dai confini, nei suoi innumerevoli e travolgenti viaggi. Oggi la situazione è differente. Georg Gänswein, il fedele segretario di Benedetto XVI, ha un compito diverso: “Da parte mia debbo essere presente e aiutare in modo invisibile”, disse nel giugno scorso poco dopo aver ricevuto un premio all’Università Cattolica di Milano. E ancora: “Dove non è possibile aiutare in modo invisibile devo cercare comunque d’essere discreto”. Discrezione, invisibilità, ritiro. Il tratto del pontificato in corso è entro tali confini che sembra manifestare gran parte del proprio Dna, anche in questi giorni di fughe di notizie, lettere e documenti dal Vaticano.
Pubblicato sul Foglio giovedì 16 febbraio 2012
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