Rischia di finire come il San Raffaele, ma per ora il Gemelli non si vende

E’ oggi il giorno nel quale i sindacati incontreranno il consiglio di amministrazione del Policlinico Gemelli, l’ospedale e la Facoltà di medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, famoso in tutto il mondo perché ospitò e curò Giovanni Paolo II dopo avergli salvato la vita dal terribile attentato del 1981.

L’incontro avviene in un clima molto difficile. Il cda del Policlinico, infatti, deve gestire una situazione che a momenti può divenire esplosiva. Da tempo l’ospedale ha aperto un contenzioso con la regione Lazio: in sostanza il Policlinico vanta un credito verso la regione per prestazioni ospedaliere che si aggirerebbe sui 500 milioni di euro.

Una cifra considerevole che preoccupa anche alla luce delle ultime dichiarazioni rilasciate dal presidente della regione Lazio, Renata Polverini: “Il Gemelli è una struttura di assoluta eccellenza ma si deve confrontare con le stesse regole con cui si confrontano tutti gli operatori del settore”. Il rischio che in molti paventano è che si verifichi la medesima débâcle che ha dovuto subire l’ospedale San Raffaele che per sopravvivere ha dovuto vendere. Ma secondo indiscrezioni la cosa non sarebbe assolutamente all’ordine del giorno.

Il tentativo, infatti, è quello di salvare la baracca e, come extrema ratio, procedere a uno scorporo dell’ospedale dall’università: entrambi diverrebbero, infatti, enti autonomi ovviamente sempre sotto la supervisione dell’Istituto Toniolo, l’ente fondatore e promotore della stessa Università Cattolica. Lo scorporo, tuttavia, è soltanto una delle ipotesi. Altre soluzioni potrebbero arrivare dopo l’incontro odierno.

Ogni passaggio è monitorato con attenzione dal direttore amministrativo della Cattolica, Marco Elefanti. L’ipotesi che in soccorso del Gemelli arrivi la corazzata vaticana guidata dall’imprenditore ligure Giuseppe Profiti, da Ettore Gotti Tedeschi, Giovanni Maria Flick e Vittorio Malacalza è sfumata quando la stessa cordata legata al Vaticano ha deciso pochi giorni fa di non pareggiare l’offerta di 405 milioni di euro che l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli aveva messo sul piatto per acquistare l’ospedale che fu di don Verzé.

Il passo indietro della Santa Sede è stato letto come il segnale della volontà di non procedere nel tentativo di mettere la mani sugli altri ospedali vicini al mondo cattolico, non solo il Gemelli ma anche il Bambin Gesù di Roma e la Casa Sollievo di San Giovanni Rotondo. Nei prossimi mesi al Toniolo la presidenza oggi in mano al cardinale arcivescovo emerito di Milano Dionigi Tettamanzi verrà presa dal cardinale Angelo Scola. La linea di Scola sarà la medesima di Tettamanzi sul Gemelli: salvaguardare un’eccellenza ospedaliera e universitaria.

Pubblicato sul Foglio giovedì 2 febbraio 2012


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Moraglia di Venezia. Un patriarca pastore. Per il Papa (e molti cardinali) è il vescovo di La Spezia ad avere il giusto profilo

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Lo ha ricordato il Papa quando qualche mese fa ha ordinato cinque nuovi vescovi nella basilica vaticana: “Il pastore – ha detto – non deve essere una canna di palude che si piega secondo il soffio del vento”. E ancora: “L’essere intrepido, il coraggio di opporsi alle correnti del momento appartiene in modo essenziale al compito del pastore. Il vescovo, dunque, deve essere come un albero che ha radici profonde”. Parole che bene si possono riferire al nuovo patriarca di Venezia, il vescovo di La Spezia Francesco Moraglia.

La nomina esce in queste ore, dopo che una lunga e approfondita consultazione è stata fatta dal nunzio in Italia Adriano Bernardini con tutti i cardinali residenti (compresi Cesare Nosiglia e Giuseppe Betori, arcivescovi rispettivamente di Torino e di Firenze), con tutti i vescovi del Triveneto, i consultori diocesani, e diversi religiosi e laici. In favore di Moraglia, ovviamente, molto hanno pesato i pareri favorevoli di cardinali di peso come pare siano stati quelli di Giacomo Biffi, Camillo Ruini, Angelo Scola e Angelo Bagnasco.

Ordinato sacerdote trentacinque anni fa, Moraglia ha puntato nella sua permanenza a La Spezia sul contatto coi fedeli. Ha visitato tutte le parrocchie, anche le più sperdute e spopolate, cercando di mettere in pratica ciò che già Papa Benedetto XVI aveva chiesto ai sacerdoti nell’anno loro dedicato: “Non si è sacerdote a tempo solo parziale; lo si è sempre, con tutta l’anima, con tutto il nostro cuore”. Moraglia si sveglia tutte le mattine alle 4.30, trascorre lungo tempo in preghiera prima di dedicarsi agli impegni quotidiani. Nato a Genova nel 1953, è stato ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri il 29 giugno 1977. Dottore in Teologia dogmatica, è stato direttore dell’ufficio per la Cultura e l’università della diocesi genovese; assistente diocesano del Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic); docente di Cristologia, Antropologia, Sacramentaria e di Storia della teologia alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale; preside e docente dell’Istituto superiore di scienze religiose ligure. Nominato vescovo di La Spezia nel 2007, ha ricevuto l’ordinazione dal cardinale Bagnasco. Attualmente ricopre l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della fondazione Comunicazione e cultura, che sovrintende ai media della Conferenza episcopale italiana.

Venezia è sede prestigiosa. Tre degli ultimi sette Pontefici italiani sono entrati nei conclavi che li hanno eletti al soglio di Pietro da patriarchi in laguna.

Pubblicato sul Foglio martedì 31 gennaio 2011


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Vade retro Obama. La grande guerra dei cattolici degli Stati Uniti contro il presidente “illiberale” e pro choice. L’avevano sostenuto, si sentono traditi

E’ davvero difficile credere che sia successo. E’ stato come ricevere un violento schiaffo in faccia. Eppure le cose stanno così. Barack Obama ha detto in sostanza a tutti noi cattolici: ‘To Hell with you’– ‘Andate all’inferno’. Non so in quale altro modo spiegare la sua assurda decisione”.

Parole del vescovo di Pittsburgh, David Zubik, poche ore fa, molto simili per livore e acredine a quelle pronunciate da Joseph McFadden, vescovo nella piccola Harrisburg, vicino a Philadelphia: “Mai prima d’ora il governo aveva costretto i cattolici e tutte le organizzazioni religiose a comprare a scatola chiusa un prodotto che viola pesantemente la loro coscienza. Certe cose non dovrebbero accadere in una terra come la nostra dove la libera espressione del proprio credo sta al primo posto nel Bill of Rights”. Zubik e McFadden sono due vescovi combattivi. Le loro dichiarazioni, rilanciate da tutti i giornali americani, manifestano un sentimento in queste ore radicato nelle profondità della pancia del cattolicesimo statunitense, senza alcuna eccezione. Il leitmotiv è uno: “Obama ci ha tradito”.

La protesta è divampata nelle scorse ore e il motivo è semplice: il governo, tramite il segretario per la Salute e i servizi umani, Kathleen Sebelius, ha fatto sapere che a partire dall’agosto del 2013 anche le chiese e le associazioni religiose saranno costrette a offrire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria che contempli i rimborsi per la contraccezione e l’aborto. La direttiva, ha detto Sebelius, “bilancia la libertà religiosa e l’aumento dell’accesso ai servizi di prevenzione”.

Inizialmente i vescovi americani hanno temporeggiato. Prima di prendere qualsiasi iniziativa, infatti, dovevano aspettare l’esito di un’udienza particolare, quella che giovedì scorso Benedetto XVI ha concesso a un gruppo scelto di vescovi degli Stati Uniti, tra i quali l’arcivescovo di Washington, il cardinale Donald W. Wuerl.

Prima dell’incontro al Papa è stato fatto arrivare un dettagliato dossier relativo alla situazione americana, le parole di Sebelius allegate in calce al documento. Ratzinger ha preso visione d’ogni dettaglio e poi, di suo pugno, ha redatto il testo del discorso pronunciato ai vescovi. “E’ come se il Papa parlando ai vescovi di Washington”, dice Sandro Magister, “abbia voluto parlare anche all’Amministrazione americana”.

E, in effetti, il suo cenno all’impedimento dell’obiezione di coscienza “per quanto riguarda la cooperazione a pratiche intrinsecamente cattive” ad altro non sembra alludere se non alla fatidica decisione di Barack Obama, quella che fa obbligo a qualsiasi organizzazione, anche cattolica, di pagare per i propri dipendenti l’assicurazione sanitaria comprensiva di contraccezione e aborto. Le parole del Papa, per i vescovi americani, sono state inequivocabili: “Tornate nel vostro paese e fatevi sentire”, ha sostanzialmente voluto dire loro Benedetto XVI.

E così è stato. E così, ancora in queste ore, continua a essere. Si tratta di “una gravissima offesa alla libertà religiosa” ha scritto in una nota ufficiale la Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Parole rilanciate – è questa la caratteristica più significativa della protesta – anche dai mondi più liberal del cattolicesimo americano.

Tra questi c’è anche la rivista progressista e “obamiana” National Catholic Reporter nella quale scrive la stella del vaticanismo americano John Allen, e cioè colui che, quando nel luglio del 2009 Obama andò in Vaticano a incontrare il Papa, parlò con soddisfazione della calda accoglienza concessa da Ratzinger al presidente “che gli europei etichettano come pro choice”.

Oggi il vento è cambiato. Oggi anche per il National Catholic Reporter Obama non è più affidabile. Cosa dice a noi cattolici la decisione annunciata da Sebelius? “Dice che per noi credenti non c’è più spazio in questo grande paese” ha scritto lapidario sulla rivista Michael Sean Winters, docente di Storia della chiesa alla Catholic University of America e autore di “Sinistra all’altare: come i democratici hanno perso i cattolici e come i cattolici possono salvare i democratici”.

Dice: “Sono arrivato a questa amara conclusione nonostante io sia un liberale e un democratico, uno che fino a ieri ha sostenuto il presidente, uno il cui cuore si è scaldato quando ha ascoltato Obama dire all’Università di Notre Dame: ‘Dobbiamo trovare un modo per riconciliare il nostro mondo sempre più piccolo con la sua sempre crescente diversità, diversità di pensiero, diversità di cultura, e diversità di fede. Dobbiamo trovare un modo per vivere insieme come una sola famiglia umana’. Ora io non posso fare altro che accusarla, signor presidente, di aver tradito quel liberalismo filosofico che ha avuto inizio come difesa dei diritti della coscienza. Beninteso: come cattolici, dobbiamo essere onesti e ammettere che, trecento anni fa, la difesa della libertà di coscienza non era ai primi posti nell’agenda della nostra chiesa. E’ vero, ma abbiamo imparato ad abbracciare l’idea che la coercizione della coscienza è una violazione della dignità umana. Questa è una lezione, signor presidente, che lei e anche molti dei vostri liberali colleghi hanno disimparato a quanto pare”.

Cattolici conservatori e cattolici su posizioni più liberal. Mai come questa volta è del tutto compatto il fronte cattolico statunitense contro Obama. Timothy Dolan, arcivescovo di New York, è stato eletto capo della Conferenza episcopale americana non certo perché è un conservatore. Quando da Milwaukee venne promosso a New York vi fu addirittura chi disse che con lui il tempo della chiesa arroccata in difesa dei principii (e contro la modernità), il tempo insomma del suo predecessore, il cardinale Edward Michael Egan, era finito.

Secondo questa vulgata a Dolan mancava la tempra del condottiero. “Uomo da salotto, uomo del sistema, è celebre una sua foto mentre gioca a baseball”, dicevano i suoi detrattori. E ancora: “New York ancora non ha trovato l’erede ideale dell’indimenticato cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo dal ’39 al ’67”. Eppure è lui in queste ore, lui che i più non giudicano essere un conservatore, a usare le parole più dure contro Obama, le stilettate più intransigenti e decise. “Il presidente ci sta dicendo che abbiamo un anno per capire come violare le nostre coscienze” ha detto pochi giorni fa. “Bene, la sua altro non è che una decisione sconsiderata”. E ancora: “Obama ha disegnato una linea nella sabbia senza precedenti. La chiesa non starà a guardare, i vescovi cattolici si impegnano a collaborare con i loro compatrioti americani per cambiare questa norma ingiusta”.

Il clima è incandescente, soprattutto tenuto conto che la frizione che oramai pare insanabile si sta consumando in piena campagna elettorale. Nel mondo cristiano, non più soltanto tra gli estremisti di destra o in qualche frangia dell’integralismo tradizionalista, l’“Anticristo” è l’epiteto che viene maggiormente cucito addosso a Obama. Ritornano, in queste ore, le accuse che fin dalla campagna elettorale del 2008 l’allora senatore dell’Illinois si sentiva fare: fu il sito conservatore RedState.com che arrivò a vendere tazze e t-shirt sulle quali era stampata una grande “O” sovrastata da due corna demoniache e dalla scritta “L’Anticristo”. Certo, i vescovi oggi non osano arrivare a tanto, ma poco, davvero poco, ci manca.

Anche in Vaticano gli occhi di molti sono puntati su Obama. Dopo l’uscita del Papa di giovedì scorso e un articolo che riprendeva le parole di Dolan contro Obama pubblicato sull’Osservatore Romano, l’impressione è che la Santa Sede cerchi di mantenersi coperta. Anche se, a onor del vero, la Radio vaticana non è stata a guardare. Ha chiamato a commentare la vicenda il giurista Carlo Cardia, docente di Diritto ecclesiastico all’Università Roma Tre, che ha spiegato come “non soltanto è in gioco la Costituzione americana, ma le carte internazionali dei diritti dell’uomo che hanno avuto e hanno, tra i punti essenziali, il rispetto della libertà di coscienza, che a sua volta, ha una serie di applicazioni. Tutti noi ricordiamo una delle prime forme dell’obiezione di coscienza, il servizio militare, quando il valore della difesa della patria cedeva di fronte all’obiezione di coscienza di non volere prendere le armi. Questo principio, che ha una serie di applicazioni, viene ora quasi messo tra parentesi. Si fa quasi finta che non esista! L’attacco all’obiezione di coscienza si sta verificando su diversi fronti, e io credo che questa erosione si va facendo sempre più pesante”.

I rapporti tra Vaticano e Washington sono delicati e finché non emergerà il nome dello sfidante repubblicano di Obama, senz’altro il low profile nei rapporti con la Casa Bianca sarà l’unica parola d’ordine. Basso profilo a Roma, certo, ma libertà d’espressione negli Stati Uniti. Non a caso, dopo Dolan è sceso in campo un altro cardinale di peso.

Si tratta del nuovo arcivescovo di Los Angeles, l’ispanico José Gómez, che ha pubblicamente invocato una levata di scudi contro una decisione che “viola i principii non negoziabili”. Gómez è uno dei principali interpreti di quella linea episcopale chiamata dei “conservatori creativi” (copyright John Allen) grazie alla quale Benedetto XVI sta rifondando la maggior parte delle diocesi americane. “A conservative bishop for Los Angeles”, titolarono i giornali statunitensi quando ad aprile 2010 monsignor Gómez venne indicato come successore del cardinale Roger Mahony. Una scelta di discontinuità quella del messicano Gómez, un uomo in grande ascesa al quale adesso la Santa Sede lascia libertà di azione contro la decisione “eticamente inaccettabile”, sono sue parole, di Obama.

Lunedì scorso, nel giorno del 39esimo anniversario della Roe vs. Wade (la sentenza del 1973 che ha legalizzato l’aborto), i vescovi hanno chiamato i fedeli in piazza, chiedendo loro di aderire alla Marcia per la vita. Erano migliaia per le strade, guidati dal cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e capo della commissione per le attività pro vita della Conferenza episcopale statunitense.

Ha scritto in proposito il quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: “Per il variegato movimento pro life americano portare in piazza decine di migliaia di persone da tutto il paese per un happening religioso e politico è il segnale di un radicamento popolare che oltrepassa il calibro della manifestazione folkloristica di una minoranza, per quanto motivata”. E ancora: “La grande marcia di Washington ha fornito lo spettacolo di un raduno popolare assai più imponente di quelli mandati in scena dagli ‘indignados’ d’oltreoceano, a Wall Street e altrove, capaci forse di un appeal mediatico superiore ma certamente non in grado quanto il popolo per la vita di dar voce all’alfabeto condiviso di una civiltà”.

La sostanza è una. Il mondo cattolico si è sentito tradito da un presidente che ancora in questi giorni si è detto impegnato a “ridurre il numero degli aborti”. Il “bluff”, così lo chiamano i vescovi, non è stato digerito anche da chi, in passato, aveva difeso la riforma sanitaria. Su tutti basta il nome di suor Carol Keehan, presidente di quella Catholic Health Association che nel 2010 nonostante la richiesta di prudenza espressa dai vescovi del paese, elogiava gli effetti del programma sanitario varato dalla Casa Bianca dicendo che “milioni di americani sono stati aiutati attraverso la copertura medica della quale avevano bisogno”.

I contatti tra Dolan e la Santa Sede sono costanti. Roma spinge i vescovi perché cerchino il più possibile di allargare il fronte del dissenso. Un esempio a cui guardare esiste già, ed è recente. Fu il 20 novembre 2009 che cattolici, protestanti e ortodossi degli Stati Uniti si unirono nel difendere la vita e la famiglia. Avevano dichiaratamente la Casa Bianca nel mirino. Firmarono un appello pubblico che venne intitolato “Manhattan Declaration: A Call of Christian Conscience” – “Dichiarazione di Manhattan. Un appello della coscienza cristiana” a difesa della vita, del matrimonio, della libertà religiosa e dell’obiezione di coscienza. La redazione finale del testo fu affidata al cattolico Robert P. George, professore di Diritto alla Princeton University, e agli evangelici Chuck Colson e Timothy George, quest’ultimo professore della Beeson Divinity School, nella Samford University di Birmingham in Alabama. Tra gli altri firmatari figuravano il metropolita Jonah Paffhausen, primate della chiesa ortodossa in America, l’arciprete Chad Hatfield, del seminario teologico ortodosso di San Vladimiro, il reverendo William Owens, presidente della Coalition of African American Pastors, e due personaggi di spicco della Comunione anglicana: Robert Wm. Duncan, primate della Anglican Church in North America, e Peter J. Akinola, primate della Anglican Church in Nigeria. Obama era impegnatissimo a far passare il piano di riforma dell’assistenza sanitaria negli Stati Uniti. Difendendo la vita umana fin dal concepimento e il diritto all’obiezione di coscienza, l’appello diceva a chiare lettere che i firmatari non si sarebbero fatti “ridurre al silenzio o all’acquiescenza o alla violazione delle nostre coscienze da qualsiasi potere sulla terra, sia esso culturale o politico, indipendentemente dalle conseguenze su noi stessi”. E ancora: “Noi daremo a Cesare ciò che è di Cesare, in tutto e con generosità. Ma in nessuna circostanza noi daremo a Cesare ciò che è di Dio”. Oggi la promessa è stata mantenuta. Contro Obama ci sono ancora molti dei firmatari della Manhattan Declaration. E tanti altri.

E’ ancora Michael Sean Winters a ricordare che stavolta Obama “ha contro tutti”, anche quelli che in passato l’hanno sostenuto. Winters non ricorda soltanto il nome di suor Carol Keehan, ma anche il presidente della Caritas degli Stati Uniti, padre Larry Snyder, che si è detto “profondamente deluso”. E poi padre John Jenkins, presidente dell’Università cattolica di Notre Dame, nell’Indiana. Nel 2009 invitò Obama per ricevere una laurea honoris causa in Giurisprudenza. I cattolici insorsero a motivo dell’“ardente e costante appoggio di Obama a politiche in favore del diritto di aborto”. Jenkins difese Obama e disse che l’invito rappresentava una possibilità di dialogo. Ricorda ora Winters a Obama: “Queste persone hanno cicatrici da mostrare per colpa della loro disponibilità a lavorare con voi, per averla sostenuta nella dura lotta politica. Sono tante. Ma le domando: è questo il modo di trattare persone che sono andate al tappeto per voi?”.

Pubblicato sul Foglio sabato 28 gennaio 2011


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Biffi convince il Papa. Un siriano a Venezia

La spinta decisiva l’ha data il cardinale Giacomo Biffi. Ha pesato molto il parere dell’emerito di Bologna nella scelta fatta dal Papa (la nomina sarà comunicata a giorni) del nuovo patriarca di Venezia: tre degli ultimi sette pontefici italiani (Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I) sono stati eletti in conclavi in cui erano entrati come cardinali di Venezia.

La scelta del Papa è Francesco Moraglia, vescovo di La Spezia, 59 anni, genovese, fine teologo in dogmatica ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri.

Pubblicato sul Foglio venerdì 27 gennaio 2011


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Affari cardinali, le cordate in lotta della finanza color porpora. Sanità, Ior e nomine eccellenti. Il ruolo di Sodano e quel consiglio al Papa di tenersi il “ripulitore” Viganò

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Il comitato permanente dell’Istituto Toniolo, la “cassaforte” dell’Università Cattolica e dell’ospedale Gemelli, si riunisce domani per sancire l’entrata del cardinale Angelo Scola tra i suoi membri.

L’arcivescovo di Milano prende il posto del notaio Giuseppe Camadini, storico rappresentante del cattolicesimo bresciano e della sua “finanza bianca”, recentemente dimessosi assieme all’economista Alberto Quadrio Curzio.

L’entrata ufficiale di Scola è significativa non soltanto perché porterà presto il nuovo arcivescovo di Milano ad assumere la presidenza dell’Istituto al posto del cardinale Dionigi Tettamanzi, ma anche perché affossa definitivamente le aspirazioni del Vaticano che intendeva portare alla presidenza del Toniolo un suo uomo di fiducia, l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick.

Il piano del Vaticano era ambizioso: conquistare il Toniolo e insieme l’ospedale Gemelli, unendo in un unico polo d’eccellenza anche il San Raffaele, il Bambin Gesù e la Casa Sollievo di San Giovanni Rotondo.

Al progetto stavano lavorando, con la supervisione del segretario di stato Tarcisio Bertone, il manager Giuseppe Profiti, il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e l’industriale Vittorio Malacalza, colui che più di altri avrebbe dovuto impegnarsi economicamente.

Tra i primi a sfilarsi c’è stato Malacalza il quale, a poche ore dalla morte di don Luigi Verzé, disse a chi gli chiedeva se la cordata era ancora decisa a restare dentro il San Raffaele: “Forse non ne saremo degni”. Il più lesto a cogliere il cambiamento di rotta è stato Flick il quale, svanita la possibilità di entrare nel Toniolo, è riuscito a divenire presidente del cda del San Raffaele legandosi a stretto giro con l’altra cordata, quella dell’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli che coi suoi 405 milioni di euro si è aggiudicato l’ospedale.

Quanto accaduto all’interno del Toniolo e del San Raffaele non è altro che la coda di una battaglia più ampia che si sta giocando tra le pieghe del mondo cattolico e dello stesso Vaticano. Una battaglia per il potere. Le mire di Bertone sulla stanza dei bottoni ambrosiana sono state stoppate non soltanto dai pareri negativi di Scola e del presidente dei vescovi italiani Angelo Bagnasco, ma anche da una nota scritta fatta pervenire in appartamento papale dal cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Aif, la nuova authority incaricata di controllare l’attività finanziaria di tutti gli enti del Vaticano, sentito il parere dell’amico porporato bresciano Giovanni Battista Re, ex capo dei Vescovi. Il parere dei quattro porporati è pesato parecchio e alla fine ha convinto il Papa il quale, tra l’altro, vedeva nell’operazione anche un intoppo giuridico: lo Ior non può, per statuto, impegnarsi in un’operazione del genere.

Bertone e i suoi fidati imprenditori da una parte, Scola, Bagnasco e il mondo legato alla finanza ambrosiana cosiddetta “bianca” dall’altra. Il Papa nel mezzo a cercare quelle soluzioni più giuste ed eque per tutti. E un ruolo significativo che viene giocato anche dal segretario particolare del Papa, monsignor Georg Gänswein, che quasi quotidianamente ha dovuto raccogliere notizie, sentire pareri, fare da filtro con il Pontefice.

Diverse le lettere arrivate sul suo tavolo contro Bertone, non tutte anonime. Ieri, all’interno del programma d’inchiesta “Gli intoccabili”, in onda su La7, è stato il giornalista Gianluigi Nuzzi a svelare una lettera di qualche mese fa scritta dall’attuale nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò. Il presule, allora numero due del Governatorato, non cita il San Raffaele e nemmeno il Toniolo ma parlando di “corruzione” all’interno del Vaticano chiama in causa, seppur indirettamente, il segretario di stato, reo, quantomeno, di un omesso controllo su coloro che all’interno della Santa Sede rubano gonfiando i costi degli appalti.

Le finanze del governatorato, prima del suo arrivo, erano un buco nero, nel 2009 perdevano 8 milioni di euro: in Vaticano venivano fatte lavorare sempre le stesse ditte, che gonfiavano i costi per l’edilizia e l’impiantistica. Su tutti viene citato un caso: il presepe montato nel Natale del 2009 in piazza San Pietro, costato alle casse della Santa Sede 550 mila euro.

Viganò cita i cardinali Velasio De Paolis, Paolo Sardi e Angelo Comastri come persone da lui informate. Dice che della “corruzione” ha parlato con Bertone senza però ricevere l’aiuto che sperava. E dice al Papa di essere preoccupato: Bertone gli aveva promesso la guida del governatorato una volta che l’allora presidente, il cardinale Giovanni Lajolo, fosse andato in pensione, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Perché Viganò non viene promosso nel posto che gli è stato promesso? A suo dire per un solo motivo: per bloccare l’opera di pulizia iniziata dentro il Vaticano. Una tesi sostenuta anche da altri cardinali di curia, tra questi l’ex nunzio a Washington Agostino Cacciavillan, uomo del cardinale decano Angelo Sodano. Cacciavillan si è speso personalmente sconsigliando al Papa l’allontanamento di Viganò.

Difficile dire quali conseguenze il Papa deciderà di trarre da tutta questa vicenda. Per molti tutto questo fango potrebbe pregiudicare la posizione di Bertone in sella alla segreteria di stato vaticana, tenuto conto anche del fatto che il prossimo dicembre egli compirà 78 anni, la stessa età che aveva il suo predecessore Angelo Sodano quando il Papa accettò le sue dimissioni. In realtà le dimissioni di Bertone sembrano lontane: è improbabile che Benedetto XVI decida di privarsi di colui che un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro ha scelto quale suo uomo di fiducia anche in virtù di un conclave in cui il cardinale di origini piemontesi ha giocato un ruolo decisivo. Già lo scorso agosto un “corvo” aveva provato a fare lo scalpo a Bertone. Sul tavolo del segretario di stato vaticano arrivò una missiva anonima che si apriva con una minacciosa citazione di don Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, la congregazione a cui appartiene Bertone: “Grandi funerali a corte!”. Con queste parole il santo torinese preannunciava lutti a Vittorio Emanuele II nel caso il regno piemontese avesse continuato con le politiche di confisca dei beni della chiesa.

L’anonimo estensore della missiva mostrava di essere informato sulle vicende della curia, tanto che accusava Bertone di non saper decidere e di scegliere i collaboratori sulla base delle sue simpatie personali. Faceva riferimento alla decisione presa di trasferire Viganò, allontanandolo dal Vaticano.

Ma l’estensore della lettera ometteva un particolare non secondario: lo spostamento di Viganò dal Vaticano a Washington non è stata una decisione unilaterale di Bertone. E’ stata una nomina firmata dal Papa. E’ lui ad aver voluto la promozione di Viganò. E’ lui ad aver scelto Bertone, nonostante già nei primi mesi successivi al suo arrivo in segreteria di stato in molti dicessero: “Non ha la stoffa per fare il segretario di stato. Troppo poco diplomatico”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 26 gennaio 2011


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Brutto compleanno per il Concilio, i lefebvriani si preferiscono scismatici

La commissione Ecclesia Dei avrebbe voluto festeggiare l’anniversario che cade oggi dei cinquantatré anni dell’annuncio dell’indizione del Concilio Vaticano II – il 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII, a soli tre mesi dall’elezione, annunciò nella basilica di San Paolo fuori le mura l’intenzione di convocare l’assise – dando notizia della comunione ritrovata con i lefebvriani. Invece il ritorno è ancora in mente Dei e, stando alle notizie che giungono da Econe, sede della Fraternità fondata dal vescovo Marcel Lefebvre, ancora di là da venire.

C’è un paradosso all’interno del pontificato in corso: il Papa che chiede a gran voce il rispetto della tradizione, fatica a trovare un accordo con “l’estrema destra” del mondo cattolico. Più facile, per lui, rinsaldare con gli anglicani, quella parte di cristianità maggiormente su posizioni liberal.

Da Econe le parole suonano molto dure: a complemento della risposta al preambolo dottrinale inviato dal Vaticano, i lefebvriani hanno trasmesso un secondo testo nel quale affermano che gli insegnamenti del Concilio sono in contraddizione con gli enunciati del magistero tradizionale anteriore: libertà religiosa, ecumenismo, collegialità, ecclesiologia.

Dopo la liberalizzazione del messale preconciliare (2007), la revoca nel 2009 della scomunica ai quattro vescovi tradizionalisti e i due anni di colloqui dottrinali il nodo sembra non sciogliersi. A dividere Roma e i lefebvriani resta, ancora, l’ermeneutica del Concilio. Ratzinger insiste nella tesi del Vaticano II come riforma nella continuità con la tradizione dottrinale cattolica; i lefebvriani denunciano una rottura netta tra la chiesa post Vaticano II e la storia precedente.

Particolarmente oltraggiose, per Roma, le parole pronunciate in questi giorni dall’ala più dura dei lefebvriani, la frangia capeggiata dal vescovo Richard Williamson, già noto alle cronache per le sue posizioni negazioniste sulla Shoah: “Piuttosto sedevacantista scismatico che apostata romano”, è la sua ardita posizione. Per Williamson lo scisma non deve spaventare. Dice: “Un rischio maggiore di acquisire una mentalità scismatica sarebbe di contrarre la malattia mentale e spirituale dei romani di oggi avvicinandosi troppo a loro”.

A questo punto la palla è nelle mani di monsignor Bernard Fellay, capo dei lefebvriani. O prende le distanze dai più duri o il rientro della Fraternità è compromesso.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 25 gennaio 2011


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Le ambiguità di Obama sull’aborto ricompattano i cattolici, anche liberal

Nel 2008 i cattolici americani votarono in maggioranza per Obama malgrado lo scetticismo dei vescovi. Difficile che il prossimo novembre la stessa cosa si ripeta. Oggi il fronte dei credenti è tutto contro di lui, senza eccezioni.

Non sono soltanto i fronti più conservatori a protestare contro la Casa Bianca rea di aver stabilito che le assicurazioni sanitarie includano, nelle loro coperture, anche i sistemi contraccettivi per le donne. Ci sono anche le anime più liberal del cattolicesimo a dirsi “indignate” per una decisione “sconsiderata”.

La protesta è cresciuta nelle scorse ore: il governo, tramite il segretario per la Salute e i servizi umani, Kathleen Sebelius, ha fatto sapere che a partire dall’agosto 2013 anche le chiese e le associazioni religiose saranno costrette a offrire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria che contempli i rimborsi per la contraccezione e l’aborto. La direttiva, ha detto Sebelius, “bilancia la libertà religiosa e l’aumento dell’accesso ai servizi di prevenzione”.

L’arcivescovo di New York e capo della Conferenza episcopale statunitense, Timothy Dolan, ha reagito bocciando il provvedimento e chiedendo a tutta la comunità cattolica di far sentire il proprio diniego pubblicamente. Ieri, nel giorno del 39esimo anniversario della Roe v. Wade (la sentenza del 1973 che ha legalizzato l’aborto) erano migliaia a marciare per la vita guidati dal cardinale Daniel Di Nardo, arcivescovo di Galveston-Houston e capo della commissione per le attività pro vita della Conferenza episcopale statunitense.

La genesi delle proteste non è soltanto americana. L’input viene da lontano, da Roma, e più precisamente dal Papa: pochi giorni fa Ratzinger ha ricevuto i vescovi americani. La libertà della chiesa di far sentire la sua voce nel dibattito pubblico statunitense “è gravemente minacciata” ha detto all’arcivescovo di Washington, il cardinale Donald William Wuerl il quale, tornato in patria, ha lanciato la carica.

Il mondo cattolico si sente tradito da un presidente che ancora in questi giorni si è detto impegnato a “ridurre il numero degli aborti”. Il bluff non è stato digerito anche da chi, in passato, aveva difeso la riforma sanitaria. Su tutti basta il nome di suor Carol Keehan, presidente di quella Catholic Health Association che, nel 2010, nonostante la richiesta di prudenza espressa dai vescovi del paese, elogiava gli effetti del programma sanitario varato dalla Casa Bianca dicendo che “milioni di americani sono stati aiutati attraverso la copertura medica della quale avevano bisogno”. Le critiche di Dolan e suor Keehan sono state riportate anche dall’Osservatore Romano che in questo modo ha fatto ben comprendere a Washington da che parte stiano Santa Sede e Pontefice.

Pubblicato sul Foglio martedì 24 gennaio 2012


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Un capo molto elusivo. Indagini su Andrea Riccardi, patron dell’Onu di Trastevere, ora ministro di Mario Monti. E domani?

Cosa vuole fare veramente Andrea Riccardi, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio, movimento cattolico postconciliare, biografo di pregio del pontificato wojtyliano e dal 16 novembre scorso ministro (senza portafoglio) per la Cooperazione internazionale e l’integrazione? Quale il suo futuro ora che il governo presieduto da Mario Monti l’ha arruolato anche in virtù del suo essere organico alla chiesa cattolica? La risposta non è facile anche perché è lui, anzitutto, a eludere in vario modo la domanda.

Sarà Riccardi il leader di un nuovo soggetto politico di dichiarata ispirazione cattolica? “No” risponde. E ancora: “Credo molto nel lavoro di questo governo. In questo lavoro mi sta a cuore una ripresa politica della cultura democratica e repubblicana nella quale noi cattolici abbiamo un ruolo fondamentale. Non ho altre ambizioni”. Si candiderà alle primarie del Partito democratico per le amministrative del 2013 nel comune di Roma? “Non credo che una mia candidatura a sindaco di Roma sia percorribile” dice. “L’avrei accettata forse in età più giovane”. Risposte evasive che non sciolgono il mistero intorno al suo impegno futuro in politica, quando il Parlamento si rimetterà al voto degli elettori e i cattolici cercheranno un leader a cui aggrapparsi.

Sono quattro i ministri dichiaratamente cattolici presenti all’interno dell’attuale governo. C’è Corrado Passera, ministro delle Infrastrutture, arrivato alla politica anche in quanto espressione del polo cattolico della finanza italiana, prima all’Anton-Veneta, poi gruppo Intesa che assorbe la Cariplo, infine Intesa Sanpaolo, a fianco di Giovanni Bazoli. C’è Renato Balduzzi, ministro della Salute, espressione di quel cattolicesimo cosiddetto “adulto” che lo portò, quando tra il 2006 e il 2008 era consigliere giuridico dell’allora ministro delle Politiche per la famiglia Bindi, a ideare il disegno di legge sui Dico (patti coniugali, famiglie di fatto) e a non promuovere la partecipazione degli aderenti del Movimento ecclesiale di cui era presidente (Meic) al Family day. C’è, ancora, l’autorevole Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Di chiara scuola ruiniana, fedele interprete della battaglia sui valori non negoziabili combattuta in un regime di sostanziale pluralismo politico, Ornaghi è l’unico ministro del governo che può vantare l’esplicito appoggio della Conferenza episcopale italiana.

E Riccardi? La sua entrata nel governo non è figlia della “sponsorizzazione” della Cei e nemmeno del Vaticano. Del resto, è lui stesso a confidarlo: “A titolo personale, prima di accettare l’incarico, mi sono consultato con qualche amico come si fa per le decisioni importanti. Ma non c’è nessuna benedizione delle gerarchie in merito al mio impegno al governo. Non mi sento benedetto né più né meno di un qualsiasi altro fedele. Questo governo non è il governo del Vaticano o della Cei, è un governo di ministri che hanno tutti una loro storia particolare”.

In molti sostengono che è stato Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e padre spirituale di Sant’Egidio, a fare sponda, con arguzia e sensibilità istituzionale, con il Quirinale. La pressione su Giorgio Napolitano è stata costante e incisiva. A Riccardi sono stati offerti inizialmente i Beni culturali. Gentilmente rifiutati, si è optato per un ruolo, quello di ministro della Cooperazione e dell’integrazione, più confacente alla sua storia di impegno ecclesiale. Beninteso, il rapporto di Riccardi con le gerarchie non è in discussione. Espressione di quella chiesa di popolo nata negli anni della grande vitalità post conciliare, per decenni la Comunità che egli ha fondato ha lavorato di sponda con la Santa Sede. Sant’Egidio, soprattutto durante il pontificato di Giovanni Paolo II, si è mossa nei vari paesi del mondo come fosse una “sezione parallela” della segreteria di stato vaticana, e questa azione è spesso risultata un atout e un problema. Ma è un dato di fatto che la domanda che si pone padre Andreas R. Batlogg sul numero di settembre della rivista dei gesuiti tedeschi, Stimmen der Zeit, di cui è direttore, all’interno di un articolo dal titolo “Die Optimisten von Sant’Egidio”, non è senza senso. Furono nell’era Wojtyla quelli di Sant’Egidio “i preferiti del Papa?”, si chiede Batlogg in un capitolo del testo tutto dedicato ai rapporti della Comunità di Riccardi con Giovanni Paolo II? Batlogg dà una risposta affermativa e in questa risposta c’è molto di vero.

La domanda sul futuro di Riccardi però resta e a porsela sono anzitutto coloro che oggi, tra le gerarchie, hanno la responsabilità più alta: il capo della Cei Angelo Bagnasco e il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. E probabilmente se la pone anche il Papa il quale, oggi, concede udienza per la prima volta a Mario Monti, presidente del Consiglio. Con lui non saliranno al secondo piano del palazzo apostolico né Ornaghi né Riccardi. Gli unici due ministri presenti saranno quello degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata e il responsabile delle Politiche comunitarie Enzo Moavero Milanesi, soprattutto in vista del colloquio previsto con il cardinale Bertone. La competenza dei due ministri fissa il perimetro degli argomenti che potrebbero entrare nei colloqui riservati ed esclude che si possa parlare di altro, compresi gli scenari futuri e il ruolo dei cattolici in questi scenari. Alle domande di fondo su Riccardi, insomma, si avrà risposta soltanto più avanti: cosa vuole fare del proprio impegno in politica? Ha intenzione di compiere un salto in avanti oppure intende uscire di scena e tornare alle occupazioni di sempre? Fin dove vuole arrivare? E, soprattutto, in nome di chi? Dice un monsignore della curia romana: “Sono domande che da tempo sia Bagnasco sia Bertone si pongono. Anche perché è oramai evidente: il ruolo di storico della chiesa, biografo di Papa Wojtyla e padre fondatore di un importante movimento ecclesiale post conciliare gli sta stretto. Da tempo, all’interno della Santa Sede, c’è chi si domanda cosa farà Riccardi una volta scaduto il compito di ordinario di Storia contemporanea presso la Terza Università degli Studi di Roma. Farà politica? La sta già facendo. Il tutto è capire come, in che modo, per conto di chi e soprattutto con chi, con quale partito, all’interno di quale schieramento una volta che Monti lascerà il proprio incarico”.

Le associazioni cattoliche che lo scorso ottobre avevano organizzato il raduno di Todi avevano in mente uno schema ben preciso: lavorare per tutto il 2012, Berlusconi ancora regnante, alla ricostruzione di un nuovo soggetto politico sul modello del Ppe, un qualcosa di alternativo dunque a un’alleanza di centro che strizzasse l’occhio principalmente al Pd. Riccardi, che non era contemplato in questo progetto, ha giocato d’astuzia. Ha cercato l’appoggio del segretario di stato vaticano per lanciare un progetto sostanzialmente alternativo. Nella parrocchia salesiana del Gesù Bambino di Roma assieme a monsignor Mario Toso, segretario di Iustitia et pax e amico fidato di Bertone, convocò un raduno di cattolici escludendo però le sigle più vicine all’area di centrodestra: la dirigenza dell’Università Cattolica di Milano, il mondo vicino a Comunione e liberazione e alla Compagnia delle opere (Cdo). La sua idea era sostanzialmente una: accreditarsi come padre nobile di un raggruppamento centrista che avesse al suo interno parte dei cattolici del Pd e naturalmente l’Udc di Pier Ferdinando Casini. A Todi Riccardi ha fatto un saluto inziale, ha lasciato la parola al presidente della Cei e poi se n’è andato: “Ho impegni all’estero” ha detto. E ha continuato per la sua strada. Assieme a Raffaele Bonanni, Casini, Lorenzo Cesa e Giuseppe Fioroni ha pianificato un’iniziativa a Napoli prevista per la fine di questo mese (ma i dettagli ancora non si conoscono tanto che c’è chi sostiene che a Napoli non succederà niente) per “rilanciare la partecipazione e dialogare con la cultura laica”. Insieme ha redatto una sorta di manifesto intitolato “Iniziativa per l’Italia”. Dice Natale Forlani, portavoce degli organizzatori del convegno di Todi: “Non confondeteci. L’iniziativa di Napoli non c’entra con noi che stiamo scrivendo un manifesto sociale-politico ancora da pubblicare”.

Carlo Costalli, presidente del Mcl, è tra gli organizzatori di Todi. Dice: “Il nostro progetto è fare sì che in Italia ci siano due aree riformiste, una moderata che faccia riferimento al Ppe e una progressista che faccia riferimento al Pse, evitando pastrocchi ed equivoci terzopolisti”. Ma è ancora Riccardi a sparigliare le carte mostrandosi più modesto e insieme più ambizioso della sua presunta volontà di creare un’aggregazione di centro che strizzi l’occhio al Pd. Dice: “Ripeto: credo molto nel lavoro di questo governo. Non ho altri interessi al momento”.

L’impressione è che sia Riccardi il primo a non sentirsi tagliato per un ruolo politico all’interno di un partito ideologicamente schierato. Le sue ambizioni sembrano più alte, verso profili istituzionali meno operativamente impegnativi. Dice Stefano Ceccanti, senatore del Pd e studioso di teologia: “La politica non è ancora oggi divenuta la dimensione di Riccardi. Sembra piuttosto, mi si passi il termine, un ‘cardinale’ nei modi e nell’eloquio, un rappresentante della chiesa-istituzione. Per questo è difficile dire cosa voglia fare e fin dove voglia spingersi nel suo impegno politico. Prima di Natale era presente alla Camera per presentare il libro di Luca Diotallevi ‘L’ultima chance’ edito da Rubbettino. A una considerazione di Diotallevi sulla nascita della Democrazia cristiana e sullo scontro avvenuto negli anni Trenta e Quaranta tra la visione di monsignor Domenico Tardini che voleva trattare con lo schieramento politico vincente di turno, e monsignor Giovan Battista Montini che sollecitava la presenza politica attiva dei cattolici laici lasciando alla chiesa l’evangelizzazione, Riccardi ha risposto con un approfondimento storico puntuto che certamente ha mostrato tutta la sua competenza ‘ecclesiastica’ ma che insieme ha lasciato in secondo piano la dimensione politica del suo attuale curriculum. E oggi questa sua visione delle cose, questo suo modus operandi da storico e insieme uomo di chiesa è favorito dal fatto di essere ministro in un governo che, come ha detto lui stesso al Corriere della Sera recentemente, ‘non coinvolge i partiti’. Ma, mi domando, cosa succederà dopo?”.

Se si entra nella piccola cittadella di piazza Sant’Egidio a Trastevere, la sede della Comunità fondata da Riccardi all’interno di un ex convento di monache carmelitane, e si chiedono lumi intorno ai progetti futuri di Riccardi, le risposte sono ambivalenti. Tutti però sembrano essere sicuri di una cosa: accetterà soltanto ruoli di alto prestigio istituzionale, difficilmente accetterà di sporcarsi in appartenenze partitiche. Del resto è la stessa Comunità di Sant’Egidio ad avere sempre mantenuto un profilo alto: anche se non è paragonabile, per numeri, ai grandi movimenti ecclesiali sviluppatisi dopo il Concilio – sono circa cinquantamila le persone che formano piccole comunità diffuse in 72 paesi: in Africa (29), in Asia (7), in Europa (23), in Nord e Centramerica (8) e in Sudamerica (5) – l’influenza e il suo prestigio non soltanto in Vaticano ma anche nelle sedi diplomatiche che contano è di gran lunga superiore a quella di altre associazioni religiose numericamente più rilevanti. “Andiamo avanti con passi lenti” dicono nella Comunità. “Crediamo nella ‘forza debole’ di cui parla l’apostolo Paolo e continuiamo il nostro lavoro quotidiano”.

La linea, insomma, è quella di sempre: crescere senza correre troppo, guadagnare influenza e prestigio senza eccedere. Ne è un esempio la campagna per una revisione della normativa riguardante il diritto alla cittadinanza. Già un anno fa la Comunità aveva fatto un importante sforzo in merito. Riccardi l’ha rilanciata nei giorni immediatamente seguenti la nomina a ministro. Ma poi ha chiesto di procedere con calma e ponderazione. Dice oggi: “Il discorso della cittadinanza agli immigrati è importante, ma deve maturare nelle coscienze del paese e delle forze politiche: bisogna procedere in modo condiviso; coraggioso ma condiviso”. E’ un’idea ancora percorribile? “Spero di sì. La mia idea è di lavorare per arrivare a concedere la cittadinanza ai bimbi nati in Italia. Non penso a uno ius soli o ius sanguinis, penso invece a uno ius culturae. Chi nasce in Italia diviene parte della nostra cultura e questa cosa gli va riconosciuta. Da ministro ho visitato una scuola nel napoletano. C’erano tantissimi bambini figli di ucraini nati in Italia. Ho chiesto loro: ‘State imparando l’italiano?’. Mi hanno risposto: ‘Lo sappiamo già. Stiamo cercando d’imparare l’ucraino dei nostri genitori’”. Dice Ceccanti: “Il ministero che Riccardi ha in mano non ha molti poteri. Sostanzialmente non ha deleghe. E’ difficile che riesca a incidere profondamente. Nel Pdl c’è il veto della Lega sulla cittadinanza. E una revisione dell’attuale normativa non può avvenire senza un’ampia condivisione delle forze politiche. Certo se Riccardi riuscisse a realizzarla sarebbe un suo grande successo, anche alla luce del fatto che il tempo a disposizione non è poi così lungo”.

Alla politica dei piccoli passi Sant’Egidio si è sempre attenuta anche nei confronti del Vaticano. E’ stato lentamente che Sant’Egidio è divenuta sempre più importante oltre il Tevere. Tutto cominciò nel 1968. Riccardi, allora meno che ventenne, iniziò riunendo un gruppo di liceali con il solo scopo di ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. Il piccolo gruppo, che aveva come modello Francesco d’Assisi, iniziò subito ad andare nella periferia romana, tra le baracche che in quegli anni cingevano Roma e dove vivevano molti poveri, e avviò un doposcuola pomeridiano (la “Scuola popolare”, oggi “Scuole della pace” in tante parti del mondo) per i bambini. Arrivarono presto i primi riconoscimenti ufficiali da parte della chiesa per quella che l’Espresso definì “una cometa con piccolo nucleo ma mirabolante scia luminosa”. Da lì fu una crescita costante. Già nel 1974 il cardinale vicario di Roma Ugo Poletti lo volle al suo fianco in un convegno dedicato ai mali della città. Fu l’inizio di una collaborazione con la chiesa istituzione che continuò negli anni. E nel 1995 agli stati generali della chiesa italiana il cardinale Camillo Ruini fece sedere Riccardi alla propria destra, al tavolo della presidenza.

Negli anni a seguire i rapporti con le gerarchie sono stati altalenanti. Sant’Egidio, cercando e ottenendo consenso spesso nella sinistra ecclesiale, ha permesso che quell’intesa iniziale s’intorpidisse un po’, che un’ala più conservatrice della curia romana arrivasse a guardare in modo sfavorevole la loro crescita e l’appoggio della Santa Sede, ma il callido fiuto ecclesiastico che Ruini aveva percepito in Riccardi è rimasto intatto e continua a manifestarsi oggi. Dice Gian Franco Svidercoschi, vaticanista di lungo corso ed ex vicedirettore dell’Osservatore Romano, che Giovanni Paolo II valorizzò Riccardi “perché vedeva in lui la migliore traduzione popolare del rinnovamento chiesto dal Concilio. Se Comunione e liberazione nacque principalmente come risposta politica alla prepotenza delle sinistre nelle università milanesi, Sant’Egidio nacque invece come risposta spirituale al Sessantotto. Due risposte diverse che il Papa valorizzò allo stesso modo. Per come stanno andando le cose non sembra che la discesa in politica di Riccardi sia in contraddizione con l’origine spirituale del suo movimento”. Anche perché, verrebbe da dire, Riccardi non ha sciolto le riserve. Ancora non ha detto cosa intende fare da grande: se tornare agli impegni precedenti oppure mescolare davvero la propria spiritualità con una discesa ufficiale e decisa nell’agone.

Pubblicato sul Foglio sabato 14 gennaio 2012


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Valutazioni e retroscena vaticani della marcia indietro sul San Raffaele

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La spinta decisiva che ha convinto il Vaticano a uscire dal San Raffaele l’hanno data due cardinali lombardi di peso, espressione all’interno della curia romana della cosiddetta “finanza bianca”: il cardinale varesino Attilio Nicora, presidente dell’Aif, la nuova authority incaricata di controllare l’attività finanziaria di tutti gli enti del Vaticano, e il cardinale bresciano Giovanni Battista Re, ex capo dei Vescovi.

I due porporati, nei giorni scorsi, hanno fatto sapere all’appartamento papale, tramite l’invio di una nota scritta, che non era il caso che la cordata guidata dal manager Giuseppe Profiti, dal presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e dal finanziere Vittorio Malacalza confermasse il proprio impegno. E il Papa, forte anche del parere divenuto, alla fine, negativo dello stesso segretario di stato Tarcisio Bertone, ha deciso per l’uscita.

Così ieri la Santa Sede non ha pareggiato l’offerta di 405 milioni di euro che l’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli ha messo sul piatto per acquistare l’ospedale che fu di don Verzé.

Nicora e Re hanno valutato ogni cosa. Il rischio che nell’affare si replicassero gli errori commessi ai tempi del crac del Banco Ambrosiano sono stati ritenuti reali. Il buco finanziario dell’ospedale, infatti, è un’entità difficilmente quantificabile.

Lo Ior chiuse la vicenda dell’Ambrosiano versando 406 milioni di dollari a titolo di “contributo volontario”. Ma oggi un nuovo e ingente esborso per un fallimento del quale la Santa Sede non ha responsabilità non sarebbe tollerabile. Non solo: esiste anche un intoppo giuridico. Lo Ior non può, per statuto, impegnarsi in un’operazione del genere. Gotti Tedeschi ha fatto notare più volte la cosa all’interno dei sacri palazzi, tanto che si dice sia lui oggi il più sollevato per il dietrofront.

Nei mesi passati erano stati anche l’arcivescovo di Milano Angelo Scola e il presidente della Cei Angelo Bagnasco a esprimere a Bertone riserve sull’operazione, anche per il fatto non secondario che l’ospedale di Verzé non aveva poi molto, nei suoi statuti e meno nelle sue prassi, che lo legasse alla chiesa: dal ricorso alla fecondazione artificiale alle ricerche svincolate dai criteri etici del magistero. Un accordo non scritto fra i tre porporati sanciva la possibilità di abbandonare la partita entro sei mesi. Così è stato.

Il progetto di un grande polo sanitario d’eccellenza, dunque, con il San Raffaele, il Bambin Gesù, la Casa Sollievo di San Giovanni Rotondo e il Policlinico Gemelli sembra accantonato.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 11 gennaio 2012


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Chiesa e geopolitica. Vita, Nigeria e libertà religiosa. Discorso ai diplomatici di un Papa europeo, ma non eurocentrico

Nella Sala Regia del palazzo apostolico Benedetto XVI ha ricevuto ieri il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Il Papa ha difeso la vita nascente e la famiglia, ha parlato di libertà di educazione e di libertà religiosa. E ha ricordato le aggressioni ai cristiani in Nigeria insieme all’uccisione del ministro pachistano Shahbaz Bhatti: “Non si tratta” ha detto il Papa, “di un caso isolato.

In non pochi paesi i cristiani sono privati dei diritti fondamentali e messi ai margini della vita pubblica”.

A quattro giorni dall’annuncio di un imminente concistoro che secondo la maggior parte degli osservatori ridisegnerà in chiave fortemente “romanocentrica” gli equilibri del collegio cardinalizio, l’incontro di ieri ha comunque mostrato l’appeal internazionale che oggi la Santa Sede possiede. Solo gli Stati Uniti, infatti, superano il Vaticano per numero di paesi accreditati. In tutto sono 179, circa dieci in meno da quelli che gli stessi Stati Uniti dicevano di avere nel 2009. In sostanza, all’appello mancano soltanto la Cina e l’Arabia Saudita, tra i paesi più importanti.

Domenica è stato il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire a ricostruire notizie dettagliate circa “il ruolo della chiesa cattolica nello scenario della geopolitica mondiale” mostrando anche dati interessanti circa le rappresentanze pontificie nel globo.

Dall’anno scorso, per la prima volta, gli italiani non sono più in maggioranza tra i nunzi apostolici. E ce ne saranno ancora di meno in futuro, vista la preponderanza di nuovi nunzi stranieri finora nominati da Benedetto XVI. Appena meno della metà, 49 in tutto, sono italiani, una percentuale inferiore rispetto al passato. Si tratta di un trend destinato a crescere visto che, con Papa Ratzinger, sono stati elevati all’episcopato 36 nunzi di prima nomina di cui solo 13 italiani.

Quattro giorni fa molto si è scritto anche intorno al fatto che nessuno dei nuovi cardinali è africano. Ciò non significa, tuttavia, che la Santa Sede non abbia un interesse diplomatico e pastorale nel continente. In Africa la rete delle nunziature è stata rafforzata con due nuove sedi: in Burkina Faso nel 2007 e in Liberia nel 2008. Nel 2010 poi, oltre a quello presente in Timor Est, sono stati nominati altri tre “incaricati d’affari” stabilmente residenti in tre paesi africani: Ciad, Gabon e Malawi.

Pubblicato sul Foglio martedì 10 gennaio 2011


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