Manfred Lütz contro esagerazioni e minimizzazioni: il teologo e psichiatra tedesco ci dice cose sagge sulla pedofilia tra i preti

Oggi sul Foglio, lo trovi qui: “Il teologo e psichiatra tedesco ci dice cose sagge sulla pedofilia tra i preti“.

Pubblicato sul Foglio giovedì 11 marzo 2010

Che cosa c’è dietro la seconda ondata di anglicani convertiti al cattolicesimo

La seconda ondata è cominciata. Dopo il gruppo di fedeli tradizionalisti australiani appartenenti alla Forward in Faith, anche un centinaio di parrocchie anglicane statunitensi ha deciso di emigrare in massa nel cattolicesimo usufruendo della costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus” firmata da Benedetto XVI, il 4 novembre scorso. Si tratta di fedeli (diversi preti sposati inclusi) appartenenti all’Anglican Church in America (Aca). Anche per loro valgono le regole già accettate dagli australiani: entreranno in strutture denominate “Ordinariati personali” e manterranno i propri riti liturgici. La decisone è stata presa nei giorni scorsi durante un meeting tenutosi nella città di Orlando (Florida). Erano presenti il reverendo Louis W. Falk, presidente dell’Aca, e il vicepresidente, il reverendo George Langberg.

L’Aca fa parte della Tradional Anglican Communion (Tac) che vent’anni fa ruppe con la comunione anglicana per le molteplici decisioni prese in contrasto con la dottrina tradizionale. Come i fedeli australiani, anche i fedeli dell’Aca non hanno digerito la decisione di diverse comunità anglicane di ordinare preti e vescovi sia donne sia omosessuali. Lo strappo, insomma, ha radici lontane e la decisione dei giorni scorsi è la coda di un lungo processo.

La notizia è stata riportata in Gran Bretagna dal Telegraph. E’ nel Regno Unito, infatti, che la decisione del Papa di firmare l’“Anglicanorum coetibus” fa molto parlare di sé. Il mondo anglicano non sta passando uno dei suoi momenti migliori. Al di là delle conversioni al cattolicesimo, è in atto un’importante e apparentemente inarrestabile emorragia di fedeli ben superiore a quella che sta investendo, in tutta Europa, sia cattolici che ortodossi. La via “liberal” che ha mandato in crisi gli anglicani più tradizionalisti, in fondo, altro non è che un tentativo di reagire a questa dissoluzione numerica. Ma i risultati, fino a oggi, sembrano controproducenti: anche il “movimento di Oxford” (di cui uno dei più illustri membri fu John H. Newman) era da comprendere in questa dinamica.

A poco più di sei mesi dal viaggio del Papa nel Regno Unito, il mondo anglicano è chiamato in qualche modo a riflettere al suo interno. Benedetto XVI non ha approvato l’“Anglicanorum coetibus” in opposizione al mondo anglicano ma semplicemente per rispondere a una richiesta avanzata a Roma dai fedeli. Come il recente simposio sull’ecumenismo promosso dal Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha dimostrato, l’intenzione di Roma è quella di creare una sinergia, almeno in Europa, tra diverse chiese e comunità cristiane. Come ha detto alla Radio Vaticana il vescovo anglicano Tom Wright, il “sogno modernista” che viveva la cristianità quaranta anni fa non si è realizzato. “Oggi ci troviamo in un mondo diverso e credo che tutti siamo consapevoli che una maggiore intesa tra di noi sarebbe veramente una buona cosa”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 10 marzo 2010

Soffia la bufera della pedofilia, ma per Küng e soci il vero scandalo è il celibato

Ieri il Vaticano, attraverso il suo portavoce padre Federico Lombardi, ha parlato del montare delle polemiche scoppiate in Germania sui presunti episodi di pedofilia perpetrati tra il 1958 e 1973 a Ratisbona, in Baviera, all’interno del coro diretto dal 1964 al 1994 da don Georg Ratzinger, fratello di Benedetto XVI. Premesso che “la chiesa sta facendo tutto il possibile affinché in futuro non si ripetano più abusi sessuali su minori” – ha detto Lombardi – occorre ricordare che “gli episodi di pedofilia non riguardano solo la chiesa ma anche altri ambienti ed è bene preoccuparsi anche di questi”. Poche ore prima era stato don Georg a parlare: pur ribadendo di non essere mai stato a conoscenza di abusi perpetrati all’interno del coro, ha chiesto perdono per gli errori del passato.

Germania e Irlanda, Austria e Olanda: sono però tanti i paesi dove stanno venendo allo scoperto casi di pedofilia che coinvolgono preti e religiosi. Ma il caso della Germania è giocoforza centrale: sono in molti qui, anche all’interno della chiesa, a leggere le dolorose vicende di pedofilia ponendosi interrogativi sulla castità dei sacerdoti. La tesi è, in sostanza, quella espressa pochi giorni fa sul Tablet da Hans Küng: gli abusi su minori da parte dei preti potrebbero essere debellati abolendo il celibato. “Non si tratta di casi isolati, ma di un problema interno al clero” ha scritto il teologo tedesco. E ancora: “Gli abusi sessuali compiuti dai sacerdoti non hanno nulla a che fare con il celibato? Obiezione! Come mai si registrano in massa proprio nella chiesa cattolica, guidata da celibatari? Chiaramente queste colpe non sono attribuibili esclusivamente al celibato. Ma questo è la più importante espressione strutturale dell’approccio teso che i vertici ecclesiastici hanno rispetto alla sessualità”. Non così la pensano il Papa e i vertici della Santa Sede. Eppure la pressione sul celibato sacerdotale, la spinta perché la consuetudine che vuole i preti cattolici di rito latino celibi venga superata è forte. E soffia su Roma soprattutto dalla Germania, in coincidenza dell’anno sacerdotale che il Papa ha voluto indire. Un anno nel quale Ratzinger ha deciso di mostrare a tutti la figura del Curato d’Ars: “La sua castità è quella richiesta a un prete per il suo ministero”.

Sull’importanza del celibato nel sacerdozio il Papa ha parlato più volte. Recentemente è stato lo psichiatra e teologo Manfred Lutz, direttore dell’ospedale psichiatrico di Colonia e consultore della Congregazione per il clero, a parlarne sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Qualunque cosa si possa pensare della morale sessuale cattolica essa è sempre stata, per chiunque l’ha rispettata, un baluardo contro l’abuso dei bambini. E citare in questo contesto il celibato è un atto irresponsabile. In una conferenza che si è tenuta a Roma nel 2003, i principali esperti internazionali, tutti non cattolici, hanno dichiarato che non esiste un collegamento tra questo fenomeno e il celibato”.

Eppure l’argomento è vivo. Tanto che domani e venerdì anche di questo diversi cardinali e vescovi parleranno in un convegno promosso dalla Congregazione per il clero alla Lateranense: molti gli interventi dedicati al celibato ecclesiastico. In sostanza, si tratta di una sorta di risposta a coloro che nella chiesa avanzano dubbi sul celibato dei preti. Ci sarà il prefetto del clero, il cardinale Cláudio Hummes. Fu lui, appena arrivato a Roma nel 2006, a dire che “il celibato non è un dogma”. Un concetto scontato ma che, espresso dal neo prefetto del clero, fece clamore. Tanto che poi Hummes, in pubblico, non ne parlò più. Insieme a Hummes parlerà anche il vescovo di Ratisbona Gerhard Müller, il primo esponente della chiesa tedesca ad ammettere gli abusi sessuali di Ratisbona. Poi il cardinale Carlo Caffarra (arcivescovo di Bologna), monsignor Filippo Santoro (vescovo di Petrópolis), monsignor Leo Burke (prefetto del Supremo tribunale della segnatura apostolica), il cardinale Antonio Cañizares Llovera (prefetto del Culto divino), monsignor Mauro Piacenza (segretario del Clero).

Venerdì, il giorno dell’arrivo in Vaticano di Robert Zollitsch, presidente dei vescovi tedeschi, i partecipanti al convegno saranno ricevuti dal Papa: un segno importante soprattutto in questi giorni in cui la bufera sul Vaticano non accenna a calmarsi.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 10 marzo 2010

Ritratto. Mogavero, vescovo outspoken, piace a tutti ma non dà la linea alla Cei

Monsignor Domenico Mogavero, siciliano, 63 anni, dal 2007 vescovo di Mazara del Vallo, è fatto così: quello che ha dentro lo tira fuori sempre e comunque. E’ per questo, perché le cose le dice piuttosto che chiudersi a riccio come fanno molti suoi confratelli, che sale spesso agli onori delle cronache. Bollato come “vescovo di sinistra”, anti berlusconiano, a tratti addirittura no global. In realtà, Mogavero, non è nulla di tutto questo. E’ vero, una settimana fa ha attaccato sulla Radio vaticana il decreto che permette la riammissione delle liste del Pdl alle regionali in Lombardia e nel Lazio, ma come ha detto ieri sulle colonne del Corriere della Sera, di Repubblica, del Giornale e ai microfoni di Radio Capital (non c’è niente da fare: non riesc e a non rispondere a tutti i giornalisti che lo interpellano) l’ha fatto perché ritiene sbagliata la metodologia del decreto e non per motivi di appartenenze politica.

Del resto, che a Mogavero non interessi schierarsi politicamente lo dicono i fatti. A cominciare da quel Centro mediterraneo di studi interculturali (Cemsi) che il vescovo di Mazara del Vallo, a sorpresa, non ha fondato con politici di sinistra ma col senatore del Pdl Antonio d’Alì. Poi c’è la querelle messa in campo qualche mese fa con il Roberto Maroni. Mogavero critica il ministro dell’Interno, reo di aver chiesto durezza e intransigenza nei confronti dei clandestini. I due duellano per qualche tempo a distanza, fino a quando Mogavero decide di invitare Maroni a Mazara per fargli fare un giro nel centro per gli immigrati della città. Maroni accetta e rimane talmente colpito da come il centro è strutturato, che più volte citerà Maraza come eccellenza a cui tutti devono riferirsi.

Mogavero è comunque voce ascoltata all’interno della Conferenza episcopale italiana. Non solo perché è stato per diverso tempo condirettore dell’ufficio nazionale per i problemi giuridici, ma anche perché ha un link diretto con monsignor Mariano Crociata, segretario della stessa Cei. Quando Mogavero arrivò a Mazara, infatti, Crociata era vicario. I due si stimano tanto che, quando la scorsa estate Mogavero criticò Silvio Berlusconi perché non dava risposte soddisfacenti in merito alle polemiche sulla sua vita privata, le uscite del presule non vennero tacitate. E addirittura, le sue posizioni Mogavero le espresse pure in un’intervista al Fatto: “Non si può invocare il consenso popolare – disse – per fondare la propria impunità”.

Infine il “caso Boffo”. Anche qui, Mogavero mostra coraggio. A inizio settembre chiede le dimissioni del direttore di Avvenire. Poi, durante l’assemblea generale dei vescovi ad Assisi, chiede davanti a tutti che il nome del successore di Dino Boffo venga discusso assieme. Infine, quando sale il sospetto che le accuse contro Boffo siano nate dall’interno stesso della chiesa (e da qui avvalorate) si dichiara “sconcertato”. “Siamo di fronte – dice – a un gesto immorale, un peccato”.

Pubblicato sul Foglio martedì 9 marzo 2010

La dura selezione di quegli uomini in frac che stazionano a San Damaso

Quando si parla di gentiluomini di Sua Santità c’è anche chi, come il decano vaticanista Luigi Accattoli, la mette sul ridere e usando un linguaggio artatamente datato dice: “Alle volte un giornalista, pur morigerato, non si trattiene e imprende a dare consigli e dimanda, come fosse cosa sua, perché il Papa teologo non si liberi delle anticaglie, frac sparati croci d’oro et similia. L’attuale congiuntura può aiutarlo. Paolo VI fece novanta, si attende un Papa che faccia cento”. Ma a ben vedere, non sarà Benedetto XVI a fare cento. Fu lui infatti, il 7 gennaio 2006, a ricevere in udienza i suoi gentiluomini e a dire loro: “Cari gentiluomini, la barca di Pietro, per poter procedere sicura, ha bisogno di tante nascoste mansioni, che insieme ad altre più appariscenti contribuiscono al regolare svolgimento della navigazione”. Tra queste, era sottinteso, le mansioni di quegli strani personaggi, i gentiluomini di Sua Santità – oltre cento oggi – che in sostanza altro non fanno se non, a turno, accogliere gli ospiti prima che il Papa si palesi nella stanza delle udienze.

Gentiluomini del Papa si diventa, non si nasce. Non occorre essere di sangue blu né appartenere a qualche circolo particolare. Gentiluomini si diventa, recita l’annuario pontificio, “con Biglietto – con la B maiuscola, ndr – della segreteria di stato vaticana”. Chi ne è degno? (Perché di “dignità” si tratta). Ne sono degne “persone che si distinguono per prestigio personale e che hanno acquisito particolari benemerenze verso la Santa Sede”. E’, quindi, per doti personali, per azioni svolte (almeno sulla carta) indipendentemente dal proprio ceto o classe d’appartenenza, che si diviene gentiluomini: un incarico ambito perché è il sigillo, nero su bianco, di un legame del tutto particolare che si viene ad avere direttamente con il Papa. Non a caso è della “famiglia pontificia”, della famiglia del pontefice, che si entra a far parte.

Servono due cose, dunque: il prestigio e le benemerenze personali. Non è difficile dire di che cosa si tratta. Da una parte di servizi resi, magari per anni, alle dipendenze della Santa Sede o in collaborazione con essa. E’ il caso, ad esempio, dell’ultimo gentiluomo nominato da Giovanni Paolo II prima di morire: lo spagnolo Justo Carlos Abella y Ramallo, per diverso tempo ambasciatore di Madrid in Vaticano. Oppure di uno degli ultimi gentiluomini creati da Benedetto XVI: l’ex direttore dell’Osservatore Romano, il professor Mario Agnes. Dall’altra si tratta di una particolare amicizia che negli anni si crea con un cardinale importante, o anche direttamente con il Papa. Un’amicizia che porta la segreteria di stato a iscrivere, spesso su suggerimento di un vescovo o di un cardinale, questa o quella personalità nell’elenco dei gentiluomini. E’ il caso del sottosegretario Gianni Letta. Di Francesco Alfonso, già consigliere capo della segreteria del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Di Francesco La Motta, prefetto, già direttore centrale del fondo edifici di culto del ministero dell’Interno. E anche, ovviamente, di Angelo Balducci, iscritto nell’elenco dall’8 dicembre 1995.

Una volta che si diviene gentiluomini di Sua Santità si entra nella famiglia pontificia, la “nostra antica e benemerita corte”, come l’aveva definita Paolo VI nel motu proprio “Pontificalis domus” del 1968. Un gruppo eterogeneo formato da due rami: uno ecclesiastico, l’altro laico. Del ramo ecclesiastico fanno parte, tra gli altri, l’elemosiniere di Sua Santità, il teologo della casa pontificia, prelati d’onore e cappellani. Nel ramo laico ci sono il comandante della guardia svizzera pontificia, personale con svariati incarichi e poi loro, i gentiluomini. Quale il loro compito? Lo sancì Paolo VI: svolgono all’interno della famiglia pontificia mansioni di “particolare responsabilità e di qualificata rappresentanza al servizio del Sommo Pontefice”. Principalmente, come detto, il compito dell’accoglienza di coloro che vengono ricevuti in udienza dal Papa. Un compito che non decade in caso di sede vacante. Perché, in sostanza, almeno che non vi siano gravi motivi, la nomina è a vita. (Si ricorda un caso eclatante di cancellazione dall’elenco dei gentiluomini del Papa: Umberto Ortolani, sodale di Licio Gelli nelle P2, venne insignito del titolo nel 1963. Fu depennato dall’elenco nel 1983. Il Vaticano non fece nessuna comunicazione ufficiale, semplicemente il suo nome sparì dall’annuario pontificio a partire da quell’anno).

A guardarli, i gentiluomini, quando in fila aspettano nel cortile di San Damaso l’arrivo in Vaticano di un qualche importante capo di stato, questo esprimono: dignità. Col loro frac nero, le medaglie, doppio petto e cravatta a fiocco, salutano uno alla volta questo o quell’ospite illustre. Il loro è un servizio non difficile, ma delicato. Recita in proposito l’annuario pontificio: “Vestiti con il caratteristico frac nero ornato dal collare d’oro – segno di particolare dignità – i gentiluomini di Sua Santità dipendono dalla Prefettura della casa pontificia che ne predispone i servizi. Si fanno notare soprattutto in circostanze particolarmente solenni: le celebrazioni liturgiche pontificie, le visite di stato e i ricevimenti di personalità di riguardo, le presentazioni di credenziali da parte degli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, le cerimonie civili e le udienze papali. A loro compete essenzialmente l’accoglienza degli ospiti e il loro accompagnamento ai posti riservati. In alcune occasioni hanno anche l’incarico di rilevare presidenti e diplomatici alle loro residenze romane e guidarli fino all’appartamento pontificio per poi accompagnarli di nuovo alle loro sedi”.

E’ vero, Paolo VI nel 1970 mise in campo un’azione di snellimento della curia romana che fece scomparire alcune tradizionali figure: gli assistenti al soglio che affollavano l’altare e il trono del Papa, il patriziato romano, i corpi armati e i dignitari della corte pontificia che partecipavano alle liturgie senza alcun compito. Furono rinnovate e semplificate le sacre vesti e le suppellettili, rivisti il canto e la musica. Ma è difficile ipotizzare che Benedetto XVI voglia seguirlo su questa strada. La curia romana, oggi, ha altri problemi.

Pubblicato sul Foglio sabato 6 marzo 2010

Da santo subito a beato tra un po’. Giallo nella canonizzazione di Wojtyla

Diventa un giallo il processo di beatificazione e canonizzazione di Karol Wojtyla. “Santo subito”, avevano chiesto parte dei fedeli riuniti in piazza San Pietro l’8 aprile del 2005 in occasione dei funerali di Giovanni Paolo II. Ma il processo che stando alle attese avrebbe dovuto essere brevissimo – già Benedetto XVI aveva anticipato l’inizio della causa senza aspettare che passassero i cinque anni canonici dalla morte – rischia ora di subire ritardi. Tutto ciò nonostante un mese fa il postulatore della causa, monsignor Slawomir Oder, avesse dato alle stampe un libro che anche nel titolo aveva la pretesa della definitività: “Perché è santo. Il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di beatificazione”. Un libro, secondo alcuni, uscito troppo in anticipo.

Questa la situazione. La Congregazione per le cause dei santi sta valutando la veridicità del miracolo – è indispensabile per procedere alla beatificazione – che sarebbe avvenuto per intercessione di Wojtyla. La valutazione è stata affidata a sette medici qualificati. Chiamati a dare un parere sul caso della suora francese, Marie Simon-Pierre, che sarebbe guarita dal Parkinson per intercessione del predecessore di Ratzinger, sembra non siano riusciti a giungere a un parere unanime. Uno di questi medici, infatti, non è convinto del fatto che suor Marie fosse stata davvero affetta da Parkinson. Per questo motivo è stata chiesta a due dei sette una relazione sullo stato dell’arte in modo che quando fra qualche settimana i medici si riuniranno per esprimere un parere definitivo tutte le perplessità siano nero su bianco. Certo, la beatificazione non dovrebbe essere messa in discussione. Ma che questa avvenga nel 2010 è cosa improbabile.

Uno dei più importanti quotidiani cattolici polacchi, Rzeczpospolita, ha sentito nelle scorse ore il professor Grzegorz Opala, neurologo dell’Università medica della Slesia, il quale in merito alla malattia di suor Marie ha detto: “Ci sono malattie che presentano gli stessi sintomi del morbo di Parkinson, ma che sono diverse da questo. Nei casi di quei parkinsonismi sorti dopo un trauma, un’intossicazione o dopo aver assunto dei medicinali, i sintomi spariscono se si sospende, ad esempio, il trattamento cui è stato sottoposto il malato. Il Parkinson, invece, non è curabile”. Secondo il professor Opala, comunque, è inverosimile che le équipe mediche che hanno esaminato la guarigione della suora non abbiano preso in considerazione questa possibilità.

Suor Marie aveva raccontato d’essere guarita dal Parkinson il 2 giugno del 2005, poco dopo la morte di Giovanni Paolo II: “Avevo il Parkinson, ho pregato Giovanni Paolo II e la malattia è sparita”, disse la suora. Il morbo di Parkinson, che aveva intaccato principalmente la parte sinistra del corpo, le era stato diagnosticato nel 2001. Si era aggravata nel 2004, e ancor più il giorno della morte di Giovanni Paolo II, il 2 aprile 2005. Il 13 maggio le suore Piccole sorelle della maternità, la comunità nei pressi di Aix-en-Provence della quale la suora fa parte, avevano iniziato a pregare per la guarigione di Marie. All’improvviso, il 2 giugno, i sintomi della malattia scomparvero. La guarigione miracolosa, inspiegabile dal punto di vista scientifico, venne confermata nel processo diocesano.

A dispetto di quanto scrive Rzeczpospolita non è in discussione, all’interno della Congregazione per le cause dei santi, l’ipotesi di valutare un altro miracolo per arrivare alla beatificazione. Ce ne sono 271 – molti “non italiani” – sui quali sono state raccolte documentazioni ma ancora non sono stati valutati. Prima di procedere in tal senso, infatti, si attende un parere definitivo sul miracolo di suor Marie da parte dei quattro medici convocati.

Sentito dal Foglio, il cardinale José Saraiva Martins dice che più che parlare di “rallentamento” nel processo di beatificazione di Wojtyla, occorre parlare di “iter normale”. “Avviene sempre così. Il miracolo è sempre presunto. E prima che la consulta dei medici si esprima rimane tale. Nel caso di Wojtyla ancora un parere definitivo da parte dei medici non c’è. E finché non c’è un parere definitivo non si può passare alle valutazioni dei teologi. Spetta infatti ai teologi dire se c’è un processo di causa-effetto tra il miracolo avvenuto e l’intercessione di Wojtyla”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 5 marzo 2010

La finestra sul cortile dei gentili si apre a Parigi, laica e spirituale insieme

La location del primo incontro è già stata decisa: Parigi. Perché la Francia è terra laica e di ricerca spirituale assieme, dove non a caso – dicono al pontificio consiglio della Cultura guidato dall’arcivescovo Gianfranco Ravasi – è nato e cresciuto André Comte-Sponville, il filosofo e accademico francese che ha scritto “Lo spirito dell’ateismo: introduzione a una spiritualità senza Dio”, un testo dove si ricorda che la spiritualità non appartiene soltanto ai credenti. Anche coloro che non hanno fede possono accedervi. All’appuntamento di Parigi il prossimo autunno però, non sarà Comte-Sponville l’ospite d’onore, bensì la linguista e psicanalista Julia Kristeva, anch’essa non credente seppure sensibile e attenta al tema di Dio. Più in là, e cioè oltre l’idea di un incontro in terra di Francia, monsignor Ravasi non è ancora andato. Eppure già questo non è poco se si pensa che è stato soltanto il 21 dicembre scorso che Benedetto XVI, nell’importante e tradizionale discorso rivolto alla curia romana per gli auguri di fine anno, auspicava che la chiesa si facesse promotrice dell’apertura di un vero e proprio “cortile dei gentili”. Già, perché di questo si tratta. Della volontà vaticana di dare seguito all’idea papale di un luogo “dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della chiesa”. E ancora: “Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto”. Ne ha parlato, il Papa, andando col pensiero al recente viaggio in Repubblica Ceca: “Un paese con una maggioranza di agnostici e di atei, in cui i cristiani costituiscono ormai soltanto una minoranza”.

Il pontificio consiglio della cultura è un cantiere aperto. Ravasi non si lascia sfuggire nessun input che Benedetto XVI suggerisce per allargare il proprio già ampio campo d’azione. La volontà di dare seguito all’idea del cortile dei gentili, Ravasi l’ha annunciata il 25 febbraio, all’interno di un’inchiesta promossa sull’argomento da Avvenire: “Il nostro dicastero – ha detto l’arcivescovo meratese – sta organizzando una Fondazione intitolata ‘Il cortile dei gentili’ che si ispira al discorso fatto dal Papa alla curia a dicembre”. In sostanza: una sorta di rete di persone agnostiche o atee che vogliano dialogare con la chiesa. Inoltre, – ha detto Ravasi – “vogliamo avviare contatti con organizzazioni atee per un confronto”. Terzo, “studiare lo spazio della spiritualità dei senza Dio su cui aveva già indagato la Cattedra dei non credenti del cardinale Martini a Milano”. Infine, “sviluppare i temi del rapporto tra religione, società, pace e natura. Vorremmo aiutare tutti a uscire da una concezione povera del credere, far capire che la teologia ha dignità scientifica e statuto epistemologico. La Fondazione vorrebbe organizzare ogni anno un grande evento per affrontare uno di questi temi”.

La città del primo incontro è, dunque, Parigi. Ma dove e come la cosa avrà luogo ancora non si sa. Già, perché occorre riproporre fedelmente il concetto di cortile riservato ai gentili. Questi, nel tempio, non avevano accesso. Per loro era riservato un cortile esterno. E anche a Parigi è la stessa idea che si vuole perseguire: un luogo esterno a uno spazio religioso nel quale incontrarsi, parlare e anche pregare.

Ratzinger, prima del discorso alla curia romana, affrontò l’argomento proprio a Parigi, in occasione del suo viaggio francese (12-15 settembre 2008). Fu in quest’occasione che parlò della ricerca di Dio come del motivo fondamentale dal quale è nato il monachesimo occidentale e, con esso, la cultura occidentale. “Come primo passo dell’evangelizzazione – ha detto Benedetto XVI lo scorso dicembre – dobbiamo cercare di tenere desta tale ricerca; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde”.

Ratzinger parla non semplicemente di un luogo di incontro, ma di un luogo di preghiera: “Spazio di preghiera per tutti i popoli: si pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi, riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il ‘Dio ignoto’. Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in mezzo a oscurità di vario genere”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 3 marzo 2010

Vescovi emiliani spiegano a vescovi italiani come difendere la vita nelle urne

Mentre si avvicina il voto regionale, mentre la confusione regna nel Lazio dove, tra i tanti grattacapi, c’è anche quello di una chiesa ufficiale che ancora non ha detto nulla – e senz’altro non dirà nulla – in merito alla candidatura della radicale Emma Bonino, c’è una regione dove i vescovi e gli arcivescovi hanno deciso in qualche modo di uscire allo scoperto: l’Emilia Romagna. I presuli guidati dal cardinale arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, infatti, hanno abbandonato nelle scorse ore l’ecclesialese e hanno provato tutti insieme, nessuno escluso, a parlare chiaro. Hanno scritto una notificazione nella quale hanno spiegato che, seppure non sia compito loro fare nomi e dare indicazioni di voto, spetta a ognuno, in particolare a ogni elettore cattolico, ricordare che esistono dei valori che al momento del voto non possono essere elusi, dimenticati. Sono i valori scritti all’interno della dottrina sociale della chiesa, ovvero i valori inerenti la vita e la sua difesa, quei valori che Benedetto XVI chiamò, tempo addietro, “non negoziabili”.

Dicono i vescovi dell’Emilia Romagna che al momento del voto occorre discernere chi difende meglio “la dignità della persona umana, costituita a immagine e somiglianza di Dio”. E ancora: “La sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile e indisponibile a tutte le strutture e a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto a un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato”. Perché una cosa deve essere chiara: “La coscienza cristiana rettamente formata non permette di favorire col proprio voto l’attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti coi valori sopraddetti, esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana”.

L’uscita dei vescovi della regione più “rossa” d’Italia è stata senz’altro condivisa dal combattivo cardinale Angelo Bagnasco. Avvenire, infatti, il giornale della Cei, ha dedicato un’intera pagina domenica al comunicato, segno che anche la presidenza della Cei condivide il taglio molto deciso dei presuli: “Valori non negoziabili. La bussola per il voto”, ha titolato Avvenire.

Negli ultimi giorni, comunque, il quotidiano diretto da Marco Tarquinio è intervenuto più volte sul voto regionale, con riferimenti espliciti anche alla candidatura della Bonino nel Lazio. Tarquinio, infatti, ha scritto che i radicali che “si candidano ad assumere addirittura la rappresentanza del sentire cattolico”, rappresentano un caso “curioso quanto inquietante” perché su vita, famiglia, difesa della libertà educativa, solidarietà sociale e visione del mercato e del lavoro “i radicali predicano sistematicamente l’opposto di ciò che afferma la dottrina sociale della chiesa”. Poi, sempre su Avvenire, è stato monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della commissione Cei per i Problemi sociali e il lavoro, a parlare di “militanze assolutamente non condivisibili da parte di noi cristiani”.

Pubblicato sul Foglio martedì 2 marzo 2010

Concistoro all’europea. Così l’impronta di B-XVI inciderà sui nuovi cardinali

Il collegio cardinalizio è un insieme di pesi diversi. E’ il Pontefice regnante che lo modifica con nuovi innesti, offrendo in questo modo indicazioni per la propria, futura, successione. Ogni concistoro, in questo senso, è una scossa da valutare attentamente. L’ultima scossa (la seconda del suo pontificato) Benedetto XVI la diede nel novembre del 2007. La prossima è prevista quest’anno, probabilmente per la vigilia della festa di Cristo Re, sabato 20 novembre. Oggi i cardinali elettori (e cioè i porporati che hanno meno di ottant’anni) sono soltanto 111. Nove in meno, dunque, dei 120 previsti ai sensi del motu proprio Ingravescentem Aetatem di Paolo VI. Ma il numero degli uscenti aumenterà di parecchio nel 2010 (dieci unità) e agli inizi del 2011, tra gennaio e marzo: cinque unità. Ciò significa che i posti a disposizione nel concistoro di novembre saranno ventiquattro, un numero considerevole, e che è in grado di mutare gli equilibri e gli assetti dell’intero vertice della chiesa. Un tetto, tuttavia, che il Papa potrebbe addirittura sforare in eccesso qualora ritenesse opportuno farlo.

A uscire non sono porporati di secondo piano. C’è il cardinale Camillo Ruini che compie ottant’anni nel febbraio del 2011. C’è l’ex primate d’Olanda, Adrianus Johannes Simonis, per anni spinta dei movimenti ecclesiali nel Nord Europa. Ci sono i francesi Bernard Panafieu (ex arcivescovo di Marsiglia) e Paul Poupard. Non secondari anche gli addii dell’americano Bernard Francis Law il quale, pur relegato ad arciprete di Santa Maria Maggiore, resta molto ascoltato negli Stati Uniti. E del cardinale Julián Herranz, legato all’Opus Dei e in grado di garantire una notevole influenza sulla chiesa spagnola.

Ipotizzare chi saranno i 24 (o forse più) entranti è un esercizio delicato ma non impossibile. Tutto fa pensare che il concistoro avverrà dopo che alcuni capi dicastero della curia romana lasceranno il proprio incarico per motivi di età: il prefetto dei vescovi, quello del clero e quello dei religiosi, anzitutto. Se così sarà, e se al posto del cardinale Giovanni Battista Re andrà l’arcivescovo di Sydney, il già cardinale George Pell, nel concistoro di novembre entreranno anzitutto i due nuovi prefetti del clero e dei religiosi e, con loro, l’unico prefetto di congregazione oggi non ancora cardinale, ovvero il salesiano prefetto dei santi Angelo Amato. Quindi gli altri capi di dicastero assimilabili per importanza alle congregazioni: Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo tribunale della segnatura apostolica; Velasio De Paolis, presidente della Prefettura degli affari economici della Santa Sede; Fortunato Baldelli, dal 2009 penitenziere maggiore al posto di James Francis Stafford; Francesco Monterisi, arciprete della basilica di San Paolo fuori le mura; Paolo Sardi, pro-patrono del Sovrano militare ordine di Malta.

Fin qui i nomi certi. Che già dicono molto. Sono, infatti, cinque gli italiani sicuri della berretta rossa. A questi dovrebbero aggiungersi i tre italiani a capo di sedi vescovili importanti che ancora non sono stati creati cardinali: Paolo Romeo (Palermo), Giuseppe Betori (Firenze) e chi andrà a sostituire Severino Poletto a Torino: con ogni probabilità il vercellese Giuseppe Versaldi, arcivescovo di Alessandria.

Tra i nuovi cardinali sono previsti tanti europei (italiani a parte). Ee è qui, nel peso dato ai porporati d’Europa, che Ratzinger offre al nuovo collegio la sua pennellata più profonda. Molto probabili, infatti, sono le berrette a Reinhard Marx (Monaco di Baviera), Kazimierz Nycz (Varsavia), Braulio Rodríguez Plaza (Toledo), Vincent Nichols (Westminster), Willem Jacobus Eijk (Utrecht), André-Joseph Léonard (Malines-Bruxelles). Senza contare i presuli dei pontifici consigli ancora senza berretta (anche loro tutti europei): Gianfranco Ravasi, Antonio Maria Vegliò, Zygmunt Zimowski, Francesco Coccopalmerio e i due che andranno a sostituire rispettivamente Walter Kasper all’Unità dei cristiani e Paul Josef Cordes a “Cor Unum”.

Ovviamente vi saranno anche nuovi cardinali extra europei. Tre gli africani: Laurent Monsengwo Pasinya (Kinshasa), Simon-Victor Tonyé Bakot (Yaoundé), Cyprian Kizito Lwanga (Kampala). Per le americhe: Thomas Christopher Collins (Toronto), Timothy Dolan (New York), Nicolás Cotugno Fanizzi (Montevideo), Orani João Tempesta (Rio de Janeiro) e uno tra i vescovi di Belo Horizonte e Brasilia. In Asia: Malcolm Ranjith (Colombo); Charles Maung Bo (Yangon) e Peter Takeo Okada (Tokyo). Infine un’ipotesi suggestiva: Fouad Twal, patriarca di Gerusalemme.

Pubblicato sul Foglio sabato 27 febbraio 2010