B-XVI torna a farsi interrogare sulla fede dal tedesco Peter Seewald
31 agosto 2010 -
Notizia beneaugurale e sorprendente: Benedetto XVI ha deciso di tornare a farsi intervistare dal giornalista e scrittore tedesco Peter Seewald in un libro di riflessioni sulla chiesa e la fede in rapporto alla società contemporanea.
Secondo fonti tedesche confermate da un articolo in uscita oggi sulla Tagespost, Seewald ha già incontrato più volte il Papa nelle scorse settimane tanto che lo schema del libro dovrebbe essere stato più o meno deciso. Era il 1996 quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger si prestava a uno sforzo analogo: dava alle stampe “Il sale della terra”, una lunga intervista concessa sempre a Seewald e anch’essa dedicata al rapporto tra chiesa cattolica e società contemporanea.
Qualche settimana fa su “Inside the atican” il cardinale bibliotecario di Santa romana chiesa, Raffaele Farina, rivelò un particolare inedito di Ratzinger: quando era cardinale chiese a Wojtyla di lasciare la Dottrina delle fede per andare a dirigere la biblioteca vaticana. La cosa non gli fu concessa ma anche oggi, da Papa, Ratzinger non rinuncia a immergersi nelle letture e a scrivere. Terminata da poco la seconda parte del libro su Gesù di Nazaret, Papa Benedetto sorprende trovando il tempo per nuovi lavori: la terza parte del libro su Gesù, l’impianto di una nuova enciclica e adesso un libro intervista con Seewald, probabilmente il giornalista al quale si sente più vicino e legato.
Chi conosce bene il Papa dice che il motivo per il quale ha deciso di lavorare ancora una volta a un libro intervista è il medesimo che lo spinse a fare la medesima cosa nel 1996. Disse il Papa: “Oggi sembra spesso che la schiera di coloro che frequentano ancora la messa, partecipano alle processioni e si esprimono positivamente nei confronti della chiesa, sia vista dalla maggioranza come un gruppetto esotico. E persino questo ultimo resto deve avere sempre di più l’impressione di vivere, con le proprie idee cristiane, in una realtà che non ha più nulla a che fare con il mondo nel quale loro vivono quotidianamente. Ma, allora, il processo di decadenza non è forse già più drammatico di quanto si possa credere?”.
Un secondo motivo è ravvisabile tra le righe del suo pontificato: “Non si governa la chiesa solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime”, ha ripetuto più volte Benedetto XVI. Il suo allontanamento dalla macchina del governo sembra voluto, studiato, ricercato. Non sembra disprezzo per l’arte del governo, quanto amore verso la chiesa la quale, secondo il suo punto di vista, necessita di illuminazione prima che d’altro.
Pubblicato sul Foglio martedì 31 agosto 2010
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Ecco perché bishop Tobin a Roma è una scelta strategica per la curia e per gli States
11 agosto 2010 -
Il mese di settembre sarà parecchio caldo per il Vaticano. Oltre all’attesissima visita nel Regno Unito che porterà Benedetto XVI a celebrare a Birmingham la beatificazione di un grande ex della comunità anglicana, il cardinale John Henry Newman, sono diversi i dossier aperti sui quali l’entourage papale sta lavorando di buona lena. Tra questi c’è la spinosa vicenda della visitazione che la superiora generale delle Apostole del Sacro Cuore di Gesù, la statunitense Mary Clare Millea, sta svolgendo per conto della Congregazione dei religiosi tra le suore degli Stati Uniti. Anche se la fine dei lavori è prevista non prima del 2011, il dossier scotta ed è in continua ebollizione. La visitazione, infatti, è arrivata alla “fase tre”. Ovvero, sono iniziate le visite in “loco”, cioè negli istituti religiosi, dei vari rappresentanti della Santa Sede. L’accoglienza non è ovunque delle migliori. Molte “sorelle” non capiscono i motivi che spingono Papa Ratzinger a indagare sugli stili di vita all’interno dei rispettivi istituti e per questo motivo non sempre la collaborazione tra le due parti è fluida come invece dovrebbe essere. Il Papa, comunque, ha già studiato le dovute contromosse. E pochi giorni fa ha preso una decisione importante. Ha portato in Vaticano, quale numero due della Congregazione dei religiosi guidata dal quasi dimissionario cardinale Franc Rodé, un americano che quanto a suore e dottrina la sa lunga: Joseph William Tobin.
Nativo di Detroit, 58 anni, già superiore generale dei padri Redentoristi, Tobin è soltanto omonimo di quel Tobin, vescovo di Providence (arcidiocesi di Hartford) che mesi fa redarguì Patrick Kennedy per le sue posizioni pro aborto e, insieme, sister Carol Keehan, guida della Catholic Health Association e leader indiscussa del mondo religioso femminile americano per l’appoggio pubblico offerto alla riforma sanitaria di Obama. Il Tobin nominato da Ratzinger è di pasta più malleabile. Seppure sia in linea quanto alle questioni etiche coi vescovi americani e con il Pontefice, gode presso le “sorelle” sotto visitazione vaticana di quella credibilità che altri non hanno. Tanto che c’è chi dice che è soprattutto per questo motivo che Benedetto XVI l’ha voluto in curia romana a fianco di Rodé: per addolcire la dura scorza delle suore e portarle a collaborare con il Vaticano e i suoi visitatori e, se possibile, convincerle a seguire ogni decisione che la Santa Sede intenderà prendere nei loro confronti. In Vaticano, l’appoggio a Obama delle suore statunitensi non è andato giù. Per le suore, l’allargamento delle maglie del sostentamento medico a più persone possibili valeva la pena nonostante le aperture all’aborto che la medesima manovra andava a sancire. Per il Vaticano e la maggior parte delle gerarchie invece no: la manovra pro aborto era da bocciare.
Appena nominato da Ratzinger numero due dei religiosi Tobin ha lanciato alle suore segnali di pace: “Sento di poter portare un contributo importante perché ho lavorato tutta la mia vita con donne religiose”, ha detto. E ancora: “Mi hanno cresciuto da ragazzino. Da sacerdote ho predicato loro diversi esercizi spirituali e ho ascoltato per diversi anni le loro parole, i loro problemi”. A Tobin diversi superiori e superiore di istituti religiosi riuniti in queste ore a Long Beach, in California, hanno risposto così: Padre Tobin è tenuto in grande considerazione dagli uomini e dalle donne appartenenti agli istituti religiosi statunitensi. Egli ha una vasta conoscenza delle materie che incidono sulla vita religiosa. Auspichiamo di lavorare insieme a lui anche di qui in avanti”.
La scelta di Tobin ai religiosi è significativa anche per gli equilibri interni alla curia romana. Con Tobin la curia si internazionalizza ulteriormente. E gli statunitensi aumentano le proprie file. C’è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il cardinale William Joseph Levada. C’è l’arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore, il cardinale Bernard Francis Law. Ci sono l’arcivescovo James Harvey, prefetto della Casa pontificia, Raymond Leo Burke, prefetto del supremo tribunale della Segnatura apostolica e Joseph Augustine Di Noia, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Inoltre, ci sono due cardinali ormai in pensione ma ancora influenti all’interno della curia romana: Edmund Casimir Szoka, presidente emerito del Governatorato e James Francis Stafford, penitenziere maggiore emerito della Penitenzieria apostolica. E il peso degli Stati Uniti nelle gerarchie cattoliche potrebbe aumentare ulteriormente se nel prossimo concistoro previsto con ogni probabilità entro il 2010 accederanno alla porpora cardinalizia Raymond Leo Burke, l’arcivescovo di New York Timothy Michael Dolan e l’arcivescovo di Baltimora Edwin Frederick O’Brien.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 11 agosto 2010
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La timidezza in ordine sparso dei media cattolici sulla crisi politica
9 agosto 2010 -
Mentre il Pdl si spacca e il governo rischia di andare in frantumi, la chiesa cattolica che fa? Sta a guardare, mostrando che a conti fatti una linea chiara e unica non c’è. I sociologi e gli intellettuali vicini alla Conferenza episcopale italiana guidata dal cardinale Angelo Bagnasco si affannano a dire che la chiesa non prende parte al gioco politico, che la chiesa non fa sogni riguardanti nuovi partiti unici o neo centristi, perché la chiesa sta al centro della società e non della politica. A tutti guarda, e da tutti chiede di essere considerata come soggetto attivo della vita pubblica. Diversi vescovi e cardinali dichiarano di sognare una nuova classe di politici cristianamente impegnati, senza osare andare oltre. Tuttavia un’impressione resta: ed è che le diverse forze in campo, dal Vaticano alla Cei, dai movimenti alle associazioni, messe assieme mostrano una non univocità di linea che la magmatica situazione attuale non può che accentuare.
Molto scalpore ha fatto, prima della rottura Fini-Berlusconi, la cena a casa di Bruno Vespa alla quale ha partecipato anche il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone. Oltre il Tevere se ne parla da giorni. Perché Bertone è andato? Difficile rispondere: per alcuni è testimonianza del feeling indissolubile tra la segreteria di stato vaticana e il premier. Per altri, un appoggio a Casini e alle forze cattoliche di centro perché tornino protagoniste all’interno del centrodestra.
La Cei e il suo giornale, Avvenire, dal dopo Dino Boffo si mantengono prudenti. Le pagine in cui veniva criticato il premier e il governo sono un ricordo. Scriveva un anno fa il giornale della Cei sul montare dell’inchiesta di Bari: “Il premier chiarisca”. E giù commenti sulla vicenda delle escort di Palazzo Grazioli e la “catena delle non chiarezze”. Poi ci fu l’uscita del Giornale contro Boffo. Momenti che ancora oggi fanno male e forse spaventano. Non a caso breve ma feroce è stato Marco Tarquinio a rispondere a Giorgio Stracquadanio che invocava per Fini la stessa dose di veleni utilizzata contro Boffo: “Non sa quello che dice. O lo sa troppo bene”. Quale dunque la linea di Avvenire e Cei? Una linea prudente per non sovrapporsi alla segreteria di stato vaticana ma, insieme, senza offendere il pensiero dei tanti vescovi anti berlusconiani. Un anno fa forse Avvenire sarebbe stato più coraggioso. Come lo è stato pochi giorni fa don Sciortino su Famiglia Cristiana. Sciortino ha parlato senza mezzi termini di “disastro etico”. Perché nessuno fa “vera politica”. “Il bene comune è uscito di scena, espressione ormai desueta”. A nessuno importa “che il paese vada allo sfascio. Non si ammettono repliche al pensiero unico. E guai a chi osa sfidare il ‘dominus’ assoluto”. Che Famiglia Cristiana non sia filoberlusconiana è assodato. Ma che sia oggi, di fatto, uno dei pochi organi di stampa cattolici a osare certi giudizi è un altro dato di fatto che fa pensare.
Ha coraggio anche il Regno. Il quindicinale dehoniano, da sempre vicino al cattolicesimo progressista, nel numero uscito poco prima della rottura Fini-Berlusconi ha pubblicato un editoriale di Gianfranco Brunelli, analista acuto che in passato non aveva lesinato critiche alla “tendenza centrodestra” della Cei ruiniana, assai critico verso il Pd. Il titolo è “Silvio c’è ancora”, e vi si legge una bocciatura dell’intero investimento politico di una parte cospicua del cattolicesimo italiano: in sostanza, se Silvio c’è ancora è perché il Pd non c’è più. “Chi immaginava dalle ceneri dell’Ulivo di dare vita davvero a un partito democratico si è sbagliato. Potremmo anche dire che si è sbagliato perché ha sbagliato. E questo vale sia per l’ala prodiana sia per quella veltroniana. Avere dissociato nel disegno dell’Ulivo la leadership dalla premiership ha condotto inutilmente alla fine dell’unica ipotesi politica riformatrice messa in campo nel centrosinistra negli ultimi trent’anni”. Quindi? Il futuro è incerto e si “fatica a trovare una chiave politica forte”. Casini vorrebbe rientrare nel centrodestra attraverso “una crisi di governo” e “su questo ha anche il consenso imprudente del segretario di stato vaticano”. Dal Vaticano parecchio silenzio. Oggi esce il nuovo quaderno della Civiltà cattolica, supervisionato come sempre dalla segreteria di stato. Il notista politico Michele Simone scrive un pezzo, chiuso prima della crisi-Caliendo, e dedicato alle tante, forse troppe, fondazioni esistenti all’interno del Pdl. “E’ l’ennesimo problema nelle mani di Silvio Berlusconi”. Ma la rottura Fini-Berlusconi in parte risolve il problema. E tranquillizza coloro che nella chiesa stanno col premier.
Pubblicato sul Foglio sabato 7 agosto 2010
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Sinite parvulos. C’è quello che conta gli sbadigli durante la messa. Ritratto dei cinquantamila chierichetti venuti a sostenere il Papa alle prese col peccato ignobile: la pedofilia
7 agosto 2010 -
Fabio ha dodici anni e viene dall’Emilia Romagna. Lo chiamano “spèrgul”, che in dialetto significa turibolo. Perché come sparge lui l’incenso in chiesa appena dopo la preghiera dei fedeli non lo sparge nessuno. Cioè? Fabio si fa serio: “Non è difficile. E’ una questione di polso. Il movimento deve essere regolare. L’incenso deve uscire a fiotti. Un po’ esce e un po’ non esce. Avanti e indietro. E’ importante che il polso sia fermo. Ma deve anche oscillare: uno sbuffo e poi un altro sbuffo. Gli altri hanno paura di fare cadere la cenere per terra e per questo tocca sempre a me”. Gli altri sono a pochi passi da lui. Lo ascoltano e ridono. Ride anche don Luigi, sotto barba e baffi. Ma lo lascia parlare. Non interviene. Intervengono gli altri. Gli amichetti di Fabio: “In verità il turibolo lo tiene lui perché gli piace. Dice sempre che da grande farà il prete”. Fabio arretra e arrossisce. Non conferma né smentisce. Diventerai prete? Non risponde. E guarda verso la basilica di San Pietro facendo spallucce.
Thomas viene da Monaco. In chiesa ci va fin da quando era piccolo. Fa il chierichetto da anni. Dice che gli piace “apparecchiare” l’altare: porta dal tavolino all’altare il calice (con patena, purificatoio, corporale), la pisside, le ampolle con acqua e vino. Perché lo fai? “Perché l’ho sempre fatto”, risponde. “Mi piace aiutare il prete. E mi piace guardare la gente che prega. Da dietro l’altare li vedo tutti. Dopo messa dico al prete come è andata”. Come è andata cosa? “La messa. Se la gente era attenta o se dormiva. A volte facciamo anche un gioco, ma non sempre”. Un gioco? “Sì. A volte conto gli sbadigli della gente durante l’omelia. E poi, a fine messa, se il prete è di buon umore gli dico se ha battuto il suo record personale di sbadigli oppure no”. Qual è il record? Thomas ci pensa, e dice: “Non posso rivelarlo”.
Philipp ha diciassette anni e vive in Svizzera. Un chierichetto avanti negli anni? “A me piace servire messa e ancora lo faccio. Spesso mi capita di insegnare ‘il mestiere’ a quelli più piccoli di me”. Perché fai il ministrante? “Ho iniziato da piccolo. Ero affascinato dal prete, dai suoi abiti. Mi sembrava un re. Eravamo una decina di chierichetti nella mia chiesa. Il parroco ci introduceva con pazienza e passione ai segreti della messa. Ci diceva: ‘E a un certo punto il Signore verrà giù dal cielo e starà proprio qui, nell’eucaristia. I più fortunati siete voi che gli state più vicini di tutti. Lui vi guarderà e voi lo guarderete. Poi quando sarete più grandi potrete anche mangiarlo e allora sarà una sola cosa con voi’. Cercava di farci comprendere la misteriosità della liturgia, il fatto che nella messa avviene una cosa importante e che a questa cosa chi vuole può partecipare. Le sue parole mi sono sempre restate dentro. Per questo oggi sono qui e per questo continuo ad aiutare in chiesa. Per introdurre anche altri in questo mistero”.
Come Fabio, Thomas e Philipp, altri cinquantamila bambini e ragazzi. O forse qualcosa di più. Sono arrivati in piazza San Pietro mercoledì scorso per incontrare il Papa. Cinquantamila ministranti (dal latino “minus stare”, ovvero stare sotto, servire), e cioè i piccoli chierici, o i chierichetti, di prima del Concilio Vaticano II. Gli “altar boys”, come li chiamano nei paesi di lingua inglese. Bambini che a contatto coi preti ci stanno parecchio: servono la messa in chiesa vestiti come i preti, camice e cingolo ben annodato. Aiutano i sacerdoti a vestirsi in sacrestia, quindi li aiutano a togliersi le sacre vesti. Le ripiegano e le mettono negli armadi. Sull’altare hanno a che fare con le ampolline, il turibolo, la navicella, i candelabri. Un’intimità coi sacerdoti che altri, in parrocchia, non hanno. E, infatti, non a caso, molte vocazioni al sacerdozio nascono lì, durante il servizio all’altare. Spesso è un seme minuscolo, impercettibile, che poi anni dopo viene fuori e diviene albero. E’ per questo che fino al Concilio si volevano soltanto chierichetti maschi. Poi si è aperto anche alle bambine. Per molti un’apertura rischiosa. Tanto che più volte il Vaticano ha dovuto specificare: “La congregazione vaticana per il Culto divino, dopo aver studiato a lungo la questione, ha autorizzato formalmente i vescovi ad autorizzare a loro volta i sacerdoti ad ammettere le bambine in cotta bianca e sottanina nel presbiterio”, disse nel 1994 l’allora portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls “ma la decisione non muta in alcun modo l’atteggiamento verso il sacerdozio che, per la chiesa cattolica, rimane precluso alle donne”.
In questi mesi in molti hanno parlato del Vaticano come fosse un nido di pedofili. Alte e spesse mura a riparare i peccati più turpi. Quelli della carne consumati dai preti sui bambini. Pietre antiche, quelle vaticane, che – hanno scritto i giornali – se potessero parlare racconterebbero di Pontefici, cardinali e vescovi impegnati a coprire, insabbiare, nascondere lo sventramento dell’innocenza. Tutti complici del male? Tra le tante diocesi del mondo chiamate in causa, quelle tedesche, la Baviera e poi anche l’alta Austria e la Svizzera tedesca. I luoghi che videro Joseph Ratzinger bambino. Che lo portarono al sacerdozio. Prete e poi vescovo. I luoghi nei quali probabilmente avrebbe voluto ritirarsi a scrivere e studiare se non fosse stato eletto al soglio di Pietro. Padre Federico Lombardi, il direttore della sala stampa vaticana, è dovuto più volte intervenire. Per dire che non si può fare di tutta un’erba un fascio. Che il peccato di pochi non può oscurare il bene di un’istituzione, la chiesa, da sempre impegnata a educare adolescenti e bambini. E che comunque se c’è una figura integerrima questi è Benedetto XVI. Parole al vento: dopo ogni precisazione altri attacchi. E la gente che sembra scappare. Abbandonare dopo anni di militanza quella chiesa nella cui dottrina diceva di credere: “Crollano le donazioni dei fedeli tedeschi alla chiesa cattolica”, hanno titolato parecchi giornali. Quindi i sondaggi: nella Germania del Papa, dove l’appartenenza alla chiesa è registrata e ha un impatto diretto sui finanziamenti, la rivista Focus dice che il 26 per cento dei cattolici sta riconsiderando la propria appartenenza religiosa. Davvero? Le cose stanno davvero così?
Una calda mattina d’estate piazza San Pietro sembra suonare un altro motivo. Una nota diversa. Mercoledì 4 agosto: il sole picchia sulle teste di cinquantamila ministranti arrivati a Roma per incontrare Papa Benedetto XVI. La maggior parte dei bambini sono tedeschi, almeno quarantamila. Non a caso con loro ci sono le gerarchie della chiesa di Germania, dal presidente della Conferenza episcopale Robert Zollitsch, al vescovo di Ratisbona, monsignor Gerhard Ludwig Müller: il presente e il futuro, secondo i più, di un episcopato che sotto la guida del cardinale Karl Lehmann è divenuto tra i più potenti al mondo. Lehmann l’anti Ratzinger, certo. Ma anche il capo di una chiesa che importanti e copiosi flussi di denaro ha fatto arrivare oltre il Tevere durante il planetario pontificato wojtyliano. Tutti seduti a fianco del Papa, i capi della chiesa tedesca. Come a dire: questa è la risposta che la chiesa del paese del Pontefice dà agli attacchi dei media. Questo è il segno che vogliamo lasciare davanti a coloro che descrivono il Papa e la sua chiesa come un gruppo di orchi che hanno abusato e abusano dei più piccoli. Gli organizzatori dell’evento, il vescovo ausiliare di Basilea, Martin Gächter, e il vescovo ausiliare di Monaco e presidente della sezione giovani della Conferenza episcopale tedesca, Bernhard Hasslberger, dicono che il raduno era stato programmato prima che si parlasse della pedofilia nel clero. Ma è chiaro che, seppure non ideata e organizzata come risposta agli attacchi dei media sulla pedofilia, la manifestazione è, almeno scenograficamente, una risposta parecchio eloquente. La chiesa tedesca, quella dove il Papa è nato e cresciuto, è questa qui, riunita in questa piazza. Dice Zollitsch: “Oggi tutti possono vedere che in Germania c’è una chiesa giovane, molto viva”. E ancora: “Vedere così tanti giovani entusiasti e consapevoli – aggiunge – ci dà fiducia e una nuova forza spirituale per affrontare le sfide che abbiamo davanti”. Approfondisce Hasslberger: “Siamo rimasti stupiti che dopo tanto clamore mediatico per gli abusi su minori, nessun genitore abbia disdetto l’iscrizione dei propri figli per questa manifestazione. Ci aspettavamo che qualcuno si tirasse indietro. Che qualche papà o qualche mamma non si fidasse più ad affidarci i propri figli. Credevamo che molte famiglie fossero impaurite, spaventate. E invece no. Evidentemente sanno che i loro figli con noi sono in buone mani. Che le nostre non sono mani di orchi ma di bravi preti. Certo, questo evento non è una risposta alla pedofilia, perché se così fosse sarebbe scorretto nei confronti delle vittime. La nostra non è una prova di forza contro nessuno”. Cos’è allora? “E’ il futuro della chiesa. I bambini e le bambine che crescono nelle parrocchie. Educati dai preti. Siamo noi. Una chiesa scossa dal problema della pedofilia, rattristata, ma viva. E certa della necessità di continuare la propria missione”.
La pedofilia resta nel sottofondo della manifestazione. L’immagine che i media hanno dipinto della chiesa cozza con questa piazza stracolma di bambini e bambine. Cozza talmente tanto che ne parla esplicitamente in prima pagina l’Osservatore Romano il giorno dopo, giovedì 5 agosto. Scrive Gian Maria Vian: i chierichetti a Roma arrivano “dopo una lunga e fredda stagione mediatica che sulla base di orribili scandali ha cercato indiscriminatamente di oscurare la bellezza e la radicalità del sacerdozio cattolico”. E ancora: “Un avvenimento per molti sorprendente”. Per molti forse anche nella chiesa.
Cinquantamila ministranti: quanto a numeri è il più grande raduno di giovani col Papa dopo le adunanze del Giubileo. E, in effetti, sembra di stare al Giubileo del 2000. Negli anni di Giovanni Paolo II. Allora erano principalmente i movimenti ecclesiali a portare i giovani dal Papa. Oggi è un’associazione che pesca nelle parrocchie. Una band suona aspettando il Papa. Ricordano i “Papa boys”, l’entusiasmo di Tor Vergata, i giovani ai piedi di Wojtyla. “Ecco l’elicottero di san Pietro”, urla lo speaker alla folla mentre Benedetto XVI sorvola la piazza e atterra entro le mura leonine proveniente da Castel Gandolfo. Un boato scuote il colonnato del Bernini poco abituato, di recente, ad adunate del genere. Il Papa scende in piazza dal portone di bronzo. E’ in piedi sulla Papa-mobile. Indossa il galero, il cappello rosso a tese larghe rispolverato dopo anni in occasione dell’estate. Saluta col consueto gesto della mano. Don Georg Gänswein, seduto dietro di lui, sorride. Benedetto XVI arriva in cima alla piazza. Indossa un foulard bianco come quello indossato dai cinquantamila chierichetti. E dice: “Sono stato anch’io ministrante”. E poi parla di san Tarcisio, il patrono dei chierichetti: accolito della chiesa di Roma, fu martirizzato in giovane età mentre portava l’eucaristia ai cristiani in carcere. Scoperto, strinse al petto l’eucaristia, per non farla cadere in mani profane, ma non riuscendo a strappargliela, fu ucciso dai carnefici esasperati e feroci: siate pronti anche voi “ad impegnarvi”, “a lottare” per l’eucaristia come fece Tarcisio, dice Benedetto XVI.
Mentre il Papa dice queste parole un messaggio a suo nome ma firmato dal segretario di stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, viene letto ai Cavalieri di Colombo riuniti a Washington in assemblea: “Benedetto XVI ringrazia i Cavalieri di Colombo per il sostegno offerto nei recenti mesi, specialmente attraverso le loro costanti preghiere, che chiede di continuare tenuto conto della turbolenza dei tempi”. E ancora: “Di fronte ad attacchi spesso ingiusti e infondati alla chiesa e ai suoi leader, Sua Santità è convinto che la risposta più efficiente è la grande fedeltà alla parola di Dio, una ancora più risoluta ricerca di santità e una maggiore dedizione alla carità nella verità da parte di tutti i fedeli. Egli chiede ai Cavalieri di perseverare nella loro testimonianza di fede e di carità”. Padre Michael, da Monaco, è in piazza. Legge il messaggio e dice: “Meno male”. Meno male cosa? “Meno male che si parla di attacchi ingiusti e infondati. Le pare che sarebbero venuti ottantamila bambini se la chiesa fosse semplicemente un insieme di stupratori? Chieda a Joachim perché è qui”. A chi? “A lui”. Joachim è un ragazzo di diciassette anni. Perché sei qui? “Sono venuto per ringraziare”. Chi? “La chiesa e il Papa”. Per cosa? “Ho perso i genitori da piccolo. Sono stato cresciuto in un orfanotrofio di suore. Giravano tanti preti. Sono stati tanti papà per me. Sui giornali ho letto tante cose. Un caso di pedofilia veniva ipotizzato anche nell’orfanotrofio dove io ho vissuto. Ho letto i nomi dei protagonisti e mi è venuto da ridere”. Beh, alcuni casi sono veri. “Ma molti no”, risponde.
Non soltanto bambini. Anche tante bambine in piazza San Pietro. Sono la maggioranza. Soprattutto in Germania, infatti, i vescovi usano avvicinare all’altare anche loro. Spiega Martin Gächter: “E’ per far scoprire anche a loro la bellezza dell’eucaristia. L’importante è tenere a mente le parole del Papa che congedandosi dai giovani ha ricordato il loro ‘compito importante, che vi permette di essere particolarmente vicini al Signore e di crescere come suoi veri amici. Custodite gelosamente questa amicizia nel vostro cuore, come san Tarcisio, pronto a dare la vita perché Gesù fosse portato a tutti’”.
Padre Philipp ha portato dalla Baviera a Roma parecchie bambine. Molte servono all’altare. Dice: “Io penso sempre a quanto disse Benedetto XVI nel 2006 ricevendo i sacerdoti della Valle d’Aosta mentre si trovava in vacanza a Les Combes. Parlò dell’ars celebrandi e disse che l’importante è che ognuno sappia perché è chiamato a svolgere un certo ruolo nell’eucaristia. Io alle bambine spiego che le invito vicino all’altare per conoscere meglio il Signore. Ma ho ben presente che non a loro sarà concesso il privilegio del sacerdozio”. Cosa disse esattamente il Papa? “Disse che ci deve essere un’adeguata preparazione. I chierichetti devono sapere che cosa fare, i lettori devono sapere come pronunciare. E poi il coro, il canto, devono essere preparati, l’altare deve essere ornato bene”. Non ha paura che domani una bambina che le ha fatto da ministrante voglia essere ordinata? “Se sono chiaro fin dall’inizio, se le spiego bene cosa è il servizio che rende all’altare, no”. Ratzinger da Pontefice non ha mai affrontato il problema. Durante la Giornata mondiale della gioventù di Colonia anche delle bambine servirono all’altare durante una sua messa. Lo scorso anno incontrò nell’Aula Nervi una folla di bambini dell’Opera per l’infanzia missionaria. Disse loro: “A otto o nove anni mi sono fatto chierichetto. In quel tempo non c’erano ancora le chierichette, ma le ragazze leggevano meglio di noi. Esse quindi leggevano le letture della liturgia, noi facevamo i chierichetti”. E loro, le chierichette cosa dicono? Alexa è olandese e ha dieci anni. La sua famiglia è cattolica. Dice: “Canto in chiesa e se c’è bisogno servo all’altare. Vorrei che tanti altri miei amici e amiche lo facessero. Ma in chiesa vengono in pochi”. Tu perché ci vai? “Perché credo in Dio”.
Pubblicato sul Foglio sabato 7 agosto 2010
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La fatale attrazione degli anglicani verso Roma? Merito di Newman
4 agosto 2010 -
Centinaia di conversioni dall’anglicanesimo al cattolicesimo. Ci sono anche queste testimonianze nel mastodontico processo che la Fabbrica dei Santi ha messo in moto per arrivare alla beatificazione del cardinale inglese vissuto nell’Ottocento John Henry Newman. Testimonianze che hanno convinto il Papa della necessità di spingere ulteriormente il piede sull’acceleratore: ancora parecchi anglicani aspettano di tornare sotto Roma. Per loro il Papa ha pubblicato lo scorso 4 novembre la Costituzione apostolica “Anglicanorum coetibus”. E ancora: per loro e per tutto il mondo anglicano, per dare un segnale che resti, Benedetto XVI sarà a Cofton Park, periferia di Birmingham, il prossimo 19 settembre, per celebrare in prima persona la beatificazione di Newman, il sacerdote anglicano divenuto cattolico, il più importante esempio di percorso a ritroso: dal mondo protestante a quello cattolico, dalla ribellione al papato alla sottomissione a Roma, al Vaticano, alle gerarchie della chiesa.
Padre Fidel González-Fernández è un sacerdote comboniano. Insegna storia della chiesa alla Gregoriana ed è consultore della Congregazione per le cause dei santi. Ha partecipato, e ancora partecipa, al processo di Newman, come consultore storico. Di Newman ha parlato innumerevoli volte, in conferenze tenute in tutto il mondo. Dice: “Ci sono almeno diecimila testimonianze di conversioni al cattolicesimo avvenute grazie a Newman. Al processo abbiamo portato soltanto duecento esempi. Tutte le testimonianze parlano del cardinale inglese, sia le conversioni dall’anglicanesimo al cattolicesimo, che quelle dall’anglicanesimo a un anglicanesimo più puro, a una vita cristiana più genuina. Del resto anche Newman, prima della conversione, si prodigò per un anglicanesimo più genuino, mostrando come la via della santità era percorribile anche lì. Sono testimonianze di persone che grazie all’esempio di Newman hanno portato un rinnovamento nella chiesa anglicana. Un rinnovamento che Newman ricercò per anni. E’ noto il suo giudizio severo sulla chiesa anglicana del suo tempo. La accusava di essere ambigua, relativista, e in certo senso infedele alla tradizione apostolica. Nel famoso sinodo di Oscott, Newman emise un giudizio molto forte e preciso su una chiesa che vedeva infettata dal liberalismo teologico e dalla mondanità. Parlava addirittura di apostasia. Prevedeva, in un certo senso, la grande crisi della chiesa anglicana contemporanea”.
Una crisi notevole. Che parla di sacerdoti, religiosi e fedeli scottati dal lassismo di certe guide. Dalla indiscriminata apertura dell’anglicanesimo alle mode del mondo: dall’ordinazione femminile alle nozze gay. Senza, tra l’altro, risultati concreti in termini di numeri. Ratzinger ha compreso il fenomeno. La ribellione di molti a questo stato di cose. E ha offerto un approdo sicuro: Roma. La chiesa di Roma. Ma la conversione non è un obbligo per nessuno. Molti, anche tra gli scontenti, nascono anglicani e anglicani restano. E anche per loro Newman resta un esempio. Non a caso la prima e forse più importante conversione di Newman non fu dall’anglicanesimo al cattolicesimo. Ma un’altra. Racconta padre Fidel: “Tutto cominciò quando Newman era molto giovane. Sentì il fascino di un noto teologo protestante, Thomas Scott di Aston Sandford. E si convertì al suo credo. In Scott vedeva il superamento del protestantismo freddo e razionalista allora in voga. In lui vedeva una risoluta e decisa antimondanità. Scott era un teologo anticonformista e libero. Scrisse Newman in ‘Apologia pro vita sua’: ‘Thomas Scott è lo scrittore che più di ogni altro produsse sulla mia mente un’impressione profonda e al quale, umanamente parlando, sono debitore della mia anima’”. Scott parlava della necessità di guadagnare un assoluto distacco dalle cose terrene. Parlava della purezza della fede. Una fede non contaminata dalle falsità del mondo. Era quanto Newman cercava nell’anglicanesimo. Fu la sua prima conversione. Dice padre Fidel: “Newman cercava la verità ovunque si trovasse. E questa ricerca gli faceva abbandonare posizioni false, mondane, non autentiche. Stabilì per se stesso un notevole programma ascetico e un celibato vissuto integralmente. Niente lo soddisfaceva e soltanto cercava la pienezza di un incontro totale con Dio. Entrò fra i chierici della chiesa anglicana donandosi al ministero della predicazione e al servizio dei più bisognosi e ammalati. A Oxford entrò in contatto con uno dei nemici peggiori del fatto cristiano, lo gnosticismo, che allora permeava molte correnti della teologia protestante in generale, e in modo speciale l’anglicanesimo teologico liberale”.
E’ probabilmente questo amore per il cristianesimo autentico che porta molti Pontefici ad ammirare Newman. E a desiderare che egli diventi un esempio conosciuto da tutta la cristianità. Dice padre Fidel: “Uno dei migliori conoscitori di Newman, il gesuita Vincent Blehl, esprimeva il 29 maggio 1982 sull’Osservatore Romano in un pezzo intitolato ‘John Henry Newman, una strada verso la comunione completa’ la convinzione che il cardinale inglese fosse tra le più grandi personalità a cui tutta la cristianità, non solo una parte, poteva guardare. Spiega Blehl che il chiodo fisso di Newman è la santità. Da giovane incontrò Dio. Questo incontro trasformò tutta la sua vita. Così ne parlò anni dopo Newman: ‘Ho difficoltà a ricordare un’immagine di come ero prima dell’agosto 1816, l’anno in cui ho incontrato Dio. Soltanto ricordo un ragazzo che era un’altra persona rispetto a ciò che divenne dopo’. Scrive ancora Blehl che questa esperienza condusse Newman alla decisione di seguire la strada della santità. Spesso citava Thomas Scott: ‘La santità piuttosto che la pace’. Chi entrava in contatto con Newman si rendeva conto di trovarsi di fronte a una personalità differente dai chierici e teologi del tempo. E, infatti, tantissimi anglicani, soprattutto del ceto intellettuale, cercavano in lui un punto di riferimento, a Oxford e fuori da quell’Università”.
La fama di santità di Newman cresce mentre egli è ancora in vita. Si diffonde sia nel mondo anglicano che in quello cattolico. Tanto che quando muore sono tanti i fedeli che lo vogliono santo. Ma il processo si apre soltanto decenni dopo. Perché? Risponde padre Fidel: “Questa domanda occorrerebbe farla alla chiesa inglese. Quando morì Newman aveva già una notevole fama di santità. Il vescovo inglese Clifford, il cardinale di Westminster Manning e altre personalità ai suoi funerali parlarono di ‘notevole santità’. Molti lo paragonarono ai padri e ai dottori della chiesa antica. C’è chi disse che fu un ‘nuovo sant’Agostino’. Negli anni 30 così scrisse il noto newmanista tedesco Erich Przywara: ‘Newman può essere considerato un alter Agostino perché il suo sguardo era fissato continuamente su Dio in una sorta di ricerca continua’. Questo giudizio su Newman come un nuovo Agostino è stato sottolineato in maniera evidente da Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e infine Benedetto XVI. Eppure la chiesa ha ritardato l’inizio del processo. Il mondo ecclesiale cattolico inglese non era in generale favorevole a introdurre cause di canonizzazione. Gran parte delle cause erano promosse dalle chiese francese e italiana. La chiesa cattolica inglese era piccola, composta da poveri immigrati irlandesi che vivevano in mezzo a un mare di anglicanesimo spesso loro ostile. Era una chiesa preoccupata di non suscitare polemiche. Cercava di non sollevare animosità. Lo stesso Newman aveva vissuto tutta la vita cercando il nascondimento. Non voleva onori e non voleva farsi notare. Poi arrivò il Concilio Vaticano II. Fu qui che molti padri conciliari parlarono di Newman e della necessità di portarlo agli onori degli altari. Tanto che si può dire che la spinta verso la beatificazione venne da Roma. Allora come oggi, è Roma a favorire nuove conquiste tra cattolici e anglicani sulla strada di un autentico ecumenismo”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 4 agosto 2010
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Dal caso Moro al Cremlino. L’incredibile ascesa di monsignor Mennini
30 luglio 2010 -
La notizia è passata quasi del tutto inosservata. Eppure il gol che il Vaticano è riuscito a realizzare in terra di Russia è notevole: dal 15 luglio Antonio Mennini, 62 anni, è ufficialmente l’ambasciatore della Santa Sede presso la Federazione russa. E’ un risultato rincorso per più di venti anni (da Giovanni Paolo II fino a Benedetto XVI), dai tempi in cui l’Unione sovietica si è trasformata in Federazione russa. E’ un risultato da attribuire alla segreteria di stato vaticana guidata dal cardinale Tarcisio Bertone e, in particolare, al responsabile della seconda sezione, quella che cura i rapporti con gli stati, il corso Dominque Mamberti.
Già nel dicembre dello scorso anno Dmitri Medvedev, uscendo da un’udienza con il Papa, aveva detto che presto sarebbero state stabilite piene relazioni tra i due stati. E così è avvenuto: prima dell’annuncio della nomina di Mennini, c’è stato il 26 giugno scorso quello di Mikolaj Sadlichov quale primo ambasciatore russo presso la Santa Sede.
Perché la notizia è importante? Perché per il Vaticano avere relazioni ufficiali con la Russia significa avere definitivamente aperte le porte della chiesa ortodossa di Mosca la quale, fino a pochi anni fa, nemmeno accettava che il Vaticano avesse nella capitale un suo arcivescovo. Ma poi qualcosa è cambiato. Mennini ha aspettato il momento opportuno. Col cambio di pontificato ha fatto spostare Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo di Mosca inviso agli ortodossi soprattutto per le origini polacche, a Minsk. E ha portato al suo posto l’italiano Paolo Pezzi, già missionario in terra di Siberia. Oggi gli ortodossi non vedono nei cattolici dei nemici. Certo, l’incontro tra il Papa e il Patriarca Kirill I è ancora di là da venire. La Santa Sede sa bene che molte aperture degli ortodossi nei suoi confronti sono dovute alla necessità che la chiesa di Mosca ha di mettersi, in campo internazionale, sotto il cappello prestigioso e autorevole di Roma. E ancora: le accuse di Mosca a Roma di proselitismo in Russia rimangono, almeno nel sottofondo. Ma un dato è certo: il livello delle relazioni diplomatiche tra le due chiese non è mai stato così buono come oggi.
Mennini si è mosso, dunque, con passo felpato. Poche parole (nonostante parli il russo correntemente). Molti fatti. Così gli hanno insegnato i tanti anni trascorsi nella diplomazia vaticana. Gli anni del caso Moro. Giorni difficili nei quali, grazie all’amicizia che lo legava all’ex statista dc, fece da trait d’union tra la famiglia e le Brigate rosse. Mennini era viceparroco nella chiesa di Santa Lucia a piazzale Clodio. La chiesa dove parroco era l’attuale vescovo emerito di Pisa monsignor Alessandro Plotti. In tale veste fu contattato dalle Brigate rosse. In tale veste comunicò messaggi e lettere alla famiglia di Moro e alla Santa Sede facendosi notare dalle gerarchie vaticane.
Prima dell’approdo in Russia, Mennini fu consigliere di nunziatura in Turchia, nell’84-85. Mentre il primo incarico come nunzio fu a Sofia, in Bulgaria. Insomma: dal caso Moro ai luoghi del più grande intrigo ancora non risolto, quello del caso Agca e dell’attentato al Papa.
Figlio di Luigi Mennini, alto funzionario dello Ior trovatosi impelagato nel caso dell’Ambrosiano con Marcinkus e De Strobel, ascese presto le tappe della diplomazia vaticana anche grazie alla prudenza e alla totale riservatezza che mantenne nei giorni di prigionia di Moro. Ancora nel ’95, ad esempio, rifiutò di presentarsi dinanzi alla commissione Stragi, motivando il diniego con il fatto che aveva già testimoniato tutto. Dal caso Moro fino al Cremlino pochissime parole. Una condotta molto apprezzata oltre il Tevere e anche in Russia. Dove infatti è stato accettato col massimo degli onori: primo ambasciatore vaticano dove una volta c’era l’Unione sovietica.
Pubblicato sul Foglio venerdì 30 luglio 2010
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Parla il cardinale Saraiva Martins: “B-XVI ha voluto fare beato il cardinale Newman perché è come lui”
29 luglio 2010 -
“Joseph Ratzinger è affascinato da John Henry Newman perché nel cardinale inglese convertito al cattolicesimo dall’anglicanesimo vede in qualche modo se stesso. Newman quando era anglicano fondò a Oxford un movimento religioso, il ‘Movimento di Oxford’, che aveva come obiettivo la salvezza della chiesa anglicana dal liberalismo del giorno, quel liberalismo che era antidogmatico per principio. Anche Ratzinger vuole liberare la cristianità da ogni liberalismo. E ancorarla sulla purezza della fede, della dottrina, del suo credere bimillenario. E, come Newman lo vuole fare salvando, integrando, non escludendo le fazioni estreme”.
José Saraiva Martins, portoghese, è un cardinale della curia romana oggi in pensione. Da due anni ha lasciato la guida della Congregazione per le cause dei santi. Ma è ancora pieno di energie. Nella sua abitazione adiacente il Vaticano scrive, studia e aspetta il 19 settembre, il giorno in cui il suo “allievo prediletto”, appunto Newman, verrà beatificato dal Papa in quel di Cofton Park, periferia di Birmingham. Newman un suo allievo? “In un certo senso sì – dice – Sono stato per diversi anni rettore dell’Università Urbaniana. Newman nel 1846-47 fu allievo dell’Urbaniana (allora si chiamava Collegio di Propaganda Fide, ndr). Nell’aula del Senato accademico, il cuore dell’Università, ho fatto mettere un ritratto dell’allievo ‘più illustre’, appunto Newman. Perché nessuno lo dimentichi”.
Quali sono le forze estreme che Ratzinger vuole salvare? “La via del Papa è in un certo senso la ‘via media’ di Newman. Il cardinale inglese prima di convertirsi sognava un anglicanesimo vicino a Roma, una confessione religiosa che mantenesse la propria identità senza cedere negli estremismi. Così vuole Benedetto XVI. I segnali, le aperture fatte oggi verso gli anglicani e ancora prima verso i lefebvriani dicono questo: la strada è quella dell’unità senza ledere le diversità. Nella chiesa ci sono sempre state spinte anti-romane, o semplicemente estreme. Il Papa non vuole che nessuno si senta escluso”.
Poi però Newman abbandonò il suo sogno e si convertì al cattolicesimo. Dice Saraiva: “Visse con dolore il distacco dall’anglicanesimo. Ma il suo non fu un rinnegamento. Era convinto che nella chiesa cattolica ci fosse la verità. Ed era convinto che la strada della ricerca della verità fosse percorribile da chiunque, anche da ogni anglicano. La ricerca della verità è stata una costante nella sua vita. Fin dalla giovanissima età. Come Ratzinger, anche Newman era uno studioso appassionato dei padri della chiesa dei primi secoli. Furono i padri a trascinarlo verso Roma, verso il Papa. Dai padri apprese la perfezione evangelica. La purezza del cristianesimo, quella purezza che oggi il Papa chiede che la chiesa cattolica riscopra. Newman nacque in un’epoca travagliata molto simile alla nostra. Ogni certezza vacillava. I credenti dovevano combattere contro la minaccia del razionalismo e del fideismo. Il razionalismo rifiutava l’autorità e la trascendenza, il fideismo distoglieva le persone dalle sfide della storia e generava in loro una dipendenza insana dall’autorità e dal soprannaturale. Per Newman l’unione di fede e ragione erano la sintesi necessaria contro queste derive. Fede e ragione erano per lui due ali per raggiungere la contemplazione della verità’”.
Newman morì l’11 agosto 1890. Il quotidiano londinese Times pubblicò il giorno successivo un lungo elogio funebre che terminava così: “Di una cosa possiamo essere certi, cioè che il ricordo di questa pura e nobile vita durerà e che egli sarà santificato nella memoria della gente pia di molte confessioni in Inghilterra. Il santo che è in lui sopravvivrà”. Spiega Saraiva: “Ha scritto bene il Times. Perché Newman è un esempio per tutti, anche e soprattutto per gli anglicani. Tutta la sua vita fu fondata su un sano ecumenismo. Questo non è ricerca di un qualcosa che accomuna fedi diverse. Non è anzitutto questo. E’ piuttosto ricerca assieme della verità. Newman questo dettame mise in pratica. La ricerca lo portò a Roma. Non è detto che per tutti l’approdo debba essere lo stesso. Credo che Ratzinger condivida in pieno questo esercizio ecumenico di Newman: verso le diverse fedi cristiane ha un approccio libero, non pone paletti, è aperto verso tutti e rispetta la storia di tutti. Non a caso ha promulgato la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus. Non a caso ha parlato più volte del primato di Pietro, della necessità di salvaguardarlo ma nel rispetto delle diverse posizioni che in merito hanno ad esempio gli ortodossi”.
Il processo fino alla beatificazione di Newman non è stato breve. Newman è stato riconosciuto venerabile nel 1991. Il miracolo che gli ha permesso di divenire beato è invece recentissimo. Dice Saraiva: “Ho seguito da vicino tutte le fasi del processo. Quando si parlava del miracolo della guarigione per intercessione di Newman del diacono permanente Jack Sullivan mandai un esperto della Congregazione a verificare, ad appurare ogni cosa. Così abbiamo fatto in ogni fase del processo. Tutto deve essere fatto con rigore e senza errori. Per questo dico sempre, e lo ripeto anche per Newman: non esiste un processo lungo o un processo corto. Ogni processo ha i suoi tempi che dipendono dalla mole di documenti e testimonianze da verificare. Il ‘caso Newman’ aveva tantissimi documento da vagliare. E tutti sono stati visionati”.
Pubblicato sul Foglio giovedì 29 luglio 2010
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La lotta al relativismo di B-XVI è la stessa di Newman cento anni fa
28 luglio 2010 -
Tutto è pronto a Cofton Park, periferia di Birmingham, per la beatificazione del cardinale John Henry Newman. Il 19 settembre il Papa, rompendo la regola da lui istituita che vuole che le beatificazioni siano celebrate da un rappresentante vaticano nella diocesi interessata, sarà sul luogo dove il cardinale anglicano, poi convertitosi al cattolicesimo, fondò l’Oratorio e concluse la sua vita. Ratzinger tiene molto a esserci.
In fondo il motivo del viaggio in Inghilterra e Scozia risiede qui. E poi, come dice Don Ian Ker, professore di teologia all’Università di Oxford e autore di “John Henry Newman: a biography”, “sono stati molti i Papi che hanno desiderato canonizzare Newman perché lo considerano una persona che ha dato il benvenuto alla modernizzazione ma rimanendo fedele all’autorità della chiesa”. Benedetto XVI ha dato un’importante accelerazione al processo di beatificazione. Certo, il miracolo attribuito a Newman grazie al quale Jack Sullivan ha superato una grave malattia alla spina dorsale ha accorciato i tempi. Ma è indubbio che la causa debba molto al Papa, alla sua spinta affinché la Fabbrica dei Santi giungesse al più presto a una conclusione.
Perché questo legame tra Ratzinger e Newman? Cosa spinse, già nel 1990, Ratzinger a definire Newman “grande dottore della chiesa”? Di risposte se ne possono dare tante. Una la dà Roderick Strange, rettore del Pontificio collegio Beda di Roma, istituto per la formazione delle vocazioni adulte di area inglese, da anni studioso di Newman. Nel suo ultimo lavoro uscito da poco in Italia, “John Henry Newman. Una biografia spirituale” (Lindau), Strange parla di un momento preciso nel quale si è reso evidente il debito di Ratzinger verso Newman. E’ il 18 aprile del 2005. Ratzinger, il giorno prima del conclave che poi l’avrebbe eletto, predica davanti al collegio dei cardinali. Qui cattura l’attenzione di tutti utilizzando l’immagine della chiesa come una barca scossa dalle onde create da correnti ideologiche, “dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo a un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via”. Dice Strange: “All’epoca fu considerato estremamente pessimista, in particolare nella conclusione: ‘Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie’. L’espressione ‘dittatura del relativismo’ può sembrare severa, eppure si collega al ‘mondo semplicemente non religioso’ di Newman. E non necessariamente il legame è una coincidenza”.
Il relativismo è per Benedetto XVI una minaccia. Perché quando la verità viene abbandonata si abbandona anche la libertà. E si scivola verso il totalitarismo. Ratzinger ne parla il 18 aprile del 2005. Ma già anni prima aveva esposto il tema. Quando? Ancora nel 1990, durante la conferenza per il centenario della morte di Newman.
Dice Strange: “In quell’occasione Ratzinger fece riferimento al legame tra verità e coscienza personale. Parlò di quando, da giovane seminarista poco tempo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fu introdotto al pensiero di Newman e proseguì sottolineando quanto fosse stato importante per lui il suo insegnamento sulla coscienza. Newman insegnava che la coscienza doveva essere nutrita come ‘un modo di obbedienza alla verità oggettiva’. E l’intera vita di Newman testimonia tale convinzione. Le prime esperienze di vita del futuro Pontefice erano state tuttavia molto diverse. ‘Avevamo sperimentato – disse Ratzinger – la pretesa di un partito totalitario che si riteneva il compimento della storia e che negava la coscienza dell’individuo. Uno dei suoi leader (Hermann Goering) aveva detto: ‘Non ho coscienza. La mia coscienza è Adolf Hitler’. Ecco lo slittamento nel totalitarismo. Quando la verità viene trascurata, quando non vi è uno standard oggettivo a cui fare appello, non creiamo spazio per facile tolleranza. La libertà viene lasciata senza difesa, alla mercé di chi è al potere. Il giovane Ratzinger provò quanto Newman aveva predetto: le conseguenze di quando la religione rivelata non viene riconosciuta come vera, oggettiva, ma viene considerata qualcosa di privato da cui la gente possa scegliere per sé qualsiasi cosa voglia”.
Newman venne creato cardinale nel 1879 da Leone XIII. Anch’egli stimava Newman, “il mio cardinale” lo chiamava. L’Osservatore Romano il 14 maggio, la vigilia del concistoro, pubblicò in prima pagina il discorso pronunciato da Newman dopo la consegna del Biglietto di nomina. Newman andò al cuore del problema che sentiva essere capitale. Disse: “Il liberalismo religioso è la dottrina secondo la quale non esiste nessuna verità positiva in campo religioso, ma che qualsiasi credo è buono come qualunque altro; e questa è la dottrina che, di giorno in giorno, acquista consistenza e vigore. Questa posizione è incompatibile con ogni riconoscimento di una religione come vera”. Scrive Inos Biffi sull’Osservatore del 20 maggio 2009: “E’ difficile non riconoscere la rovinosa attualità di questo liberalismo religioso, che preoccupava Newman nel 1879”. E preoccupa oggi Ratzinger.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 28 luglio 2010
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“Cattolici tornate a casa”. Il cardinal O’Malley ci prova con gli spot tv
26 luglio 2010 -
Le casse dell’arcidiocesi sono quasi vuote per colpa degli indennizzi pagati alle vittime della pedofilia del clero. Ma il prestigioso cardinale americano di origini irlandesi Sean Patrick O’Malley, il cappuccino divenuto arcivescovo di Boston dopo gli anni tormentati del cardinale Bernard Francis Law e oggi per volere del Papa tra i visitatori apostolici per la chiesa irlandese colpita dalla pedofilia, non bada a spese e per ovviare alla drammatica fuga dei fedeli dalle chiese decide di investire parecchi dollari, forse i pochi rimasti, in spot televisivi. La campagna pubblicitaria si chiama “Catholics come home”, “Cattolici tornate a casa” e nella sola Phoenix ha portato un aumento della frequenza dei fedeli di circa il dodici per cento. Gli spot sono molto semplici: in pochi minuti dei fedeli raccontano la scoperta della fede nella propria vita, la fede un tempo abbandonata e poi riabbracciata.
O’Malley è un cardinale coraggioso. Da tempo cerca nuove strade di comunicazione con il mondo. Tra i primi porporati ad aprire un blog, O’Malley non ha paura di prendere posizioni anche scomode. La battaglia contro la pedofilia nel clero è sua da tempo. Recentemente è stato l’unico cardinale ad appoggiare pubblicamente l’arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn che aveva accusato il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano di aver insabbiato il caso Groër e offeso le vittime definendo le critiche alla chiesa “chiacchiericcio”. “Pensa che il cardinale Sodano ha recato danno alle vittime di pedofilia usando la parola chiacchiericcio?”, gli ha chiesto recentemente John Allen sul National Catholic Reporter. “Si, sicuramente”, ha risposto O’Malley.
La comunicazione della fede è importante per O’Malley. A volte questa comunicazione comporta dei rischi. Come quando, circa un anno fa, decise di partecipare ai funerali del senatore Edward Kennedy. Il prefetto del Tribunale della segnatura apostolica, Raymond Burke, accusò O’Malley di essere stato sotto l’influenza di Satana perché è immorale officiare le esequie di uno che durante la sua vita non seguì l’insegnamento della chiesa in materia d’aborto. O’Malley rispose sul suo blog dicendo di “dissentire fermamente” dalle critiche. Concedere i funerali a Kennedy è stato un gesto di misericordia: “Siamo uomini di fede e crediamo in un Dio che ama e perdona, dal quale attendiamo misericordia” ha scritto O’Malley. E ancora: “Talvolta, anche nella chiesa, lo zelo può portare alcuni a formulare giudizi severi e ad attribuirci a vicenda le peggiori intenzioni. Questi atteggiamenti recano un danno irreparabile alla comunione della chiesa”.
Aderendo alla campagna “Catholics come home” O’Malley ha detto molto di sé, della sua idea di chiesa, dei suoi fari in questo tempo non facile. Ha citato Paolo VI che trentacinque anni fa chiamò la chiesa all’evangelizzazione: “La chiesa esiste per evangelizzare” disse. E poi Henri Nouwen, il prete e scrittore cattolico olandese tra i più letti nel mondo protestante americano. Assieme al cardinale Johannes Willebrands e al teologo domenicano Edward Schillebeeckx, Nouwen è tra le voci più importanti della spiritualità cresciuta nei Paesi Bassi all’ombra del cardinale Bernard Jan Alfrink. Esponente di punta del progressismo cattolico, arcivescovo di Utrecht, Alfrink promosse e difese il Nuovo catechismo, un testo nato contro l’Humanae vitae di Paolo VI e in disaccordo con Roma. Scrive O’Malley: “Padre Nouwen mi ricorda che sono un mendicante. Non sono né il proprietario del panificio in cui si fa il pane, né del negozio dove il pane viene venduto. Anch’io sono un mendicante che ha fame e ha bisogno di aiuto”.
Pubblicato sul Foglio lunedì 26 luglio 2010
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