Ravasi’s blog

Scrive sul Sole e su diversi quotidiani.

Ha una rubrica su Radio Maria e su Canale 5.

Guida la Cultura del Vaticano e ora ha anche un blog, Parola & Parole (da seguire) dove cita Confucio: “È molto più importante accendere una piccola candela che maledire l’oscurità”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 10 ottobre 2011


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Nel mondo ma non del mondo

Nella Los Angeles che Benedetto XVI ha affidato qualche mese fa a una delle speranze della chiesa americana dopo gli anni difficili della gestione Mahony, ovvero il messicano José Gomez, il prefetto del Clero Mauro Piacenza è stato chiamato recentemente a tenere una serie di conferenze.

In una di queste dedicata al “sacerdote nel secolo XXI”, ha detto: “A che servirebbe un sacerdote così assimilato al mondo, da diventare prete mimetizzato e non più fermento trasformatore?”.

Los Angeles è una delle diocesi che maggiormente ha pagato lo scandalo della pedofilia nel clero. Mahony ha sempre mantenuto una linea giudicata troppo difensiva nonostante molti dei casi siano poi risultati falsi.

Il clero non sempre è stato sostenuto a dovere. Gomez, senz’altro, è una ventata d’aria fresca. Come lo sono queste parole di Piacenza.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 6 ottobre 2011


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E se ci fosse un nuovo concistoro?

Io non ne so niente.

L’ho letto qui.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 29 settembre 2011


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Hitler e Lutero, le due colpe di Ratzinger

Hitler e Lutero. Il nazionalsocialismo e il protestantesimo. Il viaggio del Papa da poco conclusosi aveva nel suo sottofondo queste due grandi colpe del mondo tedesco.

Il Papa, da cattolico e da tedesco, sente queste due colpe come sue, ma il tentativo che ha fatto in questo viaggio mi sembra sia stato quello di mostrarle come possibili per tutti. Tutti possono cadere nelle derive del nazionalsocialismo e del protestantesimo.

Il richiamo del Papa all’occidente perché torni a riconoscere Dio quale origine e senso del proprio vivere, è decisivo in lui proprio a causa di quel “regime di terrore” col quale ha dovuto convivere: “il nazionalsocialismo” che “si fondava su un mito razzista, di cui faceva parte il rifiuto del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, del Dio di Gesù Cristo e delle persone credenti in Lui”, ha detto il Papa in Germania.

E poi c’è la colpa del protestantesimo, anch’essa una colpa profondamente tedesca. Non che Benedetto XVI disprezzi il mondo protestante, tutt’altro. E’ che in lui è viva la ferita dello strappo di Lutero, la cristianità divisa da quel suo connazionale che non è riuscito a restare nella chiesa nonostante i suoi innumerevoli problemi e le sue innumerevoli contraddizioni.

Il senso del viaggio in Germania secondo me risiede qui, in queste due colpe che il Papa ha voluto in qualche modo espiare e, insieme, mostrare come colpe possibili per tutti.

Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 25 settembre 2011


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“Meno strutture più spirito, please”

Cardinals attend a vigil by Pope Benedic

L’incontro di oggi nella Hörsaal del Seminario di Freiburg tra Benedetto XVI e i membri del Consiglio del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK) era molto atteso.

Lo Zdk è un gruppo che sovente spinge per quelle riforme tanto care ai settori cattolici che vorrebbero la chiesa più vicina al pensiero del mondo. Non c’entrano nulla con “Noi siamo chiesa”, ma poco ci manca.

Il Papa ha accettato di incontrare lo Zdk ma, insieme, ha imposto che il giorno successivo, domani, venisse organizzato anche un secondo incontro con i laici tedeschi che non si sentono rappresentati dallo Zdk. Perché? Perché lo Zdk non è il tutto del laicato di Germania.

Allo Zdk il Papa non ha parlato dell’agenda di riforme che in tanti invocano verso Roma. Ma ha ricordato senza giri di parole che la chiesa occidentale (inclusa dunque quella tedesca), dietro una possente organizzazione, rischia di smarrire lo spirito e dunque la fede. Qui sta la sua crisi, una crisi di fede:

“In Germania la Chiesa è organizzata in modo ottimo. Ma, dietro le strutture, vi si trova anche la relativa forza spirituale, la forza della fede in un Dio vivente? Sinceramente dobbiamo però dire che c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito. Aggiungo: La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo ad un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 24 settembre 2011


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Promemoria per uno scisma

Hubert Jedin

La chiesa tedesca è attraversata da correnti antiromane che spingono per riforme all’interno della chiesa sulle quali Roma da tempo si è espressa negativamente.

L’origine di queste correnti è in quel cattolicesimo vicino ai settori protestanti e che continuamente cerca di adeguare la chiesa al mainstream del pensiero mondano.

Il 16 settembre 1968 due grandi storici della chiesa, Hubert Jedin e Konrad Repgen, cercarono di reagire a questa deriva inviando alla Conferenza episcopale tedesca un promemoria. Ma, come ha dichiarato l’altro ieri sull’Avvenire il cardinale Walter Brandmüller, “il testo fu liquidato con sufficienza dal presidente dell’episcopato dell’epoca, il cardinale di Monaco Julius Döpfner”.

Fino a oggi il promemoria era reperibile soltanto in tedesco, all’interno di “Hubert Jedin, Lebensbericht. Hrsg. von Konrad Repgen. Grünewald-Verlag, Mainz”.

Oggi il Foglio ha tradotto il promemoria e l’ha pubblicato in esclusiva. Eccolo.

PROMEMORIA PER UNO SCISMA.

Nulla favorisce maggiormente la divisione della chiesa dell’illusione che la divisione non esista. La chiesa cattolica si trova oggi in una crisi profonda. Una crisi che coinvolge anche la Germania, per lo meno la Repubblica federale tedesca. Il Katholikentag di Essen ha portato alla luce questa crisi, per quanto l’enciclica Humanae vitae non debba essere vista come l’origine ma la causa, la miccia che l’ha fatta esplodere. A noi questa crisi induce a vedere paralleli con i precedenti storici che nel XVI secolo hanno portato alla scissione all’interno della cultura occidentale. Il che ci costringe, a sua volta, a trarre dall’esperienza storica conclusioni nella valutazione della crisi contemporanea.

I. La ricerca storica degli ultimi decenni prova che Martin Lutero non avesse intenzione di dividere la chiesa quando, nel 1517, sottopose ai vescovi competenti e poi pubblicò le sue tesi sulle indulgenze. Si era progressivamente allontanato dall’autorità ecclesiastica, a Lipsia (1519) aveva rifiutato il carattere vincolante dei concili ecumenici ordinari, ed è stato indotto infine, non ultimo dall’eco delle sue tesi nell’opinione pubblica (eco che lui stesso non aveva immaginato) a non obbedire alla condanna delle sue 41 tesi enunciata dalla Bolla “Exsurge Domine” (1520), un gesto di disobbedienza, per altro già da troppo tempo rimandato. […] Per i vescovi “la disputa di Lutero” era in primo luogo una disputa tra teologi, e non capirono che stavano, non solo per essere intaccati, ma distrutti i fondamenti del concetto di chiesa cattolica. Se si prescinde da uno scarno gruppo di teologi, agli occhi dei fedeli Lutero incarnava invece il ritorno alla vera dottrina della salvezza, era colui che rinnovava la chiesa, colui che li liberava da quello che loro reputavano il gioco imposto in passato dalla chiesa. I più accesi ed efficaci paladini del movimento luterano furono gli “intellettuali di allora”, gli umanisti, secondo i quali la teologia, la scolastica costituiva un ostacolo al progresso. A questi si associarono anche numerosi sacerdoti. […] E infine alcune fasce a rischio di caduta sociale, tra queste la nobiltà dell’impero e, in una parte consistente della Germania, i contadini benestanti. A rendere possibile il successo quasi totale del movimento luterano tra il 1517 e il 1525 fu il dominio sulla stampa, uno strumento di comunicazione di cui fino ad allora la chiesa non aveva compreso a fondo il significato. Ai cosiddetti “ragionieri” vennero letteralmente strappati di mano gli scritti di Lutero, i numerosi volantini che traevano profitto dalle sue idee. Parlavano la lingua del popolo e venivano letti, anzi, letteralmente divorati; le poche voci che si levarono per mettere in guardia, voci appartenenti a teologi che vedevano più chiaramente, ma erano pessimi propagandisti, non vennero lette, furono bollate come “reazionare”. I rappresentanti della dottrina della chiesa, il Papa e i vescovi, restarono in silenzio; il concilio, ripetutamente reclamato, non ebbe luogo. Le incertezze in tema di fede rimasero. Senza voler in alcun modo sminuire le omissioni e gli errori commessi proprio e in primo luogo dalla curia romana, va però altresì detto che è stata soprattutto la passività dell’episcopato tedesco a permettere l’avanzata praticamente incontrastata del movimento luterano, anzi ad averla resa possibile. E’ in questo modo che i vescovi tedeschi si fecero sfuggire l’occasione; perché un volta che la maggior parte delle città libere dell’impero e quelle rette dai principi ebbero abbracciato la causa luterana (dopo il 1526) fu troppo tardi. […] Il movimento luterano si organizzò e consolidò, si definì confessione e si unì in un’alleanza militare: la scissione della chiesa era diventata realtà. Oggi sappiamo che la scissione interna, la formazione di questa “confessione” è durata non anni ma decenni. Melantone e Calvino hanno rivendicato fino alla fine dei loro giorni di appartenere alla fede “cattolica”; i fedeli al vecchio credo venivano diffamati come “papisti”. Il popolo dei fedeli continuava a frequentare la messa e a invocare i suoi santi; l’ordinamento ecclesiastico luterano si appropriò di molti elementi cattolici, processioni e pellegrinaggi compresi. Per questo la massa che componeva il popolo dei fedeli non si avvide che la riforma non era semplicemente una riforma della chiesa, ma la formazione di una nuova chiesa che si reggeva sul altre fondamenta. Per concludere bisogna dunque evidenziare che: nulla ha favorito maggiormente la scissione della chiesa dell’illusione che questa scissione non esistesse nemmeno. Un’illusione diffusa a Roma e soprattutto nell’episcopato tedesco, presso i teologi, tra la maggioranza dei sacerdoti e tra il popolo. Impossibile non vedere i parallelismi tra ieri e oggi. […]

II. Il nocciolo dell’attuale crisi ecclesiastica in Germania è, esattamente come nel XVI secolo, costituito dall’incertezza e dal disorientamento nella fede. La critica protestante alla Bibbia è entrata a gamba tesa e in modo diffuso nella teologia cattolica. Ma non sono tanto i titolari delle cattedre esegetiche, comunque attenti nelle loro formulazioni, quanto i loro allievi e in generale il loro uditorio, spesso teologicamente nonché filologicamente poco attrezzato, a far proprie e diffondere in modo approssimativo, nelle accademie, durante convegni, seminari e professioni di fede, le tesi di teologi evangelici radicali, come per esempio quelle di Bultmann. Usando come paravento l’ermeneutica si mette in discussione il carattere vincolante di definizioni dogmatiche dei concili ecumenici (per esempio quello della transustanziazione); viene allentato il legame tra la teologia e l’insegnamento della chiesa, se non addirittura rifiutato; l’insegnamento stesso sminuito se non addirittura reso ridicolo. A favorire la dissoluzione del concetto cattolico di chiesa è l’atteggiamento anti autoritario, il disprezzo per qualsiasi forma di obbedienza, in particolare confessionale, predominante tra i giovani, e sostenuto da molti genitori e pedagoghi.
La domanda: “Ma cos’è oggi ancora cattolico?”, non viene però formulata solo dai cattolici più anziani, i cosiddetti “cattolici tradizionalisti”, se la pone anche il nocciolo duro dei fedeli autentici e convinti. Una domanda che […] è espressione di una profonda insicurezza e conflitto di coscienza. Il potere acquisito nel frattempo dai mezzi di comunicazione non è lontanamente paragonabile a quello del XVI secolo. I mass media vengono in massima parte dominati da intellettuali, i quali spesso, e soprattutto perché sono cattolici, sostengono e diffondono il “nuovo” di per sé, ai loro occhi “progressista”, senza tener conto, approfondire il suo contenuto di verità. E lo diffondono con un linguaggio e uno stile che ammicca alla predilezione dei giovani per gli slogan (“democratizzazione della chiesa”) mentre minimizzano o addirittura abbelliscono dal piccolo schermo le loro azioni di disturbo, e in genere commentano i fatti inerenti la chiesa in uno stile ben preciso. Costruiscono, ma più correttamente si dovrebbe dire manipolano un’“opinione pubblica”, nei confronti della quale solo pochi, tra i milioni di telespettatori, sono in grado di formarsi un’opinione propria. Questa continua “irrigazione” dei fedeli attraverso i mezzi di comunicazione in mano alla “sinistra” ecclesiastica non può che mutare il rapporto dei fedeli con la chiesa, il che è già successo. Il disorientamento aumenta di mese in mese. Più dura e più aumenta il pericolo, esattamente come nel XVI secolo, di una scissione al suo interno oppure – il che sarebbe ancora più grave – di un allontanamento totale dalla chiesa.
Non pensiamo affatto che la fondazione e il sostegno a gruppi e movimenti conservatori (“Una voce”, “Nunc et semper”) sia la via giusta per scongiurare una divisione della chiesa o per arginare il pericolo di sempre più fedeli che le voltano le spalle. Lasciare in mano a una “destra” ecclesiastica la lotta contro gli eccessi di una “sinistra” ecclesiastica, equivarrebbe a una rinuncia di fatto all’autorità che la chiesa cattolica, a differenza di quella protestante, possiede grazie al fatto che la sua struttura poggia su un diritto divino. E’ la chiesa stessa che deve parlare in modo comprensibile e deve agire in modo deciso, anche se ne va della sua popolarità. Se lo farà, e lo deve fare presto, allora vedrà che la stragrande maggioranza del popolo tutt’ora cattolico si metterà dietro di lei. Se nei primi anni della scissione della chiesa nel XVI secolo, i vescovi tedeschi si fossero uniti in un’azione comune, insomma prima che la riforma si trasformasse in una questione politica, non si sarebbe comunque potuta evitare la scissione, che però avrebbe potuto essere ridotta semplicemente a una piccola frangia. Oggi l’episcopato non è più frenato e gravato da un’istruzione teologica insufficiente, dalla sua posizione sociale e dai conseguenti intrecci con la politica. La costituzione “Lumen gentium” ha riconosciuto all’episcopato diritti e possibilità fino ad allora inesistenti, e al contempo però anche maggiori responsabilità riguardo all’integrità della fede. Non possono più solo attendere l’intervento delle massime autorità ecclesiastiche, devono agire in prima persona. Laddove i mezzi di comunicazione erigono muri del silenzio oppure ammettono la raffigurazione di fatti reali solo attraverso una lente distorta, tocca a loro intervenire con parole chiarificatrici e conseguenti azioni. Nessun cattolico o non cattolico deve dubitare del fatto che i vescovi reputano la difesa e la custodia della fede il loro primo dovere.

III. Ecco qualche esempio di come ci immaginiamo queste “azioni” concrete.
Ai professori universitari e agli insegnati di religione che insegnano evidenti eresie va revocata la Missio canonica; il che avrà come conseguenza inevitabile contrasti con le istituzioni statali così come con i gruppi di pressione della “sinistra”, ma tant’è.
Sacerdoti e cappellani che con il loro insegnamento o il loro comportamento (per esempio nei confronti della eucarestia) si mettono apertamente in contrasto con la disciplina ecclesiastica, devono essere sospesi, anche se così facendo verranno a crearsi vuoti nella direzione spirituale.
Non bisogna aver paura di creare dei “martiri”; c’è bisogno di precedenti, anche se poi tutto sarebbe fatto per facilitare al diretto interessato il passaggio a un mestiere secolare.
A nessun candidato al sacerdozio deve essere concessa la consacrazione se non è disposto a riconoscere in modo esplicito e senza alcuna riserva i doveri del sacerdozio e accettare l’obbedienza canonica. Da escludere dai voti sono in primo luogo gli autori di dichiarazioni contro il celibato, contro gli scritti teologici del Papa e dei vescovi e, infine, i fomentatori di rivolte e ricatti all’interno dei convitti e seminari.
E’ preferibile avere meno sacerdoti e occupare i posti vacanti nelle parrocchie nominando a diacono uomini più anziani, sposati, piuttosto che lasciare imboccare alle parrocchie, guidate da sacerdoti dogmatici e ribelli, l’errata via.
D’ora in poi si dovrà prestare molta più attenzione alla formazione dei “teologi laici”, e anche il conferimento della Missio canonica dovrà avvenire con maggior oculatezza. Una parte di questi si ispira alla “sinistra” ecclesiastica e alimenta – consapevolmente o meno – l’insicurezza e la poca chiarezza nelle questioni di fede.
A tutto il clero va inculcato che la liturgia non è un consesso di persone dove ognuno contribuisce liberamente alla sua organizzazione, ma che si tratta di una messa da celebrare secondo le regole della chiesa. Non è ammissibile, infatti, che oggigiorno ci siano sacerdoti che cambiano addirittura nella liturgia le parole della formula di rito della consacrazione. La messa in latino, che costituisce il collante della chiesa universale, non può soccombere nell’epoca di “un mondo solo”. Per questo sarebbe auspicabile che nelle chiese dove si celebrano più messe domenicali, almeno una fosse in latino. L’esperienza dimostrerà che saranno in molti ad assistervi.
Vista la confusione che generano sull’essenza della chiesa, all’interno del magistero devono essere respinte parole d’ordine tipo “democratizzazione della chiesa”, “cattolicesimo critico” e altro, mentre si deve insistere sull’insegnamento che si basa sulla Lumen gentium. I princìpi della sussidiarietà e della solidarietà sono più che sufficienti per assicurarsi la partecipazione dei fedeli alla realizzazione della missione apostolica. E non si deve temere di lasciare nel vocabolario della chiesa termini come “autorità” e “obbedienza”.
I movimenti che oggi mirano più a una rivoluzione della chiesa nel senso del XVI secolo, piuttosto che a un “aggiornamento”, sono al momento assai meno strutturati organizzativamente di quanto qualcuno voglia credere o tema. Il che però non autorizza a respingere in toto l’impressione fondata che questi movimenti rivoluzionari in ambito cattolico dispongano di un solido nocciolo organizzativo. Sarebbe dunque da capire – per quanto senza troppa ambizione e nemmeno troppe illusioni – la funzione delle associazioni studentesche, e se del caso intervenire prontamente: meglio smantellare delle associazioni studentesche e tornare a un unico pastore delle anime, come quattro decenni fa, piuttosto che alimentare lo smembramento della chiesa. Lo stesso vale per il Bdkj (la Federazione dei giovani cattolici tedeschi) e la scelta dei prelati responsabili dei giovani nelle diocesi e nei decanati.
Infine non si può non vedere che radio e televisioni, compresa quella di emanazione ecclesiastica, sono, salvo poche eccezioni, orientate a “sinistra”. Spezzare la loro egemonia non sarà una cosa facile; ciò nonostante bisogna iniziare, in una prospettiva di lungo periodo, a esercitare una ponderata influenza, e soprattutto non bisogna limitarsi a decisioni una tantum per quel che riguarda la politica del personale, ma restare in contatto continuo con i giornalisti attraverso un rappresentante qualificato della chiesa.
Le richieste di democratizzazione dei “Kirchenblätter” avanzate durante il Kirchentag di Essen, non vanno assolutamente accolte; perché se si accogliessero verrebbe a scomparire l’ultimo pezzo di stampa non dominato dalla “sinistra”, e l’ultimo strumento di informazione da parte delle autorità ecclesiastiche per i fedeli, al di fuori della chiesa.

IV. Nei parallelismi qui da noi enunciati e nelle proposte esemplificative da questi dedotte, abbiamo ovviamente tenuto conto del fatto che nel movimento ecclesiastico contemporaneo vi sono anche forti spinte religiose, esattamente come succedeva anche nel XVI secolo, in seguito al movimento nato sulla spinta di Lutero. Per entrambi questi movimenti vale la parola di sant’Agostino: “Nulla porro falsa doctrina est, quae non aliqua vera intermisceat” (Quaest. ev. II 40). [Non esiste falsa dottrina che non sia mescolata con elementi di quella vera]. Noi siamo però convinti che la Verità e la Bontà, scaturiti attraverso il Concilio, possano dare i loro frutti solo se separati nettamente dall’errore.
Più si aspetterà a intervenire, a praticare una netta cesura, e maggiore sarà il pericolo che forze preziose, perché amalgamate con l’erronea visione, andranno persé. L’inevitabile conseguenza di ciò potrebbe essere non solo una scissione ma anche l’abbandono del cristianesimo.
Quanto più i sacerdoti sapranno parlare chiaramente, agire risolutamente tanto più grande è la possibilità di fortificare il movimento di rinnovamento all’interno della chiesa, e dunque la chiesa stessa.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 23 settembre 2011


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Il “benvenuto” di Hans Küng

Così, sullo Spiegel, il teologo Hans Küng a cui nel 1979 il Vaticano ha revocato il permesso di insegnare teologia nelle facoltà cattoliche dopo aver pubblicamente respinto il dogma dell’infallibilità papale, accoglie Benedetto XVI in Germania:

“In passato il sistema romano è stato confrontato con il sistema comunista, quello in cui una persona aveva sempre l’ultima parola. Oggi mi chiedo se non siamo forse in una fase di ‘Putinizzazione’ della chiesa cattolica. Naturalmente non voglio paragonare il Santo Padre, come persona, con lo statista russo profano. Ma ci sono molte somiglianze strutturali e politiche. Anche Putin ha ereditato un patrimonio di riforme democratiche. Ma lui ha fatto di tutto per invertirle. Nella chiesa, abbiamo avuto il consiglio, che ha avviato il rinnovo e la comprensione ecumenica. Anche i più pessimisti non avrebbero potuto immaginare che tali battute d’arresto sarebbero state possibili dopo. La politica di restaurazione del Papa polacco, a partire dal 1980, ha reso possibile eleggere come Papa il capo della Congregazione per la dottrina della fede, una volta conosciuta come la Congregazione della romana inquisizione universale – ed è ancora una inquisizione, nonostante il nome nuovo”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 22 settembre 2011


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L’”incorreggibile” Benedetto di Der Spiegel

Così il settimanale Der Spiegel accoglie Benedetto XVI “l’incorreggibie”, reo, in sostanza, di aver indotto i tedeschi ad abbandonare la fede.

Secondo un sondaggio emerge che dal 1990 al 2010 il numero di cattolici è diminuito in Germania del 12,7 per cento, per un totale di 2,6 milioni di persone, quello dei matrimoni celebrati in chiesa ha subito un tracollo del 58,3 per cento, con un calo del 43,1 per cento dei battesimi ed una diminuzione del 62,1 per cento delle vocazioni sacerdotali. Ad essere soddisfatti dell’operato del Papa sono il 36 per cento dei tedeschi, mentre il 32 per cento è insoddisfatto ed il 21 per cento si dichiara indifferente. Ad approvare la presenza del Papa al Bundestag e’ il 47 per cento del campione, mentre il 45 per cento esprime la propria contrarietà.

Der Spiegel ricorda il numero di cattolici favorevoli all’abolizione del celibato e all’ordinazione sacerdotale femminile. E ricorda che molti sono contrari alle chiusure del Vaticano sul tema dell’omosessualità.

Domanda: se Ratzinger abolisse il celibato e ammettesse le donne-prete i cattolici aumenterebbero?

Publicato su palazzoapostolico.it lunedì 19 settembre 2011


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Ratzinger? Molto romano-centrico dice il Tablet

“Se Giovanni Paolo II è stato accusato di creare una ‘mafia’ polacco-slava durante il suo lungo regno, la stessa cosa non la si può dire di Benedetto XVI. Il Papa tedesco non ha nominato nessuno del suo paese natale in un incarico importante della curia romana”, a eccezione “del cardinale svizzero Kurt Koch, capo del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani”.

Parte da questa considerazione il settimanale cattolico inglese Tablet per spiegare in un articolo intitolato “Benedict’s papacy: the way it’s shaping up“, la “romanità” delle nomine di Benedetto XVI, nomine che hanno portato la curia a essere fortemente “romana” (di più, in sostanza, di quanto già per forza di cose non lo sia), e dunque antagonista delle correnti teologiche più aperte. Quelle, spiega il Tablet, alla Hans Küng.

Sono 47 gli italiani portati in posizioni di rilievo nella curia. Ratzinger ha cambiato 99 dei 127 “dirigenti” della stessa curia. 99 su 127 non sono pochi e dicono che Benedetto XVI, a suo modo, governa.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 16 settembre 2011


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Quando Fellay disse: “Restiamo fuori”

Dopo aver letto il comunicato di ieri relativo all’incontro avvenuto in Vaticano tra la Dottrina della fede e i lefebvriani mi domando cosa succederà. E, soprattutto, mi chiedo: quanto i lefebvriani sono cambiati rispetto a quattro anni, fa quando per il Riformista intervistai il loro attuale capo, Bernard Fellay. Quanto sono disposti ad accettare il Concilio come la Santa Sede chiede loro?

Ecco di seguito l’intervista. Era il 25 ottobre 2007.

IL MOTU PROPRIO NON BASTA. I LEFEBVRIANI RESTANO FUORI

Econe. È qui, nel piccolo villaggio della valle del Rodano, sul versante svizzero delle Alpi Pennine, che nel 1969 Marcel Lefebvre si ritirò con un manipolo di seminaristi e fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Lo scopo dichiarato era fuggire da Roma, la città che aveva aperto le sue porte al Concilio Vaticano II, la città dove, come disse lui stesso, «non era più possibile trovare un seminario che desse ai giovani aspiranti al sacerdozio la formazione che la Chiesa ha sempre dato loro e che sola può farne degli autentici sacerdoti cattolici».

Parole lapidarie e che, negli anni, portarono il vescovo francese a una sempre più netta presa di distanza da Roma. Fino a quel 30 giugno 1988 quando Lefebvre ordinò autonomamente quattro vescovi e si poneva, ipso facto, nella scomunica latae sententiae. Una scomunica ancora oggi in vigore.

A Econe, la sede della Fraternità ha mura alte e spesse. Dentro, non soltanto il vento dello Spirito del Concilio, ma lo stesso Concilio pare non sia mai riuscito a entrare. I battenti, qui, sono sempre rimasti chiusi per gli spifferi giudicati malsani. Fumo di Satana, li chiamava Paolo VI, e qui, a Econe, sono pronti a giurare che Montini si riferisse alla riforma della Chiesa inaugurata dal Vaticano II. E, infatti, il tempo, sulla valle del Rodano, sembra essere fermo a Eugenio Pacelli, all’ultimo Pontefice prima dello sbarco a Roma dei padri conciliari, prima dell’apertura della sacra assise, prima dell’arrivo nella Chiesa della “nefasta” brezza riformatrice.

Ma oggi alla guida della Chiesa di Roma c’è Joseph Ratzinger. Ed è su questa brezza, o meglio, sull’ermeneutica di questo anelito di novità, che egli ha deciso di giocare una buona fetta del proprio pontificato. Per lui, non esiste uno “spirito” del Concilio ma esiste il Concilio e basta. Esiste esclusivamente un avvenimento che ha voluto portare una riforma nella Chiesa in piena continuità col passato. La rottura, se c’è stata, è menzogna di una certa esegesi intra ecclesiale.

E, come ha ricordato più volte Ratzinger ai tempi del cardinalato, al centro di questo rinnovamento i padri conciliari vollero mettere innanzitutto quello che è il cuore della vita dei credenti, ovvero la liturgia.

Non fu un caso, infatti, che il primo documento vergato nell’assise 1962-1965 fu la costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia. Come a dire: è necessario prima d’ogni altra cosa riportare nel mezzo della vita di fede l’incontro col mistero espletato nella liturgia. Il resto, viene di conseguenza.

E oggi, parecchi anni dopo il Vaticano II, è il Motu Proprio Summorum Pontificum il biglietto da visita col quale Benedetto XVI vuole mettere nero su bianco la volontà di non tradire il passato, soprattutto in campo liturgico. Perché la liturgia è la Chiesa, e da come essa prega traspare ciò in cui crede.

Bernard Fellay è dal 1994 (e lo sarà ancora fino al 2018) superiore generale della Fraternità San Pio X. Consacrato vescovo da Lefebvre nel 1988, ascese in pochi anni ai vertici della Fraternità. Lui, Lefebvre, lo ha visto morire dopo una settimana di coma incosciente. «Morì sereno – dice al Riformista – e mai, nonostante alcune voci leggendarie intorno agli ultimi giorni della sua vita terrena, si pentì di quanto aveva in precedenza fatto. La scomunica nei suoi confronti, insomma, rimase tale fino all’ultimo né lui fece nulla perché gli venisse ritirata».

Fellay, a torto, è stato più volte definito come il capofila dell’anima più moderata dei lefebvriani. Il contrario di monsignor Richard Williamson che invece, della Fraternità, rappresenterebbe l’ala più intransigente, quella insomma del “mai e poi mai” un compromesso con Roma.

«Niente di più falso – spiega in merito Fellay – io e Williamson siamo sulla stessa linea, quella che ritiene che in una Chiesa siffatta noi difficilmente potremo rientrare. E i motivi sono molto semplici. Benedetto XVI ha sì liberalizzato l’antico rito, ma non mi spiego per quale motivo ha fatto una scelta del genere se poi permette alla maggioranza dei vescovi di criticarlo e di disobbedire a quanto egli ha stabilito. Cosa dovremmo fare noi? Rientrare nella Chiesa e poi farci insultare da tutta questa gente?».

E ancora: «Al di là dell’antico rito, il problema per noi risiede nelle parole che Benedetto XVI dedica al Vaticano II. Abbiamo letto la sua volontà di porre in essere un’esegesi della continuità. Ma a questa volontà mi sembra non seguano azioni concrete. Perché la rottura col passato, purtroppo, riguarda direttamente alcuni testi del Vaticano II ed è questi testi che, in qualche modo, bisognerebbe rivedere. Egli, nell’intervista che apre il libro del cardinale Leo Scheffczyk, “l mondo della fede cattolica. Verità e Forma” dichiara che dopo il Concilio fu troppo timoroso coi colleghi votati a una linea decisa di apertura al mondo. Va bene, ma concretamente quali azione egli intende porre in essere per riparare?».

Cioè a dire: Ratzinger dovrebbe adoperarsi per una revisione diretta dei testi conciliari e non soltanto per denunciare una loro scorretta ermeneutica. «Prendiamo, ad esempio – dice Fellay -, la dichiarazione Dignitatis Humanae dedicata alla libertà religiosa. In essa la Chiesa si pone in uno stato di sudditanza rispetto a un’autorità civile che le deve garantire il diritto della libera espressione. Ma a mio avviso dovrebbe essere il contrario: è lo Stato che deve sottomettersi alla fede cattolica e riconoscerla come religione di Stato».

Se la liturgia è il cuore del dissenso dei lefebvriani nei confronti di Roma, le divergenze sembrano avere un respiro più ampio che il Motu Proprio Summorum Pontificum non può da solo risolvere. «Io – conclude Fellay – ho incontrato Benedetto XVI una sola volta, nell’estate del 2005. Da quel giorno ho avuto un intenso scambio di lettere con il cardinale Darío Castrillón Hoyos, presidente dell’Ecclesia Dei. Ma ancora non c’è un documento di lavoro comune. Sono però fiducioso perché nonostante tutto i nostri rapporti sono ottimi».

Scambio di lettere. Rapporti comunque ottimi. Conclude lasciando un filo di speranza, monsignor Fellay, anche se il giorno del rientro dei lefebvriani nella Roma di Benedetto XVI, il Pontefice che parecchio si sta spendendo per ridare alle conquiste della Chiesa il loro corretto valore, sembra ancora di là da venire. Se la cosa accadesse Fellay riporterebbe a casa un gruppo di 200 seminaristi e 450 preti. E in un periodo di magra vocazionale, non sarebbe poca roba.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 15 settembre 2011


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