Today is the day: new rules on sex abuse
lug 15, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Nove anni dopo i “Delicta graviora”, il documento che accompagnava il Motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” firmato nel 2001 da Giovanni Paolo II, il Vaticano rende noti nuovi aggiornamenti con procedure più restrittive sulla pedofilia. L’annuncio avviene in forma pubblica non oltre l’ora di pranzo di oggi (giovedì 15 luglio 2010).
Il “Sacramentorum sanctitatis tutela”, approvato da Giovanni Paolo II ma preparato dall’allora cardinale Ratzinger, stabiliva le norme processuali e le sanzioni canoniche per i delitti contro la penitenza, contro l’eucaristia e “contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età”, e ne riservava la competenza alla Congregazione per la dottrina della fede. Sino ad allora, infatti, un documento del 1962 (”Crimen sollicitationis”) regolava i crimini sessuali e, in particolare, la molestia in confessionale, lasciandone però la gestione alle conferenze episcopali nazionali e ad altri dicasteri della Santa Sede. E creando, così, un elevato rischio di insabbiamento.
Ora, dopo il perdurare mediatico dello scandalo della pedofilia, la Santa Sede ha deciso di rimettere mano alla materia e aggiornare i “Delicta graviora”. L’aggiornamento, oltre alle nuove disposizioni sulla pedofilia, prevede l’inserimento di nuovi delitti ai sensi del foro ecclesiastico: lo scisma, l’ordinazione sacerdotale femminile, l’eresia e l’apostasia.
La pubblicazione resta nota oggi dalla Congregazione per la dottrina della fede è la svolta più importante in merito alla pedofilia da nove anni a questa parte. Ed è uno dei gesti più significativi (sostanzialmente e anche mediaticamente) di William Joseph Levada, cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Vedremo come la stampa, soprattutto quella americana, prenderà la cosa.
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 15 luglio 2010
Giuseppe, la voce del Papa
lug 14, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Giuseppe De Carli dal suo studio vedeva il palazzo apostolico, l’ultimo piano, quello dell’appartamento del Papa: “Lo controllo giorno e notte”, mi disse una volta.
Credo gli piacesse lavorare non lontano dal Papa, poter avere il palazzo apostolico a un palmo di mano e ogni tanto accedervi, come fece qualche anno fa quando andò con la telecamera dentro l’appartamento per registrare immagini inedite del Papa.
La sua voce era inconfondibile, unica, perfetta per le cronache papali.
Di lui, in queste ore, i suoi amici colleghi hanno parlato così:
- Rodoflo Lorenzoni (Il Tempo): “Ciao Giuseppe hai passato la vita nel nome della fede“.
-Osservatore Romano: “E’ morto Giuseppe de Carli“.
-Andrea Tornielli: “Ricordando due amici“.
-Lucio Brunelli: “La scomparsa del vaticanista Giuseppe De Carli“.
-Rome Reports: “Giuseppe De Carli, Rai Vaticanist, passes away“.
Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 14 luglio 2010
Nessuno ferma don Verzé
lug 12, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Chi è don Luigi Verzé? Un santo o un visionario?
Rispondere non è cosa nostra.
Noi al massimo possiamo riportare i passaggi più funambolici di questa funambolica intervista che ha rilasciato quest’oggi alla Stampa.
Don Verzé, l’obbedienza non mi pare la caratteristica della sua vita.
“Quando mi impediscono di fare una cosa che Dio mi chiede, non c’è Santo che mi tenga”.
Che cosa farebbe (se fosse Papa, ndr)?
“Se io fossi Papa non farei il monarca, ma tutte le mattine starei davanti a Gesù Cristo a pensare. E la Chiesa? Che si arrangino quelli della Segreteria di Stato”.
Come si capisce chi è santo?
“Ho una certa esperienza. Ho conosciuto bene il cardinale Schuster, e anche don Giovanni Calabria. Uno beato, l’altro santo”.
E sa riconoscere la santità…
“Riconosco il loro profumo. Profumo di santità”.
Com’è il profumo di santità?
“Indefinibile. Rimani inebriato, come Dio stesso”.
Lei è favorevole al sacerdozio femminile, al sacramento ai divorziati, alla procreazione assistita. Il solito disobbediente.
“Disobbediente? La Chiesa le farà queste cose”.
Le farà?
“Ma certo. Il mondo, con la globalizzazione, diventerà una città sola. Ma la Chiesa, purtroppo, lo sta perdendo il mondo, perché non ha messo in atto il precetto del Signore: amatevi l’un l’altro come io vi ho amati. Lei è un clericale?”.
Lei vuole fare arrivare l’uomo a 120 anni.
“Matusalemme quanti anni ha vissuto?”.
Crede veramente che Matusalemme sia vissuto 969 anni?
“Poi le generazioni si sono stabilizzate sui 120 anni di media. Noi possiamo tornare a questa media. La scienza ci aiuterà”.
“Silvio Berlusconi mi ha chiesto di farlo campare fino a 150 anni. Lui pensa che arrivando a 150 anni metterà a posto l’Italia”.
Ma vale la pena?
“Vale la pena perché dobbiamo ambientarci bene in questo mondo che non conosciamo. La nostra intelligenza però ha come suo campo di conoscenza e perciò di felicità, non soltanto il naturale, ma anche il metafisico. Chi si occupa del metafisico e dello spirito? Chi si occupa dell’oltre-metafisico?”.
Don Verzé, io non lo so.
“Noi viviamo una vita da animale. Curiamo la nostra salute, l’alimentazione, l’ambiente. Ma non l’intelligenza, che vuol dire studio, approfondimenti, fino al metafisico, lo spirito non lo curiamo. Ci assimiliamo al Vangelo, come io cerco di fare, perché vorrei essere il Cristo dei nostri tempi. Lui era un drammaturgo e diceva: ‘Alzati e cammina’. E diceva: ‘Se avete fede in me’, e io ce l’ho, ‘farete miracoli come quelli che ho fatto io’. Io ho risposto al signor Gesù: ‘Infatti Signore tu non hai fatto l’ospedale San Raffaele e io l’ho fatto’”.
Mi parli del Papa.
“Quanto soffre!”.
A lei non è molto simpatico, vero? Dica la verità.
“Insomma. Bisogna anche riconoscere la croce che il Signore gli ha buttato addosso. Giovanni Paolo II l’ha ricevuta sorridendo e continuando a gioire. Ratzinger, col carattere che ha, sente di più il peso della croce”.
Il carattere che ha…
“Il carattere di un tedesco. Rigido. I tedeschi sono freddi. Una freddezza che pagano loro, poverini”.
Ferma i suoi ricercatori se vanno in una direzione che la chiesa non vuole?
“No. La scienza non la ferma nessuno, nemmeno la Chiesa”.
Leggi qui l’intervista integrale uscita oggi sulla Stampa: “Don Luigi Verzé: ‘Nessuno ferma la scienza, nemmeno la Chiesa’“.
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 13 luglio 2010
Una cena senza precedenti
lug 12, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Giovedì sera Bruno Vespa ha organizzato a casa sua una cena con Silvio Berlusconi (accompagnato dalla figlia Marina), Gianni Letta, il cardinale Tarcisio Bertone, Pierferdinando Casini, il governatore Mario Draghi e Cesare Geronzi, numero uno di Generali.
La cena, scrivono i giornali, aveva un unico scopo: assecondare il tentativo di Berlusconi di evitare lo sfarinamento della sua maggioranza iniettando forze fresche, appunti i centristi di Pier Ferdinando Casini.
Molto ha fatto parlare la presenza di Bertone. C’è chi ha scritto che mai in passato un segretario di stato si era “abbassato” fin qui.
I commenti più duri li hanno riportati ieri (lunedì 11 luglio) Repubblica e la Stampa. Entrambi hanno citato fonti vaticane anonime parecchio scontente.
Scrive Repubbica:
“La presenza di Bertone alla tavola di casa Vespa ha sconcertato più di un prelato. ‘Quando c’era il cardinale Agostino Casaroli cose del genere non sono mai successe. Ma nemmeno col suo successore Angelo Sodano’ è uno dei commenti che si raccolgono Oltretevere. ‘Un segretario di Stato non deve esporsi in questo modo e tantomeno essere usato per andare in soccorso di questo o quell’uomo politico col pretesto di una cena tra amici’ dicono altri vescovi e cardinali interpellati nei vari uffici della Segreteria di Stato e delle Congregazioni pontiticie. ‘Perché va bene incontrare i rappresentanti delle istituzioni, ma ritrovarsi a cena per parlare, magari, di crisi politiche italiane e di futuri scenari governativi, non è una buona cosa per il primo collaboratore del papa’, commenta un cardinale esperto di diplomazia, che ha lavorato in istituzioni internazionali con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il quale rimprovera al segretario di Stato di ‘imbarazzare, con queste cene private, sia il Papa sia tutta la Chiesa’. ‘Cenare con un amico politico non ci sarebbe niente di male, ma qui la posta in gioco è ben altra’, commenta un altro porporato, che vede nella cena da Vespa ‘un’altra tappa centrata da Gianni Letta nella lunga marcia di riavvicinamento tra Santa Sede e governo dopo lo strappo di un anno fa, quando il direttore dell’Avvenire Dino Boffo fu costretto alle dimissioni per gli ingiusti attacchi del giornale di casa Berlusconi’. ‘E’ incomprensibile che il cardinale Bertone dia l’impressione di stare a questo gioco, facendosi usare da una figura come il premier con cui non prenderei nemmeno un caffè e tantomeno darei l’ostia consacrata’, lamenta un arcivescovo impegnato nella pastorale dell’immigrazione”.
Scrive la Stampa: “Come la presenza del governatore alla cena di Vespa non significa che la Banca d’Italia sia entrata nel gioco politico tra Berlusconi e Casini, così la Santa Sede va tenuta fuori dai negoziati in corso – sottolinea il sociologo cattolico Giuseppe De Rita, presidente del Censis e profondo conoscitore dei rapporti tra Stato e Chiesa -. Si sa che Bagnasco è più silenzioso, mentre a Bertone piace andare nei luoghi che contano, ma la Chiesa in questo momento ha troppi guai per dare peso storico alla tavolata da Vespa”. Semmai i “contraccolpi maggiori” sono quelli interni alle gerarchie ecclesiastiche. “La Dc riusciva a immettere in sé e a elaborare le pressioni vaticane: c’erano Andreotti, Fanfani e la sinistra dossettiana che sapevano comporre dentro il partito le varie istanze della Chiesa – sottolinea De Rita -. All’epoca dell’unità politica dei cattolici arrivavano sfumate dal Vaticano sollecitazioni plurime, adesso invece piombano richieste singole e monodirezionali”. Un interventismo legato al diverso quadro di riferimento, ma anche al diverso approccio dei protagonisti. “In Segreteria di Stato c’erano Montini, Tardini, Casaroli che non andavano alle cene per far politica – puntualizza De Rita -. Poi sull’altra sponda del Tevere avevano interlocutori capaci di dare risposte laiche più rispondenti alla realtà delle operazioni di potere. De Gasperi non si attovagliava con i porporati a casa di giornalisti, specialmente nel pieno delle manovre politiche”.
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 12 luglio 2010
Perché De Paolis per i Legionari?
lug 9, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Oggi il Papa ha nominato un delegato pontificio per la Congregazione dei Legionari di Cristo: si tratta dell’arcivescovo Velasio De Paolis, scalabriniano, presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede.
La nomina del delegato era stata annunciata il primo maggio scorso da un comunicato diffuso dopo la riunione svoltasi in Vaticano con i cinque vescovi incaricati della visita apostolica ai Legionari.
Perché si è scelto De Paolis?
Principalmente per tre motivi:
-si voleva un presule vicino alla pensione e con incarichi non troppo pesanti.
-si voleva un presule della curia romana, che lavori vicino al Papa e al segretario di stato Tarcisio Bertone
-si voleva un presule che non avesse avuto fino a oggi contatti diretti e continuati coi Legionari, in modo da agire e operare senza condizionamenti.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 9 luglio 2010
Sodano must go, soon
lug 9, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
A metà maggio sono stati i theocon americani a chiedere la testa di Sodano, reo secondo loro di aver insabbiato l’insabbiabile quanto a pedofilia nel clero durante gli anni wojtyliani: “Dopo lo schiaffo da Vienna, anche i theocon vogliono la testa di Sodano“.
Oggi anche un commentatore d’oltre Manica, sul Catholic Herald, dice più o meno le stesse cose: “Cardinal Sodano is a catastrophe waiting to happen“.
Sodano è dunque un capro espiatorio per molti, dagli Usa alla Gran Bretagna, fino all’Austria.
Ma occorrerebbe avere il cotaggio di dire anche un’altra cosa: che ai tempi di Wojtyla c’era un modo di agire nei confronti dei peccati carnali del clero a cui tutti si adeguavano. Non lo facevano per insabbiare, ma perché i tempi erano diversi, molti erano impreparati di fronte al fenomeno, il crimine spaventevole della pedofilia veniva trattato da tutta la società con omertà e paura.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 9 luglio 2010
Holy vacation
lug 9, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Pubblicato sul palazzoapostolico.it venerdì 9 luglio 2010
Quelli di Communio
lug 8, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Le recenti nomine in Vaticano (Ouellet ai Vescovi, Koch all’Ecumenismo e Fisichella alla Nuova Evangelizzazione) hanno scatenato i commentatori di cose vaticane.
Io ho scritto il mio commento qui: “Arriva a Roma Marc Ouellet, l’uomo che farà i vescovi (e non solo quello)“.
Uno degli articoli più lucidi è questo uscito oggi sul Secolo d’Italia, firmato Paolo d’Andrea:
«Trionfo dei teologi sui diplomatici in Vaticano». Così il sempre arguto vaticanista Usa John Allen ha interpretato la recente tornata di nomine che hanno sensibilmente modificato l’organigramma della cittadella d’Oltretevere. L’originale chiave di lettura dell’ultimo turn over curiale non può certo pretendere di essere esaustiva: a sfatare l’idea suggestiva dei «teologi al potere» basta da solo il segretario di Stato Tarcisio Bertone, confermato di recente dal Papa stesso nel suo status di plenipotenziario della Curia romana, che per formazione non è né teologo né diplomatico, bensì canonista. Nondimeno, la pista della Theologia triumphans coglie almeno in parte nel segno, se si tien conto del filo rosso che lega i nuovi arrivati nei Sacri Palazzi non tanto alla teologia tout court, quanto a una precisa linea teologica: quella identificata dalla rete sorta dal post-Concilio a oggi intorno alla rivista internazionale Communio, la rivista fondata nel 1972 dal grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar.
Il cardinale canadese Marc Ouellet, nuovo prefetto alla Congregazione vaticana per i vescovi – dicastero oltremodo strategico, che sovrintende la selezione del corpo episcopale in buona parte del mondo – è un veterano della “scuola di Communio”: essendo un balthasariano della prima ora, l’ex arcivescovo di Québec rimane anche oggi membro dei comitati editoriali della rivista. Hanno scritto diversi articoli su Communio anche l’arcivescovo Rino Fisichella – neo-presidente del Pontificio Consiglio creato ad hoc per la nuova evangelizzazione – e il vescovo svizzero Kurt Koch, chiamato a Roma da Basilea per dirigere il dicastero vaticano per l’ecumenismo. Se poi si allarga lo sguardo, si deve prendere atto che il “marchio” Communio contraddistingue i profili umani e teologici di numerosi protagonisti di primo piano degli attuali scenari ecclesiali: dal Patriarca di Venezia Angelo Scola – che ha suggerito al Papa l’idea del nuovo dicastero vaticano affidato a Fisichella – al cardinale di Vienna Christoph Schönborn, fino al primate del Belgio Andrè Léonard, scelto dal Papa come successore di quel Godfried Danneels che per trent’anni aveva guidato l’arcidiocesi di Malines-Bruxelles (e che l’altro ieri, con una procedura dai tratti inquietanti, è stato sottoposto a un estenuante interrogatorio di dieci ore da parte della polizia belga nel quadro delle indagini sulla pedofilia).
Se si ripercorre la vicenda di Communio, si colgono implicazioni interessanti del processo che sta consacrando i teologi legati alla rivista tra i vip dell’attuale temperie ecclesiale. In quella rivista si rispecchiò all’inizio degli anni Settanta la scommessa di buona parte della teologia post-conciliare: quella che negli anni della radicalizzazione progressista si era astenuta da plateali fughe in avanti. Lo stesso Balthasar ha raccontato che la prima idea di Cummunio nacque a tavola, in un’osteria sulla via Aurelia: il teologo svizzero visse l’inizio di quella avventura intellettuale come un compimento di un’antica profezia di Adrienne Von Speyr, la mistica sua grande amica e ispiratrice, che già nel 1945 lo aveva sollecitato a fondare una rivista. Nel 1965 era già nata la rivista Concilium: l’avanguardia dei teologi, galvanizzati dal ruolo avuto al Concilio Vaticano II, aveva aderito compatta a quel progetto, che realizzava l’idea di una “tutela” teologica sulla realizzazione della riforma conciliare. Ma l’unanimismo iniziale era durato poco: il rigido centralismo di Concilium, con la linea egemonizzata da figure radicali come Edward Schillebeeckx e Hans Küng, fini presto per creare insofferenza tra quei teologi riformatori che perseguivano una linea meno dialettica nei confronti del magistero della Chiesa. La proposta di una nuova rivista trovò subito l’adesione di teologi riformatori di primo piano, a cominciare da Joseph Ratzinger e Henri de Lubac. Secondo loro, la deriva imboccata da Concilium finiva per produrre una mondanizzazione della Chiesa che condannava il lievito evangelico all’irrilevanza. Mentre secondo Balthasar – come si legge nell’articolo programmatico di Communio scritto da lui stesso – «in nessun modo oggi bisogna liberare il cristianesimo dal campo di tensione. Se esso non è universalmente (cattolicamente) rilevante, allora cade, con tutti i suoi discorsi – siano essi pronunciati a partire dalla parola biblica o da un magistero ecclesiastico – nel letamaio dei rifiuti religiosi».
Su tale prospettiva, a partire dalla metà degli anni Settanta, si costruisce una fitta rete di edizioni nazionali, una koinè cosmopolita che trovava il suo punto di unità negli articoli “di linea” scritti da Ratzinger, De Lubac e dallo stesso Balthasar, lasciando un certo margine di autonomia alle redazioni locali. Così, le edizioni sudamericane vennero in buona parte assorbite dalla polemiche con la Teologia della liberazione. Quella francese fu presa in mano da intellettuali e teologi che presto avrebbero trovato il loro punto di coagulo intorno al cardinale di Parigi Jean Marie Lustiger. In Italia, la rivista venne pubblicata dalla casa editrice Jaca Book e animata da giovani intellettuali di Comunione e liberazione. Il Patriarca Scola ha raccontato con sottile umorismo la spedizione che lui e altri due ciellini fecero a Basilea per offrire la propria collaborazione a Balthasar: l’anziano teologo svizzero li rimandò a Ratzinger: «È lui» spiegò Balthasar «l’uomo decisivo per la teologia di Communio. È il perno della redazione tedesca. Io e De Lubac siamo vecchi. Andate da Ratzinger. Se lui è d’accordo…».
Negli anni della sua lenta, silenziosa espansione, Communio ha sempre evitato i proclami, le tinte forti, privilegiando toni pacati e riflessivi. Ma ha comunque ben funzionato come strumento per valorizzare individualità portate a approfondire i temi teologici in sintonia con la linea indicata dal magistero. Molti dei teologi nominati vescovi e poi cardinali sotto il pontificato wojtyliano – compresi i tedeschi Karl Lehmann e Walter Kasper – provengono dalla “ragnatela” di Communio. Nei primi anni Novanta, il periodico dei lefebvriani italiani Sì sì no no ha pubblicato una serie di ritratti al vetriolo dei teologi di Communio che hanno fatto carriera, definendoli come «quelli che credono di aver vinto». Tra le stroncature lefebvriane spiccava quella dedicata a Ratzinger, definito «Un prefetto senza fede alla Congregazione per la Fede».
I siluri tradizionalisti finora hanno fatto cilecca. L’ultima tornata di nomine vaticane rappresenta per certi versi la consacrazione definitiva della “generazione Communio”. Nessuno, comunque, canterà vittoria: a sconsigliare ogni autocelebrazione è lo stesso Joseph Ratzinger, ex animatore di Communio diventato successore di Pietro, che da teologo conosce bene le sabbie mobili in cui è facile cadere quando la teologia «viene dall’arroganza della ragione, che vuole dominare tutto, e fa passare Dio da soggetto a oggetto che noi studiamo, mentre dovrebbe essere soggetto che ci parla e ci guida» (San Bonaventura). Proprio gli ex sodali di Communio vennero messi in guardia dalle insidie del trionfalismo teologico dallo stesso Ratzinger già nel lontano maggio 1992, durante la sobria celebrazione per i primi vent’anni della rivista. «Mi brucia ancora nell’anima» disse quella volta l’allora prefetto dell’ex sant’Uffizio «la frase di Hans Urs Von Balthasar: “non si tratta di bravura, ma ora come sempre di coraggio cristiano che rischia o si espone”. Abbiamo avuto a sufficienza questo coraggio, oppure ci siamo rintanati piuttosto dietro erudizioni teologiche per dimostrare, un po’ troppo, che anche noi siamo all’altezza dei tempi? Non siamo forse rimasti anche noi per lo più all’interno dei circolo di coloro che con linguaggio specialistico si gingillano gettandosi la palla l’un l’altro?».
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 8 luglio 2010
Le ultime due nomine
lug 6, 2010 BLOG, PALAZZOAPOSTOLICO.IT
Ratzinger sta ridisegnando la curia romana.
Dopo le nomine del prefetto dei Vescovi (Ouellet), del presidente dell’Ecumenismo (Koch), e del presidente del nuovo dicastero dedicato alla Nuova Evangelizzazione (Fisichella), mancano soltanto altre due nomine di peso, quella del prefetto dei religiosi e del prefetto del clero.
Il Papa deciderà soltanto a settembre chi inserire al posto del brasiliano Hummes e dello sloveno Rodé.
Intanto però è decaduta l’ipotesi che l’informato Francisco José Fernández de la Cigoña fa sul suo blog (Amato al posto di Rodé).
Era una suggestione del cardinale Tarcisio Bertone che tuttavia pare oggi accantonata.
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 6 luglio 2010



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