Il columnist EGT

L’articolo di oggi (giovedì) sul Sole 24 Ore (pagina 15) del presidente dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi (EGT), è coraggioso fin dal titolo: “I buoni preti? Meglio degli economisti“. Quando l’ho letto questa mattina ho pensato: parlare di buoni preti in questi giorni nei quali la stampa non fa altro che parlare di preti cattivi non è un esercizio semplice. Anzi, è più che altro un esercizio impopolare.

E, invece, a leggere le cinque colonne di EGT si conviene ancora una volta che ha ragione lui. Meglio essere “provocatori” ma almeno dire qualcosa, che scrivere cose scontate che non interessano a nessuno. In questo senso EGT è un columnist di spessore.

EGT parla della crisi economica in atto e degli auspici di un nuovo (o nuovi) modello di capitalismo. E dice, in scia a Ratzinger, una cosa che soltanto il cristianesimo dice con questa convinzione: non devono cambiare le cose fuori di noi (in questo caso il modello di capitalismo che ci siamo dati) perché le cose migliorino, dobbiamo cambiare noi. Deve cambiare l’uomo perché il capitalismo cambi, perché la nostra società cambi. E perché l’uomo cambi, un prete “può tornare utile”: la sua concezione dell’uomo dice molto anche a chi deve fare i conti con l’economia.

EGT scrive spesso di queste cose. Lo fa con competenza sull’Osservatore Romano. Lo fa sul Sole 24 Ore. Sul Foglio spesso scriveva delle lettere gustose che giustamente venivano valorizzate. E’ un po’ che non scrive più. Ma in redazione, tutti, sperano torni presto a farlo.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 11 marzo 2010

Repubblica ci segue

Evidentemente il pezzo che ho scritto sul Foglio il 25 febbraio su padre Gabriele Amorth (leggi qui: “Se un esorcista in Vaticano scopre di avere molto da fare“) ha fatto scuola. Se è vero, come è vero, che oggi Repubblica ci dedica (con partenza in prima) le pagine 35, 36 e 37. Titolo: “Il Divolo abita anche in Vaticano” (di Marco Ansaldo). Titolo che dice una cosa scontata mentre l’accusa di padre Amorth da me riportata sul Foglio era diversa: in Vaticano ci sono satanisti. Ripeto: non so se sia vero, ma così disse lui, padre Amorth, il più grande esorcista vivente. Oltre al pezzo citato di Marco Ansaldo su Repubblica c’è anche un fondo di Giancarlo Zizola: “I cristiani e il potere del male”.

Qui trovi un link con dentro i due pezzi di Ansaldo e Zizola.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 10 marzo 2010

Il “diaro segreto” di mons. Grillo

Oggi c’è da leggere Giuseppe De Carli sul Tempo. De Carli, che lavora in Rai, da anni scrive lunghe e belle pagine sul Tempo.

Il pezzo è intitolato “Quelle lacrime di sangue”. E’ parte di un “diario segreto” di monsignor Girolamo Grillo, vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia. Fu lui a dover “fare i conti ” con la statuina della Madonna proveniente da Medjugorje che nel 1995 iniziò a lacrimare sangue.

Nel diario ci sono tante cose. Anche il giorno indimenticabile del pranzo con Giovanni Paolo II: “9 giugno 1995. Giornata indimenticabile. Sono stato invitato a cena dal Santo Padre, il quale ha voluto che gli portassi la Madonnina. Egli si è messo a parlare del significato di questo pianto. Ha citato più volte il teologo Von Balthasar. Abbiamo pregato davanti alla Madonnina e il Santo Padre le ha imposto sul capo una corona d’oro e sulla mano una corona del rosario. Sarà questo il sigillo di Pietro su quest’evento? D’ora in poi mi aspetto molte grazie: conversioni, guarigioni dell’anima e del corpo e, soprattutto, un grande risveglio di fede. Il Papa mi ha imposto il silenzio, aggiungendo però queste parole: “Un giorno lo farà sapere al mondo” e «mettiamo tutto nelle mani di Ratzinger….”.

Leggi qui l’articolo integrale di De Carli: “Quelle lacrime di sangue“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 9 febbraio 2010

Una Repubblica formato Osservatore

Circa due settimane fa Repubblica, per la penna del vaticanista Orazio La Rocca, aveva attaccato pesantemente (carte alla mano) il Vaticano per il fatto di aver nascosto al Papa gli articoli di giornale più compromettenti del “caso Boffo-puntata di gennaio/febbraio” (leggi qui: “Così la Segreteria di Stato vaticana ha nascosto il caso Boffo al Papa“).

E oggi, per il Vaticano, è l’Osservatore Romano a rispondere in modo soprendente, ovvero andando direttamente a elogiare un articolo dell’altro vaticanista, Marco Ansaldo, dedicato a Pio XII (leggi qui: Pio XII difeso dagli archivi“).

Quella dell’Osservatore è una mossa a sorpresa. Mai prima d’ora il giornale del Papa aveva elogiato il quotidiano del fondatore Eugenio Scalfari. Ma, evidentente, fino a questo occorreva arrivare.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 8 marzo 2010

Meditazioni per il Papa: l’”apostolo abbandonato” di Dal Covolo (testo integrale)

Settimana scorsa Enrico Dal Covolo, salesiano, docente di Letteratura cristiana antica, ha tenuto gli esercizi di quaresima per il Papa e la curia romana. Nella decima meditazione ha presentato la figura del Curato di campagna di George Bernanos. Palazzoapostolico.it la pubblica integralmente. C’era molta attesa attorno ai testi che Dal Covolo avrebbe presentato. E, a leggere questa meditazione, devo dire che il sacerdote salesiano non ha tradito le attese ed è stato all’altezza.

di Enrico Dal Covolo
Decima meditazione
Terzo “medaglione sacerdotale”:
il Curato di campagna di Georges Bernanos

1. A conclusione di questa “giornata penitenziale”, ho scelto un “medaglione” piuttosto singolare.
In verità, il sacerdote di cui intendo parlare non è mai esistito nella storia della Chiesa. Mi riferisco infatti al protagonista del celebre romanzo, che Georges Bernanos ha pubblicato nel 1936, il Journal d’un curé de campagne.
Come è noto, il Diario ha avuto una fortuna enorme. Fu tradotto in varie lingue, e numerose ne furono le trascrizioni (o meglio le “riscrizioni”) teatrali e cinematografiche.
Se oggi ne parliamo, al termine di questa giornata penitenziale, è perché nella figura dolente del curato di campagna troviamo enfatizzati in maniera tragica – eppure sommamente istruttiva – i dubbi, le tentazioni e le resistenze, che accompagnano la vocazione sacerdotale.
In modo speciale, mi propongo di illustrare il tema teologico della solitudine dell’apostolo, trascorrendo attraverso tre personaggi: Gesù Cristo, Paolo di Tarso e il curato di Ambricourt, al quale Bernanos non ha “osato” dare un nome.
In realtà la solitudine di Gesù e quella di Paolo le evocheremo appena, in forma di introduzione. Resta il fatto che esse rappresentano il punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo della nostra meditazione.

E che dire della solitudine del sacerdote, oggi?
A questo riguardo, mi preme ripetere quello che afferma il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri: la solitudine del sacerdote, “lungi da intendersi come isolamento psicologico, può essere del tutto normale, e conseguente alla sincera sequela evangelica, e costituire una dimensione preziosa della sua vita” (n. 97).
Proprio a questo tipo di solitudine il prete va educato: ed è il motivo per cui ne parliamo adesso.

2. Gesù Cristo e Paolo di Tarso
Il tema della solitudine di Gesù – che scorre “carsicamente” lungo i quattro Vangeli – raggiunge il suo acme nel racconto della Passione, soprattutto nel Vangelo più antico e più breve, quello di Marco.
Sono due le scene che ci interessano in modo speciale, quella del Getsemani (14,32-42) e quella della morte in croce (15,33-39). In tutt’e due le scene Gesù è tragicamente solo, fino al suo ultimo grido: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Marco 15,34).
Eppure – nella più profonda afflizione dello spirito e nel silenzio “scandaloso” del Padre – Gesù continua a esprimere la certezza di essere Figlio, mentre il Padre rivela, misteriosamente, il suo volto paterno.
“Abbà, Padre mio!…”: così, con il più tenero affetto, si rivolge a lui Gesù, proprio nel momento supremo della sua solitudine (Marco 14,36).

Che cosa vuol dire tutto questo per noi?
Significa che l’apostolo non raggiunge il vero volto di Dio senza passare attraverso l’agonia del proprio intimo. La notte dolorosa dello spirito e la spoliazione radicale di sé sono tappe obbligate nell’itinerario della missione. Non per caso il termine greco apóstolos significa, senza dubbio, “inviato”, “missionario”; ma anche “congedato”, “mandato via”: in un certo senso, “abbandonato”.
Nell’agonia del Getsemani, come sulla croce del Golgota, Gesù racconta al Padre la propria intima lacerazione, come sempre fanno i grandi uomini di Dio.
E nel silenzio sconcertante di quel Dio, si staglia nel cuore dell’Apostolo il volto del Padre.

Anche nell’Epistolario paolino la solitudine dell’apostolo è sottolineata molte volte.
Ma questo tema diventa più esplicito nella confessione amara di Paolo durante la sua prima prigionia a Roma, intorno all’anno 63: “Tutti mi hanno abbandonato…”, scrive Paolo a Timoteo (2 Timoteo 4,16), uno dei principali episcopi della seconda generazione cristiana.
A prescindere dai problemi di autenticità di queste “Lettere pastorali”, la vicenda di Paolo rispecchia esattamente l’imago Christi. Il verbo usato nella seconda Lettera a Timoteo (enkataléipo) è lo stesso impiegato da Gesù in croce, almeno nella traduzione greca che ne dà Marco: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato (eis tí enkatélipés me)?” (Marco 15,34).
In effetti, si tratta in tutti e due i casi del Servo sofferente, dell’apostolo che dona la propria vita, nonostante l’abbandono dei suoi. “Quanto a me”, Paolo lo aveva appena scritto, “il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa…” (2 Timoteo 4,6-7).

Quello dell’apostolo è un donarsi ostinato. Abbandonato e tradito da…, egli muore per…
Quella dell’apostolo è una solidarietà universale, nonostante l’incomprensione e il rifiuto dei suoi. Il vino della cena deve essere bevuto, il medesimo pane deve essere mangiato, lungo i secoli. Perché, alla fine, quello che vince è l’amore: l’amore di Gesù, che supera perfino l’abbandono e il tradimento dei discepoli.

3. Il curato di Ambricourt
E’ stato osservato che tutto il cammino del curato di Ambricourt ripercorre una “imitazione di Cristo”, spesso particolarmente evidente, altre volte più nascosta e simbolica, ma che in ogni caso va considerata come la “struttura profonda” delle confessioni del curato.
Gesù Cristo è per lui il modello di vita, ma anche un compagno, il solo Amico con il quale parlare a cuore aperto, a cui confidare anche le righe cancellate del diario, le pieghe più scabrose del proprio intimo segreto…
Di fatto, il curato sperimenta Gesù come un meraviglioso Amico vivente, che soffre delle nostre pene, si commuove delle nostre gioie, che condividerà la nostra agonia, che ci accoglierà nelle sue braccia, sopra il suo cuore.

Se il cammino umano di Gesù è un cammino che culmina nella croce, quello del curato è segnato dal medesimo silenzio e dalla stessa notte.
Questo silenzio tenebroso, drammatico, è uno dei temi preferiti di Bernanos.
E’ il tema del silenzio di Dio. “Ho scritto questo”, confessa ad esempio il curato, in fondo a una pagina del suo diario: le righe sono cancellate parecchie volte, ma ancora decifrabili, annota Bernanos; “ho scritto questo in una profonda e completa angoscia di cuore e di sensi. Tumulto di idee, immagini, parole. L’anima tace. Dio tace. Silenzio” (mi riferisco alla traduzione italiana più recente, edita negli Oscar Mondadori, Cles [TN] 2009: p. 105).
E’ la notte dell’agonia, la notte spaventosa; l’esperienza del vuoto, dell’angoscia del curato di Ambricourt, “apostolo abbandonato”.
Egli sperimenta drammaticamente il silenzio di Dio, ma insieme – come Gesù nel Getsemani – percepisce la sua presenza, in una maniera misteriosissima e mai provata prima.
Superata questa prova, la notte spaventosa si apre alla luce divina. Il curato assume tutti i limiti della sua umanità, compresa la diagnosi del cancro che ha ormai divorato il suo organismo, e accetta una “morte piccola”, a sua misura.
Il paesaggio, strettamente in simbiosi con il cammino interiore del protagonista – il paesaggio piovoso e scuro, il paesaggio inzuppato di pioggia e di nebbia –, si schiarisce teneramente nei colori di un’alba in cui il curato, sul letto di morte, confessa il “tutto è grazia” di santa Teresa di Lisieux.

Anche qui, come abbiamo già fatto con il racconto della passione secondo Marco, propongo di osservare soprattutto due scene.
La prima scena si riferisce al singolare incontro del curato con Serafita, una delle bambine del catechismo parrocchiale, nella quale lo spirito dell’infanzia si alterna con la malizia del mondo.
Il curato rinviene faticosamente, nel buio della notte, al bordo di un campo bagnato dalla pioggia. Ha avuto una terribile emorragia.
“Ha vomitato”, gli spiega Serafita che l’ha scoperto per caso, mentre pascolava le mucche. “E’ sporco in faccia come se avesse mangiato le more”. E “senza smettere di parlare”, scrive il curato, la ragazzina mi passava uno straccio bagnato “sulla fronte, le guance. L’acqua fresca mi faceva bene, mi sono alzato, ma tremavo ancora forte. Finalmente il tremore è cessato. La mia piccola Samaritana sollevava la lanterna all’altezza del mio mento: per meglio giudicare la sua opera, immagino…” (p. 178).
Chi non legge, nella filigrana di questo racconto, un’immagine tanto cara alla tradizione cristiana, l’immagine della Veronica, che deterge il volto insanguinato e sofferente di Gesù?
Siamo nel cuore della via crucis – quella di Gesù, come quella del curato di Ambricourt –. L’imitatio Christi è palese. La solitudine scandalosa del condannato a morte è consolata dal gesto misericordioso di una donna. Intanto, il cammino della croce continua.

La seconda scena che propongo è quella conclusiva. Narra l’agonia e la morte del curato, un po’ a immagine dell’agonia di Gesù.
Siamo nell’ultima pagina del romanzo, scritta “fuori testo”.
Il diario è ormai finito, e chi scrive è un ex-prete. Nella sua casa, a Lilla, il curato di Ambricourt si è rifugiato per trascorrere la notte, dopo aver appreso la propria condanna a morte: un medico morfinomane gli ha appena svelato, brutalmente, lo stadio irreversibile del suo tumore. “Verso le quattro”, annota l’ex-prete, “non riuscendo a prendere sonno, sono andato in punta di piedi alla porta della sua camera e ho trovato il mio povero compagno riverso per terra, privo di sensi… Mentre aspettavo il medico, il nostro povero amico ha ripreso conoscenza. Ma non parlava. Aveva i goccioloni di sudore in fronte, sulle guance, e il suo sguardo, che si intravedeva appena tra le palpebre socchiuse, sembrava esprimere una grande angoscia… Dato che il prete non arrivava, ho creduto di dover dire al mio sfortunato compagno quanto mi rincrescesse quel ritardo, che rischiava di privarlo delle consolazioni riservate dalla Chiesa ai moribondi. Non sembrava avermi udito. Ma poco dopo ha posato la mano sulla mia, mentre con lo sguardo mi faceva chiaramente intendere di avvicinare l’orecchio alla sua bocca. Allora ha pronunciato in modo distinto, benché molto lentamente, queste parole, che sono certo di riferire con esattezza: ‘Che cosa importa? Tutto è grazia’.
Penso che sia morto di lì a pochi istanti” (p. 240).

Come è noto, sono queste le parole che chiudono il romanzo. Una conclusione di grande effetto, senza dubbio. Una conclusione che riporta al centro i due grandi temi che qui interessano: la solitudine dell’apostolo e l’imitazione di Cristo.

Attraverso una serie “imperdonabile” di insuccessi umani (la gente rimane diffidente, i bambini del catechismo si prendono gioco di lui, il suo nutrirsi solo di pane e vino lo fa ritenere un alcoolizzato, il conte del castello lo disprezza e sua figlia lo odia, la gestione economica della parrocchia e della casa parrocchiale è disastrosa, il “piano pastorale” non riesce a decollare…), il “piccolo” curato giunge alla totale spoliazione di sé, che gli consente una trasparenza assoluta nell’esercizio della sua missione.
Riesce addirittura a liberare la contessa dalla disperazione, in cui l’ha rinchiusa la morte del figlio: un autentico miracolo.
La solitudine dell’agonia e la radicale spoliazione dell’apostolo – sia egli Gesù di Nazaret o Paolo di Tarso, oppure il curato di Ambricourt – sono in definitiva la via paradossale della vittoria dell’amore sopra la morte.
E davvero, in questa prospettiva, che cosa importa ancora? “Tutto è grazia!”.

4. Conclusione: Hans Urs von Balthasar
Chi ha trattato con maggiore profondità e ampiezza il tema teologico della solitudine dell’apostolo, con specifico riferimento all’opera letteraria di Georges Bernanos, è uno dei più grandi teologi del secolo ventesimo.
Alludo manifestamente a Hans Urs von Balthasar, e alla sua poderosa monografia, intitolata Il cristiano Bernanos, pubblicata in lingua tedesca nel 1954.
Non trovo di meglio – per concludere questa meditazione, e anche questa giornata penitenziale dei nostri Esercizi – non trovo di meglio che postillare un paio di passaggi del quinto capitolo, nella seconda parte del libro, là dove von Balthasar descrive l’agonia finale dell’apostolo come “centro stesso della vita”.
“Il Vangelo”, commenta il teologo svizzero, tenendo sempre sullo sfondo l’agonia del Getsemani, “ha insegnato a Bernanos che la povertà dello spirito, la spoliazione radicale e la debolezza… fanno un tutt’uno con la beatitudine, quella delle braccia spalancate” (mi riferisco alla traduzione francese di M. de Gandillac, Le chrétien Bernanos, Seuil, Paris 1956, pp. 431-433).
Ritornano così – significativamente intrecciati fra loro, e sempre nella contemplazione di Cristo – i grandi temi della passione e della croce, dell’angoscioso silenzio di Dio, dell’abbandono e della solitudine dell’apostolo.
In questa stessa agonia si colloca la comunione dei santi, uno dei temi centrali della teologia balthasariana.
“Affinché si realizzi la comunione dei santi”, spiega infatti von Balthasar, “bisogna che ogni membro del corpo mistico doni il suo essere totale – e radicalmente spogliato –, perché divenga parte di un tutto; bisogna che egli si lasci colpire da quelle ferite, che sole permettono la circolazione del sangue attraverso il corpo intero. Ma dopo il Giardino degli Ulivi, questa ferita ha preso la forma dell’agonia, dell’essere che viene meno nell’angoscia. Il carattere gratuito dell’amore si manifesta nella sofferenza sotto forma di inutilità: ‘Mi sembra’, dice il curato di campagna, ‘che la mia vita, tutte le forze della mia vita, vadano a perdersi nella sabbia’. E finalmente, di fronte alla morte: ‘Piangevo con gli occhi spalancati, piangevo come ho visto piangere i moribondi: era ancora la vita che usciva da me’” (p. 470).

Siamo di fronte al mistero cruciale della “solitudine dell’innocente nel mondo del peccato”: quel mistero, per cui il parroco di Torcy – il confidente, o meglio il “direttore spirituale” del curato di campagna – giunge a parlare “della ‘solitudine sorprendente’ e della ‘tristezza verginale’ di Colei che ‘era l’innocenza’, la Madre di Dio, ‘nata senza peccato’…” (p. 474).

Ancora una volta, la solitudine dell’apostolo è consacrata come via di salvezza.

Pubblicato su palazzoapstolico.it venerdì 5 marzo 2010

I’d help Jesus to burn down the Vatican

“Il mio interesse principale è liberare Dio, trarlo in salvo dalla religione” disse anni fa una delle protagoniste del rock al femminile a cavallo tra la fine degli anni 80 e il decennio successivo: Sinead O’ Connor.

Una vera e propria ossesione la sua: sganciare Cristo dalla chiesa, Dio dalla religione. Una tentazione attuale in questi giorni di scandali vaticani. Ma una tentazione sbagliata: non c’è Cristo senza chiesa.

L’ultima di Sinead O’ Connor è di ieri: “I’d help Jesus to burn down the Vatican“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 5 marzo 2010

Caos vaticano su Balducci

Caos in Vaticano sul “caso Angelo Balducci”.

L’Ansa (che cita fonti anonime) dice: “Non sara’ piu’ chiamato a svolgere il ruolo di ‘Gentiluomo di Sua Santitaà Angelo Balducci, ex numero uno del Consiglio dei Lavori Pubblici in carcere nell’ambito dell’inchiesta sui Grandi eventi. Lo hanno riferito fonti vaticane interpellate dall’Ansa, precisando che il protocollo non prevede alcun atto formale di revoca dall’incarico, ma solo la cancellazione dall’Annuario pontificio dopo un certo tempo di mancato svolgimento dei compiti assegnati”.

L’Adnkronos (anch’essa cita fonti anonime) invece dice: “Per ogni decisione che attiene all’incarico di Angelo Balducci, in Vaticano come gentiluomo di sua santità attendiamo il giudizio definitivo della magistratura. Certo i dati emersi fino ad ora sono preoccupanti, tuttavia il procedimento deve arrivare al suo termine per vedere se le accuse saranno confermate. E’ un aspetto che va sottolineato”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 4 marzo 2010

A chi non piace il Cortile dei gentili

L’idea lanciata da monsignor Gianfranco Ravasi di una fondazione che faccia proprio l’auspicio del Papa di creare un luogo di dialogo tra cattolici e non credenti, il cosiddetto “Cortile dei gentili” – ne ho parlato sul Foglio in questo articolo: “La finestra sul cortile dei gentili si apre a Parigi, laica e spirituale insieme” – non piace a tutti.

A palazzoapostolico è il curatore di Fides et Forma, Francesco Colafemmina, a scrivere queste righe:

“A mio modestissimo parere, il Santo Padre ha fatto un discorso completamente diverso. Ad esempio quando qualche anno fa incontrò Oriana Fallaci, dimostrò l’apertura della chiesa nei riguardi di intellettuali atei o piuttosto agnostici che comprendono le esigenze del cristianesimo ma non hanno la fede. L’assenza di fede non presuppone una posizione ostile o contraria alla chiesa, spesso è semplicemente una nebbia o una oscurità che si posa nell’anima dell’uomo e gli impedisce di credere, pur nutrendo la consapevolezza della profonda verità che il cristianesimo esprime nei molteplici aspetti della vita dell’uomo su questa terra. A Parigi nel 2008 il Papa disse: ‘Paolo non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche modo che Egli deve esistere’. E aggiunse che il cristianesimo non offre un pensiero ma offre la manifestazione concreta e reale di Cristo. Questa è la Verità tangibile da tutti, anche dai non credenti. L’operazione che è in cantiere mi sembra che invece parta non da persone che umilmente si mettono alla ricerca di Dio, ma da persone che magari per una ragione strumentale (vedi l’idea della chiesa come baluardo del contrasto al materialismo capitalistico e sessuale che la Kristeva sostiene in chiave psicanalitica) apprezzano il Papa o alcune dottrine della chiesa. L’operazione-evento non credo sia ciò che il Papa desidera. L’evangelizzazione anche dei non credenti non è un ‘evento’, bensì un’azione di annuncio alle anime bisognose di salvezza, anche se il nome di Colui che è Salvezza non lo conoscono ancora. Se poi il dialogo avviene con grandi intellettuali borderline massonico-radical chic, allora perché non cominciare da tutti i massoni (uomini del dubbio aperti al dialogo!) che sono ancora gravati dalla dichiarazione della CDF del 1983? Rifondare una cultura cristiana europea non è semplice. Eppure per farlo non credo servano tanti lustrini e tanti soldini, a volte basta aprire il cuore e la mente e avviare i processi lenti e lievitanti che tanto piaccono a Benedetto XVI, processi di certo non a senso unico. Vedi l’esempio della ‘riforma liturgica’: in pochi anni (3) quante messe nella forma straordinaria ci sono nel mondo? Quanti sacerdoti hanno riscoperto il mistero attraverso un sincero e non ideologico recupero della tradizione? E quanti seguono l’esempio semplice di Papa Benedetto, ponendo un crocifisso dinanzi all’altare durante la liturgia? Far fermentare un nuovo tessuto culturale attraverso una evangelizzazione non relativistica e non intellettualistica, ma ricca di carità e soprattutto Verità: non è forse questo che la Chiesa dovrebbe fare nelle intenzione di Papa Benedetto?”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 4 marzo 2010

Obama su Famiglia Cristiana

I rapporti tra Stati Uniti e Vaticano da quando presidente è Barack Obama sono altalenanti.

A un primo scetticismo da parte delle gerarchie – soprattutto quelle americane – per le promesse inerenti aborto, eutanasia, matrimoni gay, ricerca scientifica etc. avanzate da Obama in campagna elettorale, è seguita una sorta di tregua armata tra le due parti. Una tregua che in occasione dell’arrivo del presidente Usa in Vaticano la scorsa estate sembrava quasi essersi tramutata in pace: Benedetto XVI accolse con la massima ospitalità Obama e questi ricambiò chiedendo al Pontefice una copia dell’Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede “Dignitas personae”.

Ora, non si può certo dire che i rapporti siano idilliaci: i vescovi americani continuano a pungolare l’amministrazione di Washington. L’ultima querelle riguarda la riforma sanitaria. Ma comunque le relazioni continuano e a volte offrono a noi giornalisti occasioni di dibattito. L’ultima occasione in questo senso viene da Famiglia Cristiana. Questa intervista di Roberto Zicchitella all’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Miguel Humberto Diaz, è da leggere: “Vaticano e Usa. Insieme per la pace“.

Il passaggio più significativo mi sembra questo: “La forza della chiesa è nel suo essere cattolica, quindi universale, e neutrale. Essa rappresenta una voce morale per tutto il mondo. Per noi le relazioni con la Santa Sede non significano solo avere a che fare con la Città del Vaticano, ma anche con questa presenza capillare fatta di missionari, volontari, scuole, ospedali. Questa presenza della Chiesa rappresenta un potenziale incredibile che ha un impatto positivo sull’intera famiglia umana, anche non cristiana”.

Questa è sempre stata la forza degli Stati Uniti: valorizzare ogni credo religioso per il sol fatto che esiste e si muove nella società. Se Obama avrà il coraggio di rimanere fedele a questa buona tradizione, avrà già fatto molto per la chiesa cattolica.

Ps. C’è solo un’imprecisione in quanto scritto da Famiglia Cristiana. Si dice che questa è la prima intervista che Diaz ha concesso da quando è a Roma. E’ falso. Il 6 ottobre scorso parlò a un gruppo di giornalisti adunati nella residenza sull’Aventino. Questa l’intervista scritta in quell’occasione per il Foglio da Marco Burini (non ho trovato miglior link di questo): “L’uomo di Barack in Vaticano:”Nagoziamo”. Ma l’aborto fa problema“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 4 marzo 2010