“Attacco a Ratzinger” secondo Marco Tosatti


Papa, nuovo libro intervista

di Marco Tosatti

Ho letto il bel libro che Andrea Tornielli e Paolo Rodari hanno scritto su alcuni momenti particolarmente difficili del primo quinquennio di regno di Benedetto XVI.

Il titolo scelto, “Attacco al Papa”, e la foto di copertina (papa Ratzinger visto di schiena, quasi a suggerire l’idea di un’aggressione alle spalle. E’ un volume ovviamente ben scritto, molto documentato; ricco di spunti “interni” al di là di quello che tutti, o molti sapevano.

E’ un libro agghiacciante. Non tanto per quanto può suggerire il titolo – gli attacchi ai papi, di ogni genere, sono una costante nella storia della Chiesa – quanto per ciò che in maniera molto semplice, diretta ed evidente porta a concludere.

E cioè che la maggior parte, se non la totalità di queste “crisi” avrebbero potuto essere evitate con una gestione più accurata, intelligente, professionale e laica della comunicazione del Pontefice.

La “vendetta” curiale nei confronti di Joaquin Navarro Walls, mal visto e spesso sopportato con fatica da molti ambienti clericali, ha portato frutti avvelenati. Navarro ha fatto appena in tempo a evitare a Benedetto XVI una gaffe clamorosa nel viaggio in Polonia (nel discorso ad Auschwitz non c’era la parola “shoah”, che poi il Papa ha pronunciato tre volte); non ha potuto fare altrettanto a Regensburg, nel famoso incidente su Maometto e l’Islam.

E qui possiamo aggiungere, a quanto scrivono Tornielli e Rodari, che non è stato solo dalla mattina presto (quando il testo della “Lectio magistralis” è stato consegnato ai giornalisti) si è cercato di mettere in guardia la Santa Sede dal pericolo di una bomba mediatica. Già la sera precedente alcuni cronisti che seguivano il viaggio pontificio avevano potuto disporre, per mezzi propri, del testo che Benedetto XVI avrebbe pronunciato il giorno seguente, e ne avevano messo in rilievo la potenziale pericolosità telefonando a propri referenti in Segreteria di Stato. Evidentemente senza successo.

Uno dei momenti più drammatici degli ultimi anni è stato costituito dal caso Williamson. Benedetto XVI ha deciso di togliere la scomunica che gravava sui seguaci di mons. Lefbvre, e fra di loro il vescovo Williamson, che proprio mentre il provvedimento veniva preso guadagnava la prima pagina in tutto il mondo con le sue dichiarazioni negazioniste sull’Olocausto.

Dalla riunione in cui si decise di togliere la scomunica il Direttore della Sala Stampa, padre Federico Lombardi, fu escluso.

E il verbale della riunione, offerto dal libro, conclude: “Si è escluso di rilasciare interviste, come pure di presentare alla Stampa il documento, che di per sé appare sufficientemente chiaro…”.

In tutta la riunione, secondo il verbale, il problema Williamson non appare. È il tardo pomeriggio del 22 gennaio, «Der Spiegel» ha già anticipato da due giorni la notizia delle dichiarazioni negazioniste del vescovo Williamson sulle camere a gas, la tv le ha trasmesse la sera precedente, le agenzie di stampa hanno rilanciato le sue parole, eppure cardinali e vescovi coinvolti non ritengono ci sia nulla da spiegare alla stampa.

La campagna di aggressione scatenata contro Benedetto XVI personalmente, e la Chiesa in generale dal New York Times e altri organi di stampa anglosassoni ha offerto altri esempi di questa straordinaria insensibilità curiale ai meccanismi dell’informazione. Sarebbe lungo, e Tornielli e Rodari sono certamente esaustivi sul tema, presentare tappa per tappa questo calvario. Ma basta ricordare che nelle accuse relative al caso “Kiesle” (l’«Associated Press» affermava di avere in mano la prova che Benedetto XVI, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, aveva coperto un prete pedofilo californiano, Stephen Kiesle, di Oakland. A supporto dell’accusa, l’Ap presenta una lettera scritta in latino e datata 6 novembre 1985) è dovuto intervenire il vaticanista di un’agenzia di stampa italiana, per mettere in luce la verità sul caso, smontando le accuse.

Non solo: sono passati giorni, se non settimane di bufera, prima che la Santa Sede si decidesse di pubblicare (on line, e certamente non in grande evidenza) le linee guida, già operative dal 2001, messe in atto per affrontare il problema dei preti coinvolti in abusi sessuali. E’ evidente che se fossero state pubblicate all’inizio della tempesta il contesto mediatico successivo sarebbe stato bene diverso…

Ma di esempi di masochismo mediatico questi cinque anni sono ben ricchi. Proviamo a tirare qualche conseguenza. Senza voler accusare il destino, il mondo cattivo e che non capisce e i lupi. Che ci sono, di sicuro; ma forse è necessario dotarsi di cani da pastore, perché, come recita l’adagio, chi pecora si fa…. Il magistero di Benedetto XVI è chiaro, espresso senza ambiguità, e tale nei suoi contenuti ( e anche nella forma, talvolta) da irritare molti.

Non è un magistero – e un Papa – che possano affidarsi a una strategia della comunicazione puramente passiva, di semplice reazione, e non sempre tempestiva ed efficace; non sono un magistero, e un papa, che possano pensare di non coinvolgere quotidianamente nel suo lavoro uno specialista della comunicazione.

L’impressione è che si voglia gestire la comunicazione della Chiesa come se il mare in cui naviga la barca di Pietro fosse liscio e tranquillo, e non come se le parole e le decisioni di Benedetto XVI non fossero tali, con cadenza periodica, da suscitare tempeste e reazioni.

Il periodo più felice nella sua comunicazione esterna la Chiesa l’ha vissuto con un modulo che presentava alcune caratteristiche. La prima: coscienza dell’importanza della comunicazione come strumento essenziale del governo della Chiesa stessa, all’interno e all’esterno. Poi la scelta di un responsabile della comunicazione che provenga dal mondo dell’informazione secolare, la conosca nelle sue caratteristiche e difetti, forza e debolezze, e che abbia un rapporto privilegiato con il protagonista principale dell’informazione della Chiesa, e cioè il Papa. E giovane, che si dedichi solo a questo compito, che fa tremare pene e polsi, ventiquattro ore su ventiquattro.

Terzo: una strategia che prevenga e preveda il problema, non che risponda semplicemente ad eventuali reazioni e critiche. E, probabilmente, in questo settore, “laico è meglio”; checché ne pensino i protagonisti di una qualche forma di revanscismo clericale dietro le Mura.

Ma se al vertice non ci si convince dell’importanza strategica della comunicazione, e della necessità di trarre le conseguenze operative dovute, c’è solo da attendere la crisi prossima ventura.

Pubblicato su San Pietro e dintorni (il blog di Tosatti) mercoledì 31 agosto 2010


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“Attacco a Ratzinger” secondo Giacomo Galeazzi


Un libro-choc dei vaticanisti Rodari e Tornielli sulla campagna fuori e dentro i Sacri Palazzi contro Benedetto XVI

di Giacomo Galeazzi

Doveva durare solo due o tre anni. Qualcuno lo disse nei corridoi della Curia romana all’indomani della sua elezione. E Joseph Ratzinger stesso, da poco eletto Papa Benedetto XVI dopo un conclave lampo durato appena un giorno, pronunciò queste parole nella messa inaugurale del 24 aprile 2005: “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”. Fu profetico Benedetto XVI, i lupi sarebbero arrivati. In Attacco a Ratzinger, due autorevoli vaticanisti, Paolo Rodari e Andrea Tornielli, documentano ciò che è avvenuto nei sacri palazzi da quella primavera di ormai cinque anni fa.

Cinque anni di crisi della Chiesa che i due giornalisti ricostruiscono in un’inchiesta a tutto campo attraverso interviste, documenti e testimonianze inedite, parlando di attacco.

Un attacco alla Chiesa, al papato e più in particolare alla figura del Pontefice che, però, non nasconderebbe un complotto ideato da chicchessia: piuttosto, sostengono i due esperti, Papa Benedetto XVI sarebbe stato lasciato solo troppe volte in un’assenza totale di “regia”. Così, bufera dopo bufera, polemica dopo polemica, il messaggio del Papa sarebbe stato anestetizzato e la sua figura schiacciata sul cliché del Papa retrogrado mentre la domanda più frequente a suo riguardo sarebbe diventata: a quando la prossima crisi?Le polemiche suscitate dal discorso di Ratisbona; il caso clamoroso delle dimissioni dell’arcivescovo di Varsavia Wielgus che aveva collaborato con i servizi segreti comunisti; le critiche mosse alla pubblicazione del documento che liberalizza l’uso della messa antica; la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, coincisa con la diffusione dell’intervista negazionista di uno di loro; la crisi diplomatica per le dichiarazioni sul preservativo durante il viaggio in Africa; il dilagare dello scandalo degli abusi sui minori.Basta scorrere le prime pagine dei giornali e le rassegne stampa internazionali per accorgersi di come sia in atto, fin dagli inizi del pontificato di papa Ratzinger un attacco al Papato e al Papa. Nonché alla Chiesa in generale.Un attacco mosso dal pregiudizio negativo, pronto a scattare su qualsiasi cosa il Papa dica o faccia, pronto a enfatizzare e creare “casi internazionali”. C’è una strategia orchestrata dietro questo attacco? O piuttosto un’assenza di regia e di strategia comunicativa? E questo attacco ha origine solo fuori della Chiesa o nasce anche all’interno degli ambienti ecclesiali? Paolo Rodari È il vaticanista del quotidiano Il Foglio, dopo esserlo stato per tre anni a Il Riformista. Ha collaborato con Il Sole 24 Ore, Il Tempo e con le agenzie il Velino e Fides. È titolare del blog Palazzo apostolico (http:// www.paolorodari.com/). Andrea Tornielli Inviato e vaticanista del quotidiano Il Giornale, collabora con varie riviste italiane e internazionali. Numerose le sue pubblicazioni, tra cui ricordiamo Pio XII. Un uomo sul trono di Pietro (Mondadori, 2007), Paolo VI. L’audacia di un Papa (Mondadori, 2009). Tra i volumi pubblicati presso Piemme ricordiamo: Pio XII. Il Papa degli Ebrei (2001), La scelta di Martini (2002), Papa Luciani. Il sorriso del santo (2003), Benedetto XVI. Il custode della fede (2005) e Il segreto di Padre Pio e Karol Wojtyla (2006).

Pubblicato su Oltretevere (il blog di Galeazzi) mercoledì 25 agosto 2010


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L’ultima battaglia di Marchetto

Ho conosciuto monsignor Agostino Marchetto, oggi dimissionario segretario del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, circa un anno fa.

Andai nella sua abitazione vicino al Senato e gli feci una lunga intervista. Allora, come oggi, il suo nome era su tutti i giornali. Allora come oggi picchiava contro il governo italiano per la sua politica sull’immigrazione.

A un certo punto gli dissi più o meno così: “Mi sembra che le continue sue uscite contro il governo creino parecchi imbarazzi anche dentro il Vaticano. Perché continua a farle?”. Mi rispose: “Lo faccio perché voglio difendere il pensiero della chiesa su certe tematiche. E poi, guardi, le critiche non mi fanno né caldo né freddo: anni fa lottai e vinsi una grave malattia. Da quell’esperienza niente mi spaventa e mi impressiona più”.

Le uscite di Marchetto hanno spinto più volte il Vaticano a chiarire che “quella non è la posizione ufficiale della Santa Sede…”. Marchetto non ha mai replicato né ulteriormente specificato. Ha sempre accettato le critiche anche e soprattutto quelle provenienti dall’interno della chiesa.

La battaglia più difficile, monsignor Marchetto, l’ha già vinta anni fa. Che senso ha agitarsi ancora?

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 1 settembre 2010


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“Attacco a Ratzinger” secondo Gerard O’Connell


Ecco perché gli attacchi non cesseranno. E attenti all’Inghilterra

di Gerard O’Connell

Dal 19 aprile 2005, giorno della sua elezione, Papa Benedetto XVI è stato oggetto di almeno otto grossi attacchi, lanciati attraverso i media internazionali, dall’esterno e / o dall’interno della chiesa stessa.

Perché questo gentile, schivo e riservato Papa-teologo tedesco è stato bersagliato da una tale offensiva? Di chi è la colpa? Il Papa ha commesso degli errori? C’è una cospirazione contro di lui, o contro la chiesa cattolica che egli guida? O forse il Vaticano non è riuscito a sostenerlo e difenderlo adeguatamente negli scorsi cinque anni, lasciandolo da solo ad affrontare la tempesta? Come si può capirne qualcosa?

Queste sono alcune delle domande provocanti che due noti vaticanisti italiani, Paolo Rodari de Il Foglio e Andrea Tornielli de Il Giornale, affrontano alla ricerca di una risposta nel loro “Attacco a Ratzinger”, un libro tempestivo e intellettualmente stimolante, appena pubblicato da Piemme.

Nel loro lavoro, 332 pagine di piacevole lettura, gli autori usano la parola “attacco” in senso lato, per includere non solo le accuse ma anche le proteste, le critiche e il dissenso, così come le insinuazioni che il Papa stia indietreggiando rispetto ad alcune innovazioni del Concilio Vaticano Secondo.

Gli autori analizzano e riportano fedelmente tutti gli attacchi principali a questo Papa erudito e anticonformista. Lo fanno appoggiandosi su fonti ben informate del Vaticano e della chiesa, rivelando fatti finora segreti, senza paura di sollevare domande scomode sui processi decisionali e sulla strategia comunicativa del Vaticano.

Dalla loro indagine emerge un dato impressionante, sebbene gli autori non ne facciano menzione esplicita: con una sola eccezione, tutti gli attacchi sono nati nel mondo occidentale, cioè in Europa (in particolare nella sua parte occidentale, dove la chiesa è in crisi), negli Stati Uniti (dove la chiesa è piuttosto polarizzata), in Canada. Molti attacchi sono stati lanciati da (o attraverso) i più importanti media occidentali.

Nessun attacco è partito dal sud del mondo, cioè dall’America latina (dove vive metà del mondo cattolico), dall’Africa (dove la chiesa sta crescendo rapidamente) o dall’Asia (casa di due terzi dell’umanità, dove la chiesa è in espansione). Solo due attacchi hanno avuto un impatto significativo sulla chiesa e sui paesi del sud: quelli nati dal riferimento al profeta Maometto da parte del Papa nella sua lezione di Regensburg e quelli legati all’abuso su minori da parte di preti in vari paesi. Un terzo attacco, sulla reintroduzione della liturgia tridentina, ha sollevato perplessità ma non proteste, perché nel sud del mondo questa non è una problematica sentita.

La citazione del profeta Maometto nel settembre del 2006, durante la lezione a Regensburg del Papa-teologo, ha offeso i musulmani in Asia (dove vive la maggioranza dei musulmani), in Africa (dove ce ne sono molti), nel medio oriente e in Turchia, dove le proteste sono inizialmente esplose. Il primo capitolo del libro cerca di capire ciò che a Regensburg non ha funzionato e come si sarebbe potuto evitare il problema, prevedendolo in anticipo. Prosegue esaminando gli sforzi del Vaticano per ritornare in buoni rapporti con i musulmani e la nuova fase del dialogo, che ora si concentra su una dimensione culturale piuttosto che teologica.

Ma l’attacco che ha avuto l’impatto più negativo sulla chiesa cattolica in tutto il mondo, e che potrebbe danneggiare non solo l’immagine del papato e della chiesa ma anche quella della Santa Sede come istituzione internazionale, è stato senza dubbio lo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte dei preti e le accuse che Papa Benedetto – quando era arcivescovo di Monaco e prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – e alti prelati vaticani abbiano gestito molto male i casi, insabbiandoli quando sono emersi, a danno delle vittime.

Questo libro dedica quattro capitoli (dal settimo al decimo) a un’analisi approfondita dell’offensiva mediatica sugli abusi, con cui si sono denunciati il cardinale Ratzinger e gli ufficiali vaticani per non avere agito correttamente sui casi irlandesi, tedeschi e americani. Il libro indaga il retroterra dei casi più importanti, per valutare come il Vaticano ha risposto ai fatti e agli attacchi – a volte, in maniera controproducente.

Gli autori cercano di capire perché altri prelati vaticani (tra cui alcuni molto vicini a Giovanni Paolo II) hanno bloccato i tentativi tempestivi del cardinale Ratzinger di aprire delle indagini sulle denunce di abusi rivolte al cardinale Herman Groer, ex arcivescovo di Vienna, e a padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, di cui il Vaticano era venuto a conoscenza nel 1979.

Il libro riconosce al cardinale Ratzinger di avere disposto l’apertura delle indagini su padre Maciel nel novembre 2004, anche se sono poi effettivamente iniziate solo dopo la morte di Giovanni Paolo II – quando, due giorni dopo, come Papa Benedetto, aveva ordinato a Maciel di ritirarsi dal ministero pubblico e di condurre una vita di preghiera e di penitenza.

In un’altra sezione, particolarmente interessante, gli autori affrontano nei dettagli le tre decisioni più controverse di Papa Benedetto: la reintroduzione della liturgia tridentina; la rimozione della scomunica ai quattro vescovi lefrebriani, incluso il negazionista Williamson; il provvedimento che facilita l’ingresso nella chiesa cattolica per i gruppi anglicani che lo desiderano.

Gli autori si occupano delle proteste nate all’interno della stessa chiesa cattolica, così come di quelle mosse dagli ebrei (per la preghiera del venerdì santo della liturgia tridentina e per il vescovo Williamson) e dagli anglicani. Replicano alle accuse che il Papa, con queste decisioni, stia ritrattando gli aspetti chiave del Concilio Vaticano Secondo e offrono una spiegazione razionale per ognuna di queste scelte del Pontefice.

Gli autori riconoscono che gli attacchi al Papa non sono esclusivamente dovuti a problemi di comunicazione, ma vanno anche ricercati nel metodo della governance, nei processi decisionali di questo pontificato, nella questione della collegialità – ovvero la consultazione dei vescovi – e nella selezione e nella nomina dei vescovi.

Nell’importantissimo tredicesimo capitolo, particolarmente ben scritto, gli autori ricordano al lettore il messaggio complessivo che Papa Benedetto sta cercando di comunicare alla chiesa e al mondo.

Questo nuovo libro viene pubblicato alla vigilia del viaggio del Pontefice in Gran Bretagna (dal 16 al 19 settembre), argomento che è anche discusso nell’undicesimo capitolo sui rapporti con gli anglicani.

Alcune fonti del Regno Unito dicono che “l’attacco a Ratzinger” continuerà, a partire da due documentari che saranno trasmessi sulle reti nazionali. Il primo, della BBC, è in programma per il 13 settembre e solleverà tra l’altro domande riguardo alla gestione dei casi di abusi su minori da parte del cardinale Ratzinger in Germania e negli Stati Uniti – episodi che in buona parte sono già discussi nel libro.

Ci si aspetta che il secondo, prodotto per Channel 4 da un leader degli attivisti omosessuali britannici, Peter Tatchell, attacchi pesantemente il Papa su svariati fronti: abusi su minori, teologia della liberazione, la sua posizione sull’omosessualità (e quella del cardinale Newman a riguardo) e sulle donne, la nomina di vescovi di una particolare linea teologica e i suoi commenti sui preservativi, fatti durante il viaggio in Africa – che è ben descritto nel quinto capitolo.

Vale decisamente la pena di leggere questo libro, che nell’ultimo capitolo raccoglie le posizioni di molti analisti sul perché questi attacchi siano nati. Gli autori raggiungono poi la loro conclusione, riconoscendo che le ragioni sono molte, di natura socio-politica, economica ed ecclesiale.

Gerard O’Connell, irlandese, residente a Roma, è vaticanista per il mondo anglofono ed esperto sulla chiesa in Asia

Pubblicato sul Foglio giovedì 26 agosto 2010


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“Attacco a Ratzinger” secondo John Allen


“Attack on Ratzinger”: Italian book assesses Benedict’s papacy

di John Allen

Friends and foes alike of Pope Benedict XVI concur that he’s got an image problem. Where they place the blame for it may differ, but the fact itself seems clear: From a PR point of view, this is a pontificate defined by its train wrecks.

Cataloguing those train wrecks is the burden of a valuable new book by two of the best Italian vaticanisti going: Andrea Tornielli of Il Giornale and Paolo Rodari of Il Foglio, both of whom also operate widely read blogs — “Palazzo apostolico” for Rodari and “Sacri palazzi” for Tornielli. Their work is titled Attacco a Ratzinger: Accuse e scandali, profezie e complotti (“Attack on Ratzinger: Accusations and Scandals, Prophecies and Plots”), published in Italian by Piemme.

The book came out in Italy on Tuesday, and one hopes an enterprising publisher in the States will bring out an English translation quickly. (Let me volunteer here and now: I’d be happy to put together a preface introducing the book, and its authors, to an English-speaking audience.)

While the sexual abuse crisis has occasioned the most serious criticism of Benedict XVI, it’s hardly an isolated case. Tornielli and Rodari treat a long list of other controversies and PR debacles too, including:

•A September 2006 speech in Regensburg which triggered Muslim protest by appearing to link Muhammad with violence;
•The appointment, followed by the swift fall from grace, of a new Archbishop of Warsaw who turned out to have had an ambiguous relationship with the Soviet-era secret police;
•Reviving the old Latin Mass, including a controversial Good Friday prayer for the conversion of Jews;
•Lifting the excommunications of four traditionalist bishops, including one who has denied that the Nazis used gas chambers;
•Comments aboard the papal plane to Africa to the effect that condoms make the problem of AIDS worse;
•Criticism from the Catholic right of Benedict’s social encyclical Caritas in Veritate;
•Open conflicts among cardinals, most notably Christoph Schönborn of Vienna, Austria, and Angelo Sodano of Italy, the Secretary of State under John Paul II;
•Ecumenical tensions related to the creation of new “ordinariates” to welcome traditionalist Anglican converts.
It’s a measure of how bad things have been that this is actually far from a complete list. The authors could have included other calamitous episodes, such as Benedict’s 2007 trip to Brazil, when he seemed to suggest that indigenous persons should be grateful to their European colonizers; blowback among Jews and reform-minded Catholics to Benedict’s 2009 decree of heroic virtue for Pius XII, moving the controversial wartime pontiff a step closer to sainthood; and the surreal “Boffo case” earlier this year, involving charges that senior aides to the pope had leaked fake documents suggesting the editor of an Italian Catholic paper had harassed the girlfriend of a guy with whom he wanted to carry on a gay affair.

On the crises they do examine, Rodari and Tornielli’s work has two principal merits.

First, they strike the right balance between insider and outsider approaches. Readers who did not follow these episodes closely will find the main twists and turns ably summarized, while even devotees will learn things they didn’t know. (More on those revelations in a moment.)

Second, Rodari and Tornielli present a diverse sampling of theories to explain the negative public image of this papacy, surveying what the authors describe as the “most qualified observers” in Europe and the United States. (In the interests of full disclosure, for some reason they included me in that set.)

A few of these views seem awfully conspiratorial, such as Italian journalist Marcello Foa’s suggestion that the shadowy “Bilderberg Group” is behind media hostility to Benedict XVI, because the papacy is the last obstacle to a secularist one-world creed. Others politely suggest the Vatican has no one to blame but itself, such as Rachel Donadio, Rome correspondent for The New York Times, who asserts that the Vatican’s poor handling of the sex abuse crisis has deepened the gap between American Catholics and Rome.

One thing everyone seems to agree on is that the Vatican’s PR strategy is often deficient. Commenting on the conventional wisdom that Joaquin Navarro-Valls, John Paul’s spokesperson, brought Vatican communications into the 20th century, George Weigel quips, “Yeah … the first half of the 20th century.” Today, he said, things actually seem to be moving backward.

Tornielli and Rodari don’t pretend to settle all the questions, and they realize that the tumult unleashed by these episodes can’t be reduced exclusively to a communications problem. (No matter how you spin it, for example, some people are going to find rolling out a welcome mat for Lefebvrites and Anglican traditionalists ill-advised.) That said, Tornielli and Rodari believe they have documented an “attack” against the pope stemming from three concentric circles:

•”Lobbies and forces” outside the church with a vested interest in discrediting the pope, either for ideological or financial motives;
•Liberal critics inside the church, who have long caricatured Ratzinger as the “Panzerkardinal”;
•The pope’s aides, who sometimes represent his own worst PR enemies.
Whatever one makes of that, the series of disasters surveyed in Attacco a Ratzinger has unquestionably eclipsed Benedict’s priorities and message for a broad swath of the world. In a sound-bite, the tragedy of Benedict’s papacy is that this is a great teaching pope, whose classroom is all but empty because his schoolhouse is burning down.

In just over 300 pages, Tornielli and Rodari assemble most of the data required to ponder how those flames were ignited and what’s required to put them out. Even readers who may dispute their diagnosis are in their debt.

* * *

Now for one of those revelations from the book — a nugget which captures the Vatican’s PR tone-deafness so perfectly that it just takes your breath away.

It concerns the affair of Bishop Richard Williamson, one of four traditionalist prelates whose excommunications were lifted by Pope Benedict XVI in January 2009. Williamson infamously gave an interview to Swedish television in November 2008, repeating statements he had made two decades earlier in Canada, to the effect that Nazis did not use gas chambers and that only 200,000 to 300,000 Jews had died in Nazi camps during the Second World War. The interview was not broadcast in Sweden until Jan. 21, 2009, but its contents were anticipated in a piece in the German weekly Der Spiegel the day before, on Jan. 20.

By that stage, Benedict XVI had already decided (sometime in late 2008) to lift the excommunications of the four bishops — seeing it, he would later insist, as the beginning of a process of reconciliation, not the end. A formal decree was presented to Bishop Bernard Fellay, leader of the traditionalist Society of St. Pius X, on Jan. 17, 2009, and it took effect on Jan. 21. The decree was not made public by the Vatican, however, until noon Rome time on Jan. 24, when it was published in that day’s news bulletin.

Once that happened, headlines about the pope “rehabilitating a Holocaust denier” became the shot heard round the world. After weeks of controversy, Benedict XVI would eventually issue an agonizing letter to the world’s bishops apologizing for the hurt caused by the affair.

All that, of course, is a matter of record. What Tornielli and Rodari add is that on Jan. 22, 2009 — two days after Der Spiegel broke the story of Williams’ interview, and two days before the Vatican formally announced the lifting of the excommunications — a high-level meeting took place in the Vatican to discuss the presentation of the pope’s decree. The meeting was convened by Italian Cardinal Tarcisio Bertone, the Vatican secretary of state. Also present were:

•Cardinal Darío Castrillón Hoyos, then president of the Ecclesia Dei Commission for relations with the traditionalists;
•Cardinal William Levada, prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith;
•Cardinal Giovanni Battista Re, then prefect of the Congregation for Bishops;
•Cardinal Claudio Hummes, prefect of the Congregation for Clergy;
•Archbishop Francesco Coccopalmerio, president of the Pontifical Council for Legislative Texts;
•Archbishop Fernando Filoni, substitute in the Secretariat of State.
The gathering, in other words, brought together the Vatican’s most senior brain trust. Tornielli and Rodario reconstruct the meeting on the basis of a previously unpublished set of confidential Vatican minutes.

Here’s the mind-blowing point: During the meeting, there was no mention whatsoever of Williamson’s explosive comments on the Holocaust, despite the fact that they had been in circulation for two full days. The minutes reflect a detailed discussion about whether, and how, the lifting of the excommunications applied to other clergy of the Society of St. Pius X, but there was apparently no consideration of how this move might go down in the broader court of public opinion.

Two key figures were not on the guest list for the Jan. 22 meeting: Lombardi, who had to explain the decision to the world’s media, and Cardinal Walter Kasper, who had to explain it to the Jews. Instead, Filoni led a brief discussion about a proposed statement to the press, and the minutes reflect general agreement not to grant any media interviews. Coccopalmerio was commissioned to publish an article in L’Osservatore Romano explaining the decree, but only “after a few days.”

The lack of any sense of urgency, or alarm, about public reaction is astonishing. The impression one gets is that the Vatican’s best and brightest were acutely sensitive to the kinds of questions canon lawyers might ask, but either unaware of — or, even more troubling, indifferent to — how the decree might strike the rest of the world.

The rest is history. After being whipped around by a global tsunami for 10 full days, the Vatican’s Secretariat of State finally released a statement on Feb. 4, calling Williamson’s statements on the Holocaust “unacceptable.” It clarified that by lifting the excommunications, Benedict XVI only opened a door to dialogue, and it’s now up to the traditionalists to prove their “adherence to the doctrine and discipline of the church.” The four prelates still have no authority to act as Catholic bishops, and their movement is still not recognized. If they want to be fully reintegrated into the church, they will have to accept the teaching of the Second Vatican Council.

Looking back, here’s the thing.

Even if Williamson had never given his interview to Swedish TV, anyone looking at the situation from a PR point of view should have anticipated that once the Vatican announced these four bishops were no longer excommunicated, reporters would look into their backgrounds. Had anyone in the Vatican spent even five minutes on Google searching under the name “Richard Williamson,” his troubling history on the Holocaust would have leapt off the screen, which was a matter of public record long before he spoke to the Swedes. (Indeed, all the Swedish journalist did was ask Williamson to repeat stuff he had already said.)

Armed with that information, the Vatican could have issued its detailed Feb. 4 statement along with the decree itself, to explain from the outset that these guys have not been “rehabilitated,” but rather given an opportunity to clean up their act. They could also have organized a press conference, so there would be TV sound bites assuring the world that this decision in no way signified a rollback on Catholic/Jewish relations or anything else.

Under any set of circumstances, failure to take such common sense steps is hard to explain.

Yet Williamson did give that interview to Swedish TV, and in that light, the revelation that the pope’s top aides assembled two days after it went public and still seemed oblivious to the train wreck hurtling towards them — well, you’ll never need additional proof that the Vatican has a PR problem.

* * *

By the way, one point Benedict XVI made in his letter to bishops after the Williamson affair is that it had brought home the need to be savvier about the Internet. In truth, Attacco a Ratzinger shows clearly that by 2009, the Vatican should already have learned that lesson. The story of the rise and fall of Archbishop Stanislaw Wielgus of Warsaw two years earlier makes the point.

To recap, the Vatican announced that Benedict had appointed Wielgus to replace Cardinal Josef Glemp in Warsaw on Dec. 6, 2006, with Wielgus’ official installation set for Jan. 5. On Dec. 20, a leading Polish newspaper accused Wielgus of having collaborated with the Soviet-era secret police. Wielgus admitted that he had “contacts,” but denied ever having denounced anyone or otherwise collaborated. On Dec. 21, the Vatican issued a statement expressing Benedict’s “full confidence” in his nominee. On Jan. 4, another Polish daily published a 1978 document signed by Wieglus pledging his cooperation with the secret police, under the code name “Gray.” As public protest mounted, Wielgus was compelled to turn a Jan. 6 Mass celebrating the beginning of his ministry into a forum to announce his resignation instead.

Here’s the nugget Tornielli and Rodari add to the record: It wasn’t until Jan. 2, after the bomb had obviously already gone off, that anyone from the Vatican bothered to ask Poland’s Institute for National Memory, which maintains the archives from the Communist era, for whatever files it might have on Wielgus. This omission came despite the fact, as Tornielli and Rodari point out, that the institute made its index available on the Internet two years before.

“All it would have taken was a click on the web to realize that in the list of 240,000 names cited in the archives of the institute, the name of Wielgus appears twice,” the authors write.

Rodari and Tornielli say it’s an “open question” why no one did that before approving Wielgus for the most important post in Polish Catholicism, especially given the hyper-sensitivity in Poland about collaboration. Open, indeed.

* * *

One more nugget: Tornielli and Rodari cite Fr. Marco Valerio Fabbri of Rome’s Opus Dei-run University of Santa Croce on the case of Stephen Kiesle, a former Oakland priest and convicted abuser. A 1985 letter from then-Cardinal Joseph Ratzinger to the bishop in Oakland at the time, saying that Kiesle’s case should go slow “for the good of the universal church,” has been widely touted as proof of the pope’s ambivalent record on the sexual abuse crisis.

Fabbri, however, says that interpretation rests on a misreading of Ratzinger’s 1985 letter, which was issued in Latin. The letter speaks of “dispensation,” Fabbri says, not expulsion from the clerical state. The issue in the letter was not, therefore, whether Kiesle should be defrocked, but whether he should be released from his obligation of celibacy.

Under canon law, the two things don’t automatically go together. Canon 291 states: “Loss of the clerical state does not entail a dispensation from the obligation of celibacy, which only the Roman Pontiff grants.” The logic, according to Fabbri, is clear. If a priest’s obligation of celibacy automatically ended with laicization, then being laicized under penal law would ipso facto mean freedom to marry in the church. In other words, it would amount to a reward for committing a crime.

The bottom line, Fabbri says, is that by refusing to grant such a dispensation right away in the Kiesle case, Ratzinger was actually being tough with an abuser, not lax.

The obvious question this begs: If that’s true — and it certainly seems a compelling explanation — why didn’t we hear about it right out of the gate from somebody authoritative? Why does this sort of thing always seem to be a day late and a dollar short?

* * *

There’s plenty of other good stuff in Attacco a Ratzinger, ranging from new background on the conflict between Schönborn and Sodano to great behind-the-scenes detail on the humiliating withdrawal of Benedict’s nomination of Gerhard Wagner as an auxiliary bishop in Linz, Austria, in late January 2009.

That about-face came after media outlets recycled incendiary statements Wagner had made back in 2005, theorizing that Hurricane Katrina was divine punishment for the immorality of New Orleans, and in 2001, suggesting that Harry Potter leads children into Satanism. While most Catholics saw the Wagner episode as another Vatican failure to adequately vet nominees, Tornielli and Rodari produce a zinger that cuts in the other direction from an unnamed Vatican official: “Cardinals and bishops can publicly criticize the pope all they want, but an auxiliary bishop is forced to resign because of a couple of statements years ago about Katrina and Harry Potter … it’s truly incredible.”

Getting that kind of insider skinny is a primary reason we need an English translation of the book.

* * *

As it happens, I read Attacco a Ratzinger on the heels of a piece in last Sunday’s New York Times surveying three PR disasters in the corporate world: BP, Goldman Sachs, and Toyota. The piece referred to a provocative essay by Eric Dezenhall, a former aide to Ronald Reagan, titled “Not all publicity is good publicity.” Intrigued, I sought out the essay, which appears in the July-August issue of Ethical Corporation magazine.

Now CEO of his own communications agency, Dezenhall debunks eight chestnuts propagated by gurus of corporate spin, prominent among which is the idea that every crisis is an opportunity. (The Catholic equivalent, I suppose, would be that every crisis is a “teaching moment.”)

Bunk, Dezenhall says: “A crisis is a mugging,” he writes, and “your goal is to get out alive, not to get out with all your money and self-esteem.”

Why a mugging? Because of the 21st century nature of PR disasters, fueled by what Dezenhall calls “crisis capitalists” — people who pile on when somebody’s in trouble because there’s money and fame to be had. (Massimo Introvigne, one of the experts interviewed by Rodari and Tornielli, has a different term for the same slice of life — he calls them “moral entrepreneurs.”) Dezenhall says they include “reporters, victims, bloggers, tweeters, plaintiffs’ lawyers, regulators, legislators, non-governmental organizations, activists, short-sellers, anonymous sources, technical experts, analysts, media hounds, opportunists, and a cavalcade of amateur crisis experts.”

The conclusion seems obvious: From a PR point of view, it doesn’t matter whether anyone is actually out to get you, because when a crisis starts rolling, market dynamics will compel people to act as if they were. The aim, therefore, isn’t to persuade them not to mug you; the aim is to avoid making it easier.

Here’s a potential case study along those lines that Tornielli and Rodari hint at, but don’t really develop.

When Benedict XVI went to Cameroon and Angola in March 2009, coverage of the trip in the West was dominated by the pope’s comments aboard the papal plane on condoms. During a brief session with the press, French journalist Philippe Visseyrias had asked Benedict to comment on perceptions that the church’s position on HIV/AIDS is “not very realistic and efficient.” (Note that Visseyrias did not use the word “condom,” and the phrasing of his question didn’t require the pope to bring it up.)

Benedict replied that the two cornerstones of the church’s approach are the humanization of sexuality, and genuine friendship with suffering people. Along the way, he added that condoms are not the solution to AIDS but, in fact, make the problem worse.

That last bit predictably became the lead in media coverage, and it set off massive protests, especially in Europe. The Spanish government announced that it would ship one million condoms to Africa as a rejoinder, and the Belgium parliament formally censured the pope. From the point of view of the global press, the rest of Benedict’s six days in Africa might as well have taken place on the dark side of the moon.

Only several days into the story did three other points emerge, none with the same force as the pope’s original remark:

•There is an empirical basis for the claim that wide distribution of condoms is not the best anti-AIDS strategy. Research by Edward C. Green of Harvard University shows that programs emphasizing abstinence and marital fidelity have brought down infection rates more successfully than those which rely primarily on condoms. Green says that’s for three reasons: people often don’t use condoms correctly; they stop using them when they believe they know the other person; and condoms generate a false sense of security that induces users into high-risk behaviors.
•Whatever one makes of the claim that condoms aggravate AIDS, Benedict XVI was only repeating a conviction held by a wide cross-section of Catholic bishops and other religious leaders in Africa. Archbishop John Onaiyekan of Abuja, Nigeria, said, “The pope is not the only one saying this. NGOs who want to promote condoms in my country run into resistance from many other organizations and movements, including the Muslim community as a whole.”
•Many secular AIDS experts in Africa, unaffiliated with the Catholic church, also hold that view. For example, Vanessa Balla, a non-Catholic physician in Cameroon who treats AIDS patients, told me at the time, “With condoms, people think they can do whatever they want. It just encourages them to engage in really risky sexual behaviors. I’ve seen it myself … they take as much risk as possible.” Emotionally insisting that “it’s incredibly hard to watch young people dying of AIDS,” Ballas said the solution is “not condoms, but changing behavior.”
For the record, the pope was not caught off guard by Visseyrias’ question. The Vatican spokesperson, Jesuit Fr. Federico Lombardi, collects questions from journalists several days before a trip, picks two or three that seem to be the most common, and then submits them to the pope in advance.

Let’s grant that Benedict XVI could not have travelled to Africa and ducked the issue of AIDS and condoms. Let’s also stipulate that Vatican officials could have, and should have, anticipated that whatever Benedict XVI said would attract wide interest, running the risk of being misrepresented or caricatured.

In that situation, what would a better anti-mugging strategy have looked like?

First, the primary aim of Benedict’s six-day trip was to throw a spotlight on Africa, especially the dynamism of the Catholic church on the continent. Thus when the AIDS question came up on the plane, Benedict could have said something like: “That’s a very important issue, and I’ll talk about it two days from now during my visit to the Cardinal Léger Center for the Suffering on Thursday. For now, however, I want the focus to be on good news from Africa.” Such a reply would have ensured that journalists had to file day-one stories on the broader African situation, without feeding impressions that the pope was ducking the condoms question. It also would have created global interest in his visit to the Léger Center, one of the most visually striking moments of the trip, as it put the pope in direct pastoral contact with sick and disabled people.

Second, when Benedict did talk about condoms, the Vatican could have arranged for him to be flanked by other African religious leaders — Catholic and Anglican bishops, Pentecostal preachers, Muslim imams, and leaders of traditional tribal faiths, all of whom would have echoed his argument. They were not hard to find; on the second day of the trip I interviewed the grand imam of the national mosque in Yaounde, the Cameroon capital, who told me his only regret about the pope’s comment is that he hadn’t waited so they could say it together.

Third, the Vatican could have arranged to have secular African AIDS experts such as Balla on hand, with no ties to the Catholic church, who could have offered their expertise in support of the pope’s argument. Both the religious leaders and secular AIDS experts could have been made available to reporters at the press center in Yaounde immediately after the pope’s speech at the Léger Center.

Fourth, Lombardi and his aides could have assembled a packet of empirical studies demonstrating the limits of anti-AIDS efforts based on condoms, featuring the Green study from Harvard. That packet could have been distributed shortly before the pope’s speech, so that it figured in the first cycle of stories and TV commentary. Journalists should not have had to wait forty-eight hours to read about Green’s work in an op/ed piece in The Washington Post — a piece, by the way, that seemed to catch the Vatican completely by surprise.

None of this would have completely prevented protests about the pope’s remarks, especially given that there’s a legitimate debate to be had about the proper role of condoms in anti-AIDS efforts. Such a strategy, however, would at least have made it more difficult to portray Benedict XVI as isolated, out of touch, and uncaring, which was the storyline that dominated the African journey.

That’s the kind of practical reflection one hopes Attacco a Ratzinger might stimulate.

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Pubblicato sul National Catholic Reporter venerdì 27 agosto 2010


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“Attacco a Ratzinger” secondo Massimo Introvigne


I tre nemici del Papa
di Massimo Introvigne
Attacco a Ratzinger. Accuse, scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI (Piemme, Milano 2010) dei vaticanisti Paolo Rodari e Andrea Tornielli non è né una storia né un’analisi sociologica del pontificato di Benedetto XVI. Si tratta invece di eccellente giornalismo, e di una cronaca attenta ai particolari e ai retroscena degli attacchi contro Benedetto XVI, che dal 2006 a oggi ne hanno fatto il Pontefice più sistematicamente aggredito da un’incessante campagna mediatica degli ultimi anni.

Rodari e Tornielli elencano dieci episodi principali, e a proposito di ognuno forniscono dettagli in parte inediti. La prima offensiva contro il Papa inizia con il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, il quale contiene una citazione dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo (1350-1425) giudicata da alcuni offensiva nei confronti dell’islam e dei musulmani. Ne nasce una grande campagna contro Benedetto XVI, alimentata sia da organi di stampa occidentali sia dal fondamentalismo islamico, che degenera in episodi violenti. A Mogadiscio, in Somalia, è perfino uccisa una suora.

Già in questo primo episodio l’analisi degli autori mostra all’opera tutti gli ingredienti delle crisi successive. Un buon numero di media, anzitutto occidentali, estrapolano la citazione dal contesto e sbattono la notizia della presunta offesa ai musulmani in prima pagina. Al coro di questi media – secondo elemento, che non va mai trascurato – si uniscono esponenti cattolici ostili al Papa, in questo caso personaggi come l’islamologo gesuita Thomas Michel, rappresentante a suo modo tipico di un establishment del dialogo interreligioso smantellato da Benedetto XVI per il suo buonismo filo-islamico tendente al relativismo. Intervistati dalla stampa internazionale questo cattolici lanciano un “attacco frontale a Benedetto XVI” (p. 26), essenziale per rendere credibili le polemiche della stampa laicista. Ma in terzo luogo Rodari e Tornielli non mancano di rilevare una certa debolezza nel sistema di comunicazione vaticano, molto lento rispetto alla velocità delle polemiche nell’era di Internet e non sempre capace di prevedere in anticipo le conseguenze delle parole più “forti” del Papa, prendendo per tempo le necessarie contromisure.

Tornando però dal discorso di Ratisbona come evento mediatico al discorso di Ratisbona come documento, gli autori riportano l’opinione dello specialista gesuita padre Khalil Samir Khalil secondo cui non si è trattato affatto di una gaffe del Papa bisognosa di correzione, ma di un passaggio integrale e ineludibile in un’analisi sui problemi dell’islam contemporaneo e sulla sua difficoltà a impostare correttamente il rapporto fra fede e ragione. Paradossalmente, rilevano gli autori, queste motivazioni profonde del passaggio sull’islam nel testo di Ratisbona sono state comprese da molti intellettuali musulmani, ma rimangono ostiche o ignorate per la grande stampa dell’Occidente.

Emerge dunque uno schema in tre stadi – errori di comunicazione della Santa Sede, aggressione della stampa laicista, ruolo essenziale di cattolici ostili a Benedetto XVI nel supportare quest’aggressione – che si ritrova in tutti gli altri episodi, con poche varianti. Il ruolo del dissenso progressista appare particolarmente cruciale nelle campagne successive al motu proprio del 2007 Summorum Pontificum, che liberalizza la Messa con il rito detto di san Pio V, e alla remissione della scomunica nel 2009 ai quattro vescovi a suo tempo consacrati da mons. Marcel Lefebvre (1905-1991). Nel primo caso Rodari e Tornielli descrivono un quadro sconfortante di resistenza di liturgisti, riviste cattoliche, intellettuali con un accesso diretto ai grandi media come Enzo Bianchi ma anche vescovi e intere conferenze episcopali che si agitano, si riuniscono, arruolano la stampa laicista e tramano in mille modi per sabotare il motu proprio. La posta in gioco, notano giustamente gli autori che si riferiscono in particolare a uno studio di don Pietro Cantoni pubblicato sulla rivista di Alleanza Cattolica Cristianità, non è solo la liturgia ma l’interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Chi combatte il motu proprio difende l’egemonia di quell’interpretazione del Vaticano II in termini di discontinuità e di rottura con tutta la Tradizione precedente che Benedetto XVI ha tentato in molti modi di correggere e scalzare.

Il caso della remissione della scomunica ai vescovi “lefebvriani” si è trasformato come è noto nel “caso Williamson”. Il Papa è stato oggetto di durissimi attacchi quando è emerso che uno dei quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre, mons. Richard Williamson, è un sostenitore di tesi in tema di Olocausto che negano l’esistenza delle camere a gas e riducono il numero di ebrei uccisi dal nazional-socialismo a non più di trecentomila. Al di là del merito della questione, è evidente che la Santa Sede non condivide queste tesi – lo stesso Benedetto XVI le ha ripetutamente condannate – e che qualunque persona dotata di buon senso sarebbe stata in grado di rendersi conto che un provvedimento in qualche modo favorevole a un sostenitore della posizione “revisionista” sull’Olocausto non avrebbe mancato di scatenare una tempesta mediatica. Il problema, dunque, è quando la Santa Sede è venuta a conoscenza delle tesi di mons. Williamson in tema di Olocausto.

Rodari e Tornielli ricostruiscono la vicenda in modo minuzioso, e concludono che un appunto sul tema era stato indirizzato da vescovi svedesi tramite la nunziatura apostolica in Svezia – il Paese dove nel novembre 2008 mons. Williamson aveva rilasciato a un’emittente televisiva non l’unica ma la più recente e articolata sua intervista sull’argomento – alla Segreteria di Stato, dove era stato sottovalutato nella sua potenziale portata e gestito da funzionari minori responsabili dei rapporti con la Scandinavia. Quando dalla televisione svedese la notizia passa sul settimanale tedesco Spiegel e di lì ai media di tutto il mondo, il 21 gennaio 2009, il decreto di remissione della scomunica non è ancora stato pubblicato, è vero, ma è già stato trasmesso il 17 gennaio ai vescovi “lefebvriani” interessati. Non è dunque più possibile ritirarlo o modificarlo. Secondo gli autori ha tuttavia costituito un errore di comunicazione da parte della Santa Sede non accompagnare immediatamente la pubblicazione, avvenuta il 24 gennaio 2009, con una chiara precisazione sul fatto che la remissione delle scomuniche non ha nulla a che fare con le tesi di Williamson sull’Olocausto, che il Papa in nessun modo condivide. Questa precisazione è venuta solo diversi giorni dopo, dando l’impressione che la Santa Sede si trovasse in imbarazzo e sulla difensiva. Inoltre, come il Papa stesso ha rilevato nella sua lettera dell’11 marzo 2009 sul tema, già prima dell’intervista rilasciata in Svezia le posizioni di mons. Williamson comparivano su diversi siti Internet e “seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie”.

Dalla lettera di Benedetto XVI, notano gli autori, emergono altri due elementi. Il primo è la grandezza d’animo di un Papa che si assume personalmente la responsabilità di ogni errore eventualmente commesso, rompendo con una lunga prassi secondo cui in questi casi ogni colpa è attribuita ai collaboratori. Il secondo è che, pur essendo evidente che al momento della firma del decreto Benedetto XVI non conosceva le posizioni di mons. Williamson sull’Olocausto, anche in questo caso la campagna della stampa laicista ha avuto successo a causa dell’immediato attacco al Papa da parte di noti esponenti cattolici che hanno inteso così “vendicarsi” del motu proprio. Scrive lo stesso Pontefice: “Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco”.

I tempi del caso Williamson non sono casuali. Gli autori ricordano come sia stata ipotizzata nella diffusione mondiale delle notizie sul vescovo “revisionista” proprio in concomitanza con la remissione della scomunica la regia di una coppia di giornaliste lesbiche francesi note per le loro campagne anticlericali e per la “vicinanza al Grande Oriente di Francia” (p. 99), cioè alla direzione della massoneria francese, Fiammetta Venner e Caroline Fourest. Secondo Rodari e Tornielli l’intervista svedese con mons. Williamson “non è concordata in precedenza. Il giornalista si presenta al seminario e riesce a ottenere il colloquio con Williamson” (p. 88). Sembra dunque che mons. Williamson non abbia “organizzato” l’episodio. Tuttavia alla data dell’intervista la notizia secondo cui il Papa stava per firmare il decreto di remissione delle scomuniche circolava già su Internet. Gli autori si chiedono chi abbia armato il microfono dell’oscuro giornalista svedese Ali Fegan. Personalmente mi pongo qualche interrogativo anche su mons. Williamson, il quale sapeva certamente dell’imminente remissione delle scomuniche, è notoriamente critico su ogni ipotesi di compromesso con Roma della Fraternità San Pio X di mons. Lefebvre e come minimo si è comportato con il cronista svedese in modo davvero molto imprudente.

Il ruolo dei cattolici progressisti era già emerso in altre due campagne contro Benedetto XVI, particolarmente gravi perché coronate da successo. Due vescovi regolarmente scelti dal Papa avevano dovuto rinunciare alle cariche: mons. Stanislaw Wielgus, nominato primate di Polonia, a causa della scoperta di documenti relativi a una sua collaborazione giovanile con i servizi segreti del regime comunista, e mons. Gerhard Wagner, nominato vescovo ausiliare di Linz, in Austria, contro cui si erano sollevati il clero e anche molti vescovi austriaci a causa di dichiarazioni sulla natura di castigo di Dio dell’uragano Katrina, sul carattere satanico dei romanzi del ciclo di Harry Potter e sulla possibilità di curare l’omosessualità tramite terapie riparative. Come notano gli autori, le opinioni di mons. Wagner su tutti e tre i temi sono condivise da molti nella Chiesa – lo stesso cardinale Ratzinger aveva espresso simpatia nel 2003 per un libro critico su Harry Potter di una studiosa tedesca sua amica, pur ammettendo di non avere letto i relativi romanzi – ma è anche vero che il prelato austriaco le aveva espresse in toni particolarmente accesi.

I due casi, spiegano gli autori, sono meno lontani di quanto sembri a prima vista. Anche mons. Wielgus, per quanto denunciato per la prima volta da “cacciatori di collaborazionisti” di destra, è stato poi attaccato sistematicamente da una stampa polacca che lo avversava non tanto per il suo passato di collaboratore con i servizi segreti comunisti – un passato condiviso da oltre centomila persone in Polonia, tra cui numerosi sacerdoti e diversi vescovi – quanto per il suo presente di vescovo particolarmente conservatore. Se nel caso di mons. Wielgus, che aveva maldestramente cercato di nascondere documenti sul suo passato, l’accettazione delle dimissioni era inevitabile, non si possono non condividere alcune perplessità degli autori sul caso di mons. Wagner. Cedere alle pressioni di una parte del clero e dell’episcopato austriaco – guidato nel caso Wagner da un sacerdote che poco dopo ha ammesso pubblicamente di vivere da anni in una situazione di concubinato – ha innescato in Austria una contestazione globale nei confronti della Santa Sede, in cui sono sempre più apertamente coinvolte le massime gerarchie cattoliche del Paese e che a tutt’oggi non appare risolta.

Nel marzo 2009 con il viaggio del Papa in Africa l’attacco entra in una fase nuova. Sull’aereo che lo porta in Camerun come di consueto Benedetto XVI risponde alle domande dei giornalisti. A un cronista francese che gli pone una domanda sull’AIDS il Papa risponde che la distribuzione massiccia di preservativi non risolve ma aggrava il problema. Il Papa, rilevano gli autori, tecnicamente ha ragione e nei giorni successivi lo confermeranno fior di immunologi: favorendo la promiscuità sessuale e creando una falsa illusione di sicurezza le politiche basate sul preservativo hanno regolarmente aggravato il problema AIDS nei Paesi dove sono state sperimentate. Ma la risposta del Papa occupa le cronache internazionali per tutto il viaggio, facendo ignorare almeno in Europa e negli Stati Uniti i profondi insegnamenti sulla crisi del continente africano – e la puntuale denuncia delle malefatte delle istituzioni internazionali e di alcune multinazionali in Africa: che fosse proprio questo lo scopo?

Non sorprende ormai più la discesa in campo contro il Papa dei soliti teologi progressisti. Ma il fatto nuovo è l’intervento dei governi: Spagna, Francia e Germania chiedono al Papa di scusarsi, al Parlamento Europeo una mozione di censura del Pontefice non passa ma raccoglie comunque 199 voti. In Belgio una mozione analoga è invece votata dal Parlamento e provoca una dura risposta vaticana, innescando una crisi diplomatica senza precedenti tra i due Paesi che prepara gli atteggiamenti maneschi della polizia belga nella successiva vicenda dei preti pedofili.

Due attacchi citati da Rodari e Tornielli sono interessanti perché non vengono “da sinistra” ma “da destra”, e mostrano che anche persone di solito rispettose sono indotte dal clima generale a usare nei confronti del Papa e dei suoi collaboratori un linguaggio che in altri tempi non si sarebbero permesso. Si tratta delle critiche di un mondo cattolico conservatore in tema di economia all’enciclica Caritas in veritate del 2009, giudicata da studiosi statunitensi come George Weigel e Michael Novak ingiustamente ostile al modello di capitalismo prevalente negli Stati Uniti, e delle polemiche sul terzo segreto di Fatima e sull’asserita esistenza di una parte del testo tenuta ancora segreta dal Vaticano. Sul merito si può certo discutere – anche se sull’enciclica gli studiosi americani sembrano soprattutto stizziti per non essere stati consultati, com’era invece avvenuto per testi di Giovanni Paolo II – ma il tono e i veleni sono comunque segnali di un clima malsano.

La stessa apertura agli anglicani che, delusi dalle aperture della loro comunità al sacerdozio femminile e al matrimonio omosessuale, tornano a Roma, se è avversata “da sinistra” come pericolosa per l’ecumenismo – ma quale ecumenismo è possibile con chi celebra in chiesa matrimoni gay? – è attaccata anche “da destra” perché, prevedendo percorsi di accoglienza nella Chiesa Cattolica di sacerdoti anglicani sposati, sembra compromettere la difesa del celibato. Anche qui quella che è più grave è l’incomprensione del carattere globale dell’attacco al Papa da parte di certi sedicenti “conservatori”, che gettano benzina anziché acqua sul fuoco.

Le altre nove crisi impallidiscono comunque di fronte alla decima, relativa ai preti pedofili. Dal momento che gli autori citano ampiamente e riprendono materiale dal mio libro Preti pedofili (San Paolo, Cinisello Balsamo 2010), sostanzialmente condividendone l’impostazione, forse non debbo qui riassumere l’ampia sezione del libro dedicata al tema e posso permettermi di rimandare al mio testo. Il libro di Rodari e Tornielli ribadisce, contro le critiche assurde che purtroppo sono venute anche da vescovi e cardinali, quanto anch’io ho sottolineato: se c’è stato nella Chiesa un prelato durissimo nei confronti dei preti pedofili, tanto da essere accusato di violare il loro diritto alla difesa e di essersi scontrato sul punto con numerosi colleghi vescovi, questi è stato il cardinale Ratzinger quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Presentarlo al contrario come tollerante sul punto è semplicemente ridicolo, eppure trova talora credito tra i lettori meno informati dei quotidiani.

Semmai gli autori si chiedono se gli ostacoli che il cardinale Ratzinger ebbe a incontrare negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II – quando le sue richieste di ancor maggiore severità non sempre furono accolte – non gettino un’ombra sul grande Papa polacco e non rischino perfino di compromettere la sua causa di beatificazione. In effetti nella causa in corso il problema è stato affrontato. Ma si è concluso, giustamente, che taluni freni all’opera del cardinale Ratzinger risalgono agli ultimi anni del pontificato wojtyliano, quando Giovanni Paolo II, sempre più gravemente malato, non seguiva più personalmente queste vicende delegandole a collaboratori cui vanno dunque girate eventuali critiche.

In conclusione Rodari e Tornielli si chiedono se si possa parlare di un complotto contro il Papa, citando varie opinioni tra cui la mia in un’intervista che ho loro rilasciato specificatamente per questo volume. La loro conclusione è che ci siano in atto tre diversi attacchi a Benedetto XVI da parte di tre diversi nemici. Il primo è costituito dalla galassia di lobby laiciste, omosessuali, massoniche, femministe, delle case farmaceutiche che vendono prodotti abortivi, degli avvocati che chiedono risarcimenti miliardari per i casi di pedofilia. Questa galassia, troppo complessa perché si possa ritenere che risponda a una sola regia, dispone però grazie alle nuove tecnologie dell’informazione di un potere che nessun altro nemico della Chiesa ha avuto nell’intera storia umana e vede nel Papa il principale ostacolo alla costruzione di una universale dittatura del relativismo in cui Dio e i valori della vita e della famiglia non contano. Un ostacolo che dev’essere spazzato via a tutti i costi e con ogni mezzo.

Queste lobby hanno successo perché hanno arruolato un secondo nemico del Papa costituito dal progressismo cattolico e da quei cattolici e teologi – tra cui non pochi vescovi – i quali vedono la loro autorità e il loro potere nella Chiesa minacciato dallo smantellamento da parte di Benedetto XVI di quella interpretazione del Concilio in termini di discontinuità e di rottura con la Tradizione su cui hanno costruito per decenni carriere e fortune. Le interviste ai cattolici progressisti permettono ai media laicisti di rappresentare la loro propaganda non come anticattolica ma come sostegno contro il Papa reazionario che vuole “abolire il Concilio”, cioè mettere in discussione il suo presunto “spirito”, dal momento che la lettera dei documenti conciliari dai giornalisti anticattolici non è neppure conosciuta e dai loro compagni di strada “cattolici adulti” è giudicata irrilevante.

In terzo luogo, Benedetto XVI ha anche un terzo nemico, inconsapevole e involontario ma non per questo meno pericoloso. Ci sono “‘attacchi’ involontariamente autoprodotti a causa delle numerose imprudenze e dei frequenti errori dei collaboratori” (p. 313) del Papa. Gli autori riportano diversi pareri sulla difficoltà di comunicazione della Santa Sede nell’epoca non solo di Internet ma di Facebook e di una telefonia mobile collegata al Web che fa sì che le notizie arrivino a centinaia di milioni di persone – per esempio i cinquecento milioni di utenti Facebook attivi ogni giorno – pochi secondi dopo essere state lanciate e siano archiviate come vecchie dopo qualche ora. Se una notizia falsa non è smentita entro due o tre ore, se a un attacco non si risponde al massimo entro ventiquattr’ore le possibilità di replica efficace si riducono a poco più di zero.

Se tutto questo è vero, le opinioni di chi, intervistato dagli autori, rimpiange il precedente portavoce pontificio, il laico dottor Joaquín Navarro Valls, giudicandolo più scaltro del suo successore gesuita padre Federico Lombardi, possono essere dibattute all’infinito ma forse non vanno al cuore del problema. È il modo di comunicare che è cambiato radicalmente, ed è cambiato dopo la morte di Giovanni Paolo II perché il problema non è Internet ma il numero sempre maggiore di persone – centinaia di milioni, appunto, non piccole élite – che a Internet sono collegate ventiquattro ore su ventiquattro tramite gli smartphone, i netbook o i vari iPad, e hanno un tempo di reazione a richieste o provocazioni che si misura in minuti e non più in ore. Sul punto il libro del giornalista italiano Marco Niada Il tempo breve (Garzanti, Milano 2010) dovrebbe forse essere letto anche da qualche vaticanista.

Benedetto XVI non è inconsapevole di questi attacchi. È molto interessato alle nuove tecnologie e alla necessità di migliorare le strategie di comunicazione della Santa Sede. Ma, concludono Rodari e Tornielli, è anche molto sereno. È disponibile a seguire i problemi che la rivoluzione delle comunicazioni – una rivoluzione forse non meno importante di quella degli anni 1960 in tema di morale e di crisi dell’autorità – pone alla Chiesa, ma non a inseguirli. Insiste sul fatto che la salvezza della Chiesa perseguitata non verrà dalle strategie, dalle diplomazie, dalle tecnologie – per quanto queste siano importanti e non vadano trascurate – ma dalla fedeltà alla preghiera, alla meditazione, al Cristo crocefisso. È probabile che abbia ragione non solo, com’è ovvio, sul piano spirituale ma anche su quello culturale e sociologico, dove alla Chiesa non si chiede d’imitare i modelli dominanti ma di essere se stessa. Non tutti, anche tra i cattolici, sembrano averlo compreso.

Leggi il pezzo di Introvigne anche qui.

Pubblicato su censur.org il 25 agosto 2010


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“Attacco a Ratzinger” sul Giornale


Il Papa è solo contro i crociati della disinformazione
di Andrea Tornielli
«Ricordo ancora, come fosse oggi, le parole che sentii dire da un cardinale italiano, allora molto potente nella Curia romana, all’indomani dell’elezione di Benedetto XVI. “Due-tre anni, durerà solo due-tre anni…”.
Lo faceva accompagnando le parole con un gesto delle mani, come per minimizzare… Joseph Ratzinger, il settantottenne Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede appena eletto successore di Giovanni Paolo II doveva essere un Papa di transizione, passare velocemente, ma soprattutto doveva passare senza lasciare troppa traccia di sé…
Certo, un accenno alla durata del pontificato la fece Ratzinger stesso, nella Sistina. Disse che sceglieva il nome di Benedetto per ciò che la figura del grande santo patrono d’Europa aveva significato, ma anche perché l’ultimo Papa che aveva preso questo nome, Benedetto XV, non aveva avuto un pontificato molto lungo e si era adoperato per la pace. Ma un pontificato non lungo, a motivo dell’età già avanzata, non significa passare senza lasciare traccia. Anche quello di Giovanni XXIII doveva essere – e dal punto di vista meramente cronologico è stato – un pontificato di transizione. Ma quanto ha cambiato la storia della Chiesa… Ci ho ripensato molte volte: visto che non è passato così velocemente come qualcuno sperava, e visto che il suo pontificato è destinato a lasciare un segno, si sono moltiplicati gli attacchi contro Benedetto XVI. Attacchi di ogni tipo. Una volta si dice che il Papa si è espresso male, un’altra volta si parla di errore di comunicazione, un’altra ancora di un problema di coordinamento tra gli uffici curiali, un’altra di inadeguatezza di certi collaboratori, un’altra del concordante tentativo da parte di forze avverse alla Chiesa intenzionate a screditarla. Vuole sapere la mia impressione? Anche se in realtà il Santo Padre non è solo, anche se attorno a lui ci sono persone fedeli che cercando di aiutarlo, in tante occasioni egli viene lasciato oggettivamente solo. Non c’è una squadra che previene l’accadere di certi problemi, che riflette su come rispondere in modo efficace. Che cerca di far passare, di espandere l’autentico suo messaggio, spesso distorto. Così la domanda più frequente è diventata questa: a quando la prossima crisi? Mi sorprende anche il fatto che talvolta queste crisi arrivino dopo decisioni importanti…
Mi sto ad esempio chiedendo che cosa accadrà ora che Benedetto XVI ha coraggiosamente proclamato l’eroicità delle virtù di Pio XII insieme a quelle di Giovanni Paolo II».

Quando questa confidenza venne fatta a uno di noi, alla vigilia di Natale del 2009, da un autorevole porporato che lavora da molti anni nei sacri palazzi, il grande scandalo degli abusi sui minori perpetrati dal clero cattolico non era ancora esploso in tutta la sua portata. C’era, sì, il gravissimo caso irlandese. Ma nulla faceva ancora presagire che, come per contagio, la situazione oggettivamente peculiare dell’Irlanda – che ha messo in luce l’oggettiva incapacità di diversi vescovi di governare le loro diocesi e di affrontare i casi di abusi sui minori tenendo presente la necessità di assistere innanzitutto le vittime evitando in ogni modo che le violenze potessero ripetersi – finisse per replicarsi, per lo meno mediaticamente, in altri Paesi. E ha coinvolto la Germania, l’Austria, la Svizzera, e di nuovo, nelle polemiche, gli Stati Uniti, dove già il problema era emerso, e in maniera piuttosto devastante, all’inizio di questo millennio.

Solo a scorrere le rassegne stampa internazionali, bisogna ammettere l’esistenza di un attacco contro Papa Ratzinger. Un attacco dimostrato dal pregiudizio negativo pronto a scattare su qualsiasi cosa il Pontefice dica o faccia. Pronto a enfatizzare certi particolari, pronto a creare dei «casi» internazionali.

Questo attacco concentrico ha origine fuori, ma spesso anche dentro la Chiesa. Ed è (inconsapevolmente) aiutato dalla reazione a volte scarsa di chi attorno al Papa potrebbe fare di più per prevenire le crisi o per gestirle in modo efficace.

Questo libro non intende presentare una tesi precostituita. Non intende accreditare in partenza l’ipotesi del complotto ideato da qualche «cupola» o Spectre. È però innegabile che Ratzinger sia stato e sia sotto attacco. Le critiche e le polemiche suscitate dal discorso di Regensburg; il caso clamoroso delle dimissioni del neo-arcivescovo di Varsavia Wielgus a causa di una sua vecchia collaborazione con i servizi segreti del regime comunista polacco; le polemiche per la pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum; il caso della revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, che ha coinciso con la trasmissione in video dell’intervista negazionista sulle camere a gas rilasciata a una Tv svedese da uno di loro; la crisi diplomatica per le parole papali sul preservativo durante il primo giorno del viaggio in Africa; il dilagare dello scandalo degli abusi sui minori, che non accenna ancora a placarsi.

Di bufera in bufera, di polemica in polemica, l’effetto è stato quello di «anestetizzare» il messaggio di Benedetto XVI, schiacciandolo sul cliché del Papa retrogrado, depotenziandone la portata.

Ma questo attacco non ha mai avuto un’unica regia. Ha avuto, piuttosto, un’assenza di regia. Anche se non si può escludere che in più occasioni, pure nel corso della crisi per gli scandali per la pedofilia del clero, si sia verificata un’alleanza tra ambienti diversi ai quali può far comodo ridurre al silenzio la voce della Chiesa, sminuendo la sua autorità morale e il suo essere fenomeno popolare, magari con la segreta speranza che nel giro di una decina d’anni essa finisca per contare sulla scena internazionale quanto una qualsiasi setta.

Pubblicato sul Giornale mercoledì 25 agosto 2010


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“Attacco a Ratzinger” su Repubblica


Troppi attacchi al Papa. Così a Benedetto XVI manca uno spin doctor

di Marco Ansaldo

Quando il Papa è in viaggio all’estero, c’è un momento molto importante della giornata, addirittura centrale da un punto di vista mediatico. Si svolge immancabilmente all’ alba, quando nella stanza d’ albergo dove alloggia l’ assistente del direttore della Sala stampa vaticana, il burbero ed efficentissimo Victor van Brantegem, avviene la distribuzione dei testi che il Santo Padre leggerà quel giorno.

Così fu anche la mattina del 12 settembre 2006, a Ratisbona, primo viaggio di Joseph Ratzinger nella sua Baviera come Benedetto XVI. Ma quella volta accadde qualcosa. Una volta pronunciata la sua lezione all’ università, le agenzie di stampa rilanciarono il discorso puntando soprattutto su una citazione di Manuele II Paleologo, dalla quale poteva evincersi il messaggio che per il Papa cattolico l’ Islam è una religione violenta, votata alla guerra santa. Una frase che estrapolata dal suo contesto ampio e articolato, 12 pagine fitte, scosse profondamente il mondo islamico che reagì indignato alla vigilia del viaggio seguente di Benedetto nella Turchia di fede musulmana. Eppure, otto ore prima che il testo venisse pronunciato, gli stessi giornalisti leggendolo mentre facevano colazione capirono che quella sola frase poteva dare adito a pericolosi fraintendimenti e risultare potenzialmente esplosiva. Segnalarono subito la cosa all’ ufficio stampa papale, insistendo, ma nulla venne cambiato.E puntualmente una bufera internazionale si abbatté violenta e durissima sul Vaticano, con tanto di richieste di scuse al Pontefice da parte di alti esponenti religiosi islamici, sopite infine dalla geniale intuizione della preghiera comune del Papa di Roma con il Mufti di Istanbul nella Moschea Blu. Ma com’ è possibile che a Ratisbona nessuno dello staff papale avesse avuto la prontezza di avvisare Benedetto dei rischi? Un libro illuminante in proposito affronta non solo l’ interessante ricostruzione di quell’ incidente, ma tutta una serie di infortuni clamorosi e crisi mediatiche in cui il Vaticano si è trovato impigliato, soprattutto in quest’ ultimo anno difficile per il Papa tedesco.
Lo hanno scritto due fra i più preparati vaticanisti italiani, Paolo Rodari e Andrea Tornielli ( Attacco a Ratzinger, editore Piemme). Ratisbona infatti fu solo il primo caso, a cui ne seguirono molti.

Quello della nomina del vescovo polacco Wielgus, in odore di spionaggio; della scomunica revocata al prelato negazionista Williamson; delle parole in Africa sui preservativi destinati ad aumentare il problema dell’ Aids; della difficile gestione dello scandalo sulla pedofilia nella Chiesa; fino all’ inedito scontro fra cardinali, con l’ attacco della rampante eminenza austriaca Schoenborn all’ ex segretario di Stato vaticano Sodano. Tutti questi infortuni destinati a intaccare gravemente l’ immagine dell’ istituzione cattolica e di chi la guida, sostengono i due autori, potrebbero invece essere sapientemente depotenziati da parte della Santa Sede. Basterebbe un accurato controllo preventivo e la possibilità successiva di applicarlo, come l’ incidente di Ratisbona ha dimostrato e pure i casi seguenti, che Rodari e Tornielli analizzano uno per uno nelle loro complesse sfaccettature e nei brutali effetti successivi.

La loro deflagrazione rivela piuttosto che la Gerarchia difetta – anche se ciò può sembrare strano – di una vera strategia comunicativa. Manca una regìa complessiva. E ci si limita, dopo, a tamponare le falle, a spegnere gli incendi, a disinnescare bombe già esplose.

Le mansioni affidate all’ attuale direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, uomo di grandissima preparazione e abnegazione, e la sua stessa confidenza e accessibilità al Papa appaiono diverse da quelle del suo predecessore, Joaquim Navarro Valls, che con Karol Wojtyla aveva non solo un rapporto di consigliere, ma agiva come un vero e proprio spin doctor. Una questione a cui la Santa Sede dovrà prestare molta attenzione. Perché come ha efficacemente spiegato ai due vaticanisti un autorevole porporato interno ai sacri palazzi, gli attacchi a Ratzinger si sono moltiplicati. «Attacchi di ogni tipo. Una volta si dice che il Papa si è espresso male, un’ altra volta si parla di errore di comunicazione, un’ altra ancora di un problema di coordinamento tra gli uffici curiali, un’ altra di inadeguatezza di certi collaboratori. Vuole sapere la mia impressione? Non c’ è una squadra che lo sostiene adeguatamente, che previene l’ accadere di certi problemi, che riflette su come rispondere in modo efficace. Che cerca di far passare, di espandere l’ autentico suo messaggio, spesso distorto. Così la domanda più frequente è diventata questa: a quando la prossima crisi?».

Pubblicato su Repubblica lunedì 23 agosto 2010


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“Attacco a Ratzinger”, il mio primo libro


“Attacco a Ratzinger. Accuse e scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI” (Edizioni Piemme, pp. 322 – euro 18) è il mio primo libro. Lo trovi in queste ore in tutte le librerie d’Italia.

E’ una lunga inchiesta scritta dietro le quinte dei primi cinque anni di pontificato di Papa Ratzinger assieme ad Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale.

Più di 300 pagine di documenti e testimonianze inedite che svelano i retroscena delle crisi che hanno caratterizzato il papato di Benedetto XVI.

Il libro è nato sull’onda degli ultimi scandali legati ai peccati carnali del clero. Il Papa è stato messo sul banco degli imputati così come è accaduto altre (troppe) volte negli ultimi cinque anni: le critiche e le polemiche suscitate dal discorso di Regensburg; il caso clamoroso delle dimissioni del neo-arcivescovo di Varsavia Wielgus a causa di una sua vecchia collaborazione con i servizi segreti del regime comunista polacco; le polemiche per la pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum; il caso della revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, che ha coinciso con la trasmissione in video dell’intervista negazionista sulle camere a gas rilasciata a una Tv svedese da uno di loro; la crisi diplomatica per le parole papali sul preservativo durante il primo giorno del viaggio in Africa; il dilagare dello scandalo degli abusi sui minori, che non accenna ancora a placarsi e rischia di stendere un’ombra sugli ultimi anni del pontificato wojtyliano.

Di bufera in bufera, di polemica in polemica, l’effetto è stato quello di “anestetizzare” il messaggio di Benedetto XVI, schiacciandolo sul cliché del Papa retrogrado, depotenziandone la portata.

E soprattutto dimenticando slanci e aperture dimostrati da Ratzinger in questi primi cinque anni di pontificato su grandi temi.

Così ecco il libro. Un’inchiesta vera dalla quale si evince che quanto ci disse un eminente porporato mentre scrivevamo il libro è la realtà: “L’unica vera cosa che non si perdona a Ratzinger è stata quella di essere stato eletto Papa”.

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Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 25 agosto 2010


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