Nel silenzio parla una voce? Risponde dom Jacques Dupont, monaco divenuto eremita #2

Foto gentilmente concessa da maranatha.it

Tante cose sono accadute questa settimana. Fra esse la lettera che Michele Gesualdi, allievo di don Lorenzo Milani, malato di Sla, ha scritto ai presidenti di Camera e Senato per accelerare la legge sul testamento biologico. Se riesco ne scriverò nel corso di questa stessa settimana, perché il tutto merita una riflessione.

La seconda puntata (#2) della rubrica del lunedì, tuttavia, voglio dedicarla ancora al tema del silenzio.

A commento della puntata precedente, infatti, mi ha scritto (gli ho chiesto io se gli andava di mandarmi un contributo) un vero ricercatore del silenzio. Si tratta di dom Jacques Dupont, procuratore generale dell’Ordine dei certosini presso la Santa Sede.

Ex matematico, fino al 2014 è stato priore della Certosa di Serra San Bruno dove ha vissuto per ventun’anni. Oggi vive come un eremita tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti, in una solitudine interrotta soltanto dagli impegni di rappresentanza in Vaticano e da quelli di visitatore delle Certose di Spagna. Monaco, ha scritto con Luigi Accattoli un libro/intervista per me indimenticabile: “Solo dinanzi all’Unico“, nel quale, fra le altre cose, racconta la sua esperienza del silenzio.

Un anno fa sono andato a trovarlo a Casperia. Ho incontrato un uomo immerso nel silenzio e nello stesso tempo per nulla distaccato dalle vicende del mondo. Quando può compra i giornali, s’informa, e soprattutto non dimentica le persone che entrano nella sua vita. Siamo rimasti in contatto durante questi mesi, scrivendoci ogni tanto.

Ecco qui cosa mi scrive ora (fra tutte le sue parole mi hanno colpito di più queste, prese da Isacco il Siro: nessuno trova se non colui che osserva il silenzio continuamente). Non aggiungo altro, vi lascio a lui. Buona lettura.

 

Caro Paolo,

poni una domanda : Nel silenzio parla una voce? C’è tutta una tradizione spirituale e monastica che esorta a fare silenzio per mettersi in ascolto di una Parola, con la P maiuscola. Si esorta a tacere per percepire una Parola che non assomiglia per niente alle parole che scambiano lungo la giornata. Ma in realtà chiamarla “Parola” è fonte d’inganno.

Ricordiamo l’esperienza del profeta Elia. Deluso di tutti e di se stesso, fugge nel deserto fino alla montagna dell’Oreb dove Dio lo invita a incontrarlo.

Dapprima c’è un vento che scuote tutto; non c’è dubbio che a volte Dio soffia a raffica, quando vuole liberarci dalle nostre illusioni o delusioni. Poi, avviene un terremoto; è ancora Dio che mette giù le nostre certezze e sicurezze. Invece infine Elia vede un fuoco; Dio si fa fuoco quando deve purificarci dalle nostre falsità o errori. Però tutto questo non fa che preparare il vero incontro tra Elia e Dio, un incontro in cui il primo deve scoprire con fatica la “voce sottile del silenzio”. Ecco, quando Dio si rivela, lo fa con una voce di silenzio, ossia appena udibile, perché questa voce sorge non da fuori di noi ma dal nostro profondo. E cos’è questa voce, secondo il nostro racconto: “Elia, che fai qui?”. Non è che Dio faccia un’affermazione o dia una risposta, anzi pone la domanda fondamentale che rivolge a tutti noi: chi sei? Che fai? Dove sei?

Perciò il silenzio è l’invito e la possibilità data all’uomo per conoscersi, per essere se stesso. Senza silenzio non posso esistere, non posso stare in piedi nella vita.

Ma si deve aggiungere che il silenzio è un’arte, e come tutte le arti, si impara, e la impariamo praticandola, come ci si allena a tutto ciò che richiede uno sforzo.

Vari sono i mezzi per imparare e coltivare il silenzio. Vedo soprattutto la necessità di liberarsi dal bisogno di rumore. Mi sembra che l’uomo, forse intimorito dal silenzio, cerca in tutti i modi il rumore, e lo crea quando non lo trova. I monaci, da sempre, riconoscono che la crescita umana e spirituale esige un’ascesi, una disciplina da imporsi, nello stesso modo in cui uno regola l’alimentazione per stare bene. Oggi l’ascesi di cui abbiamo bisogno più che il digiunare, è l’astinenza dal rumore.

Altra domanda tua: Cosa cerchiamo nel silenzio? I frutti del silenzio possono non apparire subito. Ci vuole pazienza e perseveranza. Ma ne vale la pena. Al di fuori della dimensione specificamente religiosa, uno dei frutti più belli del silenzio è la libertà. Grazia al silenzio ritroviamo la vera libertà, non tanto quella che identifichiamo con la possibilità di fare ciò che mi piace, ma la libertà di essere me stesso, senza essere condizionato dagli eventi e dalle situazioni che mi imprigionano.

Ma, paradossalmente, il frutto specifico del silenzio è il silenzio stesso, accompagnato dalla dolcezza. Perciò rientro nel mio silenzio e lascio la parola a un grande maestro di vita spirituale, Isacco il Sirio:

Ama il silenzio più di tutto: ti porterà un frutto che la lingua non può descrivere. All’inizio il tacere ci richiede uno sforzo, ma in seguito dal nostro silenzio nasce qualcosa che ci attira al silen­zio. Se cominci ad addentrarti in questa pratica, non so qual luce zam­pillerà da te. Dalla pratica del silenzio col tempo nasce nel cuore una dolcezza che spinge anche il corpo a rimanere paziente­mente nell’esichia. Se tu metti su un piatto della bilancia tutte le opere della vita mona­stica, e sull’altro il silenzio, ti accorgerai che questo pesa molto di più… Molti cor­rono per trovare, ma nessuno trova se non colui che osserva il silenzio continuamente. Se ami la verità, sii amante del silenzio. Come un sole, esso farà sì che sia illumi­nato da Dio. Il silenzio ti unirà a Dio stesso.

Con affetto fraterno

2 novembre 2017

Jacques

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