C’è una voce nel silenzio accessibile a tutti e non solo a pochi eletti #1

Da oggi ogni lunedì esco con un mio racconto/diario di un fatto, un avvenimento, una spigolatura, una notizia che ritengo essere importante. È un impegno che prendo con voi che leggete questo blog. È un modo per me per tornare a essere presente qui con una certa costanza, dopo diverso tempo in cui ho puntato su altro. Nel corso della settimana capiterà che io pubblichi anche altri post, se necessario, ma l’appuntamento del lunedì non mancherà mai. Ecco la prima puntata (#1). Buona lettura.

 

Sempre più persone decidono di staccare da una vita piena di rumori alla ricerca di un’oasi silenziosa, alla ricerca del silenzio. Lo ha scritto qualche mese fa il Wall Street Journal, dando conto di una serie di libri tutti dedicati al silenzio.

Ne ha scritto una settimana fa anche Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ha proposto sulle proprie pagine i contributi di John Biguenet (che al tema del silenzio ha appena dedicato un saggio in uscita per Il Saggiatore), di Federico Pace (autore di Controvento e esperto di viaggi), di Giorgio Boatti e Giuliano Aluffi.

Quando si parla del silenzio e della sua ricerca si descrive il fenomeno, si riportano le esperienze di chi ha lasciato tutto per abbracciare una vita di solitudine magari all’interno di sperduti masi di montagna, ma quasi mai si indaga sui motivi profondi di questa ricerca, sul perché esiste questa necessità di staccare, su che cosa esattamente si desidera quando si cerca la solitudine.

Robinson, per lanciare il suo inserto, ha intervistato in un video messo on line su repubblica.it Antonella Lumini, coautrice con me de “La custode del silenzio” (Einaudi). Lumini (ripropongo qui sotto l’intervista), accenna ai motivi che l’hanno spinta a scegliere una vita di solitudine.

Per lei la riposta alla domanda Perché il silenzio? è semplice: perché in esso, dice, c’è la possibilità di attingere a un piano superiore, potremmo dire a una voce superiore che però ci è connaturata e di cui abbiamo bisogno. Un piano superiore, quindi che è dentro di noi e che seppure rimane sconosciuto, custodisce la nostra verità più autentica. Spesso si cerca il silenzio per trovare una pace interiore, ma cosa sia questa pace, da dove provenga, sovente non lo si sa dire proprio perché incapaci di aderire al nostro essere profondo.

Io stesso quando ho scritto “La custode del silenzio” non sapevo fino in fondo cosa andavo cercando. Una volta al mese mi recavo nella casa di Lumini situata in centro a Firenze (il suo eremitaggio è urbano, ovvero all’interno di un appartamento di città), entravo nella stanza (pustinia, dal russo “deserto”) dedicata al silenzio senza sapere bene cosa cercassi. Ma proprio stando lì, percepivo di non dover cercare più nulla, bensì di cedere a me stesso, alle mie aspettative per cominciare a gustare il presente, il qui e ora che diviene presenza. Intuivo, insieme, che il silenzio era qualcosa di vivo, insomma che entrare nel silenzio era fare un’esperienza di purificazione e nello stesso tempo di incontro.

Con chi? Con cosa?

Troppo facile sarebbe dire con Dio. Anche perché, mi domando, davvero chi si chiude nel silenzio ne sente la voce? Davvero Dio gli parla?

Credo, in realtà, che la prima cosa che si cerca (e che si trova) è il contatto autentico con noi stessi, unica dimensione che veramente ci pacifica e di cui abbiamo infinita nostalgia. Stabilire questo contatto è come trovare il centro intorno a cui tutto ruota. Un luogo interiore, protetto, invalicabile dall’esterno, che diviene un rifugio sicuro dove la nostra interiorità si armonizza e fiorisce. Descrisse bene questa esigenza nel 1884 William Butler Yeats in questi versi dedicati alla fuga dai grigi marciapiedi del mondo moderno nella sua “L’isola nel lago di Innsfree”:

Mi alzerò e andrò ora, e andrò a Innisfree,
E ci costruirò una piccola capanna, fatta di argilla e canne:
Nove filari di fagioli lì io avrò, un alveare per le api da miele,
E vivrò da solo nella radura rumorosa di api.

E lì io avrò un po’ di pace, perché la pace viene calando piano,
calando dai veli del mattino a dove canta il grillo;
Lì la mezzanotte è tutto un barlume, e il mezzodì uno splendore purpureo,
E la sera piena di ali dei fanelli.

Mi alzerò e andrò ora, perché sempre notte e giorno
Ascolterò l’acqua del lago sciabordare con lievi suoni presso la riva;
Mentre sto in piedi sulla strada, o sul selciato grigio,
Io l’ascolto nel più profondo del cuore.

Vivrò da solo, dice Yeats. Che si ritirò per avere un luogo per sé, un posto in cui stare bene, un posto che nel rumore cittadino non ha mai trovato.

C’è qui una risposta alla domanda Cosa cerchiamo nel silenzio?

In parte sì. Lì, nel silenzio, ci ritiriamo per cercare la pace, un’esperienza di cui abbiamo bisogno e che troppo spesso ci manca. Ma la pace non è soltanto quiete, è qualcosa di più, è lasciare il rumore per trovare se stessi. Al fondo, è ricerca di ciò che siamo, di ciò che ci costituisce, possiamo dirlo, della nostra origine. Io non so in quale altro modo dirlo se non così: cerchiamo una radice di cui abbiamo nostalgia e che soltanto nel silenzio affiora. Chiamatela Dio, chiamatela semplicemente origine, chiamatela come volete. Sta di fatto che di essa, di quella realtà che è la più intima a noi stessi, necessitiamo.

Lo spiega bene Catherine de Hueck Doherty nel suo indimenticato “Pustinia: le comunità del deserto oggi” (Jaca Book).

Dice: Quando uno entra in pustinia, lo fa per ripiegare le ali dell’intelletto e aprire le porte del cuore.

Nel silenzio profondo troviamo una radice da cui veniamo, una radice di fronte alla quale non dobbiamo essere nulla, se non ciò che siamo. Non chiede, non pretende, non vuole nulla. Solo ama, noi, così come siamo.

È questa la scoperta del silenzio, la scoperta della radice da cui veniamo e a cui tutti possiamo attingere se ci rendiamo disponibili ad aprirci.

Nel silenzio parla una voce? Sì, se la vogliamo sentire, se ne vogliamo fare esperienza. Chi è? Cos’è? L’abbiamo accennato ma la verità è una: la risposta spetta a ognuno di noi darla, ognuno a suo modo, ognuno secondo la sua esperienza.

In questo senso l’idea che esistano dei privilegiati sulla strada del silenzio, delle anime mistiche insomma che a differenza della stragrande maggioranza delle persone hanno doti (o ricevono grazie) che altri non hanno è da rigettare. Tutti possono essere mistici, tutti sono fatti per la mistica se lo desiderano. Tutti possono gustare il piacere del silenzio se è questo che vogliono.

Anche su questo aspetto ci viene in aiuto Catherine de Hueck Doherty: Se siete nella pustinia, dice, e Dio (lei lo chiama così) batte alla vostra porta e vi parla, per me questo non ha nulla di mistico; è del tutto normale. Se pensate un solo momento di essere degni che Dio vi parli nella pustinia, allora dovete lasciare la pustinia! Nessuno è degno, eppure Dio ci parla.

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