L’inutile fardello

Folgorato da questo passaggio di padre Ortensio da Spinetoli (1925-2015), contenuto ne “L’inutile fardello” (Chiarelettere), ve lo propongo.

È una riflessione non scontata sul tema del dolore e sul suo mistero. Un invito a non cedere a letture fuorvianti, ma a provare a riflettere tornando alle origini, e cioè a ciò che Gesù dice e fa nel Vangelo.
Tutta la vita di padre Ortensio fu così. Frate cappuccino, docente all’Antonianum di Roma, aveva un grande seguito. Le sue lezioni vennero spostate presso l’aula magna per contenere i tanti studenti che desideravano ascoltarlo. Il suo primo libro, “Maria nella Bibbia”, gli valse il richiamo al Sant’Uffizio. Successivamente, a causa dei suoi testi e delle sue lezioni, subirà un processo presso la Dottrina della Fede. Ma non sarà mai condannato, seppure verrà rimosso dall’insegnamento e allontanato dal suo stesso ordine. Trovò ospitalità a Recanati, presso la famiglia di Fernanda Galluzzo, dove trascorse l’ultima parte della sua vita continuando gli studi senza alcun desiderio di rivalsa per le vessazioni subite.

«La reinterpretazione in senso sacrificale della morte di Gesù in croce ha introdotto nella mentalità popolare e ufficiale una elevazione, quasi una sacralizzazione della sofferenza, vista più come un bene, un favore, una grazia, che una carenza, un male; ma Gesù non sembra essere stato dello stesso avviso. Egli si affretta a dare la risposta più ovvia ma che non sempre i suoi vicini e lontani discepoli sembrano essere riusciti a capire o ad accettare.

Essi infatti si sono lasciati prendere più dalla mistica o dal mito del sacrificio, dall’oblazione all’Altissimo, dal valore espiatorio della sofferenza, perciò di ogni dolore, più che dalla testimonianza perentoria, inequivocabile del loro maestro. Gesù non ha mai esortato alcun malato che si è rivolto a lui a rassegnarsi alla sua situazione di disagio, di condanna, ma l’ha aiutato a venirne fuori, a liberarsene. Non ha pensato a “santificare” il dolore, né a devolverlo a beneficio spirituale di chi ne è colpito o di sconosciuti anonimi peccatori.

Al contrario Gesù ha introdotto nella storia della spiritualità la norma, che ognuno dovrebbe fare propria, che il dolore non è un bene. Non piace a chi ne è colpito ma neanche a Dio né al suo Cristo. Una lezione più che evidente ma che la comunità dei suoi seguaci, l’ufficialità credente, ha stentato a capire e sembra ancora non voler comprendere perché continua a ripetere slogan per lo meno blasfemi («il Signore fa soffrire quelli che ama») e davanti alle «disgrazie» più laceranti o assurde invita chi ne è colpito a rassegnarsi alla volontà divina. Si è così instaurato nel parlare dei pastori d’anime e degli stessi cristiani più informati un frasario consolatorio che alla fine rende disdicevole la stessa pastorale degli infermi! Davanti al male, soprattutto quando sopraggiunge tragicamente, sarebbe meglio stare zitti che uscire in affermazioni fuori posto.

Il dolore, la sofferenza, la malattia, non sono beni cristiani; si possono, si debbono accettare, almeno con rassegnazione quando non è possibile con il coraggio, provando a vivere anche queste circostanze avverse con uno spirito di collaborazione per la crescita e il perfezionamento progressivo del progetto creativo, che non si trova nella sua configurazione conclusiva, bensì appena in quella iniziale per non dire embrionale. Forse il giardino di eden rappresenta la conclusione della storia, che raggiunge il suo fine anche con la collaborazione dell’essere intelligente e volitivo, voluto così da Dio stesso per condividere con lui il vanto e la felicità della grande realizzazione.

Al tempo di Gesù la maggior parte delle malattie era incurabile ma egli non esorta nessuno ad arrendersi davanti al male, come non suggerisce di rimanere indifferenti di fronte al malfattore. E se a quest’ultimo fa sentire la propria disapprovazione, contestazione, al primo chiede di contrastare la malattia fino a farla scomparire. “Morto per noi”, certo, ma non per sottrarci da un’inesistente ira divina, bensì per liberarci dal giogo dei tiranni e delle nostre passioni negative e insegnarci a vivere in salute, in armonia e pace con tutti. Un’attuazione di una convivenza sulla terra pari a quella che vige nell’ipotetico mondo superiore dei cieli, dove “non c’è morte, lutto, lamento, affanno” (Ap 21,4).

Il dolore di Gesù, la sua passione e morte, non sono la sofferenza di chi si immola alla divinità, ma di chi si sacrifica per il bene, la felicità dei propri simili. Egli ha messo in palio la propria esistenza non perché Dio sia ripagato delle offese ricevute, ma perché i propri eguali, i fratelli imparino a vivere in tranquillità, giustizia e pace fra di loro, liberi dalla povertà, dal limite del male così come dalle angherie dei perturbatori dell’ordine pubblico».

5 risposte a “L’inutile fardello”

  1. Ricordo Padre Ortensio quando negli ultimi suoi anni ormai molto anziano io dalla mia terrazza lo vedevo tornare a casa sua, sul lato della chiesa del cimitero, camminando un pò incerto sul marciapiede, dopo aver detto messa della sera nella chiesa di Villa Teresa. lo hanno “esiliato” ma non credo abbia vissuto da vissuto da “esiliato” semmai in una umile solitudine, benvoluto da tutti.

  2. Carissimo Paolo,
    condivido pienamente questo tuo post sulla sofferenza. Anche a me ha sempre dato fastidio l’esaltazione del dolore, e in qualche modo anche l’esaltazione della croce fine a sè stessa. La croce delle malattie e delle ingiustizie c’è, è un fatto ineliminabile, e Gesú ci ha insegnato a farcene carico, a non scappare da esse, il che è ben diverso dall’esaltarle. Chiaro quando uno ha una croce che in qualche modo (lecito) puó alleggerire, allora è giusto che agisca per soffrire di meno, ma se ció non è possibile, mi viene in mente ció che faceva Santa Teresa di Lisieux: offriva le sue sofferenze per la conversione dei peccatori, e in questo modo quanti ne ha convertiti! Perció il dolore non va esaltato, come giustmente dicevi tu, ma neanche del tutto condannato, nel senso che, se vissuto in modo adeguato, puó diventare uno strumento di salvezza, cosí come lo è stata la croce di Gesú.
    Un abbraccio, stammi bene! Mario

  3. IMPOSSIBILE NON CONDIVIDERE questo trattatello sul dolore. Quelle di padre Ortensio sono argomentazioni di tutta evidenza per un cristiano e per un essere umano “in buona fede”, buona fede che è mancata nel mondo clericale e tutt’ora manca in alcuni settori di esso aggrappati al “bene particulare”. Per secoli hanno adattato il Vangelo alla visione del “purché non si tocchi il mio”. Tra questi tante volte si mescolano gli stessi laudatori di padre Ortensio quali semplici mestieranti banditori. Per costoro è riservata la condanna del Signore: “andate lontano da me!”. Ma come Gesù? noi abbiamo predicato e fatto miracoli nel tuo nome…!?” E Gesù: “lontano da me: io non vi conosco”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *