Quando Papa Ratzinger soffrì di più. In Gregoriana la presentazione del primo lavoro scientifico sul pontificato di Benedetto XVI

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Paolo Rodari e Georg Gänswein

Venerdì sera, in Gregoriana, ho moderato la presentazione del primo libro dedicato a uno studio scientifico del pontificato di Benedetto XVI. Scritto da Roberto Regoli ed edito da Lindau, s’intitola “Oltre la crisi della Chiesa”.

Come relatori c’erano Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario particolare di Ratzinger, e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.

Dell’intervento di Gänswein mi ha colpito quando ha parlato del momento di in cui Benedetto XVI ha sofferto di più. Non fu quando scoppiò Vatileaks, con il tradimento di persone a lui vicine, bensì il momento del «tragico incidente nel quale nel 2010 morì Manuela Camagni, una delle Memores Domini» che lo assistevano in casa. «Soffrì anche per il tradimento di Paolo Gabriele ma, lo ribadisco ancora una volta, non si è dimesso a causa del povero e malguidato assistente di camera né per i Vatileaks. Nessun traditore, o corvo, o qualsivoglia giornalista, avrebbe potuto spingerlo alle dimissioni. Era uno scandalo troppo piccolo rispetto a una decisione così grande».

Dell’intervento di Riccardi mi ha colpito quando ha parlato di Carlo Maria Martini e di come il cardinale arcivescovo di Milano abbia visto con favore, nel 2005, l’elezione di Ratzinger. Pur nella diversa sensibilità teologica i due si stimavano.

Io ho fatto una breve presentazione del libro, raccontando di un colloquio avuto con Regoli due settimane prima della presentazione nel quale l’autore del volume mi ha spiegato i motivi che l’hanno spinto, a così poca distanza dalla fine del pontificato di Ratzinger, a cimentarsi con un libro del genere. Buona lettura.

«Quando ho incontrato Roberto Regoli qualche settimana fa per parlare un po’ di questa serata gli ho chiesto il motivo per il quale ha deciso di scrivere un libro così impegnativo. Perché da storico descrivere un intero pontificato, e un pontificato così singolare soprattutto a motivo del fatto che, terminato il 28 febbraio del 2013, esso in qualche modo continua essendo Papa Benedetto ancora vivo, è davvero un grave impegno.

La risposta che Regoli mi ha dato mi ha molto colpito e credo sia utile riportarvela: mi ha detto più o meno così: “Di un pontificato spesso resta ciò che i primi biografi e i primi storici scrivono di esso. Così ho pensato che avrei potuto, da storico, provare io a dare qualche linea interpretativa, con un lavoro scientifico”. Questa risposta mi ha incuriosito perché in effetti è così: cosa sono stati effettivamente i pontificati di Giovanni Paolo II, di Paolo VI e di Giovanni XXIII e cosa di essi pensiamo a motivo degli studi che su di essi sono stati pubblicati?

È tuttavia evidente che questo lavoro, anche per la vicinanza dal pontificato stesso, non è una biografia di Benedetto XVI quanto, come dice lo stesso Regoli nella sua introduzione, “una bozza della storia del suo pontificato”, una bozza utile per facilitare la messa a fuoco di anni decisivi per il presente e il futuro del cattolicesimo contemporaneo. Il compito insomma che Regoli si è preposto è stato quello di storicizzare, è la prima volta che accade per Benedetto XVI, cioè di leggere il pontificato nel contesto ecclesiale e sociale del periodo in cui si è svolto.

Quale il filo che tiene insieme questa “bozza”? E qual è, quindi, la linea interpretativa di questo pontificato che Regoli ci offre? La risposta, ovviamente, la può desumere ognuno di noi dalla lettura di queste oltre quattrocento pagine. Eppure, a mio avviso, una cosa sembra chiara: il pontificato di Benedetto XVI, secondo Regoli, non dovrà essere ricordato soltanto per la sua imprevedibile conclusione, ma anche per le tante questioni che il Papa ha aperto e che ancora non sono state chiuse. Benedetto XVI, infatti, ha aperto dossier centrali per la vita ecclesiale. Si pensi all’attuazione del Concilio Vaticano II, alle relazioni ecumeniche, al rapporto con le grandi religioni, all’ecclesiologia, con quell’attenzione particolare riservata alla fede in Gesù Cristo in netto regresso soprattutto in Occidente.

Una seconda questione che mi ha colpito del breve colloquio che ho avuto con l’autore qualche settimana fa riguarda la casa editrice. Ho chiesto a Regoli perché avesse scelto Lindau. Mi ha risposto che spesso il limite di questi volumi risiede nel fatto che, pubblicati con una certa casa editrice, non vengono letti perché di essi si presume già di sapere tutto. Cioè: spesso le case editrici seguono una linea ecclesiale – diciamo così – conosciuta e ben marcata e dunque pubblicare con loro, anche se il volume magari si discosta da quella linea, crea un pregiudizio nel lettore. Invece Lindau a detta di Regoli non corre questo rischio perché con essa hanno scritto e scrivono autori di provenienze diverse e questo è il motivo della scelta di Regoli».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *