Madri del deserto. Quando le donne erano guide spirituali

La Maddalena del Perugino (Palazzo Pitti, Firenze)

La Maddalena del Perugino (Palazzo Pitti, Firenze)

 

Fai vivere la tua anima.
Non inquietarti davanti alle contrarietà,
non fissarti sul male.
Chiedi a Dio: Signore dammi la forza.
Tu sei il sacrario di Dio.
Cura te stesso.
Non giudicare gli altri.
Distingui.

Gabriel Ziegler è teologa e oblata benedettina, docente di latino e di greco, studiosa di storia della Chiesa primitiva, con un particolare interesse verso i padri e le madri del deserto. A lei si deve il libro “Madri del deserto” (“Die Wüstenmütter”, il titolo originale) che la Libreria Editrice Vaticana ha deciso di pubblicare in questi giorni, a ridosso della festa della donna (8 marzo).

Un segno, a mio avviso, affinché la Chiesa – che per Francesco senza la donna «rischia la sterilità» – riscopra il ruolo che le donne devono avere al suo interno. Quale? Lo spiegò bene lo stesso Francesco il 28 luglio 2013 di ritorno dal viaggio in Brasile: la donna, disse, «non si può limitare a fare la chierichetta, la presidentessa della Caritas, la catechista. No, deve essere profondamente, misticamente di più».

Ma il libro è un segno anche rispetto a un leitmotiv proprio di questo pontificato. La necessità che chi crede – non soltanto l’uomo di curia – viva il silenzio. Le chiacchiere, i pettegolezzi, per Francesco uccidono. E, soprattutto, allontanano da un’autentica vita in Cristo. Per le donne del deserto descritte da Zigler tutto questo era molto chiaro: vivevano di silenzio perché «quando la porta dell’anima, la bocca, è costantemente aperta, l’anima non può essere in sé».

Il libro trasporta in una realtà, quella delle madri del deserto, poco conosciuta. Eppure, scrive Anselm Grün nella prefazione, «l’assistenza spirituale al tempo dei primi monaci non è stata solo una questione riservata a uomini», ma «anche alle donne». Si tratta di «donne di rottura», come le chiama Ziegler, che nella società tardoantica hanno abbandonato tutto e si sono ritirate nella zona del Nilo, nel Sinai o in altre regioni appartate per diventare «assistenti spirituali di donne, di monaci o di donne e di uomini della società colta di Alessandria e di altre città». Hanno lasciato tutto per vivere la sequela di Cristo nella forma del deserto, e cioè del silenzio e della solitudine. E da lì aiutare gli altri.

Di loro, di queste «donne del deserto», nel corso dei secoli, si sono perse le tracce. Eppure avevano in sé quel «misticamente di più» che Francesco oggi chiede abbiano le donne all’interno della Chiesa. Non a caso venivano chiamate conformemente al titolo onorifico di «padre», «Abba». E cioè «amma», «balia», «madre». Ritirandosi nel deserto come eremite, venivano cercate da tante persone delle quali divenivano guide, assistenti spirituali. Quale il loro atteggiamento? Scrive Ziegler: «Prendersi cura di sé, non condannare, esercitare discrezione». «La madre – scrive invece Grün – non giudica, lei protegge, si prende cura e sostiene la vita».

Ziegler tratteggia brevemente il profilo di alcune di queste madri. Sono affreschi che portano in un tempo lontano, eppure attuali ancora oggi. Perché queste donne, col loro esempio, «incoraggiano a non sopprimere la nostalgia del mettersi in marcia e di un’altra vita».

TEODORA
Visse al tempo dell’arcivescovo Teofilo d’Alessandria (morto nel 412). Per migliorarsi si guardava sempre come fosse davanti a uno specchio, come un’estranea. Così facendo poteva essere maggiormente obiettiva con se stessa. Praticava il digiuno che non era semplicemente astinenza dal cibo. Era di più, perché aveva a che fare con la tendenza, riguardante corpo e anima, a stipare qualcosa in sé. «Se l’uomo desidera possedere sempre di più, non sopporta più il vuoto, non ama più il silenzio, e sottrae qualcosa ad altri – si tratti di cibo, lavoro o felicità – e ciò conduce all’ingrassamento del nostro spirito» attraverso l’ingordigia, l’ira, l’invidia, la vanagloria e l’inquietudine. Il digiuno, infatti, è quello tratteggiato da Isaia 58, 6ss: «Sciogliere le ingiuste catene, liberare dal giogo, spezzare il pane all’affamato, accogliere il povero in casa, donare un vestito a un nudo, non sottrarsi al prossimo».

SARRHA
Non si sa esattamente quando visse. Lottò per anni contro la lussuria. Alla fine vinse, ma la vittoria non fu sua bensì di Dio. La strada fu una: ignorare il male e concentrarsi invece su Dio. Disse: «Due cose deve preservarsi l’essere umano: dal pensare alla lussuria e dal condannare il prossimo». La non condanna del prossimo è una caratteristica costante nelle madri del deserto. Esse, infatti, non erano del tutto solitarie. Nel senso che erano in costante rapporto fra di loro, si aiutavano. Quando ad esempio Teodora chiese aiuto a Sarrha perché soggiogata dai cattivi pensieri, lei le rispose di digiunare e di pregare ma soprattutto le disse: «Né io né Dio possiamo impietosirci di te, se tu non hai pietà di te stessa».

SINCLETICA
Vissuta ad Alessandria, la sua vita fu pari a quella degli apostoli. Per essere maestri nella vita spirituale, diceva, occorre «sopportare i tempi del silenzio interiore o il dispregio di altri, così come i propri errori e i propri fallimenti, il non adeguarsi alle mode del tempo e il desistere dalla ricerca dello straordinario». Occorre poi fare propria la mitezza di Mosè, che emerge n Esodo 33, 11 quando egli parlò a Dio come un uomo rivolto al suo amico. Questa mitezza fa cambiare un cuore di roccia in fonte di acqua.

MELANIA
Visse fra il 342 e il 410. Fulminante la risposta data a una madre del deserto che le disse di voler preservare il suo cuore dal male ma di non riuscirci: «Che cosa significa “vorrei ma non posso?”. Non sai forse che chi non mantiene il silenzio non può acquisire alcuna virtù?».

ANCORA TEODORA
Quella delle madri del deserto fu un’ascesi non soltanto attiva, ma anche passiva di accettazione ad esempio di ciò che Dio desidera dire attraverso il corpo, nella malattia. Teodora suggerì di «guardare con vigilanza i sintomi della malattia, ma senza farci condizionare facilmente da loro. Vigili e coscienti, dobbiamo occuparcene, così scopriremo che essi sono espressione della nostra anima, ed è su questa che dobbiamo lavorare, combattendo i sentimenti negativi di sconforto. Accadrà allora che anche i sintomi si affievoliranno, che scomparirà d’improvviso anche la febbre». Teodora non lottò direttamente contro la malattia, semplicemente la ammise. Solo così riuscì a distaccarsene, a non farsi condizionare.

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