Duello a Kansas City. Il vescovo “impresentabile” che sfida i progressisti. Il National Catholic Reporter, giornale liberal “la pianti di dirsi cattolico”

Per la prima volta nella sua storia il Catholic Kay, la storica rivista della diocesi di Kansas City-Saint Joseph (ventisette contee nello stato del Missouri), è andata a ruba.

In prima pagina, infatti, c’è un attacco frontale firmato dal vescovo Robert William Finn, 59 anni, contro quella che è probabilmente la più prestigiosa rivista cattolica di area progressista americana, il National Catholic Reporter, che tra l’altro ha la sua sede principale proprio nel cuore della città di Kansas City.

Le parole di Finn non sono equivocabili: a suo dire la rivista “dovrebbe rimuovere l’aggettivo ‘cattolico’ dal proprio nome” perché “è tutto tranne che una rivista cattolica”. Dice Finn: “Negli ultimi mesi sono stato letteralmente sommerso di e-mail e altra corrispondenza da parte di cattolici preoccupati per le posizioni editoriali del Reporter: una rivista che ufficialmente e apertamente condanna l’insegnamento della chiesa sull’ordinazione delle donne, minando con insistenza la dottrina sulla contraccezione artificiale e sulla morale sessuale in generale, diffondendo teologie dissidenti e che respingono dichiaratamente e in più punti quanto stabilisce il magistero della stessa chiesa”. Per tutti questi motivi e per “una serie di altre lamentele” che Finn non si premura di specificare, occorrerebbe che il Reporter non dichiarasse più “d’essere ciò che non è”, appunto “cattolico”.

Che il Reporter abbia tenuto dall’anno della sua fondazione – il 1964 – a oggi posizioni parecchio liberal in merito alla tradizionale dottrina cattolica è fuori di dubbio.

Ma sotto l’accusa che Finn muove al Reporter brucia anche dell’altro, un fuoco appiccato nel 2010 – l’anno del deflagrare sui media di mezzo mondo del problema dei preti pedofili – e che oggi, almeno a Kansas City, non è per nulla spento. Finn non ne parla sulla Catholic Kay, ma la pietra dello scandalo che ha provocato lo scontro frontale col Reporter ha un solo nome. Quale? Il suo.

Sono mesi che la rivista ne chiede le dimissioni dopo che, proprio nel 2010, il vescovo è stato riconosciuto colpevole da un tribunale civile di aver protetto un prete a lui sottoposto, padre Shawn Ratigan, che per anni ha scattato foto pornografiche di giovani bambine della sua parrocchia per poi, si dice, abusare di alcune minorenni.

Il giudice ha condannato Finn a due anni di libertà vigilata – si tratta del più alto prelato della chiesa cattolica americana a essere condannato per una vicenda di abusi –, a una multa di mille dollari e all’obbligo di costituire un fondo di diecimila dollari per le spese di assistenza psicologica alle famiglie delle vittime degli atti di pedofilia commessi da Ratigan.

Ciò che oggi non va giù al Reporter è il fatto che Finn non si dimetta a motivo dei suoi “evidenti errori”. E di più, che i suoi confratelli vescovi, come anche le gerarchie vaticane, non lo spingano a farlo. Che vi sia, insomma, nell’episcopato chi si contrappone alla linea della trasparenza che sembrava l’unica percorribile nel tremendo 2010.

Nonostante Finn parli di centinaia di mail arrivategli contro il Reporter, la città è in subbuglio e non tutti stanno dalla sua parte, anzi. Per molti cattolici di Kansas City alla sentenza devono per forza seguire le dimissioni. E per costringere il vescovo a farlo in tanti hanno organizzato una serie di manifestazioni per le strade della città. “Non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto”, dicono. E ancora: “Il vescovo deve andarsene”. E ricordano come prima di lui i vescovi Bernard Law a Boston e Daniel Walsh a Santa Rosa hanno lasciato per non essere stati in grado di arginare i pedofili.

Scrive sulla rivista Bill Tammeus, predicatore presbiteriano: “Nessuno sta dicendo che Finn non può essere perdonato per i suoi peccati. Infatti, il perdono è proprio ciò che Dio è sempre pronto a offrire. Ma quando qualcuno in una posizione di autorità ecclesiale ha fallito in modo spettacolare tanto che anche un tribunale civile l’ha riconosciuto colpevole, ha l’obbligo di evitare ulteriori danni a colei che lo stesso Finn chiama spesso, con parole che dovrebbero farlo tremare, santa madre chiesa”.

Per tutta risposta Finn ha scritto un messaggio dedicato alla Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, nel quale chiede l’intercessione del patrono dei giornalisti, san Francesco di Sales, per il Reporter, “sul quale non riesco a esercitare l’influenza che vorrei”.

Ora il Papa twitta per la vita (e contro la politica di Obama)

Il cambio di rotta è stato ufficializzato l’altro ieri, alle due del pomeriggio. @pontifex, ovvero l’account di Papa Ratzinger su Twitter, ha per la prima volta cinguettato 140 caratteri diversi dal solito.

Non più citazioni «evangeliche», ma un messaggio che apre alla volontà di entrare in battaglia su quei temi che il suo stesso pontificato ha definito «non negoziabili».

Una battaglia da giocare in campo aperto e in ogni latitudine, anche negli Stati Uniti del presidente Obama il quale giusto pochi giorni fa, nel discorso dell’Inauguration, ha lanciato il suo manifesto progressista, dall’aborto fino ai matrimoni gay. Benedetto XVI è a lui, senza citarlo, che ha di fatto indirizzato il suo nuovo tweet: «Mi unisco da lontano a tutti coloro che marciano per la vita e prego che i leader politici proteggano i nascituri e promuovano una cultura della vita», ha scritto sostenendo apertamente la «March for life» di Washington, la manifestazione indetta per i quarant’anni della sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti «Roe versus Wade» che il 22 gennaio del 1973 legalizzò l’aborto.

Sono stati i vescovi americani, forti di tanti contatti in Vaticano – contatti che oltre Tevere hanno un certo peso anche a motivo delle ingenti offerte che ogni anno arrivano sull’obolo di San Pietro da oltre Oceano -, a sensibilizzare i piani alti del palazzo apostolico circa l’importanza anche politica della Marcia.

La difesa della vita, infatti, vede la Chiesa cattolica in America molto attiva. Durante il primo mandato di Obama, i vescovi cattolici hanno fortemente polemizzato con Washington per quella riforma sanitaria che prevede l’assicurazione sanitaria obbligatoria che include a sua volta pratiche contraccettive e abortive anche per le istituzioni religiose.

«Il male inflitto dall’aborto – ha detto il cardinale Sean O’Malley, arcivescovo cappuccino di Boston – è inimmaginabile, ma Gesù può offrirci conforto e rinnovamento». E ancora: negli ultimi quaranta anni «sono state spezzate le vite di cinquantacinque milioni di bambini», ma nonostante «questa tragedia in molti nella società continuano a relegare l’aborto a una questione di scelta personale». Anche O’Malley, come il Papa, si è rivolto ai politici perché cambino visione e mutino le loro prospettive sull’aborto.

L’idea che hanno in Vaticano è che esistano ormai delle lobby che portano avanti politiche contrarie alla vita. Lo dice apertamente anche il quarto Rapporto sulla dottrina della Chiesa che l’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, ha presentato due giorni fa nella sua veste di presidente dell’«Osservatorio cardinale Van Thuan». «Il tratto principale che emerge in questo rapporto è la colonizzazione della natura umana – dice Crepaldi – ossia le enormi pressioni internazionali affinché i governi cambino la loro tradizionale legislazione sulla procreazione, sulla famiglia e sulla vita». «Dall’Europa all’America Latina, fino all’Asia – scrive Avvenire -, è in atto da parte di sempre più numerosi Paesi il superamento legislativo della natura umana verso un’identità da costruirsi liberamente. Con risultati inquietanti. Siamo al congedo dalla natura umana». Parte tutto dalla vecchia Europa, «sempre più espressione di una cultura nichilista che intende ormai superare completamente il concetto di natura umana», sottolinea invece Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio.

Le conclusioni del Rapporto vengono confermate anche in un sondaggio recentemente pubblicato dal Wall Street Journal nell’anniversario della sentenza Roe vs. Wade. Il settanta per cento degli americani vuole che la decisione della Corte Suprema resti in vigore, e questa percentuale è in ascesa costante. Il trentuno per cento ritiene che l’aborto debba essere sempre legale mentre solo il nove per cento lo ritiene illegale. E ancora il ventitrè per cento lo vuole legale a eccezione dei casi di stupro, incesto e pericolo per la vita della madre. Ma al di là delle eccezioni il dato è uno: la maggioranza della popolazione americana ritiene l’aborto sempre legittimo, una tendenza per la Chiesa da ribaltare.