Il Vaticano cerca il dialogo con la Cina, ma da Pechino nessuna risposta

Fernando Filoni, “Papa rosso” e cioè cardinale prefetto della più ricca Congregazione vaticana, quella di Propaganda Fide, ci prova per l’ennesima volta. E’ delle scorse ore, infatti, la proposta di istituire una commissione bilaterale “ad altissimo livello” con la Cina per trattare “questioni di reciproco interesse”. Che tradotto significa: troviamoci attorno a un tavolo e, come già avviene con risultati positivi nei rapporti fra Vaticano e Vietnam, cerchiamo di dialogare e di venirci incontro.

Che sia Filoni a lanciare l’iniziativa è dovuto alle competenze della Congregazione che dirige. E’ Propaganda Fide, infatti, che cura per conto del Papa tutte le circoscrizioni ecclesiastiche cinesi. Ma l’iniziativa è anche frutto della sua esperienza sul campo. Filoni ha vissuto a Hong Kong dal 1992 al 2001 come incaricato del centro studi aperto dalla Santa Sede nell’ex colonia britannica. Un ruolo che gli è servito soprattutto quando è approdato in curia romana, dove ha lavorato fra le altre cose per la stesura della Lettera papale ai cattolici cinesi (2007).

Quella Lettera aveva portato il Vaticano ad aprirsi verso il regime di Pechino, tanto da inaugurare una nuova linea di appeasement che ha subìto apprezzamenti ma anche alcune critiche. Come quelle dell’ex arcivescovo di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen Zekiun, che più volte ha sostenuto che la “strategia vaticana del compromesso” verso Pechino non solo è inutile ma anche dannosa. Per Zekiun da tempo Pechino non tollera l’esistenza di vescovi fedeli soltanto a Roma e preme anche con violenze e soprusi perché esista una solo chiesa, quella patriottica. E più il Vaticano si mostra aperto e benevolo – è questa la convinzione di Zekiun – più Pechino ne approfitta.

Filoni è di tutt’altra idea. E ha lanciato la sua iniziativa in un breve saggio pubblicato sul sito on line del trimestrale cattolico Tripod, rilanciato poi dall’agenzia Fides. In poche pagine il prefetto di Propaganda Fide spiega il contesto in cui la Lettera del Papa del 2007 è nata. La stesura è giustificata dalla presa di coscienza vaticana che sostanzialmente nessuno dei vescovi della chiesa patriottica può essere ritenuto scismatico. Il loro assoggettamento a Pechino è dovuto semplicemente alle necessità di sopravvivere: si sono adattati esclusivamente “per calcolo esistenziale”.

La convinzione del Vaticano oggi è che “la soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto”. E ancora, scrive Filoni: “Dopo incertezze e incomprensioni che ne hanno rallentato la lettura e la comprensione, ora si apre un tempo in cui lo scritto pontificio può essere meglio compreso, può rappresentare un punto di partenza per il dialogo nella chiesa in Cina e può stimolare quello tra Santa Sede e governo di Pechino”.

A oggi però dalla Cina non sono arrivate risposte né apprezzamenti significativi. E c’è chi è pronto a scommettere che non arriveranno in futuro. Al recente Sinodo dei vescovi chiusosi domenica scorsa in Vaticano, per esempio, il governo non ha permesso che partecipasse alcun vescovo cinese. Da Pechino è arrivato soltanto un messaggio scritto firmato da monsignor Lucas Li Jingfeng, vescovo di Fengxiang, liberato nel 1979 dopo vent’anni di carcere. Il presule ha raccontato le difficoltà dei cattolici cinesi mostrando il vero volto del regime. “Mi congratulo con voi che potete partecipare al Sinodo e rendere omaggio al Sepolcro di San Pietro” ha scritto, rammaricandosi che “non possiate udire alcuna voce della chiesa cinese”. Ma, dice, dentro le persecuzioni si rafforza la fede. Spiega Jingfeng: “La nostra chiesa in Cina, in particolare i laici, ha sempre custodito la pietà, la fedeltà, la sincerità e la devozione dei primi cristiani, pur avendo sopportato cinquanta anni di persecuzioni”.

E ancora: “Nelle vostre discussioni sinodali potete indagare perché la nostra fede in Cina si è potuta conservare indefettibile fino a oggi. E’ come ha detto il grande filosofo cinese Lao Tzu: ‘Come la calamità genera la prosperità, così nella mollezza si nasconde la calamità’. Nelle chiese fuori dalla Cina, la tiepidezza, l’infedeltà e la secolarizzazione dei fedeli si sono contagiate a molti chierici. Invece, nella chiesa cinese i laici sono più pii dei chierici”.

Chiesa umile e in croce. Così la vuole Papa Ratzinger. Così la consegna al mondo il Sinodo dei vescovi

La poca eco mediatica che ha avuto il Sinodo dei vescovi dedicato alla nuova evangelizzazione che si chiude in queste ore in Vaticano dice molto del futuro della Chiesa cattolica.

Dopo la sbornia del pontificato di Giovanni Paolo II, con le piazze piene e le parole di Wojtyla amplificate da giornali, radio e televisioni di tutto il mondo, è arrivato il tempo della Chiesa minoranza, «minoranza creativa» l’ha più volte definita Benedetto XVI. Che non significa necessariamente irrilevanza, quanto consapevolezza dei propri numeri.

In pochi, in più parti del globo ridotti all’osso, i cattolici sono destinati a essere minoranza, ma non per questo motivo non determinanti la vita delle società.

Lo disse lo stesso Benedetto XVI volando nel 2009 verso la Repubblica Ceca: «La Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale».

I padri sinodali riuniti in Vaticano hanno ben compreso questo nuovo stato di cose tanto che a più risprese e a più voci hanno parlato di «Chiesa umile».

La Chiesa deve ripartire dall’umiltà, che significa comunicare la fede partendo dall’essenziale, partendo dalla croce di Cristo, la suprema prova di umiltà di Dio. Ratzinger, aprendo il Sinodo, ha detto a chiare lettere che questa è l’unica strada, visto anche il «deserto spirituale» che avvolge il mondo tutto d’intorno. Ma deserto è anche opportunità: dove si annaspa, dove nessuno crede, la Chiesa può ritrovare l’essenziale, l’umiltà del credere.

Benedetto XVI è arrivato al concetto di «Chiesa minoranza» da uno dei suoi maestri, Hans Urs von Balthasar. Una teologia, quella del teologo svizzero che per un soffio (morì poche opre prima di partire per Roma) non divenne cardinale, della quale sono in parte debitori alcuni dei pezzi da novanta del collegio cardinalizio, da Angelo Scola a Christoph Schoenborn, da Peter Erdo fino a Marc Ouellet.

Von Balthasar capì, ben prima del Concilio Vaticano II, che era arrivato il tempo di tornare alle origini, di sbriciolare le mura che tenevano la Chiesa lontana dalla modernità e di puntare tutto sull’essenziale. Un ritorno alle origini che, nella sua visione, teneva la stessa Chiesa lontana dalla derive tradizionaliste (l’arroccamento della Chiesa su se stessa), ma anche da quelle progressiste (l’apertura senza criterio). Ma non venne capito. E’ del 1952, infatti, lo scritto di von Balthasar significativamente intitolato “Abbattere i bastioni”. Qui egli affermò la necessità che la Chiesa abbandonasse il proprio arroccamento per andare incontro al mondo moderno.

Lo scritto venne giudicato troppo rivoluzionario tanto che egli non venne invitato al Concilio. Ma dopo l’assise indetta da Giovanni XXIII in molti ritornarono sulle sue idee, e le superarono anche tentando improbabili slanci in avanti. Von Balthasar sentì il pericolo che queste fughe in avanti avrebbero potuto far perdere alla Chiesa elementi essenziali della propria identità e in “Solo l’amore è credibile”, uno scritto del 1963, rimarcò con forza il fatto che l’unica via percorribile verso Dio era quella che parte da Lui gratuitamente e trova luoghi rivelativi nella Chiesa, in Maria e nella Scrittura. Ma il luogo rivelativo per eccellenza, disse il teologo, era e resta il Crocifisso, appunto Cristo in croce.

E’ questa la parabola che, a suo modo, sta facendo percorrere alla Chiesa anche Ratzinger. La sua è una Chiesa aperta al mondo (così la vuole anche il Sinodo devi vescovi) ma perennemente in croce, come Cristo. Da Lui in croce nasce la missione e a Lui in croce continuamente torna.

Prima di chiudere il Sinodo Benedetto XVI ha voluto annunciare un concistoro (avrà luogo il prossimo 24 novembre) per la creazione di sei nuovi cardinali. A parte James Michael Harvey, futuro abate di San Paolo Fuori le Mura, i prescelti sono tutti non italiani e non europei e sono tutti a capo di diocesi “di frontiera”. E’ la volontà palese di puntare tutto sulla Chiesa che vive, e non sul centralismo romano che di troppi privilegi e di molto carrierismo ancora oggi vive. E’ appunto la Chiesa di Gesù crocifisso.