Giustizia sia. In una settimana l’ex maggiordomo del Papa avrà la sua sentenza definitiva. E l’anno della fede potrà avere inizio

I tempi di Dio non sono quelli degli uomini. Solitamente sono molto più lunghi. Non così in Vaticano, dove i tempi della giustizia sono di gran lunga più brevi di quelli di ogni altro paese.

Apertasi ufficialmente ieri nell’aula del tribunale vaticano la prima udienza del processo a Paolo Gabriele, ex maggiordomo del Papa, e Claudio Sciarpelletti, dipendente della segreteria di stato vaticana, accusati rispettivamente di furto aggravato di documenti riservati e favoreggiamento, i rispettivi processi – i giudici del tribunale hanno accolto la richiesta della difesa di Sciarpelletti di separare la posizione del loro assistito da quella di Gabriele – potrebbero chiudersi in tempi brevissimi, addirittura prima dell’apertura dell’anno che il Papa ha voluto dedicare alla fede e che avrà luogo con cerimonia solenne il prossimo 11 ottobre.

«Giornalisti non tacete il male ma non amplificatelo», ha detto ieri monsignor Angelo Becciu, numero due della segreteria di stato, alla Radio Vaticana che festeggiava il suo partrono san Gabriele. Parole che dicono che, in generale, la speranza d’oltre Tevere è che le notizie, non soltanto quelle relative a Gabriele, vengano trattate con la dovuta ponderazione e senza spettacolarizzarle. Quanto all’ex maggiordomo, il pensiero che maggiormente ricorreva fra presuli e prelati vaticani era: «Facciamo in fretta».

Il timore, infatti, è che il processo a Gabriele offuschi l’anno della fede sul quale, cadendo anche in concomitanza con i quarant’anni dall’apertura dl Concilio Vaticano II, Benedetto ha puntato molto. Non solo, fra pochi giorni i vescovi di tutto il mondo saranno a Roma per l’inizio del sinodo dei vescovi dedicato alla nuova evangelizzazione, un altro appuntamento capitale che senza la dovuta comunicazione all’esterno dei propri lavori rischia di rivelarsi un boomerang. Di qui ecco le parole del presidente del tribunale vaticano, Giuseppe Dalla Torre: «Abbiamo a disposizione quattro udienze la prossima settimana e potrebbero bastare».

Gabriele è arrivato ieri nell’aula del tribunale vaticano da solo, scortato dai gendarmi ma senza l’accompagnamento di alcun familiare, e con qualche minuto di anticipo sull’orario fissato per l’udienza, le nove e trenta. Ha assistito impassibile allo svolgersi della prima udienza durata circa due ore e un quarto. Completo grigio chiaro, cravatta grigio scuro, camicia bianca, Gabriele è sembrato essere un po’ teso, seppure ogni tanto gli sia scappato qualche sorriso. Ha ascoltato il dibattimento per la maggior parte del tempo seduto e a braccia conserte. Di tanto in tanto, in particolare durante la sospensione dell’udienza per la camera di consiglio, ha scambiato qualche commento con il suo avvocato, Cristiana Arru, che gli sedeva davanti nella piccola aula del tribunale, che tra testimoni, spettatori, membri della corte, cancellieri e legali ha contenuto circa una trentina di persone. E’ stata Arru a chiedere che il tribunale facesse in qualche modo proprie anche le conclusioni alle quali è arrivata la commissione d’inchiesta cardinalizia voluta dal Papa. La richiesta però è stata respinta: la commissione è costretta al segreto pontificio e può riferire solo a Benedeto XVI. Sarà poi il Papa, eventualmente, a prendere decisioni di governo laddove venissero verificate responsabilità interne diverse da quella dello stesso Gabriele.

Nelle prossime udienze sarà chiamato a parlare come testimone il segretario del Papa, monsignor Georg Gaenswein. Del resto non poteva che essere così. Fu lui, nel mese di giugno, a convocare nel suo studio tutti i familiari del Papa e a chiedere a Gabriele se c’entrasse qualcosa con la fuga di documenti dall’appartamento papale. Da quell’incontro, che molti osservatori hanno definito “drammatico”, ha avuto inizio l’iter che ha portato fino al processo di ieri, in sostanza la soluzione del giallo Vatileaks. Oltre a Gaenswein, è prevista anche la testimonianza di Cristina Cernetti, una delle quattro “memores domini” (laiche consacrate di Comunione e liberazione) che servono il Papa in appartamento, e poi sei gendarmi vaticani: Giuseppe Pesce, Costanzo Alessandrini, Luca Cintia, Stefano De Santis, Silvano Carli, Luca Bassetti. Sono invece previsti cinque testimoni al processo a carico di Sciarpelletti: lo stesso maggiordomo del Papa, Paolo Gabriele, monsignor Carlo Polvani, responsabile informazione della segreteria di Stato vaticana, il vicecomandante della Guardia svizzera William Kloter, il comandante della gendarmeria vaticana Domenico Giani e il gendarme Gianluca Gauzzi Broccoletti. La seconda udienza si terrà martedì prossimo alle nove e trenta del mattino: è in programma l’interrogatorio dello stesso ex-maggiordomo papale.

Apparizioni. Mosè sconfigge i demoni


La mia possessione. Come mi sono liberato da 27 legioni di demoni” (Piemme), il libro di Francesco Vaiasuso con Paolo Rodari, è già alla seconda ristampa.

Si tratta di una testimonianza unica al mondo. Un uomo, Francesco, posseduto per più di trent’anni dai demoni, ha visto il proprio corpo attraversato dal male ma è sempre rimasto lucido, presente a se stesso. E così ha potuto raccontare. Cosa? Quello che ha visto. I demoni, certamente, ma anche i santi.

Fra le tante figure dell’altro mondo scese a confortarlo, una che meriterebbe da sola un libro intero: Mosè.

Ecco lo sconvolgente racconto di questa apparizione:

Sono sempre disteso sul letto in totale dissociazione.
Davanti a me appare qualcuno. “Qui oggi si perde” pensa il maligno che, atterrito, non osa muoversi.
«Chi sei tu?» gli chiedo.
La risposta che arriva squarcia il buio come un lampo in una notte tempestosa.
«Io sono Mosè» risponde un uomo alto non più di un metro e quarantacinque centimetri.
Si trova alle pendici di un monte. Dietro di lui una strada, inizialmente diritta ma che poi disegna dei tornanti, s’inerpica oltre una pineta verso una cima lontana e nascosta.
Sono davanti a lui, a pochi metri, fermo.
Intorno non c’è molta luce.
Mosè indossa un lungo mantello di raso molto luminoso. In testa ha un cappuccio. Ne comprendo il motivo: non posso guardarlo in viso.
Anche lui, come gli altri santi che vengono a trovarmi, comunica con me senza parlare. O meglio, mi parla col pensiero.
«Guarda questa strada. Porta sulla montagna che devi scalare.»
E poi: «Io non scendo quasi mai da questa montagna. Scendo davvero in casi rari, veramente rari».
Capisco che non mente. Lui è condottiero di folle, un trascinatore. Una persona dalla grande autorevolezza. Scende per i popoli, difficilmente per una singola persona. Capisco il privilegio che mi è concesso. E soprattutto capisco la profondità della notte in cui sono immerso. Solo notti particolarmente buie e tempestose possono giustificare la discesa di Mosè.
«Sono sceso perché mi è stato detto che qui c’è un ragazzo che sta molto male. Sono dovuto scendere di proposito. Non ti preoccupare. Tu seguimi. Mi caricherò del tuo peso. Ti porterò sulle mie spalle.»
In mano ha un bastone di legno curvo come quello dei pastori. Lo guardo estasiato, incapace di muovermi. Fa qualche passo verso la montagna facendomi cenno di seguirlo. Ma non riesco a incedere. I demoni mi inchiodano al terreno.
Mosè comprende la mia difficoltà e dice: «Seguimi, saliamo insieme».
Ma ancora sono fermo. Noto il suo mantello violaceo farsi più luminoso. Vedo il suo amore nei miei confronti. Capisco che ce la farò a seguirlo. Che sarò in grado di percorrere quel sentiero.
A un certo punto alza il braccio destro. È come se voglia scacciare qualcosa che si frappone fra me e lui. Muove il braccio velocemente prima a destra e poi a sinistra.
I suoi movimenti attenuano potentemente le forze che mi tengono inchiodato al mio posto.
Tanto che anche il cielo diviene più luminoso, e il sentiero più chiaro.
Mosè sale e io lo guardo sereno. Lo vedo ancora, sempre più lontano, camminare lungo il sentiero.
Mi fa comprendere che ce la farò, che arriverò in cima, che sarò in grado di seguirlo.
È quando è in cima che anch’io inizio a salire, camminando molto lentamente.
Poi la visione svanisce. Rimango nel letto in silenzio, libero, per lungo tempo. L’intera giornata che segue è di grande, immenso, benessere spirituale e anche fisico.