Ciellini combattuti tra la difesa di Formigoni e l’addio alle armi politiche

Comunione e Liberazione come l’Azione Cattolica?

C’è chi sostiene che è lì che Julián Carrón, il prete spagnolo che ha le redini del movimento fondato da don Luigi Giussani, sta portando Cl. Dopo anni in cui la sostanziale non accettazione delle distinzioni conciliari tra fede e impegno politico era prassi in Cl, oggi qualcosa sembra cambiare.

Un mutamento di rotta che porterebbe quell’esperienza di cristianesimo – “integralismo” lo definì il giornale ufficiale della chiesa francese, la Croix, il giorno successivo alla morte di Giussani – verso i lidi un tempo “maledetti” della cosiddetta scelta religiosa. Una scelta che portò negli anni Sessanta i cattolici ad abbandonare il collateralismo politico con il partito della Dc nel nome di un libero impegno dei laici e anche, di fatto, nel nome di una fuga dei cattolici nelle sagrestie che Cl non ha mai amato.

C’è chi dice che nei prossimi mesi Carrón sia pronto a ufficializzare il passo indietro. E’ così? Giancarlo Cesana, leader storico di Cl e già capo del defunto Movimento popolare, dice di “no”. “Questa cosa non la vedo”. Ma una recente lettera di Carrón a Repubblica è stata letta da molti come una sorta di scomunica dello stesso Carrón a Roberto Formigoni, e a un certo modo di intendere la fede in politica… Dice Cesana: “Le parole che Carrón ha riservato ai politici – nella lettera condanna coloro che indentificano il movimento “con l’attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita” non cristiani, ndr – sono semplicemente le parole di uno che ha la consapevolezza dei limiti che anche i politici vicini o che appartengono a Cl hanno. Niente di più. In questo senso più che la lettera inviata a Repubblica credo occorra leggere un’intervista che Carrón ha fatto al Corriere dove dice che l’esperienza cristiana ha a che fare con tutto, è insomma esperienza integrale, niente può essere lasciato fuori perché questa è la sua vera natura”.

Già, eppure la base non pare tranquilla. Da oltre tre mesi Antonio Simone è in carcere senza ancora una condanna. Gli organi ufficiali di Cl non ne parlano, seppure Simone non sia uno qualunque. Con Formigoni salì nel 1973 sul palco del Palalido di Milano per aprire la strada al Movimento popolare e fa parte del gruppo di responsabili di Cl della Lombardia.

Non parlarne, far finta che in qualche modo non esista, non è un arretramento? Risponde per tutti un vescovo nato e cresciuto in Cl, Luigi Negri. Dice: “Non so cosa significhi esattamente non parlarne. Io ne parlo. Tanto che gli ho scritto una lettera pubblicata su Tempi in cui, poche ore dopo che aveva ventilato l’ipotesi del suicidio, gli ho detto testuale di stare dalla sua parte, che ‘le vicende possono essere complesse, contraddittorie, e si possono manifestare attorno a noi atteggiamenti ingiustificabili, ma sappi che, nel profondo di ogni fatica e di ogni ingiustizia, c’è un appello personale di Gesù Cristo ad amarlo e a seguirlo incondizionatamente’”.

Parole accorate che hanno sollevato un popolo: più di 4 mila persone hanno firmato la lettera, un atteggiamento in qualche modo diverso da quello più prudente della leadership ciellina. Sul tema è intervenuto anche l’ex presidente della regione Piero Bassetti (ha sostenuto Pisapia alle recenti amministrative) che ha difeso anche Formigoni dando dello “stronzo” a chi ne chiede le dimissioni.

Sostegni non secondari che probabilmente sono serviti anche a convincere gli organizzatori del Meeting di fine agosto a non avere paura e cioè a invitare Formigoni “nonostante tutto”. Comunque sia, che si tratti di semplice prudenza o più propriamente di una scelta verso un arretramento dalle battaglie di sempre, un dato certo c’è: il dibattito interno è accorato. E la chiusura avvenuta in queste ore della rivista 30Giorni – mai riconosciuta come ufficiale da Cl seppure condotta da diversi ciellini vicini a Giulio Androtti, il principe della commistione tra fede e politica – altro non suona se non come un segno dei tempi.

Pubblicato sul Foglio venerdì 27 luglio 2012

I progressisti francesi promuovono Ratzinger “il rivoluzionario”. Per il settimanale Témoignage Chrétien le ultime decisioni di Benedetto XVI sono i simboli di un rinnovamento epocale

La durata media di un pontificato è di 7,19 anni. Papa Benedetto XVI ha appena superato questa soglia.

Il countdown, invece, perché diventi il sesto Pontefice più longevo della storia è appena iniziato: mancano 167 giorni, scrive infatti popes-and-papacy.com. Numeri importanti, sulla cui realizzabilità i cardinali che lo elessero il 19 aprile del 2005 non avrebbero probabilmente scommesso nulla.

E invece Ratzinger dimostra longevità, e rimane saldamente al timone della chiesa. La crisi di Vatileaks sembra non abbatterlo per nulla. E mentre incede coi suoi ritmi tenendosi stretto al proprio fianco il cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone, ecco che un po’ a sorpresa è la rivista principe del progressismo francese a elogiarlo. “Benedetto XVI il rivoluzionario”, scrive significativamente il prestigioso settimanale Témoignage Chrétien. Talmente “rivoluzionario” che “i vecchi conservatori liberali e gli spregiatori progressisti del Panzerkardinal sono posti di fronte alla loro malafede. E la chiesa militante milita”.

L’elogio è figlio delle ultime decisioni papali. Non solo “l’ultima pietra preziosa del suo scrigno”, ovvero “la nomina di monsignor Gerhard Müller, discepolo del grande teologo della liberazione Gustavo Gutiérrez, a capo della più potente congregazione romana, quella della Dottrina della fede”. Ma anche la decisione di nominare due santi dottori della chiesa, che Témoignage Chrétien descrive così: “Una suora che descrisse dettagliatamente la natura fisiologica dell’orgasmo femminile e un predicatore che criticava i ricchi cattolici antisemiti spagnoli”. Ovvero, sant’Ildegarda di Bingen e san Giovanni d’Avila.

“Questo vecchio Papa tedesco, teologo autore di 250 libri, continua a stupirci e a prendere di sorpresa”, sentenzia la rivista, che continua: Papa Ratzinger, “mentre con una mano cerca di ottenere, anche dolorosamente, il consenso della banda dei lefebvriani e d’imporre un’interpretazione del grande Concilio, quello del Vaticano II, con l’altra traccia delle prospettive rivoluzionarie incredibilmente ampie. Una rivoluzione nascosta, è vero. Ma di cui bisogna spiare i simboli poco appariscenti”.

San Giovanni d’Avila e sant’Ildegarda di Bingen sono “due santi oggi universalmente riconosciuti, ma che alla loro epoca furono sottoposti ad angherie e perseguitati più di quanto si possa pensare. Della badessa benedettina tedesca del XII secolo conosciamo ora la scienza quasi universale, quella che le permise di produrre sia trattati medici che compendi musicali. Si dimentica a volte che fu di gran lunga la prima a scoprire la circolazione sanguigna e che non disdegnò di descrivere nei minimi particolari la natura fisiologica dell’orgasmo femminile, lei, la suora, la mistica sposa di Dio. Si dimentica anche talvolta che, contro il furore del suo vescovo, contrariato da una tale libertà di parola, in particolare da parte di una donna, fu un Papa a prenderla sotto la sua protezione e a permetterle di proseguire le sue eccezionali ricerche”.

Anche san Giovanni d’Avila, seppure tre secoli dopo, nell’epoca della grandeur spagnola, diede la testimonianza della possibilità di quaerere Deum secondo la ragione. Scrive Témoignage Chrétien: “L’oratore immenso, che convertiva con il solo suono della sua voce sia le folle che i grandi, sia gli umili che gli intellettuali vanitosi, il san Giovanni Boccadoro occidentale che sognava di convertire le Indie di Colombo e che fu trattenuto sul suolo della penisola Iberica dalle sue ascendenze in parte ebraiche all’epoca sinistra della moda della limpieza de sangre, fu anch’egli preda dei gelosi, dei funzionari della chiesa locale, che gli intentarono dei processi per eresia. Ne uscì vittorioso e più grande, sia al suo tempo che davanti alla storia”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 26 luglio 2012