Mite ma di governo. Magister vede un Papa tutt’altro che rinunciatario

Dentro la tempesta denominata Vatileaks, Benedetto XVI si mostra calmo e sereno. Conferma la fiducia ai propri collaboratori – “Rinnovo la mia fiducia e incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti quelli che quotidianamente con fedeltà, spirito di sacrificio e in silenzio mi aiutano nell’adempimento del mio ministero” ha detto ieri al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro – e ricorda che molte ricostruzioni dei fatti che stanno scuotendo la Santa Sede oggi sono “illazioni amplificate” e “del tutto gratuite”, illazioni che vanno “ben oltre i fatti, offrendo un’immagine della Santa Sede che non risponde alla realtà”.

L’impressione è che egli sappia bene che un tentativo di golpe sia sostanzialmente in atto. Un golpe non contro di lui, ovviamente, quanto contro il segretario di stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone. Oggi egli rinnova a Bertone la propria fiducia – lo fa anche per dare un segnale ai dissidenti interni per i quali sembra sia stata avviata una procedura di rogatoria all’Italia – e aspetta l’evolversi delle indagini.

Secondo molti questa mitezza, quasi un’arrendevolezza, del Pontefice, sarebbe un tratto caratteristico del suo governo. Egli non si muoverebbe perché il suo intento sarebbe quello di tornare a una chiesa di retrovia che tanto aveva patito nel messianico pontificato del suo predecessore Giovanni Paolo II. Una chiesa meno politica e più spirituale, dunque, dove certe battaglie condotte direttamente nel cuore della società e dei suoi problemi siano ridimensionate. Una riflessione, questa, che non convince il vaticanista di lungo corso Sandro Magister. Dice: “Sono in disaccordo con chi vede in questa mitezza del Pontefice un segno della volontà di ritirarsi e di ritirare la chiesa in una specie di eremo. Non condivido questa visione perché se è vero che lo stile di Benedetto XVI è misurato, e insieme cortese, è anche vero che da quando egli è salito al soglio di Pietro ha messo in campo scelte dure e dirompenti soprattutto dal punto di vista normativo. Insomma, mitezza di stile ma anche grande decisione nel governo. Sono state queste decisioni, infatti, le cui conseguenze sono state evidentemente soppesate dal Papa, che hanno portato la chiesa a crisi significative interne. Ragioniamo: oggi tutti sono concentrati sulla fuga di documenti dal Vaticano verso l’esterno, ma la crisi attuale ha avuto il suo culmine anzitutto con la sfiducia comminata dal Board dell’Istituto per le Opere di religione al banchiere Ettore Gotti Tedeschi. La sfiducia è figlia di una decisione dirompente presa dal Papa sul piano normativo. Quale? Il Motu proprio del 30 dicembre del 2010 dedicato alla “prevenzione e al contrasto delle attività illegali in campo finanziario e monetario”. Quel Motu proprio portò alla creazione dell’Autorità d’informazione finanziaria (Aif) presieduta dal cardinale Attilio Nicora. L’Aif ha lavorato per la redazione della legge dedicata proprio alla trasparenza finanziaria (la legge numero 127) che avrebbe dovuto permettere al Vaticano di entrare in tempi relativamente brevi all’interno della White list dei paesi più virtuosi. Questa legge ha creato attriti. Ha diviso le posizioni, ha acuito le distanze tra i cardinali Nicora e Bertone. E Gotti Tedeschi, che ha lavorato in sintonia con Nicora, ha dovuto abbandonare il campo. Ora la domanda è: il Papa sapeva il pandemonio che avrebbe creato con questo Motu proprio? La mia risposta è sì. Sono scossoni che lui assesta volutamente alla curia romana, sperando che qualcosa cambi”.

Il Papa assesta scossoni, dunque, però poi non interviene quando le faide interne battagliano in campo aperto. Dice Magister: “Il Papa credo conosca bene ogni situazione interna. E ogni persona che lavora nella curia romana. Ma non è nel suo stile punire i comportamenti sbagliati con decisioni immediate. Sugli uomini ha il passo lungo, insomma. Ma ciò non toglie che sul piano normativo, e dunque sulla sostanza del governo della chiesa, egli sappia cosa fare. La stessa cosa l’ha dimostrata nel 2007 quando uscì un altro dirompente e significativo Motu proprio”.

Era il 7 luglio del 2007 quando Benedetto XVI firmò il Motu proprio Summorum Pontificum. Liberalizzò la messa in latino e, di fatto, aprì la strada a un ritorno – oggi ancora tutto da concretizzarsi – degli scismatici lefebvriani alla comunione con Roma. Scoppiò il finimondo dentro e fuori la chiesa. “Il Papa torna al medioevo” scrissero in molti. Dice Magister: “Il Papa sapeva quello che faceva e soprattutto era consapevole del polverone che andava a sollevare. Fu un potente atto di governo anche quello”. Poi, certo, “ci sono anche altre decisioni, come quella che sta al fondo dei dissidi interno alla curia in questo momento e cioè la scelta del segretario di stato nella persona di Bertone. In molti si chiedono perché non lo cambi, se davvero le cose vanno male anche per colpe sue. A mio avviso un cambio potrebbe avvenire nel giro di qualche mese. Ma che cambi o meno la sostanza resta: le crisi sono dovute all’attività normativa del Papa, un uomo mite ma insieme di governo”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 31 maggio 2012

Sofferente e calmo. Anzi fermo. Ratzinger nella bufera, il “riformista immobile” che piace ai progressisti

Dice lo storico Alberto Melloni che Vatileaks è figlia di un attacco “da destra” contro Papa Ratzinger: “Quando Joseph Ratzinger era il teologo più stimato da Hans Küng, non era mai abbastanza künghiano per lo stesso Küng. Adesso che poteva apparire una specie di santo protettore del conservatorismo cattolico non è abbastanza conservatore per i conservatori”.

Insomma, secondo Melloni il Papa avrebbe tradito le aspettative dei conservatori che lo volevano puntuale prosecutore delle battaglie wojtyliane di una chiesa inserita nell’agone pubblico e per questo motivo egli subisce dagli stessi conservatori di curia la tempesta denominata Vatileaks. Una tempesta che, tra l’altro, ancora in queste ore si preannuncia ricca di colpi di scena.

Ieri ci sarebbe stata una colazione in Vaticano fra Tarcisio Bertone, il manager ligure Giuseppe Profiti, e imprenditori anch’essi liguri al fine di vagliare la proposta di acquisizione di una banca straniera per consentire allo Ior di operare estero su estero. Si parla di nuovi interrogatori condotti dalla commissione cardinalizia incaricata e parallelamente dalla gendarmeria vaticana. Filtra la notizia della confessione di un laico che avrebbe ammesso di aver lavorato da dentro il Vaticano per fare uscire documenti “al fine di salvare il Papa da un piano massonico di distruzione della chiesa”. Insomma, di tutto di più, fino alla notizia di quattro persone, funzionari laici della Santa Sede, che sarebbero finite nel mirino della gendarmeria e che però, risiedendo in territorio italiano, non potevano essere oggetto d’indagine e quindi per ora non possono essere arrestate.

Ma oltre le indagini, oltre le notizie certe e le tante ancora da verificare e vagliare, c’è il fatto, ineluttabile, di un Papa che sta trovando proprio nelle difficoltà il proprio passo più consono.

Un Papa attaccato da destra, come sostiene Melloni, che “sta mostrando il proprio più genuino carattere, un Pontefice troppo prematuramente considerato, fin dai tempi in cui guidava l’ex Sant’Uffizio, il rottweiler di Dio”. A emergere sarebbe, secondo questa vulgata, il vero volto “spirituale” del successore del più “politico” Giovanni Paolo II.

Martiniano doc, mantovano, assiduo frequentatore di Giuseppe Dossetti fino alla fondazione della comunità “Famiglie della Visitazione”, don Giovanni Nicolini spiega al Foglio che è in queste ore “che sta uscendo il vero Ratzinger”. Spiega: “Benedetto XVI lo ricordo da cardinale tenere una conferenza a Bologna. La sua idea di chiesa era di minoranza, una chiesa di piccoli gruppi che vivesse di semplicità e del solo annuncio evangelico. Non a caso, anche da Pontefice, ha parlato di ‘minoranza creativa’. Alle tempeste di questi giorni egli non risponde con potenti programmi di governo, con contro-evangelizzazioni che sposterebbero l’attenzione dal marciume interno alla battaglia in campo aperto. No, egli soffre come soffriamo noi tutti, ma nello stesso tempo accetta la realtà. La chiesa, la sua e la nostra chiesa, è anche questa melma. Ma è anche fatta di piccole comunità che vivono semplicemente in una società che non è più cristiana, una società nella quale occorre inserirsi con discrezione abbandonando l’inutilità delle crociate. Minoranza creativa significa essere piccole realtà che si fanno forti soltanto del proprio annuncio, senza imposizioni o inutili proselitismi”.

Don Nicolini è cresciuto negli anni del dopo Concilio Vaticano II. La sua idea di chiesa è maturata sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, un pontificato col quale evidentemente non era (eufemismo) in una piena sintonia. Alle battaglie di Karol Wojtyla in difesa della dottrina e dei princìpi egli avrebbe preferito “una grande riflessione dentro e fuori la chiesa”. Su cosa? “Sull’idea stessa di chiesa, su cosa significa essere cristiani in un mondo che non è più tale”. Dice ancora: “E’ finita la cristianità come coincidenza di chiesa e stato, chiesa e cultura, chiesa e dimensione etica dei singoli. Del resto sono i fatti, drammatici e grotteschi, di queste ore a imporre questa evidenza. Anche a me dispiace, ad esempio, vedere che il terremoto ha distrutto le chiese intorno a Bologna, ma nello stesso tempo sono consapevole che sotto la distruzione c’è ancora una comunità che vive. Il Papa sembra inerme rispetto alla distruzione del Vaticano e comunque senz’altro se ne dispiace. Ma in realtà la sua arrendevolezza è voluta. Rimane fermo, quasi immobile, perché è consapevole che la chiesa non è ciò che appare, la chiesa sono i fedeli che questo venerdì andrà a incontrare a Milano, i fedeli che attendono il suo annuncio, la chiesa intesa come comunità, non come istituzione”.

Insomma, dopo le fasi “mediatiche” e “aristocratiche” del pontificato di Wojtyla, Benedetto XVI ha di fatto aperto un nuovo capitolo? “Tutti i tratti del ‘wojtylismo pubblico’ sono stati abbandonati senza inutili esplicitazioni polemiche”. Un concetto che ha scritto bene anche Melloni nel suo “L’inizio di Papa Ratzinger”: “I viaggi sono cambiati. La visibilità televisiva è sfumata”. Anche perché “il credito intellettuale dell’uomo è tale da consentirgli le mosse più attese: fare le riforme dell’istituzione ecclesiastica centrale, soprattutto in senso sinodale, che un candidato della politica italiana avrebbe senz’altro trascurato e che un candidato d’apertura non avrebbe forse osato imporre”.

Che abbia fatto o abbia ancora voglia fare le riforme, un dato emerge: Benedetto XVI, votato in conclave dall’ala conservatrice del collegio cardinalizio – i progressisti, non è un mistero per nessuno, gli preferirono prima Carlo Maria Martini e poi il gesuita argentino Jorge Bergoglio – sembra oggi la sponda più salda a cui possono guardare i cosiddetti conciliaristi.

Nel cinquantesimo anniversario dell’apertura di quel Vaticano II di cui Ratzinger fu perito – per molti di orientamento progressista – Benedetto XVI trova a sinistra i principali e più convinti sostenitori della sua mite azione riformatrice: vedono in lui l’antidoto al centralismo del “partito romano”, a quel papocentrismo che ha fatto grande il suo predecessore. All’opposto, c’è chi ritiene che gli auto proclamatisi ratzingeriani doc, suoi elettori in conclave, siano diventati per lui la principale zavorra alla sua stessa idea di chiesa e insieme al suo operato di purificazione. Sembra essere questa, almeno osservata dall’ottica del progressismo più fedele alla propria tradizione, la nemesi più evidente e clamorosa che Vatileaks consegna agli annali della storia ecclesiastica. Di certo, c’è un fatto: ancora una volta Ratzinger si dimostra irriducibile agli stereotipi che cercano di imbrigliarlo.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 30 maggio 2012