Cosa divide il Vaticano e i “veggenti di Ruini” sui miracoli di Medjugorje

La Commissione d’inchiesta presieduta dal cardinale Camillo Ruini sulle apparizioni della Madonna a Medjugorje ha finito nei giorni scorsi di ascoltare i veggenti ed entro il 2012 potrebbe essere pronta a consegnare alla Congregazione per la dottrina della fede, sotto la cui supervisione lavora, un suo parere.

Ma, secondo fonti consultate dal Foglio, aspetterà a pronunciarsi pubblicamente in merito. L’ex Sant’Uffizio, infatti, seppure in procinto di prendere visione dei risultati a cui è arrivata la Commissione, pare sia intenzionato ad aspettare molto prima di pubblicare un proprio verdetto finale: i fenomeni soprannaturali, del resto, sono ancora in corso e c’è la convinzione che sia azzardato dire qualcosa prima che questi finiscano. Oltre il Tevere la parola d’ordine è: prudenza. Che, tradotto in decisioni pratiche, significa “sospensione del giudizio”.

E, come fece Tarcisio Bertone nel 1998 quando era ancora segretario dell’ex Sant’Uffizio, dichiarare che “per il momento nihil obstat”. E cioè: anche se non si può ancora affermare con certezza che si tratta di fenomeni soprannaturali (e anche se non si può dire il contrario), si possono fare pellegrinaggi, i fedeli possono continuare a recarsi nella piccola cittadina della Bosnia. A predicare prudenza è anzitutto il Papa. Ma per lui prudenza non è sinonimo di disinteresse, tutt’altro.

Nel gennaio 2010 fece scalpore l’iniziativa presa dal cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn il quale, subito dopo il Natale, decise di recarsi a Medjugorje nonostante la Santa Sede chiedesse alle autorità della chiesa di non arrischiarsi in missioni simili. Il “pellegrinaggio” di Schönborn provocò, infatti, diverse polemiche. In molti in Vaticano s’indispettirono. Ma forse in pochi sapevano che Schönborn era andato a Medjugorje anche – ovviamente non soltanto – col preciso intento di raccogliere informazioni da riferire poi in seguito al Papa. Benedetto XVI, infatti, come prima Giovanni Paolo II, desiderava sapere, dopo cinque anni dall’elezione al soglio di Pietro, come stava evolvendo la situazione. Schönborn non ha potuto fare altro che annotare ciò che ha visto: un flusso di pellegrini sempre più convinto della veridicità delle apparizioni. E sempre più persuaso sembra sia lo stesso primate d’Austria che poche ore fa ha dichiarato queste parole: “E’ vero che la Madonna è dappertutto, ma è altrettanto vero che in questi luoghi se ne avverte una presenza molto più forte”. Gli hanno chiesto: come si fa a discernere la verità in eventi come quelli di Medjugorje? Ha risposto Schönborn: “L’aspetto fondamentale sono i frutti. I frutti dicono, i frutti parlano, i frutti sono rivelatori”.

Già, ma a Medjugorje, oltre ai frutti, ci sono i messaggi che ogni venticinque del mese la Madonna lascia ai fedeli. Messaggi che sempre invitano alla preghiera e che però molto danno da pensare anche in Vaticano. L’ultimo messaggio è di sabato. Parole che, in tempi di Vatileaks, senz’altro non hanno lasciato indifferenti i porporati alla guida del governo della chiesa: “Cari figli – ha detto la Madonna tra le altre cose – pregate col cuore. Voi parlate tanto ma pregate poco. Leggete, meditate la sacra scrittura e le parole scritte in essa siano per voi vita”.

Pubblicato sul Foglio martedì 28 febbraio 2012


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Fisichella: “Ecco la più grande furbizia di Satana”

Sull’ultimo numero di Oggi un lettore scrive a monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, in merito a L’ultimo esorcista.

E chiede: “Padre Amorth sostiene che il Papa avrebbe compiuto un esorcismo su due giovani ‘indemoniati’ tre anni fa in piazza San Pietro. Tuttavia il Vaticano minimizza. Ma le pare che dobbiamo ancora credere a queste cose?”

Risponde Fisichella: “Si dice che la più grande furbizia di Satana sia far credere di non esistere. Purtroppo non è così. Come esiste Dio, così esiste una forza estrema che lo combatte e incita gli uomini a lottare contro l’amore. Non è questo lo spazio per mostrare quante volte la Bibbia faccia riferimento al demonio. È interessante notare, tuttavia, che lo qualifica come ‘colui che divide’ e ‘crea discordia’. In effetti, sia nella Bibbia ebraica come in quella cristiana, Satana è il ribelle a Dio e la sua opera è tesa ad allontanare gli uomini dal bene. Gesù ha compiuto esorcismi durante la sua vita e ha comandato agli apostoli di fare altrettanto. La chiesa ha una lunga tradizione in proposito, e non va confusa con la fantasia che si riscontra in tanti romanzi e film. Di per sé, l’esorcismo può essere compiuto solo dal vescovo e da alcuni sacerdoti da lui indicati. Non è facile individuare la reale presenza del demonio in una persona, ma è possibile. Certo, non tutte le manifestazioni sono da riportare alla possessione diabolica. Molte volte sono patologie che fanno soffrire molto e richiedono una terapia corrispondente. Anche in questi casi, comunque, la preghiera è sempre uno strumento importante. Il rito dell’esorcismo è fatto di preghiere per chiedere al Signore l’aiuto della liberazione e quando è fatto confede profonda ottiene risultati. Come vi sono i discepoli del Signore, così vi sono i discepoli di Satana. La presenza di sette sataniche è diffusa, pur nel segreto e nascondimento. Riti satanici appartengono alla ‘liturgia’ di questi gruppi e, purtroppo, fanno dell’odio e della violenza il loro criterio di vita. Negli anni passati le cronache hanno riferito di diversi fatti delittuosi e non erano affatto frutto della fantasia. Il mondo moderno, così immerso nella tecnica, sbaglia se dimentica la dimensione spirituale”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 28 febbraio 2012


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La Quaresima arriva dall’Africa. Così B-XVI inizia le pulizie del Vaticano

La strada da percorrere per uscire dal pantano provocato da “Vatileaks” – l’incontrollata uscita di notizie, lettere, documenti riservati che mostrano una certa carenza di governance all’interno della Santa Sede – il Papa sta cercando di indicarla in questi giorni.

Non solo ha chiamato ad aprire il summit che ha preceduto il concistoro dello scorso fine settimana un presule che ha fatto dell’“ortodossia positiva” il senso del proprio ministero, Timothy Dolan, arcivescovo di New York – “Incarna l’interpretazione aperta e positiva dello spirito conservatore del cattolicesimo, che io stesso definisco ‘ortodossia affermativa’”, ha scritto recentemente il vaticanista americano John Allen – ma ha anche voluto che a tenere il ritiro spirituale di Quaresima che si apre settimana prossima alla presenza di tutti i capi dicastero vi fosse un’altra figura aliena dal tramestio che agita la Santa Sede: un cardinale fatto venire opportunamente da lontano, dal Congo, e cioè l’arcivescovo di Kinshasa Laurent Monsengwo Pasinya. Figura molto conosciuta anche dai media, per molti è lui il vero candidato africano per il prossimo Conclave.

L’intento di Benedetto XVI è chiaro: mostrare anzitutto alla chiesa e ai suoi vescovi che si possono superare le diatribe interne guardando oltre, a quelle personalità che nel mondo rappresentano l’eccellenza del cattolicesimo, le punte di diamante di quella nuova evangelizzazione a cui egli per primo tiene molto.

Beninteso: ciò non significa che egli non stia studiando, principalmente assieme al suo segretario particolare Georg Gänswein, strategie di governance diverse per l’immediato futuro, con cambiamenti importanti probabilmente anche tra i suoi principali collaboratori all’interno della curia romana, ma in generale la sua prima preoccupazione è quella di non rovistare nel torbido, quanto di alzare lo sguardo.

Monsengwo Pasinya viene chiamato a predicare gli esercizi dopo i cardinali in pensione Marco Cé, Giacomo Biffi, Albert Vanhoye e Francis Arinze, e dopo i religiosi Enrico dal Covolo e François-Marie Léthel.

Il suo arrivo a Roma è significativo soprattutto alla luce del fatto che nel recente concistoro non è stato creato nessun nuovo cardinale africano. La cosa, unita all’assenza di nuove berrette rosse provenienti da sedi residenziali del sud America, è stata accolta non senza qualche malumore: “Come si fa a dire che l’Africa e il sud America sono il futuro della chiesa se poi a ogni concistoro veniamo sistematicamente ignorati?”, ha detto durante il recente tradizionale ricevimento a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, per l’anniversario della firma dei Patti Lateranensi un importante diplomatico vaticano.

L’arcivescovo di Kinshasa è personalità con grandi capacità diplomatiche. S’impegnò con successo per il dialogo e la riconciliazione durante il regime dittatoriale di Mobutu Sese Seko, poi anche con Laurent-Désiré Kabila. E anche ora è molto ascoltato dal figlio di Laurent-Désiré, Joseph, presidente della Repubblica democratica del Congo dal 2001.

Nominato vescovo nel 1980 da Giovanni Paolo II, fu consacrato vescovo nel maggio 1980, a Kinshasa, durante il primo viaggio in Africa di Karol Wojtyla. Laureato in Teologia e dottore in Scienze bibliche, ha con Papa Benedetto un rapporto particolare. E’ stato Ratzinger, infatti, a chiamarlo alla guida dell’arcidiocesi di Kinshasa nel dicembre 2007, e poi a fare di lui, nel 2008, il primo africano segretario speciale di un Sinodo dei vescovi, in occasione del Sinodo sulla Parola di Dio. Nel concistoro del novembre del 2010, Benedetto XVI l’ha creato cardinale. Per molti osservatori è figura trasversale. Stimato dal Pontefice, è tenuto in considerazione dal cardinale arcivescovo emerito di Milano Carlo Maria Martini che disse di lui: è “amabile, come solo chi testimonia la fede è”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 23 gennaio 2012


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La sola presenza del Papa li aiuta a liberarsi

“Simply the presence of the pope can soothe and in some way help the possessed in their fight against the one who possesses them.”

Father Gabriele Amorth (Autor of The Last Exorcist: My Battle against Satan).
By New York Times, 14 feb 2012

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 22 febbraio 2012


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A che ora è la fine del mondo

Scrive padre Gabriele Amorth nel libro appena uscito “L’ultimo esorcista” (Piemme):

“La lotta tra il bene e il male è misteriosamente iniziata all’inizio del mondo e non terminerà se non quando il mondo avrà fine. La battaglia è quella ordinaria: gli uomini tutti i giorni lottano contro il proprio peccato. Ma è anche straordinaria: l’azione di Satana che possiede le persone è senz’altro un’azione straordinaria contro la quale gli esorcisti sono chiamati a stare in prima linea. Poi ci sono i suoi tentativi di sconvolgere il pianeta, le guerre, i popoli e le nazioni”.

“La sacra scrittura si apre da subito con l’irruzione del male nel mondo. La Genesi parla del peccato originale, della prima divisione che ha lacerato il mondo. Il peccato originale è un mistero dentro il quale non è facile entrare. Noi sappiamo solo una cosa: c’era un prima, una condizione privilegiata nella quale gli uomini godevano dell’incorruttibilità. E c’è un dopo: la nostra condizione di mortali, di uomini destinati a morire e a vivere i nostri anni sotto il potere del grande nemico, Satana”.

“La visione di Papa Leone XIII questo ci dice. Ma ci dice anche che la storia dell’umanità non è tutta uguale. Ci dice che il nostro tempo è un tempo particolare. È il tempo in cui a Satana è concesso di sferrare un attacco più duro e violento di altre volte, probabilmente il suo ultimo e definitivo attacco”.

“Che le cose stiano in questo modo l’ha confermato anche la Madonna a Medjugorje. È dal 1981 che la Madonna appare a Medjugorje. Si tratta di apparizioni sulle quali la chiesa ancora non si è espressa. Ma per me, lo dico senza paura, sono apparizioni vere e presto, io credo molto presto, tutto si svelerà nella sua potente luminosità”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 22 febbraio 2012


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Vatileaks. Card. Cottier: “Ho avuto un certo pensiero…”

“Mi è capitato di riflettere… e proprio durante le giornate del Concistoro, confrontandomi con altri confratelli, ho constatato che non ero stato il solo ad avere un certo pensiero. Che è questo: in tutto l’agitarsi attorno alla chiesa, si può vedere l’opera del maligno al lavoro. Nel senso che se la chiesa fosse assopita nella mediocrità, o occupata solo di intrighi, rivalità, il diavolo non avrebbe molto da fare. Ma se agita molto le acque allora vuol dire che c’è vitalità nella chiesa, che il maligno vuole contrastare. E questa vitalità è la forza della fede, è la vita cristiana che si manifesta in tutto il mondo”.

A dire queste parole ad Avvenire quest’oggi è il cardinale Georges Cottier, novant’anni ad aprile, per quasi vent’anni teologo della Casa Pontificia (leggi: “Cottier: Benedetto XVI è la colonna che tiene“).

Parole brucianti le sue, che dicono dell’esistenza, anche entro le mura leonine, di una forza oscura che spinge la chiesa verso l’autodistruzione.

Padre Gabriele Amorth, l’anziano esorcista delle diocesi di Roma, nel suo ultimo libro “L’ultimo esorcista” parla ampiamente del Vaticano e di Satana. E della battaglia che in particolare i Pontefici sono chiamati a compiere.

Scrive: “Non ci sono prove per dire che in Vaticano ci sia Satana, nel senso che non ci sono prove per dire che ci sono persone che in Vaticano svolgono riti satanici. Persone che sono volutamente schiave di Satana e che lavorano per instaurare il suo regno di buio, morte e distruzione in questo mondo. Io, almeno, non ho prove… Ricordo però il 3 febbraio 1977, le parole di Paolo VI durante l’udienza generale: ‘Non è meraviglia se la scrittura acerbamente ci ammonisce che tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno’. Paolo VI parla spesso del demonio. E spesso lega la sua figura alla chiesa. Perché? Forse perché vuole semplicemente ammonire la chiesa, chiederle di essere prudente, di fuggire le tentazioni di Satana. Ma, a mio avviso, c’è di più. Paolo VI in qualche modo si accorge che Satana è dentro la chiesa, forse addirittura dentro il Vaticano. E lancia l’allarme”.

Pubblicato su palazzoapostolico martedì 21 febbraio 2012


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Giovane, tedesco, ratzingeriano. Il nuovo capo divide i Legionari di Cristo

Accusato per mesi di troppa prudenza nei confronti dei Legionari di Cristo dei quali, per volere del Papa, è delegato incaricato di guidarne la transizione, il cardinale Velasio de Paolis due giorni fa ha affondato un colpo a suo modo storico, una scossa destinata a provocare un terremoto nella stessa Legione, soprattutto tra la vecchia guardia.

E’ delle scorse ore, infatti, la decisione di nominare padre Sylvester Heereman, tedesco di 37 anni, nel posto di maggior potere all’interno del movimento che fu fondato da padre Marcial Maciel Degollado: nuovo vicario generale. Heereman prende il posto di padre Luís Garza Medina, lo scorso luglio “retrocesso” come direttore generale di Stati Uniti e Canada.

Heereman non ha legami con la vecchia guardia, soprattutto con quello zoccolo duro della Legione ancora ben radicato in Messico. Non solo, è stato tra i primi a uscire allo scoperto, e cioè, saputa della seconda vita di padre Maciel, a chiedere pubblicamente che si facesse chiarezza e che si prendesse la strada della penitenza e della purificazione. Il segnale di De Paolis, dunque – un segnale arrivato non senza l’avallo di Benedetto XVI –, è chiaro: la rotta è definitivamente cambiata. E chi conosce bene Heereman conferma, nella Legione nulla sarà più come prima.

La nomina non è stata digerita da tutti. Infatti, a poche ore dall’annuncio di De Paolis, si è dimessa Malen Oriol, la leader della branca femminile dei Legionari. Con lei sono uscite anche una trentina di altre donne, tutte legate all’ex vicario generale Luís Garza. “Malen Oriol – si legge in una nota in inglese diffusa dai Legionari – l’assistente per la vita consacrata al direttore generale, ha inviato una lettera a tutte le donne consacrate con la quale annuncia di aver rassegnato le sue dimissioni al cardinale Velasio de Paolis. Nella sua lettera, ella menziona il fatto che alcune donne consacrate hanno domandato alla Santa Sede il permesso di vivere la loro consacrazione non come membro del movimento Regnum Christi ma sotto l’autorità di un vescovo. Al momento, Malen non ha chiarito se intende far parte di questo nuovo gruppo”.

Si tratta solo dell’ultima defezione. Alcuni mesi fa anche Jesus Colina, direttore e fondatore dell’agenzia di stampa cattolica Zenit, legata ai Legionari, ha lasciato il proprio incarico in polemica con la Congregazione che controlla il consiglio di direzione della testata. Lo hanno seguito tutti i capiredattori.

De Paolis ha sempre definito il proprio progetto “cambiamento nella continuità”, con l’accento sulla prima parola. Da cambiare – ha detto – sono “non poche cose”. Riguardano la libertà di coscienza, il ruolo dei confessori e direttori spirituali, le forme di controllo sulla vita quotidiana, e altro. Ma il punto su cui egli insiste di più è “il problema dell’esercizio dell’autorità all’interno della Legione”, compreso il modo con cui i superiori si rapportano tra loro. Un problema con oggi sostanzialmente risolto.

Pubblicato sul Foglio sabato 18 febbraio 2012


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Un papato penitenziale. L’isolamento quaresimale di Ratzinger e d’una chiesa di cui tutti parlano ma non per questioni di fede

Il tramestio di questi giorni, i leaks che escono dal Vaticano e finiscono sui tavoli dei quotidiani italiani, non scuotono la routine papale.

Benedetto XVI nel suo appartamento al terzo piano del palazzo apostolico lavora compostamente, e in ricercato isolamento, a ciò che maggiormente ama fare: scrivere. Non solo il terzo volume di Gesù di Nazaret dedicato ai Vangeli dell’infanzia (Luca e Matteo), ma anche i discorsi che settimana prossima, in apertura di Quaresima, si appresta a rivolgere al clero.

“Vorrebbe anche scrivere la quarta enciclica dedicata alla virtù teologale di cui ancora non ha parlato, la fede”, dice al Foglio un frequentatore assiduo dell’appartamento. “Ma non riesce a trovare il tempo”. Isolamento non significa che egli non sia preoccupato per la fuga di notizie e le sotterranee divergenze tra porporati: “Della chiesa di Roma”, ha detto ieri ai seminaristi della sua diocesi alludendo indirettamente alle recenti polemiche, “si parla in tutto il mondo, speriamo che si parli anche della nostra fede”. E poi l’affondo contro i media: “Non ci può essere il potere dell’apparenza, in cui alla fine conta quello che viene detto più della realtà”.

Quaresima, tempo penitenziale. Per molti, anche dentro la chiesa, è questo il canale sul quale Papa Ratzinger ha deciso di sintonizzare tutto il suo pontificato. Dopo i ventisei anni e mezzo trionfali del “Papa missionario” (copyright Luigi Accattoli), l’era Ratzinger, Papa teologo e scrittore che, investito dalla campagna sui reati e peccati del clero, chiede penitenza ed espiazione rifuggendo dalla battaglia sul campo, quella frontale.

Un esempio vistoso è di queste ore. Venerdì scorso, mentre il gotha d’oltretevere era impegnato in un symposium internazionale alla Pontificia università gregoriana tutto dedicato agli “errori della chiesa” incapace di arginare la pedofilia nel clero, dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, davanti alla Corte distrettuale del Wisconsin i denuncianti del caso “John Doe 16 vs. Holy See” annunciavano il ritiro dalla causa quando era data oramai per certa l’assoluzione piena per il Papa e per i cardinali Tarcisio Bertone (segretario di stato) e Angelo Sodano (decano del sacro collegio) accusati di avere responsabilità per gli abusi commessi da padre Lawrence Murphy, il prete che dal 1950 al 1974 aveva lavorato in una scuola per bambini sordomuti di Milwaukee, finito sulla prima pagina del New York Times nel marzo 2010, l’annus horribilis dello scandalo della pedofilia.

Nonostante il clamoroso esito della vicenda, nessuno tra le alte gerarchie vaticane osava dichiarare qualcosa in merito, a dimostrazione che, anche di fronte alla vittoria sulla faziosità di chi ha voluto portare in tribunale il Papa per crimini che non ha commesso, la parola d’ordine è ed è rimasta una: penitenza. E dunque silenzio, riserbo, ritiro. L’unico che, per doveri di ufficio, ha dovuto dire qualcosa è stato il legale della Santa Sede, l’avvocato Jeffrey Lena, il quale a Vatican Insider ha dichiarato come questa vicenda mostri “l’esistenza di un’azione congiunta a livello mondiale collegata agli abusi sessuali e diretta dal Vaticano. Su una teoria tanto datata quanto smentita è stata creata appositamente per i mass media una sequenza di eventi che ha trasformato un fatto gravissimo – la violenza sessuale perpetrata ai danni di un minore – in uno strumento di affermazioni mendaci circa presunte responsabilità della Santa Sede”. Quasi fuori tempo massimo su Avvenire è stato Gianni Cardinale, ieri, a domandarsi “dove sia finita la notizia”. Cardinale accusa esplicitamente i media di “sproporzione” tra il rilievo dato al caso, nel 2010, rispetto alla sua chiusura, ma non dice nulla in merito al silenzio interno.

L’esito positivo per la chiesa del caso Murphy e la reazione remissiva delle gerarchie mostra in modo lampante uno stigma, in sostanza il marchio che Benedetto XVI ha deciso di imporre al suo magistero, un’impronta che sembra portare la chiesa lontana dall’era Wojtyla, un tempo che era carismatico e politico assieme. Non è soltanto questione di stile: quello di Ratzinger è più sobrio, soprattutto a contatto con le masse, di quello di Wojtyla. E’ anche questione di sostanza.

“E’ un minimalista”, scrisse di lui nel 2005 Sandro Magister. Minimalista, è probabilmente questa l’accezione entro la quale lo stesso ex prefetto della Dottrina della fede si sente descritto. Che non ha necessariamente un connotato negativo. E’, piuttosto, un dato di fatto. Disse lo stesso Benedetto XVI di sé appena eletto al soglio di Pietro: “Il Papa non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la chiesa all’obbedienza alla parola di Dio”. “E a questo criterio”, scrisse ancora Magister, “si attiene anche nella gestualità pubblica. Di suo fa pochissimo. Vuole che i fedeli guardino all’essenziale, che non è la sua persona ma Gesù Cristo vivo e presente nei sacramenti della chiesa”.

Quello del Papa è un ritorno all’essenziale, alla chiesa intesa come comunità di fedeli che prega e che cerca nell’intimità con Dio il senso del proprio esserci. Anche Wojtyla cercava questa intimità, ma subito la trasformava in battaglia nel confronto con la modernità. Il teologo Ratzinger, dal palazzo dell’ex Sant’Uffizio, gli dava la linea nei campi più delicati, ma poi era Giovanni Paolo II, non Ratzinger, a puntare tutto su quella che in molti definirono la “geopolitica religiosa”, un elemento cardine del suo pontificato. Benedetto XVI è diverso: la sua è più una “teologia della storia” che una geopolitica. E’ più agostiniano che tomista.

Per lui il rapporto col mondo esterno è soprattutto di tipo religioso e culturale, non di tipo politico. Scrisse nel 2008 Aspenia, la rivista trimestrale di politica internazionale dell’Aspen Institute in Italia, che a differenza di Ratzinger Wojtyla aveva una precisa missione politica da compiere, una missione per la quale si spese fino a prese di posizioni estreme. Come quando chiese “interventi militari”. Dove? Ad esempio “a Timor Est, a Haiti, nell’Africa dei Grandi Laghi: in quest’ultimo caso senza essere esaudito, col conseguente incontrollato genocidio di intere popolazioni. L’espansione della libertà e della democrazia, infatti, era uno dei suoi princìpi guida”.

Uscito di scena Wojtyla, l’interrogativo naturale era se il suo successore sarebbe stato in grado, e come, di mantenere il papato al centro della scena mondiale. L’interrogativo era tanto più naturale in quanto Ratzinger era uomo d’altra tempra, teologo raffinato, difficile da immaginare come epico condottiero. “E in effetti, sin da subito”, scriveva ancora Aspenia, “Benedetto XVI rifiutò di imitare il suo predecessore”.

Ma per Samuel Gregg, direttore di ricerca dell’Acton Institute, c’è stato un momento nel quale il pontificato di Ratzinger si è avvicinato molto a quello di Wojtyla. Dice: “Nonostante quanto scriveva fin dai primi mesi dopo l’elezione l’Economist, che tendeva a raffigurare un pontificato alla deriva e con ‘prese di posizione pubbliche non molto brillanti’ in confronto a quello del ‘dinamico predecessore’”, è innegabile che “soprattutto a Ratisbona il Papa ha voluto civilizzare la società, dare dunque un’impronta politica al suo magistero”. E ancora: all’inizio del suo pontificato l’intento del Papa fu di “arrivare al cuore della corruzione dei paesi occidentali, una malattia che può essere descritta come patologia di fede e ragione. E a questo proposito, il discorso tenuto all’Università di Ratisbona nel 2006 potrebbe essere incluso tra i discorsi più importanti del XXI secolo, paragonabile al discorso tenuto ad Harvard nel 1978 da Alexander Solgenitsin sull’accuratezza nell’identificazione di alcuni demoni interni dell’occidente”.

Già, ma dopo Ratisbona? La chiesa ha perso la sua spinta offensiva? “Sì”, disse pochi mesi fa al Foglio il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna. “E’ vero. Ma ciò accade perché la purificazione è necessaria. Se la chiesa vuole essere una guida spirituale per la società, se la chiesa vuole avere questo ruolo come è giusto e legittimo che sia, deve confrontarsi con i suoi peccati. Perché non si può richiamare il mondo alla verità se la verità non si ha il coraggio di farla propria. Sembra di essere al tempo dei profeti dell’Antico Testamento. Le loro parole erano per il popolo come uno specchio. Il loro era un invito a guardarsi, a guardare i propri peccati e il proprio tradimento. Era Dio che attraverso i profeti chiamava la chiesa alla purificazione, alla metànoia che significa sempre un radicale e vissuto cambiamento del modo di pensare e di agire”. Per molti questo tratto del pontificato in corso apparteneva anche alla gestione pratica che l’allora cardinale Ratzinger faceva dell’ex Sant’Uffizio: durante le riunioni operative, sedeva di lato, lasciando all’allora monsignor Bertone il pallino. Interveniva poco e delegava molto.

Una caratteristica che Ratzinger ha oggi mantenuto, non senza ripercussioni sulla curia romana, una curia alla quale Benedetto XVI delega (con tutte le conseguenze del caso) l’esercizio del potere. Giovanni Paolo II aveva Stanislaw Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, che curava la gestione ordinaria della Santa Sede lasciandogli campo libero fuori dai confini, nei suoi innumerevoli e travolgenti viaggi. Oggi la situazione è differente. Georg Gänswein, il fedele segretario di Benedetto XVI, ha un compito diverso: “Da parte mia debbo essere presente e aiutare in modo invisibile”, disse nel giugno scorso poco dopo aver ricevuto un premio all’Università Cattolica di Milano. E ancora: “Dove non è possibile aiutare in modo invisibile devo cercare comunque d’essere discreto”. Discrezione, invisibilità, ritiro. Il tratto del pontificato in corso è entro tali confini che sembra manifestare gran parte del proprio Dna, anche in questi giorni di fughe di notizie, lettere e documenti dal Vaticano.

Pubblicato sul Foglio giovedì 16 febbraio 2012


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Maureen Dowd non ci crede, ma parla dell’Ultimo esorcista

Maureen Dowd non ci crede, all’esistenza di Satana, ma sul New York Times parla di lui, di padre Amorth e de “L’ultimo esorcista“.

Leggi: “The old black magic“. Don’t miss.

Pubblicato su palazzoapostolico mercoledì 15 febbraio 2012


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L’ultimo best seller

“Vendite boom per l’esorcista”, dice Italia Oggi. “Il diavolo attira lettori”.

Leggi qui l’articolo uscito oggi.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 14 febbraio 2012


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