La commissione Ecclesia Dei avrebbe voluto festeggiare l’anniversario che cade oggi dei cinquantatré anni dell’annuncio dell’indizione del Concilio Vaticano II – il 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII, a soli tre mesi dall’elezione, annunciò nella basilica di San Paolo fuori le mura l’intenzione di convocare l’assise – dando notizia della comunione ritrovata con i lefebvriani. Invece il ritorno è ancora in mente Dei e, stando alle notizie che giungono da Econe, sede della Fraternità fondata dal vescovo Marcel Lefebvre, ancora di là da venire.
C’è un paradosso all’interno del pontificato in corso: il Papa che chiede a gran voce il rispetto della tradizione, fatica a trovare un accordo con “l’estrema destra” del mondo cattolico. Più facile, per lui, rinsaldare con gli anglicani, quella parte di cristianità maggiormente su posizioni liberal.
Da Econe le parole suonano molto dure: a complemento della risposta al preambolo dottrinale inviato dal Vaticano, i lefebvriani hanno trasmesso un secondo testo nel quale affermano che gli insegnamenti del Concilio sono in contraddizione con gli enunciati del magistero tradizionale anteriore: libertà religiosa, ecumenismo, collegialità, ecclesiologia.
Dopo la liberalizzazione del messale preconciliare (2007), la revoca nel 2009 della scomunica ai quattro vescovi tradizionalisti e i due anni di colloqui dottrinali il nodo sembra non sciogliersi. A dividere Roma e i lefebvriani resta, ancora, l’ermeneutica del Concilio. Ratzinger insiste nella tesi del Vaticano II come riforma nella continuità con la tradizione dottrinale cattolica; i lefebvriani denunciano una rottura netta tra la chiesa post Vaticano II e la storia precedente.
Particolarmente oltraggiose, per Roma, le parole pronunciate in questi giorni dall’ala più dura dei lefebvriani, la frangia capeggiata dal vescovo Richard Williamson, già noto alle cronache per le sue posizioni negazioniste sulla Shoah: “Piuttosto sedevacantista scismatico che apostata romano”, è la sua ardita posizione. Per Williamson lo scisma non deve spaventare. Dice: “Un rischio maggiore di acquisire una mentalità scismatica sarebbe di contrarre la malattia mentale e spirituale dei romani di oggi avvicinandosi troppo a loro”.
A questo punto la palla è nelle mani di monsignor Bernard Fellay, capo dei lefebvriani. O prende le distanze dai più duri o il rientro della Fraternità è compromesso.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 25 gennaio 2011

