Lo strano caso della teologia della liberazione rivalutata in Vaticano

La possibile candidatura di Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona, quale nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede al posto del cardinale William Joseph Levada, ha suscitato qualche perplessità all’interno della curia romana per via dei suoi legami con il fondatore della teologia della liberazione, il prete peruviano domenicano Gustavo Gutiérrez.

Ieri, tuttavia, è stato l’Osservatore Romano a ricalibrare la figura di Müller pubblicando un suo articolo uscito lo scorso 6 dicembre sulla Tagespost. Il vescovo Müller, che vanta nel suo curriculum la cura dell’“Opera omnia” del teologo Ratzinger, ricorda che proprio all’interno della prossima uscita in Germania (febbraio 2012) del volume dedicato all’Escatologia saranno pubblicati due testi di Ratzinger nei quali egli, oltre a enucleare i “pericoli” insiti nel movimento teologico ne mostra anche “i princìpi positivi”.

Se risulta difficile affermare con certezza che l’uscita dell’Osservatore sia stata pensata per rivalutare il curriculm di Müller agli occhi dei critici, si può invece sostenere che all’interno della Santa Sede è in atto una sorta di rivalutazione di una teologia che, durante gli anni di pontificato di Giovanni Paolo II, era stata costantemente criticata. A una visione della teologia politicizzata che ha rischiato di ridurre la chiesa ad attività terrene, ha risposto anzitutto Wojtyla il quale, nel 1979 in Messico, dichiarò che la “concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della chiesa”.

Il prefetto Ratzinger aveva la medesima visione di Wojtyla. Ma è anche vero che, come dice Müller, i documenti usciti dalla sua penna quando era prefetto dell’ex Sant’Uffizio (“Libertatis nuntius” del 1984 e “Libertatis coscientiae” del 1986) non contenevano solo critiche. Dice Müller che, al contrario, prepararono la strada a “una vera teologia della liberazione che è strettamente legata alla dottrina sociale della chiesa e che nel mondo di oggi deve levare la propria voce. Una visione che, partendo dalla fede, realizza la realtà intera, storica del’uomo, come singolo e come società, offre orientamenti comportamentali non solo a singoli cristiani, ma anche sul piano delle decisioni politiche ed economiche”.

Oggi la teologia della liberazione è ancora viva. Recentemente è stato il suo fondatore, il prete peruviano Gustavo Gutiérrez, a dichiarare che essa “è ancora viva in America latina nonostante le ultime quattro decadi e il suo messaggio centrale, l’opzione preferenziale per i poveri, si ripercuote sul compito pastorale della chiesa”.

A Roma c’è un prefetto di Congregazione che viene da quell’esperienza. E’ l’arcivescovo brasiliano João Braz de Aviz, chiamato a guidare la Congregazione dei religiosi. Quando lo scorso febbraio arrivò a Roma, rilasciò un’intervista sull’Osservatore nella quale spiegò che la teologia della liberazione “non è solo utile ma anche necessaria’”. Perché ha permesso alla chiesa di scoprire “l’opzione preferenziale per i poveri”, che è una “opzione evangelica”.

Pubblicato sul Foglio sabato 24 dicembre 2011


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Gli auguri del Papa alla chiesa: più che “fare”, sconfiggere l’incredulità

Se si vuole capire la “mens” del Papa in chiave geopolitica occorre aspettare gennaio, ovvero il suo discorso annuale al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Ma se si vuole comprendere la visione del Pontefice inerente invece la chiesa al suo interno, la sua vita e la sua missione, occorre ascoltare con attenzione il discorso che ogni anno, poco prima di Natale, egli rivolge alla curia romana.

Anche il discorso di ieri, come da sette anni a questa parte, era scritto di suo pugno. Un discorso nel quale il Pontefice, che ha deciso che il 2012 sarà il tempo dedicato alla fede, è entrato nel cuore della “grande tematica di questo anno, come anche degli anni futuri”: la fede.

Quella fede che egli ha trovato viva, genuina e “senza stanchezza” nei viaggi in Africa e durante la Giornata dei giovani di Madrid e che, invece, sembra essersi persa in Europa. Ha detto il Papa: “Con preoccupazione, non soltanto fedeli credenti, ma anche estranei osservano come le persone che vanno regolarmente in chiesa diventino sempre più anziane e il loro numero diminuisca continuamente; come ci sia una stagnazione nelle vocazioni al sacerdozio, come crescano scetticismo e incredulità”.

L’anno appena trascorso è stato anche caratterizzato da un nuovo fiorire di venti contrari alla dottrina del cattolicesimo. Venti nati all’interno della cristianità, con le continue e ripetute richieste di riforma provenienti principalmente dai paesi europei nei quali è più radicata la presenza protestante.

Il Papa ieri è tornato su quella domanda sempre presente all’interno del suo magistero: “Che cosa è una riforma della chiesa? Come avviene? Quali sono le sue vie e i suoi obiettivi?”.

E la risposta è stata quella di sempre: “Esistono infinite discussioni sul da farsi perché si abbia un’inversione di tendenza. Certamente occorre fare tante cose, ma il fare non risolve il nocciolo del problema”.

Il problema non risiede in un deficit organizzativo ma in un deficit di fede. Il nocciolo della crisi della chiesa in Europa è la crisi della fede”. Occorre, dunque tornare alla fede, “all’incontro con Cristo”, altrimenti “tutte le riforme rimarranno inefficaci”.

Sembrava, ieri, d’esser tornati alla lezione del cardinale Ratzinger del 1990 intitolata “Compagnia semper riformanda”, dove compagnia era sinonimo esatto di chiesa. Disse Ratzinger: “La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la ‘nostra’ chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce purissima che viene dall’alto e che è nello stesso tempo l’irruzione della pura libertà”.

Alle richieste di riforma, insomma, Ratzinger risponde con un invito ad andare al nocciolo della fede, perché solo così la chiesa rinnova profondamente se stessa.

Pubblicato sul Foglio


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Basta discorsi agli ambasciatori, un Ratzinger di fede ma non di governo

L’udienza che Benedetto XVI ha concesso il 15 dicembre a un gruppo di nuovi ambasciatori presso la Santa Sede (tra gli altri, Trinidad e Tobago, Guinea Bissau, Svizzera, Burundi, Thailandia, Pakistan) è stata a suo modo storica. Infatti, come ha poi confermato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, “a differenza del passato non vi è un testo di indirizzo di saluto da parte dei singoli ambasciatori, né un testo specifico del Papa per ognuno di essi”.

La prassi dei discorsi, dunque, introdotta da Papa Paolo VI quando gli ambasciatori erano novanta, è stata abolita oggi che il numero di diplomatici accreditati in Vaticano (circa 180) – è questo il principale motivo – è divenuto più rilevante.

Quando Benedetto XVI salì al soglio di Pietro, il 19 aprile del 2005, furono diversi settori della chiesa che ipotizzarono l’arrivo di una riforma drastica della curia romana. Si diceva che Papa Ratzinger, dal 1981 prefetto dell’ex Sant’Uffizio e dunque profondo conoscitore delle difficoltà di comunicazione dei collaboratori del Papa tra di loro e con il Papa stesso, avrebbe riportato le lancette dell’orologio indietro, e cioè a prima di Paolo VI quando i capi dicastero della Santa Sede avevano accesso all’appartamento papale più volte al mese, quando la segreteria di stato era una mera “segreteria personale” e non il potente cono di bottiglia entro il quale tutti debbono passare per comunicare con l’appartamento pontificio.

Niente di tutto questo è avvenuto. E anzi, se possibile, la distanza tra i settori “bassi” della curia e il Papa si è in qualche misura acuita. E sono in molti ora a leggere nella notizia dell’abolizione dei discorsi del Papa ai diplomatici un segnale, piccolo ma non trascurabile, della volontà di non modificare lo status quo.

Non è un mistero per nessuno che i vari “ministeri” del Vaticano sono costretti sovente a lavorare come delle monadi – ne ha parlato diffusamente Marco Politi nel suo “Joseph Ratzinger. Crisi di un papato”).

Lo scorso 4 novembre – ne ha dato recentemente notizia il sito www.chiesa – il segretario di stato vaticano ha convocato un piccolo summit nel quale ha deciso la pubblicazione di una lettera circolare firmata dal sostituto dello stesso dicastero vaticano monsignor Angelo Maria Becciu.

La lettera impone il previo controllo della segreteria di stato su tutti i documenti dei dicasteri sottoscritti dal Papa. Secondo il Catholic news service, la lettera è stata determinata da un disguido verificatosi riguardo al messaggio del Papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, presentato nella sala stampa vaticana il 25 ottobre.

Alcuni ampi stralci di questo documento, infatti, erano stati diffusi dal Vatican information service, l’agenzia on line della Santa Sede, cinque giorni prima della data stabilita per la sua diffusione.

Che la segreteria di stato esiga un maggiore controllo sul lavoro dei “ministeri” vaticani è cosa legittima. Ma con questa mossa il problema della distanza tra gli stessi “ministeri” e il Papa non viene certo risolto. Del resto è lo stesso Benedetto XVI ad avere una visione poco pragmatica dell’attività di governo.

Già nel lontano 1968 scrisse, in “Introduzione al cristianesimo”, che “i veri credenti non danno mai eccessivo peso alla lotta per la riorganizzazione delle forme ecclesiali… la chiesa, infatti, non è per lo più là dove si organizza, si riforma, si dirige, bensì è presente in coloro che credono con semplicità”. E ha spesso poi ripetuto il concetto. Non una scomunica dell’attività governativa, quanto una presa di coscienza che non è lì, nell’attività di comando, che la chiesa gioca la sua partita più decisiva.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 21 dicembre 2011


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Ai cattolici non interessa il partitino (Bagnasco prende nota). Solo il 9 per cento crede in una rappresentanza confessionale. Il dopo Todi non decolla, ma Casini e Riccardi non mollano

E’ piuttosto eloquente l’ultimo sondaggio dell’Ipsos commissionato dalla Fondazione Achille Grandi. Sempre meno cattolici ritengono necessario che esista un partito che li rappresenti: 9 per cento contro il 22 del 2007. Dati che dicono che, anche per gli stessi cattolici, difficilmente una formazione di centro cristianamente ispirata avrebbe un qualche appeal.

Lo sa bene il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che è intervenuto due giorni fa a un convegno promosso da Retinopera, il “braccio” politico e sociale la cui azione è promossa dalla stessa Cei. Ad ascoltarlo, alla Pontificia Università Gregoriana, c’erano diverse personalità, molte delle quali in rappresentanza di sigle che due mesi fa al convegno di Todi, interrogandosi sul futuro dei cattolici in politica, si erano dette pronte a imboccare strade nuove: tra gli altri il presidente di Azione cattolica Franco Miano, il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, il presidente delle Acli Andrea Olivero, il leader di Rinnovamento nello Spirito Salvatore Martinez, il portavoce del Forum di Todi Natale Forlani, il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione, e anche il direttore di Avvenire Marco Tarquinio.

Bagnasco, ancora una volta, ha ricordato che il faro a cui devono guardare i cattolici impegnati in politica è principalmente quello dei valori, quei princìpi non negoziabili che il magistero della chiesa chiede non vengano mai disattesi. In questo senso egli ha chiesto un impegno ancora maggiore a Retinopera, senza delegare a soggetti terzi questo stesso impegno. Netta la presa di posizione sui valori: “Chi non conosce il pregiudizio secondo il quale il magistero sarebbe inattendibile perché poco trasparente e obsoleto rispetto all’interpretazione della realtà?”, ha domandato Bagnasco.

E ancora: “Nel momento stesso in cui si debella dalla coscienza il magistero, senza rendersene conto già lo si sostituisce con un surrogato”. Di qui la critica del cardinale ai cattolici cosiddetti “adulti”, un’espressione attorno alla quale vigilare “perché non succeda anche qui un più o meno volontario slittamento semantico, come se l’espressione implicasse l’adozione di atteggiamenti di autosufficienza e di autonomia dal magistero della chiesa”.

E’ vero, sempre due giorni fa in un’intervista al Corriere della Sera, Bagnasco non ha escluso che in futuro torni l’unità dei cattolici in politica – “si vedrà” ha risposto a una domanda in merito –, ma a oggi l’ipotesi resta semplicemente una strada a cui non si vuole preventivamente chiudere la porta: ancora al Corriere Bagnasco ha ricordato che l’unità è anzitutto “sui valori” che va cercata, non su altro.

Nonostante le parole di Bagnasco il mondo cattolico resta in grande agitazione. Le manovre per creare al centro dello schieramento una nuova terza forza cattolica aperta ai laici non sono tramontate: ne è una prova un manifesto intitolato “Iniziativa per l’Italia” e promosso dai leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa, dall’ex popolare del Pd Giuseppe Fioroni, dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni e dal fondatore di Sant’Egidio nonché ministro della Cooperazione Andrea Riccardi.

Si tratta di un’iniziativa tipicamente di centro che alcuni mal di pancia è riuscita a provocare in quelle associazioni presenti a Todi che invece stavano lavorando per qualcosa di diverso: non è un mistero per nessuno che molte delle sigle presenti a Todi stiano lavorando per la creazione di un nuovo soggetto sul modello del Ppe, un qualcosa di alternativo dunque a un’alleanza di centro che strizzi l’occhio principalmente al Pd.

Pubblicato sul Foglio martedì 20 dicembre 2011


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La campagna antipedofila nell’Olanda pansessualista e scristianizzata

Tra i vescovi olandesi è stato l’ex arcivescovo di Rotterdam, Adrianus Herman van Luyn, a spingere un anno fa perché la Conferenza episcopale del suo paese chiedesse ufficialmente che una Commissione d’inchiesta indipendente lavorasse sui presunti abusi commessi all’interno delle parrocchie e degli istituti religiosi del paese.

Presieduta dall’ex ministro di fede protestante Wim Deetman, la Commissione (sei persone in tutto) ha lavorato su archivi ufficiali della chiesa che coprono un arco di tempo molto ampio, dal 1945 a oggi. La conclusione è che circa 800 persone, non soltanto preti ma anche religiosi, suore e dipendenti laici di scuole, istituti religiosi e parrocchie, hanno commesso abusi sessuali su minori.

Sulla base di 1.795 segnalazioni, il numero di abusi si stima – il report parla di stime e non di dati certi – possa oscillare tra i diecimila e i ventimila casi. “Sono soltanto stime” dicono dalla Conferenza episcopale olandese, che però domani ha intenzione di inviare nelle chiese delle sette diocesi del paese i vescovi personalmente, per leggere una lettera “sostanzialmente di scuse”. Non solo, la chiesa olandese è anche pronta a risarcire le vittime: il costo totale dei risarcimenti dovrebbe superare i cinque milioni di euro.

Che l’inchiesta sia stata voluta principalmente da van Luyn, vescovo salesiano, dice molte cose. Secondo fonti contattate in Olanda dal Foglio, infatti, l’80 per cento degli abusi sarebbe stato commesso all’interno degli istituti religiosi.

Van Luyn ha dovuto gestire il difficile caso del prete salesiano olandese di 73 anni – si conoscono soltanto le iniziali, padre van B. – che era salito agli onori della cronaca in quanto appartenente alla Martijn, un’associazione legalmente riconosciuta in Olanda e che sostiene le relazioni pedofile: “Sono perfettamente legittime” dicono, “seppure discriminate dalla società”.

La notizia aveva suscitato indignazione perché padre Herman Spronck, superiore dei salesiani in Olanda, aveva appoggiato, in un’intervista concessa mesi fa a Rtl News, van B. arrivando a sostenere che se il bambino è consenziente il rapporto sessuale con un adulto è legittimo. Per molti la spinta di van Luyn perché si aprisse una commissione è stata anche un modo tramite il quale il presule ha cercato di spostare l’attenzione dal suo ordine.

Il periodo preso in considerazione dalla commissione è molto ampio. Ma chi conosce la realtà olandese sostiene che certe derive sono nate dopo il Vaticano II, gli anni dell’ascesa del domenicano Edward Schillebeeckx, il campione della nuova teologia al passo con la cultura dominante. In quegli anni fu il cardinale Bernard Jan Alfrink, arcivescovo di Utrecht, a pubblicare un nuovo catechismo portatore di grandi aperture sui temi della sessualità, del celibato dei preti.

L’indagine olandese si chiude a pochi giorni dall’addio al collegio dei cardinali elettori (80 anni il 26 novembre scorso) del cardinale Adrianus Johannes Simonis, arcivescovo di Utrecht e primate d’Olanda dal 1983 al 2007, e idealmente si collega a una crisi della fede ben più grave. Nel 2009 Avvenire pubblicò una sconvolgente inchiesta relativa alla chiesa in Olanda. Simonis, grande amico di Papa Wojtyla, denunciò un paese nel quale il 41 per cento della popolazione dichiara di non avere alcun credo religioso e il 58 per cento non sa più che cosa sia il Natale. Una chiesa nella quale, scrive Avvenire, “vi sono domenicani e gesuiti che teorizzano e mettono in pratica messe senza più sacerdozio né sacramento cristiano, nelle quali sono i presenti a consacrare collettivamente,

Pubblicato sul Foglio sabato 17 dicembre 2011


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Finché Chiesa non vi separi. Aprire ai divorziati risposati? I fedeli premono e Ratzinger riflette.

Sono tanti i segnali che dicono che Joseph Ratzinger si è scrollato di dosso l’immagine di “panzerkardinal” che gli affibiarono quando era prefetto dell’ex Sant’Uffizio, per la vulgata un uomo di curia conservatore e tanto potente da essere in grado di frenare le spinte di riforma messe in campo da Karol Wojtyla. Le cose non sono mai state esattamente così. L’ultimo segnale in ordine di tempo è un articolo uscito il 30 novembre scorso sull’Osservatore Romano. Evidentemente non senza il suo consenso, il giornale vaticano ha rilanciato un testo dell’attuale Pontefice datato 1998, arricchito da una nota che riporta le parole da lui dette al clero della diocesi di Aosta nel luglio 2005. In quel testo, pur ribadendo la giustezza del divieto di concedere l’eucaristia ai divorziati risposati, apre un varco nuovo in merito, anche perché – sono parole di quel discorso – il problema, pur “difficile”, “deve essere approfondito”. Il varco che Benedetto XVI intravede si possa aprire è declinato in due punti, che il vaticanista Sandro Magister sintetizza così: “Il possibile ampliamento dei riconoscimenti di nullità di quei matrimoni che sono stati celebrati ‘senza fede’ da almeno uno dei coniugi; il possibile ricorso a una decisione ‘in foro interno’ di accedere alla comunione, da parte di un cattolico divorziato e risposato, qualora il mancato riconoscimento di nullità del suo precedente matrimonio contrasti con la sua ferma convinzione di coscienza che quel matrimonio era oggettivamente nullo”. Un’apertura, quest’ultima, che sembra contraddire il testo firmato da Ratzinger il 14 settembre 1994 nel quale si dice esplicitamente che senza la nullità del primo matrimonio contratto, l’eucaristia non può essere data: la chiesa “afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla comunione eucaristica”.

L’argomento è delicato. Nei giorni scorsi, secondo quanto ha riportato sulla prestigiosa rivista cattolica nordamericana U.S. Catholic Paul Zulehner, teologo austriaco docente di Teologia pastorale all’Università di Vienna e amico del cardinale Christoph Schönborn, i vescovi del suo paese dopo essersi riuniti “a porte chiuse” hanno inviato a Roma un documento che chiede una nuova pastorale per i divorziati risposati, norme più elastiche circa l’ammissione all’eucaristia. I vescovi austriaci, infatti, come e probabilmente di più che in Italia, devono continuamente fare i conti con fedeli che partecipano attivamente alla vita delle parrocchie, spesso occupano i primi posti nei consigli pastorali, ma soffrono il divieto eucaristico. “I consigli pastorali delle parrocchie sono pieni di laici separati divorziati che spingono per accedere all’eucaristia” dice Zulehner.

Al Foglio è padre Gianfranco Grieco, capo ufficio del Pontificio consiglio per la famiglia e direttore della rivista del medesimo dicastero, a lanciare un allarme che non è usuale sentire provenire da dentro le mura vaticane: “C’è molta preoccupazione. Ogni mese arrivano a Roma i vescovi delle diverse diocesi del mondo per le rispettive visite ad limina. Passano da Benedetto XVI e poi fanno le ‘stazioni’ nei vari ‘ministeri’ della Santa Sede. Quando arrivano da noi si dicono preoccupati per i tantissimi fedeli che, divorziati, si sono poi risposati, e che chiedono loro nuove risposte in merito al divieto del ricevimento dell’eucaristia. Soffrono e si sentono emarginati, anche perché molti di loro il divorzio l’hanno di fatto subìto. Dicono ai vescovi di vivere perennemente in attesa di un qualche cambiamento che però non arriva mai”. Il Papa ha in animo davvero di cambiare le regole? “A questa domanda non so rispondere. So però che fu lui ad Aosta a parlare di ‘grande sofferenza’. Disse che quando era prefetto della Dottrina della fede aveva invitato diverse conferenze episcopali e specialisti a studiare il problema. Disse che in merito alla nullità del matrimonio celebrato senza fede era possibilista ma che poi ‘dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito’”.

La richiesta di rivedere il divieto oggi non è, come in molti pensano, a esclusivo appannaggio dei cosiddetti “cattolici del dissenso”, le anime insomma più liberal della chiesa. E’ vero, soprattutto nei paesi nordeuropei, dove forte è la presenza del protestantesimo, sono i movimenti legati ai gruppi Noi siamo chiesa a inserire nella propria piattaforma di riforme anche la questione dei divorziati risposati. Ma, oggi, sono anche alcuni settori “ortodossi” della comunione cattolica a chiedere ripensamenti almeno a livello teologico. Perché, dicono, “i varchi ci sono, basta aprirli”.

Sotto il pontificato di Benedeto XVI il dibattito è stato serrato, per molti più serrato di quanto non avvenne nei difficili anni del post Concilio e poi negli anni wojtyliani. Dopo le parole del Papa al clero aostano, ad esempio, è stata la facoltà telogica di Milano a mettere per iscritto una sua proposta. Su Teologia, la rivista della facoltà, Alberto Bonandi ha proposto una nuova “via” per ammettere alla comunione, a determinate condizioni, i cattolici divorziati risposati. Prete della diocesi di Mantova, docente di Morale fondamentale e teologo di rango, Bonandi, sostiene che è possibile presupporre sia la permanente validità del precedente matrimonio, sia la continuità piena della seconda convivenza, inclusi i rapporti sessuali. Ancora oggi, infatti, può accedere alla comunione soltanto chi, pur continuando a convivere con una persona diversa da quella validamente sposata, rinuncia ai rapporti sessuali. Secondo Bonandi il punto debole dell’attuale normativa risiede proprio qui, laddove essa impone, per l’ammissione alla comunione, la rinuncia ai rapporti sessuali tra i due conviventi, pur consentendo tra essi la coabitazione, il rapporto affettivo, il mutuo sostegno, la cura dei figli.

Con questo, ha detto Bonandi, “sembra che la dottrina cattolica finisca per riconoscere la liceità, in una seconda relazione, di molti aspetti che caratterizzano il matrimonio, esclusi solo i rapporti sessuali”. Ma ciò sembra contraddire l’insegnamento della chiesa sull’unità dei “fini” del matrimonio, quello unitivo e quello procreativo: “Il primo dei quali sarebbe lecito e anzi doveroso da perseguire anche nella convivenza dopo un matrimonio fallito, mentre l’altro no”. “Coerenza vorrebbe” invece “che si dichiarasse illecita la seconda relazione di coppia nella sua concreta totalità di affetto, coabitazione, relazioni sessuali, generazione ed educazione dei figli, e dunque che il semplice status di conviventi comunque impedisse, finché dura, l’accesso ai sacramenti. Oppure che si cercasse un’altra via…”.

La proposta Bonandi ha creato dibattito non solo a Roma ma anche nella stessa prestigiosa facoltà teologica lombarda. Tanto che, qualche tempo dopo, è stata ancora Teologia a tornare sul tema, correggendo però di molto il tiro. Il teologo morale Marco Doldi, sacerdote di Genova e preside della locale sezione della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha sostanzialmente corretto Bonandi dicendo che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a patto che rinuncino ai rapporti sessuali: “E’ importante che teologi e pastori d’anime aiutino a capire come la disciplina penitenziale che richiede la sospensione dei rapporti sessuali, se accettata, è ricca di conseguenze positive anche sulla vita della chiesa… Aiuta tutti i fedeli ad avere un profondo rispetto per il sacramento dell’altare… E aiuta chi si sta preparando al matrimonio a vedere con più profondità la serietà dell’impegno matrimoniale e a cogliere il valore dell’indissolubilità”.

Qualche mese dopo, fu invece il Vaticano a lanciare un segnale inequivocabile. Nel 2009, la Commissione teologica internazionale che affianca la Congregazione per la dottrina della fede rinnovò la propria squadra per volontà del Papa. Tra le new entry ci fu proprio Doldi: “La sua nomina conferma che la dottrina della chiesa sulla comunione ai cattolici divorziati e risposati non cambia, a dispetto della richiesta del cardinale Carlo Maria Martini di ridiscutere la questione e di dedicare a essa addirittura un nuovo Concilio” ha scritto Magister.

Benedetto XVI non ha parlato soltanto al clero di Aosta. Più volte ha tenuto discorsi al Tribunale della Rota romana. Qui ha chiesto di approfondire il caso del matrimonio celebrato senza fede ma insieme ha ribadito con forza la necessità di far sì che chi accede al sacramento del matrimonio lo faccia con piena coscienza di quanto si va a celebrare. Anche perché, dice al Foglio don Paolo Gentili, direttore dell’ufficio per la famiglia della Conferenza episcopale italiana, “se indeboliamo la verità del sacramento del matrimonio cosa ci rimane?”. Don Paolo lavora sul campo. Recentemente ha seguito un gruppo di più di 150 separati, alcuni risposati. “Molti di loro” dice “conoscono meglio di chi vive il matrimonio il valore dell’eucaristia”. E spesso accettano “con convinzione il divieto di accedervi”. Certo, “per molti il divieto è occasione di sofferenza. Ma il Papa è stato chiaro. Ha detto che sposarsi in chiesa è un diritto solo se si crede nella ‘verità’ del matrimonio, ossia di un atto per la realizzazione del ‘bene integrale, umano e cristiano, dei coniugi e dei loro futuri figli, volto in definitiva alla santità della loro vita’. Discende da qui l’importanza della preparazione al matrimonio cristiano, anche per evitarne, successivamente, la nullità. Ciò a cui è giusto puntare è la celebrazione di matrimoni validi, che più matrimoni possibili vengano celebrati con piena coscienza”.

Nel 1993 furono tre vescovi tedeschi, Karl Lehmann, Walter Kasper e Oskar Saier, a dirsi favorevoli alla possibilità di ammettere i divorziati risposati all’eucaristia se essi, dopo un incontro con un prete, avessero ritenuto in coscienza di esservi autorizzati. Una possibilità che, nonostante si avvicini a quanto Ratzinger ha sostenuto nel 1998, solleva ancora oggi parecchi dubbi. La via proposta da Lehmann, Kasper e Saier venne sostanzialmente ripresa il 3 febbraio scorso quando un importante quotidiano tedesco, la Süddeutsche Zeitung, pubblicò un memorandum firmato da 143 teologi di lingua tedesca sotto il titolo “Chiesa 2011: una partenza necessaria”.

Tra le varie richieste di riforma c’era anche quella relativa al divieto di ricevere la comunione da parte di divorziati risposati. In Vaticano è stata annotata, soprattutto dai settori più conservatori della curia, la risposta puntuale scritta sul giornale cattolico tedesco dal professor Manfred Hauke, docente di Dogmatica nella facoltà teologica di Lugano. Hauke entra come un panzer sul tema della coscienza dicendo che la “libertà di coscienza” così come la intendono coloro che chiedono riforme, “separa evidentemente la coscienza del soggetto dalla verità oggettiva a cui la coscienza deve orientarsi. Non ha senso applicare la libertà di coscienza per approvare, ad esempio, delle coppie omosessuali e l’adulterio. Newman parlerebbe qui di un preteso ‘diritto alla caparbietà’ (vedi ‘Lettera al duca di Norfolk’)”. Secondo Hauke nel voler rivedere la dottrina sui divorziati risposati “non si vede solamente l’influsso di una più profonda conoscenza teologica, bensì una perdita di fede e di morale. Gli elementi fondamentali della dottrina apostolica vengono sacrificati a un pensiero che vuol essere aggiornato alla situazione attuale”.

Da che parte sta il Papa? La risposta non è facile come sembra. Quando i teologi tedeschi firmarono il memorandum sostennero ad esempio che sul celibato sacerdotale Ratzinger era d’accordo con loro perché nel 1970 aveva firmato un testo analogo. In realtà l’Osservatore ha chiarito nei mesi scorsi che Ratzinger lavorò sì alla stesura del testo ma quando poi questi venne reso pubblico il suo nome non apparve tra gli estensori.

Il dibattito in Germania è tornato a infiammarsi poche settimane fa, quando Benedetto XVI per la terza volta è tornato a far visita al suo paese natale. Sul settimanale Focus è stato monsignor Wilhelm Imkamp, consultore della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a criticare duramente quei settori della chiesa tedesca che hanno palesemente appoggiato la richiesta di riforma avanzata dal presidente tedesco Christian Wulff. Nel discorso tenuto a Berlino davanti al Papa, Wulff ha espresso la speranza che la chiesa cattolica faccia un passo in direzione dei divorziati: “Milioni di persone che vivono in matrimoni interconfessionali e i milioni di cattolici risposati, ma anche molti altri gruppi aspettano un messaggio di liberazione”. “Se il cristiano cattolico Wulff usa il suo incarico politico e le possibilità che questo gli apre per discutere dei suoi problemi personali con e nella chiesa si può parlare senz’altro di un certo sconfinamento”, ha detto Imkamp. Il quale ha poi lamentato la presenza nella chiesa tedesca di “troppi teologi brontoloni di professione, che nel complesso diffondono troppo poca gioia della fede” e ha ricordato che, se la chiesa tedesca non resterà fedele al Vaticano, rischierà di trasformarsi in un “agente patogeno con un forte potenziale di contagio per la chiesa universale”.

Al di là delle reprimende, poche settimane prima della partenza del Papa per la Germania, è stata la rivista cattolica progressista francese Témoignage chrétien a spiegare in un lungo reportage che “non solo molti cattolici, ma anche molti vescovi (almeno in privato) dicono di essere a disagio relativamente alla posizione della chiesa cattolica riguardante le coppie di divorziati risposati”.
“Non c’è da stupirsi” spiega la rivista. “Anche se soffocate e represse per un certo periodo, le vere questioni tornano a galla.

Tanto più che il numero dei divorzi è aumentato: in Francia c’è il 50 per cento di divorzi rispetto ai matrimoni. I divorziati risposati sono sempre più numerosi nelle assemblee liturgiche e tra i responsabili ecclesiali. Molti preti non si ritengono autorizzati, in coscienza, a dire a proposito della comunione eucaristica: ‘Venite a tavola… ma non mangiate’. Non si tratta di banalizzare una situazione che comprende il suo peso di ferite e sofferenze, né di considerare tutto in funzione di quella realtà. Sono persone diverse, per la loro origine e la loro storia, ma anche per la prova coniugale che hanno dovuto vivere e che le segna, come nei casi di abbandono da parte del marito o della moglie. Spesso, il secondo matrimonio dà una stabilità e una maturazione che permettono di costruire un nuovo progetto nella fiducia. Nelle sue prescrizioni, la chiesa non tiene conto di questa diversità”.

Fu nel 1980 che il sinodo dei vescovi sulla famiglia chiese, con 179 voti contro 20, “che ci si dedicasse a una nuova ricerca in merito, tenendo conto anche delle chiese d’oriente, in modo da mettere meglio in evidenza la misericordia pastorale”. Questa richiesta, spiega Témoignage chrétien, “non ha prodotto alcun risultato” Nel 1992, in un documento intitolato “Les divorcés remariés”, la Commissione della famiglia dell’episcopato francese propose: “Quando i divorziati risposati desiderano sinceramente avanzare sul cammino della santità, ma non possono accettare l’idea di separarsi, specialmente a causa dei figli, la chiesa non potrebbe, senza imporre loro di vivere nella continenza, dare loro l’assoluzione e ammetterli alla comunione eucaristica? Non potrebbe, almeno, riconoscere loro il diritto di decidere in coscienza quello che devono fare? E ancora: accogliere, dar prova di misericordia, invitare al discernimento, situare questa difficoltà nella sua dimensione ecclesiale: non sarebbe più evangelico che sfoderare proibizioni?”. Il Papa ci sta pensando. Anche se per ora, il nuovo varco, è aperto soltanto sulla carta, non ancora insomma de facto.

Pubblicato sul Foglio sabato 17 dicembre 2011


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Comunione ai divorziati? C’è un documento segreto

E’ stato il teologo Paul Zulehner, docente di Teologia pastorale all’Università di Vienna e amico del cardinale Christoph Schönborn, a tornare all’interno della prestigiosa rivista cattolica nordamericana U.S. Catholic sulla questione del divieto per i divorziati risposati di accedere alla comunione. “A porte chiuse” dice, “i vescovi austriaci hanno lavorato su un nuovo documento pastorale sul divorzio”. Il testo “non è stato reso pubblico ma sembra sia stato spedito a Roma per approvazione. Quale sarà il risultato finale?”.

Zulehner non sa rispondere, ma dice: “La chiesa cattolica universale dovrebbe imparare dalle chiese ortodosse” che hanno la potestà di togliere l’impedimento di legame, “come raccomandava il cardinale Franz König – arcivescovo di Vienna dal 1965 al 1985, ndr – quasi 50 anni fa”.

Zulehner dice che in Austria la situazione è drammatica: i consigli pastorali delle parrocchie sono pieni di laici separati divorziati che spingono per accedere all’eucaristia.

E dice che oggi anche Joseph Ratzinger sarebbe vicino a un ripensamento – secondo Zulehner dello stesso avviso sarebbero anche i cardinali tedeschi Walter Kasper e Karl Lehmann – almeno per i “casi limite”. Ovvero per quei casi che più di trenta anni fa dettagliò in un documento il vescovo ausiliare di Vienna, Helmut Krätzl: quando il matrimonio è stato sciolto da un tempo abbastanza lungo da rendere irrealistica una riconciliazione; quando chi ha contribuito allo scioglimento del primo matrimonio si è pentito e ha cercato di fare ammenda delle sue azioni; quando il secondo matrimonio è vissuto in un regime di integrità morale certa.

Il “documento Krätzl” venne firmato anche da König e inviato all’ex Sant’Uffizio. Per anni König ricevette pressioni dalle anime conservatrici del Vaticano perché lo ritirasse. Ma, disse, “anche se lo ritirassi ciò che abbiamo scritto continua a rimanere vero”.

Non ci sono prove per dire che Ratzinger sia in sintonia con Krätzl e con le sue richieste. Ma ciò non significa che il Papa non stia pensando a nuove soluzioni: “Il problema è difficile e deve essere approfondito” ha detto più volte Ratzinger il quale, durante il viaggio in Germania, nonostante la richiesta di molti fedeli di avere parole in merito, non ha detto nulla.

Lo scorso 30 novembre però è stato l’Osservatore Romano a dire qualcosa rilanciando un suo scritto del 1998, con in calce una nota che riporta le parole da lui dette in merito ai preti aostani nel 2005. “Una nota importante”, dice Sandro Magister, “perché riguarda proprio un punto sul quale Benedetto XVI ritiene si possa aprire un varco al generale divieto della comunione”.

Il Papa ammette che ci sono matrimoni che i tribunali ecclesiastici non riconoscono come nulli seppure sia ferma convinzione di uno dei due coniugi che quel matrimonio sia oggettivamente nullo. In questi casi occorrerebbe un ripensamento, dice il Papa.

Poi il secondo varco: quello del matrimonio contratto tra battezzati non credenti. E’ il loro matrimonio davvero sacramentale? Disse il Papa ad Aosta che è “dolorosa” la condizione di coloro che non credenti si sono sposati in chiesa e che poi, trovandosi in un nuovo matrimonio non valido, si convertono e sono esclusi dall’eucaristia. Se davvero si possa trovare qui un momento di invalidità perché al sacramento manca una dimensione fondamentale non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma il problema deve essere ancora approfondito”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 14 dicembre 2011


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Il Papa nella culla dei cattolici latinos che salveranno la chiesa latina

Sono lontani i tempi nei quali Papa Giovanni Paolo II, era il 1992, definiva “lupi famelici” le sette protestanti in piena espansione tra i cattolici dell’America latina.

Oggi l’aria è parecchio cambiata. Benedetto XVI conosce bene i pericoli insiti nel neo pentecostalismo sudamericano – secondo fonti citate domenica da Avvenire ogni ora 400 latinoamericani abbandonerebbero la chiesa cattolica per seguire un nuovo gruppo protestante o evangelical – ma insieme è convinto che se il cattolicesimo nel mondo avrà ancora un futuro importante questo dipenderà in larga parte dai fedeli dell’America latina.

Fedeli che il Pontefice non a caso ha deciso di omaggiare, volando per la seconda volta nel loro continente: la prossima primavera Benedetto XVI partirà alla volta del Messico e di Cuba, seconda tappa sudamericana del suo pontificato dopo il viaggio del maggio del 2007 in Brasile.

Papa Ratzinger è da tempo consapevole della forza espansiva dei cattolici sudamericani. Non a caso tre giorni fa anche il segretario della Pontificia Commissione per l’America latina, l’avvocato uruguayano Guzmán Carriquiry (“Nessun laico cristiano nei secoli moderni era salito nel governo centrale della chiesa più in alto di lui”, ne aveva scritto su Repubblica Giancarlo Zizola lo scorso maggio) ha detto ad Avvenire che sono i cattolici sudamericani a suscitare “più credibilità e speranza”. La loro espansione, infatti, sembra inarrestabile, già nel continente “l’80 per cento della popolazione è battezzata nella chiesa cattolica”. In Sudamerica “la pietà popolare invece di sfibrarsi e impoverirsi, permane tuttora con manifestazioni che commuovono i nostri popoli”.

Fuori dal Sudamerica, il paese che beneficia maggiormente di questa vitalità sono gli Stati Uniti. Secondo un sondaggio condotto dal Pew Forum Religion, infatti, da qui al 2030 i latinoamericani cattolici saliranno negli Stati Uniti dal 33 al 41 per cento. Un’autentica rivoluzione sociale e religiosa. Sono dati che in Vaticano non sono sfuggiti.

Non a caso nel 2007 il Papa ha creato cardinale Daniel DiNardo, vescovo a Galveston e Houston nel Texas, diocesi nella quale il numero dei cattolici latinos è in vertiginoso aumento e dove mai in precedenza un vescovo era stato onorato con la porpora.

A Los Angeles, invece, nel 2010 il Papa ha sorpreso tutti nominando arcivescovo José Horacio Gómez. Il motivo fu chiaro: Gómez è leader dei cattolici ispanici americani, una personalità di peso e carismatica alla quale nel 2005 il Time Magazine dedicò una copertina definendolo tra i più influenti ispanici viventi degli Stati Uniti. Tra i cattolici statunitensi con più di 60 anni la stragrande maggioranza sono bianchi, ma tra quelli d’età tra i 18 e i 40 quasi la metà sono latinos, cioè arrivati dal Messico e da altri paesi del continente. Dato che dice una cosa: che sono queste nuove leve le uniche in grado di compensare l’abbandono della chiesa cattolica da parte di giovani bianchi sotto i 30 anni, la fascia d’età più erosa dalla secolarizzazione.

Non ci sono soltanto i dati del Pew Forum Religion a confermare l’espansione del cattolicesimo di matrice latinoamericana. In Vaticano è ritenuto ancora attuale un libro uscito in Italia più di cinque anni fa. Fu “La terza chiesa. Il cristianesimo nel XXI secolo” di Philip Jenkins – storico delle religioni e professore alla Pennsylvania State University – a riportare, dati alla mano, come la contrazione del cristianesimo europeo e in generale occidentale è compensata dal nuovo cristianesimo latinoamericano, che non è più soltanto pentecostale o evangelical ma anche cattolico.

Pubblicato sul Foglio martedì 13 dicembre 2011


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Nuovo Custode della fede cercasi, meglio se somiglia a Ratzinger

Il palazzo del Sant'Uffizio

La notizia che nel mese di febbraio con ogni probabilità Benedetto XVI concederà la berretta cardinalizia a una dozzina di vescovi – oggi i cardinali elettori sono 111, nove in meno del tetto massimo previsto; a fine 2011 diventeranno 110, mentre entro il mese di febbraio saranno 108 – non è l’unica importante del nuovo anno. C’è anche il cambio decisivo, per la curia romana di domani, del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Il 75enne cardinale statunitense William Levada, infatti, ha già preso accordi per ritirarsi nella San Francisco che lo vide arcivescovo dal 1995.

Levada venne chiamato da Ratzinger in sella all’ex Sant’Uffizio principalmente per curare la sezione disciplinare del “ministero” che l’attuale Papa aveva guidato dal 1981. Levada, negli Stati Uniti, aveva vissuto in prima persona lo scoppiare dello scandalo della pedofilia – nel 2006 fu chiamato a testimoniare a San Francisco in merito ad abusi commessi da alcuni preti quando, prima del 1995, era vescovo a Portland – e l’esperienza maturata era ritenuta da Ratzinger preziosa in un momento in cui il Vaticano veniva messo pesantemente sotto accusa per i crimini di pedofilia.

Oggi, anche grazie alla pubblicazione delle norme del motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” che aggiornano le regole relative ai “delitti gravissimi”, la situazione è stata normalizzata ed è esigenza sentita da molti oltre il Tevere che l’ex Sant’Uffizio torni a insistere maggiormente sull’elaborazione di documenti dottrinali, quel prezioso lavoro che aveva fatto aumentare l’influenza del teologo Ratzinger all’interno del pontificato wojtyliano.

Il nome che molti osservatori danno come più probabile per succedere a Levada è quello di Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona. Membro della Commissione per la dottrina della fede tedesca dal 1998 al 2002, vanta nel suo curriculum il fatto di aver curato l’“Opera omnia” del teologo Ratzinger. Un lavoro che l’ha portato a essere assieme all’arcivescovo di Colonia, il cardinale Joachim Meisner, uno dei presuli tedeschi che maggiormente ha accesso all’appartamento papale.

Ma in molti si domandano: tutto ciò gli basterà per arrivare fino a Roma? A quanto risulta al Foglio niente è ancora deciso. Non è un mistero per nessuno che Müller consideri il fondatore della teologia della liberazione, il prete peruviano domenicano Gustavo Gutiérrez, suo maestro. E la cosa potrebbe non giovargli del tutto: due volte negli anni Ottanta la Dottrina delle fede guidata da Ratzinger dovette intervenire pubblicamente su questioni dottrinali sollevate da Gutiérrez. Nel 1983, in particolare, il futuro Pontefice chiese ai vescovi peruviani chiarificazioni sui legami tra la teologia di Gutiérrez e il marxismo. Posizioni che Müller in qualche modo sembra fare proprie quando chiede alla chiesa di impegnarsi nella lotta contro il capitalismo neoliberale.

Benedetto XVI ha indetto per il 2012 un Anno della fede, legando questa indizione al cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II. “L’Anno della fede, annunciato nei giorni scorsi dal Papa, deve essere considerato una delle iniziative caratterizzanti di questo pontificato” ha commentato a caldo il portavoce vaticano padre Federico Lombardi. A significare che per il Papa della corretta ermeneutica del Concilio la chiarezza del magistero, e dunque della corretta trasmissione della fede, è una priorità imprescindibile. Per questo motivo il nome del nuovo prefetto dell’ex Sant’Uffizio è decisivo. “Non un teologo ma un maestro del magistero” è il profilo che sinteticamente tracciano oltre il Tevere per questa figura che verrà scelta da Benedetto XVI senza badare troppo al numero di cardinali che già rappresentano i diversi continenti o paesi in Vaticano.

Pubblicato sul Foglio sabato 10 dicembre 2011


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Toh, il prete non è pedofilo e incastra i media irlandesi (e la pavida chiesa)

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Manca un mese a gennaio 2012. Una data a suo modo storica per la chiesa cattolica. Esattamente dieci anni fa, infatti, nel gennaio del 2002, un quotidiano dava notizia per la prima volta di uno scandalo lagato alla pedofilia nel clero.

Fu il Boston Globe a riportare la vicenda di padre John Geoghan, il prete che costringerà successivamente il cardinale Bernard Law, allora arcivescovo di Boston, alle dimisssioni. Il prete che, accusato di aver abusato di oltre 130 bambini nell’arco di trent’anni di carriera, venne ucciso in carcere nell’agosto del 2003.

A distanza di dieci anni, ancora il caso Geoghan rappresenta per molti un simbolo spaventoso del fallimento della chiesa: spostato di parrocchia in parrocchia nonostante i suoi crimini, ha mietuto vittime senza che nessuno abbia fatto nulla per opporsi. Dopo Geoghan è arrivato padre Kevin Reynolds. Prete nella contea di Galway, nell’ovest dell’Irlanda, è divenuto anche lui il simbolo dei fallimenti della chiesa nel suo paese, l’esempio a cui guardare quando si vuole parlare della piaga della pedofilia nel clero, una piaga sulla carta enorme se si pensa che è soltanto ai fedeli irlandesi, e non a quelli di altre chiese, che Benedetto XVI ha dovuto scrivere una lettera sostanzialmente di scuse e penitenza.

Ma la domanda che oggi molti si fanno è una: Papa Ratzinger avrebbe scritto ugualmente la sua lettera se avesse saputo la verità su Reynolds? Probabilmente sì. Seppure le ultime notizie relative al prete di Galway insegnano quanta superficialità (o peggio) vi possa essere nei media quando decidono di impiccare sulla pubblica piazza un prete per il supposto crimine di pedofilia. La notizia di queste ore, infatti, è clamorosa: Reynolds, il “Geoghan europeo” come lo chiama John Allen in un suo lungo reportage, è innocente. Non ha mai abusato di bambini. Non è un pedofilo.

Sessantacinque anni, parroco irlandese che aveva trascorso parte della vita come missionario in Kenya, Reynolds da diversi mesi è diventato suo malgrado una “star” della televisione nazionale irlandese Rte. Una trasmissione provocatoriamente intitolata “In missione per predare” l’ha messo nel mirino: Reynolds, come altri preti irlandesi, è partito per la missione per “predare” minorenni e non per “pregare” con loro. Una giornalista di Rte è addirittura partita per il Kenya. Qui ha intervistato una donna di nome Veneranda che ha dichiarato che Reynolds l’aveva violentata nel 1982. A seguito di quella violenza la donna era rimasta incinta. Sheila, la figlia quattordicenne di Veneranda, è cresciuta senza suo padre, appunto Reynolds. Veneranda ha anche dichiarato che, prima dell’arrivo di Rte in Kenya, Reynolds l’ha contattata offrendo soldi in cambio del suo silenzio.

Forte di queste accuse, Rte è andata fuori dalla parrocchia di Galway di Reynolds il giorno in cui questi stava somministrando la prima Comunione a dei bambini: “Ecco” ha dichiarato una voce fuori campo “il prete pedofilo e stupratore libero di dare la prima Comunione a dei bambini”.

Reynolds ha però reagito. Ha dichiarato alla stampa di essere innocente, di non aver mai abusato di minori e che, per dimostrare la sua non colpevolezza, si sarebbe sottoposto al test di paternità. Rte non gli ha creduto e, in attesa dei risultati, ha continuato a infangarlo.

Intanto anche la chiesa si adeguava alle accuse. E in linea coi nuovi protocolli rimuoveva immediatamente Reynolds dai suoi incarichi.

Dopo qualche giorno due test del Dna effettuati da due società diverse scagionavano del tutto il prete irlandese stabilendo che non è Reynolds il padre del bambino. E’ stato il direttore di Rte Noel Curran, prima di dimettersi, a dettare un comunicato di scuse che recita così: “Rte comunica senza riserve che le affermazioni fatte contro padre Kevin Reynolds sono senza qualsivoglia fondamento e false, e che padre Reynolds è un sacerdote della massima integrità, il cui servizio senza macchia reso alla chiesa per quarant’anni ha dato un valido contributo alla società in Kenya e in Irlanda sia nel campo dell’istruzione sia nel campo della pastorale”. Ha detto ancora Curran: “Questo è stato uno degli errori editoriali più gravi che io abbia mai fatto”.

La vicenda ha creato qualche imbarazzo anche nelle gerarchie irlandesi. L’arcivescovo Diarmuid Martin di Dublino, che più di altri ha accusato i vescovi locali e anche la curia romana di non aver fatto abbastanza per arginare il problema della pedofilia, ha detto che nonostante tutto a suo avviso i media irlandesi non hanno pregiudizi nei confronti della chiesa.

Pubblicato sul Foglio giovedì 8 dicembre 2011


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