Lo strano caso della teologia della liberazione rivalutata in Vaticano

La possibile candidatura di Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona, quale nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede al posto del cardinale William Joseph Levada, ha suscitato qualche perplessità all’interno della curia romana per via dei suoi legami con il fondatore della teologia della liberazione, il prete peruviano domenicano Gustavo Gutiérrez.

Ieri, tuttavia, è stato l’Osservatore Romano a ricalibrare la figura di Müller pubblicando un suo articolo uscito lo scorso 6 dicembre sulla Tagespost. Il vescovo Müller, che vanta nel suo curriculum la cura dell’“Opera omnia” del teologo Ratzinger, ricorda che proprio all’interno della prossima uscita in Germania (febbraio 2012) del volume dedicato all’Escatologia saranno pubblicati due testi di Ratzinger nei quali egli, oltre a enucleare i “pericoli” insiti nel movimento teologico ne mostra anche “i princìpi positivi”.

Se risulta difficile affermare con certezza che l’uscita dell’Osservatore sia stata pensata per rivalutare il curriculm di Müller agli occhi dei critici, si può invece sostenere che all’interno della Santa Sede è in atto una sorta di rivalutazione di una teologia che, durante gli anni di pontificato di Giovanni Paolo II, era stata costantemente criticata. A una visione della teologia politicizzata che ha rischiato di ridurre la chiesa ad attività terrene, ha risposto anzitutto Wojtyla il quale, nel 1979 in Messico, dichiarò che la “concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della chiesa”.

Il prefetto Ratzinger aveva la medesima visione di Wojtyla. Ma è anche vero che, come dice Müller, i documenti usciti dalla sua penna quando era prefetto dell’ex Sant’Uffizio (“Libertatis nuntius” del 1984 e “Libertatis coscientiae” del 1986) non contenevano solo critiche. Dice Müller che, al contrario, prepararono la strada a “una vera teologia della liberazione che è strettamente legata alla dottrina sociale della chiesa e che nel mondo di oggi deve levare la propria voce. Una visione che, partendo dalla fede, realizza la realtà intera, storica del’uomo, come singolo e come società, offre orientamenti comportamentali non solo a singoli cristiani, ma anche sul piano delle decisioni politiche ed economiche”.

Oggi la teologia della liberazione è ancora viva. Recentemente è stato il suo fondatore, il prete peruviano Gustavo Gutiérrez, a dichiarare che essa “è ancora viva in America latina nonostante le ultime quattro decadi e il suo messaggio centrale, l’opzione preferenziale per i poveri, si ripercuote sul compito pastorale della chiesa”.

A Roma c’è un prefetto di Congregazione che viene da quell’esperienza. E’ l’arcivescovo brasiliano João Braz de Aviz, chiamato a guidare la Congregazione dei religiosi. Quando lo scorso febbraio arrivò a Roma, rilasciò un’intervista sull’Osservatore nella quale spiegò che la teologia della liberazione “non è solo utile ma anche necessaria’”. Perché ha permesso alla chiesa di scoprire “l’opzione preferenziale per i poveri”, che è una “opzione evangelica”.

Pubblicato sul Foglio sabato 24 dicembre 2011

Gli auguri del Papa alla chiesa: più che “fare”, sconfiggere l’incredulità

Se si vuole capire la “mens” del Papa in chiave geopolitica occorre aspettare gennaio, ovvero il suo discorso annuale al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Ma se si vuole comprendere la visione del Pontefice inerente invece la chiesa al suo interno, la sua vita e la sua missione, occorre ascoltare con attenzione il discorso che ogni anno, poco prima di Natale, egli rivolge alla curia romana.

Anche il discorso di ieri, come da sette anni a questa parte, era scritto di suo pugno. Un discorso nel quale il Pontefice, che ha deciso che il 2012 sarà il tempo dedicato alla fede, è entrato nel cuore della “grande tematica di questo anno, come anche degli anni futuri”: la fede.

Quella fede che egli ha trovato viva, genuina e “senza stanchezza” nei viaggi in Africa e durante la Giornata dei giovani di Madrid e che, invece, sembra essersi persa in Europa. Ha detto il Papa: “Con preoccupazione, non soltanto fedeli credenti, ma anche estranei osservano come le persone che vanno regolarmente in chiesa diventino sempre più anziane e il loro numero diminuisca continuamente; come ci sia una stagnazione nelle vocazioni al sacerdozio, come crescano scetticismo e incredulità”.

L’anno appena trascorso è stato anche caratterizzato da un nuovo fiorire di venti contrari alla dottrina del cattolicesimo. Venti nati all’interno della cristianità, con le continue e ripetute richieste di riforma provenienti principalmente dai paesi europei nei quali è più radicata la presenza protestante.

Il Papa ieri è tornato su quella domanda sempre presente all’interno del suo magistero: “Che cosa è una riforma della chiesa? Come avviene? Quali sono le sue vie e i suoi obiettivi?”.

E la risposta è stata quella di sempre: “Esistono infinite discussioni sul da farsi perché si abbia un’inversione di tendenza. Certamente occorre fare tante cose, ma il fare non risolve il nocciolo del problema”.

Il problema non risiede in un deficit organizzativo ma in un deficit di fede. Il nocciolo della crisi della chiesa in Europa è la crisi della fede”. Occorre, dunque tornare alla fede, “all’incontro con Cristo”, altrimenti “tutte le riforme rimarranno inefficaci”.

Sembrava, ieri, d’esser tornati alla lezione del cardinale Ratzinger del 1990 intitolata “Compagnia semper riformanda”, dove compagnia era sinonimo esatto di chiesa. Disse Ratzinger: “La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la ‘nostra’ chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce purissima che viene dall’alto e che è nello stesso tempo l’irruzione della pura libertà”.

Alle richieste di riforma, insomma, Ratzinger risponde con un invito ad andare al nocciolo della fede, perché solo così la chiesa rinnova profondamente se stessa.

Pubblicato sul Foglio