Così i vescovi americani fanno lobbying (26 milioni) per i propri valori

Comanda l’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, il gruppo di pressione americano, formato da repubblicani e democratici insieme, noto per il forte e dichiarato supporto allo stato di Israele. Ma a sorpresa, a ruota seguono i cattolici, ovvero la Conferenza episcopale americana, anch’essa in prima linea quanto a lavoro di lobbying esercitato sul Congresso di Washington. Un secondo posto, quello cattolico, maturato negli ultimi mesi.

Staccati, di parecchio, altri gruppi non solo ebraici e cattolici ma anche musulmani e protestanti. Tra questi il Family Research Council e l’American Jewish Committee. Si tratta dei risultati dell’ultima ricerca, per molti versi sorprendente, effettuata dal Forum on Religion & Public Life (Pew), il centro di ricerca americano politicamente neutro e per questo molto tenuto in considerazione da tutti, in particolar modo dai cattolici.

I dati raccolti mettono in fila le diverse lobby religiose a seconda di quanti soldi hanno speso negli ultimi dodici mesi per influenzare le politiche di Washington secondo i propri interessi.

Soldi spesi pubblicamente, dichiarando apertamente la battaglia per la quale sono stati investiti non soltanto energie ma anche risparmi e finanziamenti esterni.

Se l’Aipac nell’ultimo anno ha messo sul piatto circa 87 milioni di dollari principalmente per difendere la libertà religiosa dentro e fuori gli Stati Uniti e i diritti delle minoranze, diverso l’impegno dei vescovi americani.

La Conferenza episcopale guidata oggi dal combattivo arcivescovo di New York Timothy Dolan, in scia a un lavoro di lobbying già messo in campo dal suo predecessore, il cardinale Francis George, ha speso circa 26 milioni di dollari per dire la sua sulle tematiche più delicate quanto a rapporti tra chiesa e stato: l’aborto, la famiglia, la ricerca bioetica, in generale la difesa della vita dall’inzio al suo naturale termine. Sono le tematiche che a Roma vengono definite “non negoziabili” e che oggi l’episcopato americano, di linea più conservatrice da quando Benedetto XVI è salito al soglio di Pietro, non vuole eludere.

Secondo il report l’influenza dei gruppi religiosi sul Congresso americano è in netta crescita. Ci sono oggi 212 gruppi di pressione religiosi che spendono complessivamente 390 milioni di dollari per essere incisivi dentro la politica americana. Nel 1970 il loro numero si aggirava sui quaranta, dunque all’incirca un quinto in meno. Per quanto rappresentino ancora una piccola minoranza del grande complesso lobbistico che ha sede nella capitale federale, le organizzazioni che spingono su temi di natura religiosa vengono tenute d’occhio da tutti, in particolare in questi mesi, con l’avvicinarsi di un’elezione presidenziale che potrebbe portare alla Casa Bianca uno qualsiasi dei candidati alla nomination del Grand Old Party (Gop), rappresentanti in diverso modo particolarmente sensibili alle questioni di fede, sempre pronti a soddisfare le richieste provenienti dalla destra evangelica americana, ma non solo.

Qualche settimana fa era stato ancora il Pew Forum a spiegare per quale motivo (al di là degli evidenti interessi economici) l’azione di queste lobby sia particolarmente considerata a Washington.

Nel report “American Values Survey”, infatti, è stato rivelato come sia anzitutto l’elettorato statunitense a essere ancora generalmente ostile nei confronti degli atei. Il 67 per cento si sentirebbe a disagio sapendo di avere un presidente ateo e il 49 per cento sarebbe molto a disagio. L’80 per cento dei repubblicani e il 70 per cento dei democratici avrebbe questa reazione, mentre tra gli independent la quota cala al 56. Non solo: una media del 67 per cento dei votanti ritiene che il candidato alla presidenza degli Stati Uniti debba avere “forti credenze religiose”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 30 novembre 2011


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Avvenire insiste: Monti, c’è ancora un segnale da dare

L’avevo scritto, ieri sul Foglio, che tra silenzi etc. c’è qualche dubbio in Cei sul governo Monti.

E oggi a leggere Avvenire mi pare che i dubbi aumentino. Scrive nell’editoriale di prima pagina Francesco Riccardi che c’è “un segnale ancora da dare”. Colpisce, scrive, nella nuova squadra, “la non-scelta di almeno un sottosegretario alla famiglia. E la decisione di non attribuire – almeno per il momento – neppure una delega specifica a uno dei membri dell’esecutivo.

A pagina 10 è Francesco Belletti, presidente del Forum delle famiglie, a mostrare disappunto. La ragione del disappunto è costituita dal “vedere che la famiglia non merita, per questo governo, l’esplicitazione di una delega specifica, di un responsabile che ne curi la condizione”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 30 novembre 2011


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Tra silenzi e Avvenire, i dubbi della Cei sul cattolicissimo governo Monti

“Ho sempre amato la cultura italiana, da ragazzo leggevo i libri di Guareschi e mi piace pensare che sia don Camillo che Peppone sosterrebbero oggi il governo Monti”, ha detto tre giorni fa a Roma Olli Rehn, vicepresidente della Commissione europea e commissario per gli Affari economici e monetari, dimostrando di non conoscere a fondo la realtà ecclesiale italiana. Non tutti nella chiesa, infatti, sostengono il governo Monti. Non tutti si spingono a fare come il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone il quale, a margine della presentazione di un libro del Papa a Urbino, ha benedetto il nuovo esecutivo dicendo che si tratta di “una bella squadra”.

Significativo è il silenzio del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. Due giorni dopo il giuramento di Monti al Quirinale, Bagnasco era a un convegno di Scienza e Vita con Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Sulla carta era l’occasione giusta per salire sul carro dei vincitori. E invece niente. Chi si attendeva da lui una battuta sul nuovo governo è rimasto deluso. Piuttosto, in scia alla lezione tenuta un mese prima a Todi, il presidente dei vescovi ha ricordato qual è il parametro sul quale la chiesa giudica l’attività politica: la difesa dei “valori costitutivi dell’umano”. Parole da interpretare a dovere perché è qui, sulla difesa dei princìpi irrinunciabili, che la chiesa si divide anche in riferimento all’azione del nuovo esecutivo.

Il nome del ministro della Sanità Renato Balduzzi evoca in molti cattolici fantasmi coi quali si teme di dover fare i conti. Ideologo dei Dico, consigliere giuridico del ministro della Sanità Rosy Bindi dal 1996 al 2000, dal 2002 al 2009 presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic) che si distinse per non aver promosso la partecipazione dei suoi al Family day, Balduzzi ha stupito molti nella sua prima intervista rilasciata il 22 novembre al Corriere della Sera: su inizio e fine vita “faremo in modo che queste tematiche perdano il carattere divisivo avuto finora”, ha detto prendendosi l’applauso di Casini. Ma ciò che Balduzzi non ha spiegato è come farà a far sì che il governo si mantenga neutrale di fronte alle sorti del disegno di legge sul fine vita. Il disegno è “all’ultimo miglio” ha scritto Avvenire. Ma non è detto che raggiunga la meta finale soprattutto se c’è, a monte, il disinteresse dell’esecutivo.

Il governo in carica è “il primo governo Bagnasco” ha scritto in una nota l’Unione atei e agnostici razionalisti basando la propria boutade sul fatto che ai Beni culturali c’è il rettore dell’Università cattolica, ai Rapporti col Parlamento un docente della stessa università, alla Salute un presidente di un movimento ecclesiale, alla Cooperazione il leader di un movimento ecclesiale, e allo Sviluppo un relatore al convegno di Todi. Ma a ben vedere le cose non stanno così. Il 19 novembre, su Repubblica, Adriano Prosperi ha intimato ai ministri cattolici del neonato governo di dar la prova al più presto di essere “cattolici adulti”. Per superare l’esame avrebbero dovuto cestinare i principi “divisivi”. Sul tema dei cattolici nel governo è tornato ieri, sullo stesso quotidiano, anche Mario Pirani, definendo di “grande significato” la presenza, “che più politica non potrebbe essere”, di tanti cattolici democratici nel governo. “Cattolici adulti” sì, “princìpi divisivi” no. Per Sandro Magister “sono questi i due mantra dei cattolici nell’attuale governo. Stabiliti dalle cattedre del pensiero laico, Repubblica e Corriere della Sera. Col silenzio o le parole ossequienti degli stessi ministri cattolici. Si può presumere che al cardinale Bagnasco questa piega presa dal dopo Todi non piaccia per niente”.

E, infatti, il quotidiano della Cei Avvenire, dopo giorni di comprensibile prudenza, il 23 novembre ha affidato un editoriale al professor Francesco D’Agostino il quale, partendo proprio dal pezzo di Prosperi su Repubblica ha detto: “Colpisce che un’espressione, come quella di ‘cattolici adulti’, nata in un contesto ben diverso da quello odierno, potesse tornare a essere utilizzata con tanto semplicismo. […] L’impegno per la difesa dei valori ‘non negoziabili’ non è un tratto che caratterizzerebbe esclusivamente i presunti ‘cattolici bambini’, chiusi in un ottuso clericalismo, e da cui i ‘cattolici adulti’ dovrebbero tenersi ben lontani. Quando il cardinal Bagnasco – a Todi e altrove – indica ai suoi ascoltatori il dovere di difendere i valori non negoziabili, altro non fa che ricordare quali sono gli impegni che tutti gli uomini devono assumersi per difendere la nostra comune umanità. Il cristiano, e in particolare quello che assume incarichi politici, non opera per il bene dei ‘suoi’, ma opera per il bene di ‘tutti’. Si possono, ovviamente, avere legittime divergenze di opinione su come difendere in concreto i valori non negoziabili, ma non sul fatto che essi vadano difesi”. Fino a oggi Bagnasco non ha parlato. Ma questa uscita di Avvenire dice molto su come i vertici della Cei guardino a questo governo.

Pubblicato sul Foglio martedì 29 novembre 2011


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Il governo tecnico di Ratzinger per rifare la chiesa d’Irlanda. Via i vescovi locali, arrivano americani e uomini fidati della Dottrina della fede. Charles Brown nuovo nunzio

L’estate scorsa padre Vincent Twomey, ex allievo di Benedetto XVI e docente al seminario irlandese di Maynooth, propose di risollevare l’immagine della chiesa devota a san Patrizio macchiata dal problema della pedofilia del clero con una terapia d’urto, che prevedeva le dimissioni di tutti i vescovi nominati prima del 2003 in quanto colpevoli, a suo dire, di aver coperto i preti senza rimuoverli. In molti lo presero per pazzo. Ma c’era del metodo. A partire dalla data: il 2003, ovvero prima che l’allora cardinale Ratzinger ottenesse da Giovanni Paolo II la concessione di alcune facoltà speciali per offrire maggiore flessibilità nelle procedure penali per i “delicta graviora”, fra cui l’uso del processo penale amministrativo e la richiesta delle dimissioni ex officio nei casi più gravi.

“E’ l’unica strada per garantire la trasparenza nello scandalo pedofilia” spiegò Twomey, guadagnandosi diverse critiche provenienti più che altro dalle stesse gerarchie irlandesi, non certo dal popolo. E non certo da Roma.

Il silenzio della Santa Sede in merito fu piuttosto eloquente e oggi, a qualche mese di distanza, se ne comprende il motivo. La “proposta Twomey”, infatti, è stata messa in pratica de facto, con la decisione di lasciare vacanti tutte le sedi dalle quali, ufficialmente per limiti di età o per problemi di salute, i vescovi si sono dimessi. Oggi sette delle circa venti diocesi d’Irlanda (l’ultimo a lasciare è stato il vescovo di Derry, Séamus Hegarty) sono senza guida ufficiale, mentre altre sono governate da amministratori apostolici, voluti da Roma per traghettare le diocesi verso la definitiva ristrutturazione che prevede anche accorpamenti tra le diverse sedi.

Sono due gli uomini chiave sui quali la Santa Sede punta per rifare daccapo l’episcopato d’Irlanda. Il primo è monsignor Charles J. Brown (52 anni), aiutante di studio della Congregazione per la dottrina della fede e segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale.

Secondo indiscrezioni rilanciate anche dall’Irish Times (fonti vaticane hanno confermato al Foglio la notizia) verrà presto chiamato a Dublino quale nuovo nunzio vaticano. L’incarico è anch’esso vacante da mesi. La scorsa estate, infatti, dopo che il primo ministro Enda Kenny, report governativi alla mano, accusò i massimi vertici della gerarchia cattolica di aver protetto i preti pedofili nella diocesi di Cloyne governata fino al 2010 dal “segretario di tre Pontefici” John Magee, la Santa Sede richiamò a Roma il nunzio, monsignor Giuseppe Leanza, per poi destinarlo in Repubblica ceca.

La scelta di Brown è significativa. Egli, infatti, pur non venendo dalla diplomazia della Santa Sede è persona conosciuta e stimata all’interno della segreteria di stato vaticana. Da anni lavora nella curia romana, per dieci anni ha lavorato a stretto contatto con Ratzinger nell’ex Sant’Uffizio. Inoltre è di origini statunitensi e, dunque, è di lingua inglese senza essere uomo dell’apparato irlandese. Ha studiato Storia all’Università di Notre Dame. Si è poi specializzato nelle Università di Oxford, Toronto e al Pontificio ateneo di Sant’Anselmo a Roma. La sua nomina conferma l’ascesa di una nuova leva di statunitensi nei posti diplomatici che contano. Un’ascesa che ha nel giovane Peter Brian Wells, assessore per gli Affari generali della segreteria di stato, un suo esponente di peso.

Che Brown sia nato negli Stati Uniti è un segnale importante anche per un altro motivo. Non è escluso che molti dei nuovi vescovi che Benedetto XVI nominerà in Irlanda verranno proprio dagli Stati Uniti. La cosa ha del clamoroso (è del tutto inusuale che in Europa vengano portati all’episcopato presuli di altri continenti) e fa capire quanto la situazione sia compromessa nel paese.

Dice il biografo di Giovanni Paolo II George Weigel che l’idea di chiamare vescovi dagli Stati Uniti non è così peregrina: “Oggi l’Irlanda è terra di missione come un tempo lo erano gli Stati Uniti. Nel 1921 un irlandese, Michael Joseph Curley, divenne arcivescovo di Baltimora (Maryland) in un momento in cui i pregiudizi anti irlandesi e anti cattolici erano molto vivi. Per questo motivo oggi non sarebbe così strano che un presule magari nato a Los Angeles e poi formatosi a Denver, oppure nato a New Orleans con studi teologici a Washington, attraversi l’oceano Atlantico con destinazione Dublino”.

E ancora: “L’Irlanda ha bisogno di una rievangelizzazione e, dunque, di vescovi che abbiano dentro di sé il fuoco del Vangelo. Uomini che possano fare una proposta cristiana convincente in mezzo a diffuso cinismo e amarezza”.

Oltre a Brown c’è un’altra personalità alla quale la Santa Sede guarda da tempo. E’ l’unico vescovo che non dovrebbe essere toccato dalla ristrutturazione choc che segue la proposta di Twomey.

Si tratta dell’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin (che nella curia romana ha reso un lungo servizio dal 1986 al 2001 come sottosegretario e poi segretario di Giustizia e pace), tra i primi a fare propria la linea di maggior rigore del Papa. Martin ha fatto tanto, nei mesi passati, per smarcarsi dai suoi confratelli nell’episcopato.

E’ riuscito anche a diventare l’“eroe” del New York Times. E’ stata Maureen Dowd, lo scorso giugno, a rendere nota una conversazione avvenuta tra lei e Martin nella quale la columnist del quotidiano newyorchese arriva a dire che “Martin, da sempre dalla parte delle vittime, è un outsider” di una gerarchia dove spiccano in negativo i nomi del cardinale Bernard Law, ex arcivescovo di Boston che a seguito del deflagrare in diocesi del problema pedofilia si trasferì a Roma per divenire arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore, e di Angelo Sodano, l’ex segretario di stato vaticano “che difese il noto pedofilo e padre di più figli Marcial Maciel Degollado”, fondatore dei Legionari di Cristo.

Il compito di Brown e di Martin non è facile. Contro il Vaticano e l’idea dell’azzeramento delle gerarchie resiste ancora con tenacia una parte consistente dell’episcopato. In particolare quattro arcivescovi, guidati dal cardinale Seán Brady, resistono strenuamente a ogni modifica dei confini diocesani.

Recentemente la Santa Sede ha spinto perché un comitato ad hoc (vi lavorano anche alcuni dei visitatori apostolici mandati in Irlanda nel 2010 dal Papa) si riunisse con l’obiettivo dichiarato di elaborare un piano che avrebbe dovuto eliminare le diocesi più piccole, fissando un limite minimo di 100 mila cattolici per diocesi. Questo piano potrebbe avere ripercussioni dirette sulle diocesi di Cashel e Emly, Achonry, Ardagh e Clonmacnoise, Clogher, Clonfert, Dromore, Elphin, Killala, Kilmore, Ossory e Raphoe.

Pubblicato sul Foglio venerdì 25 novembre 2011


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Il vecchio cardinale Law e don Verzé. Lo spauracchio antipedofilo di chi ama odiare i preti, e il Vaticano

Non è sempre facile comprendere su quali priorità basi la propria azione il governo centrale del Vaticano.

Nelle scorse ore ha mostrato una mano ruvida con il cardinale Bernard Law. Ex arcivescovo di Boston, negli anni Ottanta ascoltato promotore delle istanze cattoliche all’interno dell’Amministrazione Reagan, costretto dal 2004 all’esilio romano perché accusato di aver coperto i preti pedofili nell’ambito di una campagna di linciaggio personale, pochi giorni dopo il compimento del suo ottantesimo compleanno (il 4 novembre) è stato sostituto all’arcipretura di Santa Maria Maggiore dove aveva trovato rifugio per così dire apostolico.

Beninteso, è naturale che chi compie ottant’anni lasci ogni incarico. Ma i modi sono sostanza. Di eccezioni ce ne sono state parecchie, non ultima quella che ha riguardato il diretto predecessore di Law nella stessa basilica romana: il cardinale Carlo Furno rimase arciprete fino a pochi mesi prima di compiere ottantatré anni.

Law, invece, è stato dimesso immediatamente, senza che nemmeno la sala stampa vaticana abbia comunicato, come avviene per tutti senza eccezioni, l’avvenuta accettazione delle sue dimissioni da parte del Papa.

E’ stato dimesso nonostante egli abbia più volte manifestato il desiderio di restare al proprio posto, anche per ragioni logistiche: via da Santa Maria Maggiore sarà costretto a un ulteriore esilio, si dice in Gran Bretagna.

Nel 2004 fu Stanislaw Dziwisz, segretario di Wojtyla, a imporre il suo nome per un incarico romano. Dziwisz, a differenza dell’attuale dirigenza vaticana, era alieno dalla linea della “tolleranza zero” verso chi è accusato di aver coperto casi di pedofilia nel clero. Fu Dziwisz che spinse anche per inserire Law come membro delle principali congregazioni vaticane (sette su nove, una in più del segretario di stato Tarcisio Bertone).

Particolarmente frettoloso nell’archiviare l’“incomdo” cardinale Law, il Vaticano è più accorto nel trattare altri dossier, magari anche più imbarazzanti. Su tutti quello relativo al San Raffaele. I buchi finanziari che hanno fatto gigante la sanità dottrinalmente assai discutibile dell’indagato don Luigi Verzé, la Santa sede se li carica senza tentennamenti sulle proprie spalle, pensando che il faustismo non sia un peccato contro la fede e la ragione.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 23 novembre 2011


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In testa c’è Scherer

Cardinal-Odilo-Scherer

Sono pochi ma ci sono, i cardinali su twitter.

1. Odilo Scherer, 7201 followers.

2. Gianfranco Ravasi, 2408 followers.

3. Sean Patrick O’Malley, 1993 followers.

4. Angelo Scola, 1092 followers.

5. Wilfrid Fox Napier, 335 followers.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 22 novembre 2011


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Témoignage chrétien alla frutta, è la crisi del progressisimo cattolico

Témoignage chrétien

Che il cattolicesimo tradizionalista francese sia vivo e vegeto lo dicono tante cose. Tra queste le recenti proteste avanzate da 1.500 “integralisti” – così li definiscono i principali giornali di Francia – nei confronti dello spettacolo teatrale “Sul concetto di volto nel figlio di Dio” di Romeo Castellucci giudicato “cristianofobico e blasfemo”.

E il cattolicesimo del dissenso? “Non pervenuto”, spiega il Monde in un reportage dedicato al prestigioso settimanale cattolico progressista Témoignage chrétien nel quale, riportando la notizia che dopo settant’anni di glorioso impegno la rivista soffre pesanti difficoltà economiche, mette in luce una verità amara: mancano i lettori perché manca un mondo che al cattolicesimo di sinistra si riferisce.

Per sopravvivere c’è chi ha avanzato una proposta choc: togliere l’aggettivo “chrétien” dalla testata, al fine di stampare un prodotto che si rivolga il più possibile a un pubblico vasto. L’aggettivo “chrétien” è “magnifico”, dicono i responsabili del settimanale, ma talvolta “pesante da portare”. Ma Jérôme Anciberro, 38 anni, redattore capo, e Philippe Clanché, 43 anni, che nella rivista è lo specialista delle religioni, per niente al mondo cambierebbero il nome del loro giornale: “Il cristianesimo è il nostro punto di riferimento”, assicurano.

Vittima annunciata dei venti contrari nella chiesa e nella stampa generalista e militante, il settimanale cristiano festeggia i suoi settant’anni nel momento più difficile. Dal mese di giugno la rivista non è più in vendita nelle edicole. Solo circa settemila abbonati – dieci volte meno che negli anni 50 e 60 – mantengono ogni settimana uno degli ultimi monumenti della stampa francese. Un appello “alle offerte detassate” è stato lanciato in settembre. “Il giornale ha bisogno di 150 mila euro per continuare e di altri 500 mila per svilupparsi”, spiega Anciberro. Ma già due anni fa Témoignage chrétien era in cattive condizioni e solo un appello disperato ai lettori gli aveva permesso di non soccombere.

Nella sua sede parigina, sobriamente indicata da una targa dorata avvitata alla porta di un appartamento borghese, la squadra della rivista, ridotta della metà in due anni, ci crede ancora: “Con 10 mila abbonati, si può ricominciare a investire”, assicura il redattore capo. Ma per la sociologa delle religioni Danièle Hervieu-Léger, la verità è un’altra, e cioè che “la messa è finita”. Dice: “Témoignage chrétien è la punta avanzata di una corrente molto datata, che è a fine corsa”. I lettori, “cristiani di sinistra” politicizzati o militanti, sono invecchiati con il giornale. “Il cristianesimo progressista che hanno incarnato è diventato minoritario nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II”, riconoscono i responsabili del giornale, che fanno notare l’affermazione conservatrice della chiesa in materia di morale e la mancata evoluzione in seno all’istituzione.

Mentre il giornale progressista va sempre peggio, il settimanale conservatore Famille chrétienne ha trovato un suo pubblico. “I lettori di Témoignage chrétien appartengono a quella generazione che ha conosciuto una serie di ‘dispiaceri’ sul piano politico e religioso: caduta dell’utopia comunista, disillusione terzomondista, delusione dopo le promesse non mantenute del Concilio, l’esperienza del socialisme gestionnaire, dice Danièle Hervieu-Léger.

La discesa è di fatto iniziata negli anni Sessanta. “La guerra d’Algeria è stata un momento di spaccatura”, assicura Anciberro. Témoignage chrétien ha preso posizione per l’indipendenza, la cosa ha provocato dei conflitti nelle chiese, dove il giornale allora era ampiamente distribuito”. Anche la decolonizzazione, la causa palestinese, il sostegno ai preti operai diventano elementi caratterizzanti del giornale, dove i maggiori teologi progressisti del Concilio hanno la possibilità di esprimersi. Ma a livello religioso, fin dal 1968 e con la pubblicazione da parte del Vaticano dell’enciclica Humanae Vitae, che proibisce la contraccezione, i cattolici progressisti cominciano a prendere le distanze dall’istituzione.

“Queste persone deluse non lasciano necessariamente la chiesa ma, se vi restano, si sentono a disagio”, riassume Clanché. Così, non hanno trasmesso ai loro figli e nipoti le loro pratiche religiose, la loro fede. “E non hanno trasmesso loro neanche l’abbonamento”, si rammarica il giornalista.

In questo contesto, la rivista, che non si definisce “giornale di chiesa” – “qui non si parla di devozioni o di oggettistica religiosa” –, si sforza di rendere “udibile il messaggio della chiesa diventato inudibile”. Dice ancora Clanché: “Vogliamo far capire alla gente che essere cristiani non significa necessariamente essere papisti, reazionari e bloccati sulla sessualità”.

Oggi un dato è evidente: il mondo cattolico, quantitativamente ristretto, è sempre meno interpretato da una differenza sinistra-destra. “Le differenze ci sono maggiormente tra coloro che si interessano alla crescita, all’ambiente, ai problemi antropologici, e gli altri. Si possono firmare dei testi con Christine Boutin – candidata del Partito cristiano-democratico alle presidenziali – senza mettere in discussione la nostra eredità storica!”. E ancora: “Più in generale, si nota nella chiesa una volontà di far sì che parlino tra loro persone molto diverse”, nota Clanché. “Per alcuni, il fatto di sentirsi in minoranza fa sì che ci si stringa gli uni agli altri in una società che si suppone ostile. Per noi, si tratta di dibattere; e pensiamo che tra cattolici possiamo litigare in maniera intelligente”. La stampa cattolica segue questa evoluzione. Ai due poli, quello conservatore, rappresentato dieci anni fa da Bayard Presse (la Croix, il Pélerin) e quello progressista, rappresentato da La Vie (pubblicazione del gruppo Monde), si sostituisce un campo dove le opinioni sono più mescolate.

Del resto, i nuovi lettori rivendicati “non sono necessariamente impegnati in politica o nella chiesa istituzionale ma cercano uno sguardo cristiano su ciò che nel mondo non va per il verso giusto”, dice Anciberro. “Riceviamo anche qualche domanda da studenti universitari”, conferma Clanché. E’ su questo nuovo pubblico, in particolare altermondialista, che scommettono i responsabili del giornale per il suo rilancio: “Ci piacerebbe convincere coloro che osano ancora pensare che un cambiamento della società è possibile”.

A sostegno di questa convinzione, il giornale ha scelto di festeggiare i suoi settant’anni, dopodomani, organizzando a Parigi le prime Assises nationales de la diversité culturelle, “per rispondere a tutti coloro che decretano il fallimento del multiculturalismo”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 17 novembre 2011


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Contro Roma, contro Vienna. I preti dissidenti austriaci vogliono mettere i laici sull’altare della messa

Il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn ce la sta mettendo tutta per arginare il dissenso all’interno della sua chiesa, ma non è facile. Nei giorni scorsi ai vescovi austriaci riuniti in assemblea ha chiesto di restare compatti.

I 300 parroci aderenti alla Pfarrer-Initiative promotori, lo scorso giugno, di un “appello alla disobbedienza” nel quale chiedono riforme e cambiamenti nella chiesa, infatti, non demordono.

Il 6 novembre a Linz, e cioè in quel territorio ostile che tre anni fa costrinse Roma a revocare la nomina di vescovo ausiliare a Gerhard Wagner perché “troppo conservatore”, la Pfarrer-Initiative si è riunita coinvolgendo altri quattro gruppi cattolici (oltre a Wir Sind Kirche e alla Pfarrer-Initiative, LaienInitiative, Priester ohne Amt e Taxhamer Pgr-Initiative) che da tempo chiedono a Roma analoghe riforme (eliminazione dell’obbligo al celibato, sacerdozio femminile e di uomini sposati, piena accoglienza dei divorziati risposati), e ha minacciato l’imminente celebrazione di messe senza la presenza del prete se non verrà concesso il sacerdozio a donne e uomini sposati. Già oggi in molte parrocchie si svolgono funzioni guidate da laici, ma nessuno si è spinto a celebrare il rito eucaristico senza un sacerdote.

Quella avanzata dai cinque gruppi è una mossa studiata a tavolino. Intendono intensificare la pressione sui vescovi, e dunque su Roma, mostrando loro che per ottenere ciò che chiedono sono disposti anche a spingersi fino all’extrema ratio: far celebrare messa ai laici e incappare nella scomunica.

Il 6 novembre a Linz i disobbedienti hanno stilato un documento dedicato al tema “Eucaristia in tempi di carenza di preti”. Al suo interno è contenuto un piano di proposte dettagliato: l’eucaristia è affidata alla comunità che “decide chi la dirige e la presiede”; per garantire l’unità della chiesa, è necessario che sia il vescovo a conferire l’incarico alla persona scelta dalla comunità; oggi “la celebrazione dell’eucaristia è subordinata al numero di preti celibi” ma “questo è un approccio errato”. E’ il numero dei celebranti, infatti, “a doversi adattare al numero di comunità”; la carenza di presbiteri è dovuta a “regole obsolete” e mentre in centinaia “sono stati allontanati dal ministero perché si sono sposati, i preti sono costretti ad assumersi la responsabilità di sempre più numerose comunità”.

La cura pastorale ne viene danneggiata e i preti rischiano l’esaurimento; il celibato sacerdotale è una prassi tardiva della chiesa – Roma, invece, insiste sulle origini evangeliche del celibato – e “nulla osta a tornare alle origini del cristianesimo e ad affidare la guida delle comunità e la celebrazione dell’eucaristia a uomini e donne sposati; tutti i credenti partecipano del “sacerdozio regale” di Cristo, conferito in occasione del battesimo senza fare distinzioni di sesso; le donne sono state, alle origini, diaconesse e apostole e hanno parlato profeticamente: le successive limitazioni al loro ministero “sono stati adattamenti alla società patriarcale”, ora superata nella nostra società. “Il cammino verso l’ordinazione femminile non può essere ostacolato da divieti del Papa di discuterne”; ogni comunità ha diritto a una guida, uomo o donna; se il vescovo non ottempera al suo compito di garantire questo diritto, le comunità si assumeranno la responsabilità di rendere possibile la celebrazione dell’eucaristia, come culmine, fonte e forza della fede.

L’intellighenzia del riformismo ecclesiale riunita a Linz è stata vagliata a dovere da vescovi che, come ha spiegato il segretario generale monsignor Peter Schipka, sabato scorso a Salisburgo avevano all’ordine del giorno dei propri lavori una “discussione su diverse iniziative e proposte di riforma della chiesa”.

La risposta di Schönborn, lasciando l’assemblea, è stata chiara: proporre di fare dire messa ai laici “è una rottura aperta con una verità centrale della nostra fede cattolica”.

In un’intervista al settimanale News il vescovo Klaus Küng di St. Pölten ha rincarato la dose dicendo che la proposta è una “contaminazione di ruoli” tra laici e clero: vi è un “grande pericolo”, ha detto, “nella tendenza a una clericalizzazione dei laici e alla secolarizzazione o laicizzazione del clero”.

Ciò che occorre, è che “ognuno porti avanti seriamente i suoi compiti secondo il proprio ruolo e la propria vocazione”; un’eucaristia senza prete, ha affermato, rappresenterebbe “un indebolimento del sacramento e del ministero sacerdotale”.

Küng è fermamente convinto di ciò che dice seppure la sua diocesi senta gravemente il problema della mancanza di sacerdoti: di 424 parrocchie, solo 184 hanno un parroco. Per questo è stata inventata una sorta di “centralizzazione” delle parrocchie più grandi, alle quali vengono “affiliate” comunità più piccole, nelle quali si recita il rosario o si celebra la liturgia delle ore senza la presenza del clero, mentre la messa viene celebrata solo in quelle più grandi, che godono della presenza di un parroco.

A Schönborn e a Küng non solo ha risposto Hans Peter Hurka, capo di “Wir sind Kirche” – per lui le parole dei due vescovi significano “non riconoscere la drammaticità della situazione”– ma anche un presule molto vicino a Schönborn, il vescovo ausiliare di Vienna Helmut Krätzl. “Le persone disposte al cambiamento – ha detto –, prima di tutte i vescovi, dovrebbero finalmente mettersi in rete e presentare insieme le loro richieste a Roma”. Perché se da decenni la gerarchia impone la stessa disciplina e da decenni la base ecclesiale non la segue, è evidente che l’aspetto giuridico, prima o poi, deve essere “ripensato”.

Ciò che più di ogni altra cosa preoccupa Roma è il fatto che il vasto movimento di riforma austriaco può contare, qui come non avviene altrove, sull’appoggio del popolo: stando a un recente sondaggio realizzato dal Gfk-Umfrage Institut i cui risultati sono stati diffusi dall’emittente Orf, il 72 per cento dei preti austriaci sostiene l’“appello alla disobbedienza”; il 76 per cento è favorevole alla comunione ai divorziati risposati, mentre il 71 vorrebbe l’abolizione del celibato sacerdotale obbligatorio e il 55 (il 51, secondo un sondaggio dello stesso Istituto, nel 2010) vorrebbe l’ordinazione femminile.

Pubblicato sul Foglio giovedì 17 novembre 2011


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Governo Monti. Spine per i cattolici

Tutto si può dire oggi tranne che la chiesa cattolica italiana abbia di che brindare dalla formazione del nuovo governo Monti.

Lorenzo Ornaghi, che la chiesa avrebbe voluto all’istruzione, è andato ai beni culturali, una diminutio non da poco.

Andrea Riccardi, che gradiva gli esteri, si deve accontentare della cooperazione e dell’integrazione, un nuovo dicastero senza portafoglio.

Ma la vera nota dolente (dal punto di vista della chiesa) rimane la sanità. Il nuovo ministro Renato Balduzzi è l’ideologo dei Dico. Consigliere giuridico del ministro della Sanità Rosy Bindi dal 1996 al 2000, dal 2002 al 2009 è stato presidente nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (Meic, già Movimento Laureati di Azione Cattolica) e in questa veste chiese ai suoi di non andare al Family Day.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 16 novembre 2011


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Wojtyla. Reportage sul corpo

Ha ragione Marco Ferrante quando, aprendo il suo Icone dedicato a Wojtyla, ha detto che di lui “è stato raccontato tutto”. Ma non tutti sono riusciti a raccontarlo senza annoiare. Questo affondo di Icone su Wojtyla e sul suo corpo così comunicativo ci riesce molto bene.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 16 novembre 2011


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