Così i vescovi americani fanno lobbying (26 milioni) per i propri valori

Comanda l’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, il gruppo di pressione americano, formato da repubblicani e democratici insieme, noto per il forte e dichiarato supporto allo stato di Israele. Ma a sorpresa, a ruota seguono i cattolici, ovvero la Conferenza episcopale americana, anch’essa in prima linea quanto a lavoro di lobbying esercitato sul Congresso di Washington. Un secondo posto, quello cattolico, maturato negli ultimi mesi.

Staccati, di parecchio, altri gruppi non solo ebraici e cattolici ma anche musulmani e protestanti. Tra questi il Family Research Council e l’American Jewish Committee. Si tratta dei risultati dell’ultima ricerca, per molti versi sorprendente, effettuata dal Forum on Religion & Public Life (Pew), il centro di ricerca americano politicamente neutro e per questo molto tenuto in considerazione da tutti, in particolar modo dai cattolici.

I dati raccolti mettono in fila le diverse lobby religiose a seconda di quanti soldi hanno speso negli ultimi dodici mesi per influenzare le politiche di Washington secondo i propri interessi.

Soldi spesi pubblicamente, dichiarando apertamente la battaglia per la quale sono stati investiti non soltanto energie ma anche risparmi e finanziamenti esterni.

Se l’Aipac nell’ultimo anno ha messo sul piatto circa 87 milioni di dollari principalmente per difendere la libertà religiosa dentro e fuori gli Stati Uniti e i diritti delle minoranze, diverso l’impegno dei vescovi americani.

La Conferenza episcopale guidata oggi dal combattivo arcivescovo di New York Timothy Dolan, in scia a un lavoro di lobbying già messo in campo dal suo predecessore, il cardinale Francis George, ha speso circa 26 milioni di dollari per dire la sua sulle tematiche più delicate quanto a rapporti tra chiesa e stato: l’aborto, la famiglia, la ricerca bioetica, in generale la difesa della vita dall’inzio al suo naturale termine. Sono le tematiche che a Roma vengono definite “non negoziabili” e che oggi l’episcopato americano, di linea più conservatrice da quando Benedetto XVI è salito al soglio di Pietro, non vuole eludere.

Secondo il report l’influenza dei gruppi religiosi sul Congresso americano è in netta crescita. Ci sono oggi 212 gruppi di pressione religiosi che spendono complessivamente 390 milioni di dollari per essere incisivi dentro la politica americana. Nel 1970 il loro numero si aggirava sui quaranta, dunque all’incirca un quinto in meno. Per quanto rappresentino ancora una piccola minoranza del grande complesso lobbistico che ha sede nella capitale federale, le organizzazioni che spingono su temi di natura religiosa vengono tenute d’occhio da tutti, in particolare in questi mesi, con l’avvicinarsi di un’elezione presidenziale che potrebbe portare alla Casa Bianca uno qualsiasi dei candidati alla nomination del Grand Old Party (Gop), rappresentanti in diverso modo particolarmente sensibili alle questioni di fede, sempre pronti a soddisfare le richieste provenienti dalla destra evangelica americana, ma non solo.

Qualche settimana fa era stato ancora il Pew Forum a spiegare per quale motivo (al di là degli evidenti interessi economici) l’azione di queste lobby sia particolarmente considerata a Washington.

Nel report “American Values Survey”, infatti, è stato rivelato come sia anzitutto l’elettorato statunitense a essere ancora generalmente ostile nei confronti degli atei. Il 67 per cento si sentirebbe a disagio sapendo di avere un presidente ateo e il 49 per cento sarebbe molto a disagio. L’80 per cento dei repubblicani e il 70 per cento dei democratici avrebbe questa reazione, mentre tra gli independent la quota cala al 56. Non solo: una media del 67 per cento dei votanti ritiene che il candidato alla presidenza degli Stati Uniti debba avere “forti credenze religiose”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 30 novembre 2011

Avvenire insiste: Monti, c’è ancora un segnale da dare

L’avevo scritto, ieri sul Foglio, che tra silenzi etc. c’è qualche dubbio in Cei sul governo Monti.

E oggi a leggere Avvenire mi pare che i dubbi aumentino. Scrive nell’editoriale di prima pagina Francesco Riccardi che c’è “un segnale ancora da dare”. Colpisce, scrive, nella nuova squadra, “la non-scelta di almeno un sottosegretario alla famiglia. E la decisione di non attribuire – almeno per il momento – neppure una delega specifica a uno dei membri dell’esecutivo.

A pagina 10 è Francesco Belletti, presidente del Forum delle famiglie, a mostrare disappunto. La ragione del disappunto è costituita dal “vedere che la famiglia non merita, per questo governo, l’esplicitazione di una delega specifica, di un responsabile che ne curi la condizione”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 30 novembre 2011