Il “giro del fieno” di Scola porta in cascina il Toniolo e molla il San Raffaele

Il “giro del fieno”, e cioè il cambio degli incarichi nella curia ambrosiana che molti prospettavano con l’avvento del nuovo arcivescovo, il cardinale Angelo Scola, non ci sarà. Almeno per il momento. In piazza Fontana 2, infatti, non sono previsti grandi scossoni.

Anche perché l’immagine che l’ex patriarca di Venezia tiene a trasmettere di sé, arrivando nella grande diocesi, non è anzittutto quella del governatore, quanto quella del pastore. Per questo la sua prima uscita pubblica è stata a Cesano Boscone all’Istituto Sacra famiglia, una grande istituzione della carità ambrosiana dove vivono mille e più disabili.

Certo, tutto ciò non significa che il cardinale non sarà attento e sensibile ai temi più strettamente di governo che una diocesi grande e ricca come Milano porta con sé.

Tra questi ci sono due dossier scottanti, che parecchio danno da pensare anche a Roma, nelle felpate stanze della curia romana: l’entrata del Vaticano nell’ospedale San Raffaele e il futuro dell’Istituto Toniolo, ovvero quella che è la chiave di accesso alle finanze dell’Università Cattolica.

Sulle due operazioni si è combattuta nei mesi passati una battaglia dura e aspra, giocata anche senza esclusione di dolorosi fendenti tra l’area vicina al segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone e la vecchia guardia legata agli ambienti della chiesa italiana un tempo guidata dal cardinale Camillo Ruini.

A vincere è stato il buon senso, complice soprattutto proprio Scola il quale, nei tre mesi circa trascorsi tra l’annuncio della nomina a Milano e il suo insediamento in diocesi, ha raccolto dossier, sentito pareri diversi, e poi ha agito. Come? Riferendo il suo punto di vista al Papa, in un incontro privato a Castel Gandolfo avvenuto pochi giorni prima del suo arrivo a Milano.

Benedetto XVI ha preso atto che la soluzione più giusta per quanto riguarda il Toniolo è che Scola, nei prossimi mesi, assuma la presidenza del consiglio di amministrazione al posto di Dionigi Tettamanzi. Successivamente, l’idea è quella di nominare un laico alla guida dello stesso Istituto, e quindi di riscriverne gli statuti. Oggi il Toniolo è persona giuridica di diritto privato. La nuova missione è di trasformarlo in qualcosa che risponda pubblicamente del proprio operato e del proprio bilancio, mantenendo però contestualmente un legame diretto con la diocesi ambrosiana, senza dunque che Roma possa direttamente imporre dall’esterno scelte proprie, tanto meno il nome del presidente. Controllare il Toniolo significa avere sotto il proprio controllo l’Università Cattolica e anche il Policlinico Gemelli. Un giro di affari, ma oggi anche di debiti, non indifferente.

Il Papa ha preso atto anche dell’opinione non soltanto di Scola, ma di molti esponenti di peso dell’episcopato romano e italiano, a riguardo del San Raffaele. In sostanza sembra che Benedetto XVI si sia convinto del fatto che l’entrata del Vaticano nell’ospedale alle porte di Milano oltre che un’operazione d’immagine parecchio problematica – in un momento di crisi vedere la banca vaticana mettere sul piatto 200 milioni di euro, mentre molti fedeli indirizzano grandi e piccoli risparmi all’obolo di san Pietro, non è il massimo – è un azzardo in sé. Il San Raffaele, fondato e presieduto da don Luigi Maria Verzé, ha poco, se non nulla, nei suoi statuti che lo leghi alla chiesa. Non solo, al suo interno si pratica la fecondazione artificiale e nei suoi laboratori si compiono anche ricerche svincolate dai criteri etici affermati dal magistero. Per non parlare dell’Università Vita-Salute: molte delle sue teologie, filosofie, studi umanistici e scientifici cozzano, visibilmente, con la visione e con la ricerca cattolica.

Per questo l’idea è di un allontanamento progressivo che dovrebbe portare il Vaticano a uscire di scena entro sei mesi. Il condizionale è comunque d’obbligo. Perché sei mesi sono tanti e c’è chi, nell’entourage di Bertone, resta convinto che non tutto sia ancora perduto.

Pubblicato sul Foglio giovedì 29 settembre 2011


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E se ci fosse un nuovo concistoro?

Io non ne so niente.

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Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 29 settembre 2011


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Partito o no, adesso per i cattolici il ruinismo è finito e serve una svolta

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Il de profundis dell’era ruiniana nella quale i vescovi dettavano la linea rimanendo un passo indietro ai partiti sembra essere arrivato con la prolusione dell’altro ieri del cardinale Angelo Bagnasco in apertura del Consiglio permanente della Cei.

La nuova strada è aperta. Il futuro prevede un soggetto politico che raccolga il meglio dell’Udc, degli ex Popolari confluiti nel Pd e del Pdl. “Da Formigoni a Fioroni”, è la battuta, provocatoria ma nemmeno troppo, che circola tra gli organizzatori del convegno di Todi del prossimo 17 ottobre dove il Forum delle associazioni del mondo del lavoro convocherà, sotto lo sguardo attento e interessato della Cei, la maggior parte delle sigle cattoliche impegnate nel sociale “per dibattere sul futuro”. Aprirà i lavori Bagnasco e li chiuderà il rettore dell’Università cattolica, Lorenzo Ornaghi.

Natale Forlani è portavoce del Forum. Dice: “Per il momento lo scopo di Todi non è un partito cattolico. Ma è chiaro che lavoriamo riferendoci idealmente al Partito popolare europeo. Il punto di partenza è l’evidenza che l’era ruiniana è tramontata. Lo dicono i fatti. I grandi temi della famiglia, della sussidiarietà, della pluralizzazione del sistema educativo sono stati traditi. Abbiamo preso un buco grande come una casa su questi temi. Perciò occorre ripartire dagli elementi di tenuta del mondo cattolico, dalle reti sociali che insieme devono fare comunità politica”.

Dichiarare la fine dell’era ruiniana non è senza conseguenze. Lo sanno i vescovi presenti al Consiglio permanente in queste ore. Non tutti sono favorevoli all’idea di una nuova aggregazione politica. E c’è chi ha notato che Bagnasco nella prolusione non ha mai parlato di princìpi non negoziabili. Come se le grandi battaglie antropologiche venissero dopo l’urgenza, pur legittima, del richiamo “al senso comune del decoro”.

Dice il vaticanista Sandro Magister: “Stupisce molto nella prolusione l’assenza del richiamo ai princìpi non negoziabili. Secondo me il capo dei vescovi ha subito la pressione, o comunque l’influenza, dei movimenti e delle associazioni di base che, incontrandosi più volte in questi mesi, hanno voluto insistere sull’idea che la prima urgenza è pratica, e cioè che cosa fare dopo Berlusconi, e non tanto antropologica, ovvero le grandi battaglie etiche sulle quali i cattolici non dovrebbero mai cedere”.

Ma, dice Magister, “tutto è ancora aperto. Vedo che a Todi aprirà i lavori Bagnasco e li chiuderà Ornaghi. Ma non era Ornaghi che su Avvenire il 24 luglio intervistato da Marco Tarquinio sull’apporto dei cattolici al rinnovamento della politica in Italia dichiarò di optare per un sistema bipolare, con ‘due partiti forti o due altrettanto omogenei e forti aggregati di partiti’?”.

Todi non è l’unica importante assise in programma. Il 9 ottobre a Norcia c’è l’annuale incontro promosso da Magna Charta. E anche se il tema sarà “il capitalismo e la dottrina sociale della chiesa”, non mancherà la riflessione sul dopo Pdl e su quell’idea di “andare oltre il Pdl rilanciando il Pdl”. Non, dunque, facendo altro.

Nelle scorse ore sulla rivista progressista Adista è stato il vescovo emerito di Foggia, monsignor Giuseppe Casale, a fare propria la voce dei cattolici indignati per la questione morale. Casale ha chiesto un intervento ufficiale della chiesa. Bagnasco l’ha accontentato ma, dice Riccardo Cascioli, direttore del combattivo giornale online La Bussola quotidiana, quel che resta “dopo la prolusione è la sensazione di una chiesa italiana che sembra prestarsi, per volontà o per incapacità di fare altrimenti, a un gioco comandato da altri”.

Dove gli altri non sono soltanto i partiti di opposizione e i loro giornali di riferimento, ma anche quei cattolici che ritengono insostenibile la disinvoltura etica del premier rispetto alle donne. Tra questi Famiglia Cristiana, che ieri interpretava la prolusione come la volontà di dire “parole severissime sui comportamenti personali del premier Silvio Berlusconi”.

Tra i commentatori di cose ecclesiali più acuti c’è Francesco Bonini, coordinatore scientifico del Progetto culturale della Cei. Dice che “è l’ora di una proposta politica dei cattolici” che maturerà “all’interno della transizione più generale del paese, e oserei dire anche dell’Europa”. Per Stefano Ceccanti, senatore del Pd, “la proposta politica a cui accenna Bonini è la scelta fatta da Bagnasco di un’aggregazione politica che guardi al centrodestra. Il problema è: dove restano i cattolici di sinistra? La sfida è convincere Bagnasco che anche noi del Pd siamo affidabili per la chiesa. E che, dunque, l’opzione ruiniana dei cattolici sparsi nei due poli resta valida”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 28 settembre 2011


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Bagnasco chiede aria nuova, non fa sconti e pensa al poi. Il capo dei vescovi delude gli isterici (anche cattolici) e ragiona di politica

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“I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune”. Il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, non ha citato direttamente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma è chiaro che era lui il convitato di pietra della prolusione tenuta ieri in apertura del Consiglio permanente dei vescovi italiani.

In un testo dove non sono mancate stoccate alla magistratura per “l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo”, e a certi media per “la dovizia delle cronache a ciò dedicate”, è emersa assai chiara la volontà del capo dei vescovi di uscire dall’angolo nel quale, in queste settimane, sembravano averlo costretto coloro che hanno accusato la chiesa di troppo silenzio.

Bagnasco invece non ha taciuto, seppure scegliendo parole diverse, puntuali ma non sguaiate, da quelle usate da chi chiede la pubblica scomunica della chiesa per il capo del governo. Ha parlato di “deterioramento del costume e del linguaggio pubblico” causato da “comportamenti non solo contrari al pubblico decoro, ma intrinsecamente tristi e vacui”. Ha ricordato che “non è la prima volta” che è intervenuto in merito. Già nel settembre 2009 e nel gennaio 2011 aveva detto che “chiunque sceglie la militanza politica deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta”.

Ma, dice al Foglio il combattivo vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero: “Il testo di Bagnasco, seppure duro, non vuole dare la spallata a nessuno. Dice le cose che la chiesa è giusto non eluda mai. Non è certo compito nostro destituire un capo di governo”.

Eppure gli anni del cardinale Camillo Ruini nei quali la chiesa, pur predicando la necessità di presenziare entrambi i poli, ha goduto di un asse di amicizia privilegiato con Berlusconi sembrano giunti al capolinea. Si è ormai potentemente aperta all’interno delle gerarchie e del laicato una riflessione sul dopo i cui contorni iniziano a essere chiari. Li ha delineati Bagnasco tra le righe della prolusione: la chiesa non vuole iscriversi né al partito degli “indignati” né a quello dei “rassegnati”, ha detto, senz’altro consapevole delle rappresentanze politiche che queste due parole evocano, e forse un po’ preoccupato che tali atteggiamenti incontrino nel mondo cattolico più simpatie del dovuto. “C’è piuttosto da purificare l’aria, perché le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate”.

Evidente che debbano essere gli stessi cattolici, quelli impegnati nell’associazionismo come quelli appartenenti ai movimenti, a esprimere qualcosa di concreto di qui in avanti: sia che si tratti di un soggetto pre politico, sia che si arrivi a un partito tout-court: “Una presenza dei cattolici nella società civile e nella politica”, ha detto Bagnasco, “sembra rapidamente stagliarsi all’orizzonte”. E cioè “la possibilità di un soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica, che coniugando strettamente l’etica sociale con l’etica della vita sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni”.

Dietro le parole di Bagnasco sembra evidente anche una sorta di pax raggiunta tra segreteria di stato vaticana e Conferenza episcopale sulla strada da percorrere in futuro. La base chiamata a essere protagonista, infatti, viene da mondi diversi, da Sant’Egidio alle Acli, dalla Compagnia delle Opere alla Cisl fino a Confartigianato, Confocooperative, Movimento cristiano lavoratori, Focolarini. Dice Carlo Costalli, presidente di Mcl: “Le parole di Bagnasco sul nuovo soggetto di interlocuzione con la politica sono un chiaro programma. A Todi il prossimo 17 ottobre il Forum delle associazioni del mondo del lavoro convocherà tutte le sigle per dibattere sul futuro”. Nascerà un nuovo partito cattolico? “Difficile rispondere”, dice Costalli. “Ciò che è certo è che vogliamo creare un forte blocco sociale che orienti i percorsi e formi la nuova classe dirigente. Andiamo incontro a uno ‘scomporsi’ e poi a un ‘ricomporsi’ delle forze politiche. Nella ricomposizione vogliamo esserci”.

Pubblicato sul Foglio martedì 27 settembre 2011


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Hitler e Lutero, le due colpe di Ratzinger

Hitler e Lutero. Il nazionalsocialismo e il protestantesimo. Il viaggio del Papa da poco conclusosi aveva nel suo sottofondo queste due grandi colpe del mondo tedesco.

Il Papa, da cattolico e da tedesco, sente queste due colpe come sue, ma il tentativo che ha fatto in questo viaggio mi sembra sia stato quello di mostrarle come possibili per tutti. Tutti possono cadere nelle derive del nazionalsocialismo e del protestantesimo.

Il richiamo del Papa all’occidente perché torni a riconoscere Dio quale origine e senso del proprio vivere, è decisivo in lui proprio a causa di quel “regime di terrore” col quale ha dovuto convivere: “il nazionalsocialismo” che “si fondava su un mito razzista, di cui faceva parte il rifiuto del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, del Dio di Gesù Cristo e delle persone credenti in Lui”, ha detto il Papa in Germania.

E poi c’è la colpa del protestantesimo, anch’essa una colpa profondamente tedesca. Non che Benedetto XVI disprezzi il mondo protestante, tutt’altro. E’ che in lui è viva la ferita dello strappo di Lutero, la cristianità divisa da quel suo connazionale che non è riuscito a restare nella chiesa nonostante i suoi innumerevoli problemi e le sue innumerevoli contraddizioni.

Il senso del viaggio in Germania secondo me risiede qui, in queste due colpe che il Papa ha voluto in qualche modo espiare e, insieme, mostrare come colpe possibili per tutti.

Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 25 settembre 2011


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“Meno strutture più spirito, please”

Cardinals attend a vigil by Pope Benedic

L’incontro di oggi nella Hörsaal del Seminario di Freiburg tra Benedetto XVI e i membri del Consiglio del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK) era molto atteso.

Lo Zdk è un gruppo che sovente spinge per quelle riforme tanto care ai settori cattolici che vorrebbero la chiesa più vicina al pensiero del mondo. Non c’entrano nulla con “Noi siamo chiesa”, ma poco ci manca.

Il Papa ha accettato di incontrare lo Zdk ma, insieme, ha imposto che il giorno successivo, domani, venisse organizzato anche un secondo incontro con i laici tedeschi che non si sentono rappresentati dallo Zdk. Perché? Perché lo Zdk non è il tutto del laicato di Germania.

Allo Zdk il Papa non ha parlato dell’agenda di riforme che in tanti invocano verso Roma. Ma ha ricordato senza giri di parole che la chiesa occidentale (inclusa dunque quella tedesca), dietro una possente organizzazione, rischia di smarrire lo spirito e dunque la fede. Qui sta la sua crisi, una crisi di fede:

“In Germania la Chiesa è organizzata in modo ottimo. Ma, dietro le strutture, vi si trova anche la relativa forza spirituale, la forza della fede in un Dio vivente? Sinceramente dobbiamo però dire che c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito. Aggiungo: La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo ad un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 24 settembre 2011


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“Lutero amava Dio, noi meno”. La visita a Erfurt del Papa teologo che dialoga sulla Giustificazione

Racconta lo storico Alberto Melloni che quando Joseph A. Komonchak, prete dell’arcidiocesi di New York, professore alla Catholic University of America di Washington e grande studioso del Concilio, scrisse in un pamphlet che i teologi tomisti sono vita natural durante o riformatori o conservatori mentre gli agostiniani nascono riformatori ma muoiono conservatori, Joseph Ratzinger sorrise felice di trovarsi d’accordo col suo collega americano. Perché anche lui, da studioso agostiniano, “ritiene che le riforme restano comunque pleonastiche, superflue, rispetto al cuore della vita di fede, l’interrogativo su Dio, quello stesso interrogativo che ieri in Germania il Papa ha ricordato essere anche il centro della vita e del pensiero di Martin Lutero”.

Il nodo della divisione dei cristiani è per natura sua il centro del viaggio del Papa tedesco in terra tedesca, quel Papa che a Bari, nel suo primo viaggio dopo l’elezione, definì “impegno fondamentale” del suo pontificato la ricerca dell’unità tra cristiani. Non è stata tappa di routine, insomma, quella di ieri che ha visto Benedetto XVI, con al suo fianco il presidente della chiesa evangelica tedesca Nikolaus Schneider e il presidente della chiesa evangelica di Turingia Katrin Göring-Eckart, partecipare a una celebrazione ecumenica a Erfurt, la città dove il monaco agostiniano Lutero visse dal 1505 al 1511. Sembra essere soltanto la riscoperta del Lutero più profondo e intimo, infatti, che per Ratzinger può sciogliere il nodo della grande e tormentata divisione che si è aperta nella cristianità dopo che lo stesso Lutero pubblicò nel 1517 le 95 tesi in cui criticava aspramente la simonia delle autorità ecclesiastiche asserendo che l’essenza del cristianesimo non risiede nella complicata organizzazione che fa capo al Papa, ma nella comunicazione diretta tra l’individuo e Dio.

L’ecumenismo, in questo senso, o è un ritorno all’essenziale, a “ciò che unisce”, ha detto ieri il Papa, e cioè l’“interrogativo su Dio” che fu centrale anche nella vita di Lutero, la domanda su chi sia Dio e chi sia l’uomo innanzi a lui, una domanda oggi più grave per la “pressione della secolarizzazione”, oppure è un’attività sterile. Perché “in fondo”, come dice ancora Melloni, “l’agostiniano Ratzinger vive davanti a Dio lo stesso dramma che visse Lutero. E qui cattolici e luterani possono tornare a incontrarsi”.
Ratzinger, soprattutto da cardinale prefetto, ha lavorato a lungo per la ricomposizione delle divisioni. Il suo atto più decisivo fu la spinta per la firma della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione del 31 ottobre 1999, nella quale chiesa cattolica e federazione luterana mondiale concordarono su un punto fondamentale: l’uomo dipende interamente per la sua salvezza dalla grazia salvifica di Dio. Una dichiarazione che limò in modo decisivo le differenze e che, proprio per questo, fu molto criticata sia “da destra”, da chi come il mondo lefebvriano l’ha ritenuta troppo conciliante con i luterani, sia “da sinistra”, ad esempio da Hans Küng che accusò Ratzinger di aver trattato una sorta di resa soltanto con quella parte di luteranesimo più conservatrice. Ma, critiche a parte, un dato resta. Ratzinger, cercando di tornare all’essenziale nel rapporto coi luterani, non ha fatto altro che assecondare coloro che nella stessa cattolicità ritengono che nonostante le divisioni del secolo XVI la radice sia rimasta comune. E’ il concetto che espresse il cardinale Johannes Willebrands, ex presidente dell’Unità dei cristiani, nel 1980 in occasione della celebrazione della Confessio augustana. E fa niente se, come ricordò lo stesso Ratzinger in un’intervista per Communio poco dopo, “il cardinale Hermann Volk fece, nello stesso tempo umoristicamente e seriamente, questa domanda: ‘Vorrei sapere se nell’esempio di cui parla Willebrands si tratta di una patata oppure di un melo. In altre parole: quello che è venuto fuori dalla radice sono tutte foglie oppure è proprio la cosa più importante, cioè l’albero?’”.

Fulvio Ferrario è teologo evangelico, docente alla facoltà teologica valdese di Roma. Dice: “Che l’agostinismo leghi in qualche modo Ratzinger e Lutero è innegabile. Lutero pose la domanda su Dio, la questione del rapporto tra essere umano e Dio in modo tanto potente quanto, direi, indiscreto. Fu Nietzsche, non a caso, a definire Lutero ‘monaco funesto’ perché a Roma, invece di comprendere ‘il grande prodigio’ del superamento del cristianesimo nella sua stessa sede, tuonò contro il Rinascimento e tornò a rimettere al centro la domanda su Dio. E questo prendere sul serio Dio senz’altro accomuna il Papa a Lutero. Entrambi, in fondo, sembrano essere anacronistici rispetto a ciò che li circonda. Ma ciò che resta a mio avviso eluso è il protestantesimo, cioè ciò che è venuto dopo Lutero. E’ sul dopo che mi sembra anche a Erfurt il Papa sia rimasto il silenzio. E’ tornato da Lutero ma il dopo è come se non esistesse”.

Pubblicato sul Foglio sabato 24 settembre 2011


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Promemoria per uno scisma

Hubert Jedin

La chiesa tedesca è attraversata da correnti antiromane che spingono per riforme all’interno della chiesa sulle quali Roma da tempo si è espressa negativamente.

L’origine di queste correnti è in quel cattolicesimo vicino ai settori protestanti e che continuamente cerca di adeguare la chiesa al mainstream del pensiero mondano.

Il 16 settembre 1968 due grandi storici della chiesa, Hubert Jedin e Konrad Repgen, cercarono di reagire a questa deriva inviando alla Conferenza episcopale tedesca un promemoria. Ma, come ha dichiarato l’altro ieri sull’Avvenire il cardinale Walter Brandmüller, “il testo fu liquidato con sufficienza dal presidente dell’episcopato dell’epoca, il cardinale di Monaco Julius Döpfner”.

Fino a oggi il promemoria era reperibile soltanto in tedesco, all’interno di “Hubert Jedin, Lebensbericht. Hrsg. von Konrad Repgen. Grünewald-Verlag, Mainz”.

Oggi il Foglio ha tradotto il promemoria e l’ha pubblicato in esclusiva. Eccolo.

PROMEMORIA PER UNO SCISMA.

Nulla favorisce maggiormente la divisione della chiesa dell’illusione che la divisione non esista. La chiesa cattolica si trova oggi in una crisi profonda. Una crisi che coinvolge anche la Germania, per lo meno la Repubblica federale tedesca. Il Katholikentag di Essen ha portato alla luce questa crisi, per quanto l’enciclica Humanae vitae non debba essere vista come l’origine ma la causa, la miccia che l’ha fatta esplodere. A noi questa crisi induce a vedere paralleli con i precedenti storici che nel XVI secolo hanno portato alla scissione all’interno della cultura occidentale. Il che ci costringe, a sua volta, a trarre dall’esperienza storica conclusioni nella valutazione della crisi contemporanea.

I. La ricerca storica degli ultimi decenni prova che Martin Lutero non avesse intenzione di dividere la chiesa quando, nel 1517, sottopose ai vescovi competenti e poi pubblicò le sue tesi sulle indulgenze. Si era progressivamente allontanato dall’autorità ecclesiastica, a Lipsia (1519) aveva rifiutato il carattere vincolante dei concili ecumenici ordinari, ed è stato indotto infine, non ultimo dall’eco delle sue tesi nell’opinione pubblica (eco che lui stesso non aveva immaginato) a non obbedire alla condanna delle sue 41 tesi enunciata dalla Bolla “Exsurge Domine” (1520), un gesto di disobbedienza, per altro già da troppo tempo rimandato. […] Per i vescovi “la disputa di Lutero” era in primo luogo una disputa tra teologi, e non capirono che stavano, non solo per essere intaccati, ma distrutti i fondamenti del concetto di chiesa cattolica. Se si prescinde da uno scarno gruppo di teologi, agli occhi dei fedeli Lutero incarnava invece il ritorno alla vera dottrina della salvezza, era colui che rinnovava la chiesa, colui che li liberava da quello che loro reputavano il gioco imposto in passato dalla chiesa. I più accesi ed efficaci paladini del movimento luterano furono gli “intellettuali di allora”, gli umanisti, secondo i quali la teologia, la scolastica costituiva un ostacolo al progresso. A questi si associarono anche numerosi sacerdoti. […] E infine alcune fasce a rischio di caduta sociale, tra queste la nobiltà dell’impero e, in una parte consistente della Germania, i contadini benestanti. A rendere possibile il successo quasi totale del movimento luterano tra il 1517 e il 1525 fu il dominio sulla stampa, uno strumento di comunicazione di cui fino ad allora la chiesa non aveva compreso a fondo il significato. Ai cosiddetti “ragionieri” vennero letteralmente strappati di mano gli scritti di Lutero, i numerosi volantini che traevano profitto dalle sue idee. Parlavano la lingua del popolo e venivano letti, anzi, letteralmente divorati; le poche voci che si levarono per mettere in guardia, voci appartenenti a teologi che vedevano più chiaramente, ma erano pessimi propagandisti, non vennero lette, furono bollate come “reazionare”. I rappresentanti della dottrina della chiesa, il Papa e i vescovi, restarono in silenzio; il concilio, ripetutamente reclamato, non ebbe luogo. Le incertezze in tema di fede rimasero. Senza voler in alcun modo sminuire le omissioni e gli errori commessi proprio e in primo luogo dalla curia romana, va però altresì detto che è stata soprattutto la passività dell’episcopato tedesco a permettere l’avanzata praticamente incontrastata del movimento luterano, anzi ad averla resa possibile. E’ in questo modo che i vescovi tedeschi si fecero sfuggire l’occasione; perché un volta che la maggior parte delle città libere dell’impero e quelle rette dai principi ebbero abbracciato la causa luterana (dopo il 1526) fu troppo tardi. […] Il movimento luterano si organizzò e consolidò, si definì confessione e si unì in un’alleanza militare: la scissione della chiesa era diventata realtà. Oggi sappiamo che la scissione interna, la formazione di questa “confessione” è durata non anni ma decenni. Melantone e Calvino hanno rivendicato fino alla fine dei loro giorni di appartenere alla fede “cattolica”; i fedeli al vecchio credo venivano diffamati come “papisti”. Il popolo dei fedeli continuava a frequentare la messa e a invocare i suoi santi; l’ordinamento ecclesiastico luterano si appropriò di molti elementi cattolici, processioni e pellegrinaggi compresi. Per questo la massa che componeva il popolo dei fedeli non si avvide che la riforma non era semplicemente una riforma della chiesa, ma la formazione di una nuova chiesa che si reggeva sul altre fondamenta. Per concludere bisogna dunque evidenziare che: nulla ha favorito maggiormente la scissione della chiesa dell’illusione che questa scissione non esistesse nemmeno. Un’illusione diffusa a Roma e soprattutto nell’episcopato tedesco, presso i teologi, tra la maggioranza dei sacerdoti e tra il popolo. Impossibile non vedere i parallelismi tra ieri e oggi. […]

II. Il nocciolo dell’attuale crisi ecclesiastica in Germania è, esattamente come nel XVI secolo, costituito dall’incertezza e dal disorientamento nella fede. La critica protestante alla Bibbia è entrata a gamba tesa e in modo diffuso nella teologia cattolica. Ma non sono tanto i titolari delle cattedre esegetiche, comunque attenti nelle loro formulazioni, quanto i loro allievi e in generale il loro uditorio, spesso teologicamente nonché filologicamente poco attrezzato, a far proprie e diffondere in modo approssimativo, nelle accademie, durante convegni, seminari e professioni di fede, le tesi di teologi evangelici radicali, come per esempio quelle di Bultmann. Usando come paravento l’ermeneutica si mette in discussione il carattere vincolante di definizioni dogmatiche dei concili ecumenici (per esempio quello della transustanziazione); viene allentato il legame tra la teologia e l’insegnamento della chiesa, se non addirittura rifiutato; l’insegnamento stesso sminuito se non addirittura reso ridicolo. A favorire la dissoluzione del concetto cattolico di chiesa è l’atteggiamento anti autoritario, il disprezzo per qualsiasi forma di obbedienza, in particolare confessionale, predominante tra i giovani, e sostenuto da molti genitori e pedagoghi.
La domanda: “Ma cos’è oggi ancora cattolico?”, non viene però formulata solo dai cattolici più anziani, i cosiddetti “cattolici tradizionalisti”, se la pone anche il nocciolo duro dei fedeli autentici e convinti. Una domanda che […] è espressione di una profonda insicurezza e conflitto di coscienza. Il potere acquisito nel frattempo dai mezzi di comunicazione non è lontanamente paragonabile a quello del XVI secolo. I mass media vengono in massima parte dominati da intellettuali, i quali spesso, e soprattutto perché sono cattolici, sostengono e diffondono il “nuovo” di per sé, ai loro occhi “progressista”, senza tener conto, approfondire il suo contenuto di verità. E lo diffondono con un linguaggio e uno stile che ammicca alla predilezione dei giovani per gli slogan (“democratizzazione della chiesa”) mentre minimizzano o addirittura abbelliscono dal piccolo schermo le loro azioni di disturbo, e in genere commentano i fatti inerenti la chiesa in uno stile ben preciso. Costruiscono, ma più correttamente si dovrebbe dire manipolano un’“opinione pubblica”, nei confronti della quale solo pochi, tra i milioni di telespettatori, sono in grado di formarsi un’opinione propria. Questa continua “irrigazione” dei fedeli attraverso i mezzi di comunicazione in mano alla “sinistra” ecclesiastica non può che mutare il rapporto dei fedeli con la chiesa, il che è già successo. Il disorientamento aumenta di mese in mese. Più dura e più aumenta il pericolo, esattamente come nel XVI secolo, di una scissione al suo interno oppure – il che sarebbe ancora più grave – di un allontanamento totale dalla chiesa.
Non pensiamo affatto che la fondazione e il sostegno a gruppi e movimenti conservatori (“Una voce”, “Nunc et semper”) sia la via giusta per scongiurare una divisione della chiesa o per arginare il pericolo di sempre più fedeli che le voltano le spalle. Lasciare in mano a una “destra” ecclesiastica la lotta contro gli eccessi di una “sinistra” ecclesiastica, equivarrebbe a una rinuncia di fatto all’autorità che la chiesa cattolica, a differenza di quella protestante, possiede grazie al fatto che la sua struttura poggia su un diritto divino. E’ la chiesa stessa che deve parlare in modo comprensibile e deve agire in modo deciso, anche se ne va della sua popolarità. Se lo farà, e lo deve fare presto, allora vedrà che la stragrande maggioranza del popolo tutt’ora cattolico si metterà dietro di lei. Se nei primi anni della scissione della chiesa nel XVI secolo, i vescovi tedeschi si fossero uniti in un’azione comune, insomma prima che la riforma si trasformasse in una questione politica, non si sarebbe comunque potuta evitare la scissione, che però avrebbe potuto essere ridotta semplicemente a una piccola frangia. Oggi l’episcopato non è più frenato e gravato da un’istruzione teologica insufficiente, dalla sua posizione sociale e dai conseguenti intrecci con la politica. La costituzione “Lumen gentium” ha riconosciuto all’episcopato diritti e possibilità fino ad allora inesistenti, e al contempo però anche maggiori responsabilità riguardo all’integrità della fede. Non possono più solo attendere l’intervento delle massime autorità ecclesiastiche, devono agire in prima persona. Laddove i mezzi di comunicazione erigono muri del silenzio oppure ammettono la raffigurazione di fatti reali solo attraverso una lente distorta, tocca a loro intervenire con parole chiarificatrici e conseguenti azioni. Nessun cattolico o non cattolico deve dubitare del fatto che i vescovi reputano la difesa e la custodia della fede il loro primo dovere.

III. Ecco qualche esempio di come ci immaginiamo queste “azioni” concrete.
Ai professori universitari e agli insegnati di religione che insegnano evidenti eresie va revocata la Missio canonica; il che avrà come conseguenza inevitabile contrasti con le istituzioni statali così come con i gruppi di pressione della “sinistra”, ma tant’è.
Sacerdoti e cappellani che con il loro insegnamento o il loro comportamento (per esempio nei confronti della eucarestia) si mettono apertamente in contrasto con la disciplina ecclesiastica, devono essere sospesi, anche se così facendo verranno a crearsi vuoti nella direzione spirituale.
Non bisogna aver paura di creare dei “martiri”; c’è bisogno di precedenti, anche se poi tutto sarebbe fatto per facilitare al diretto interessato il passaggio a un mestiere secolare.
A nessun candidato al sacerdozio deve essere concessa la consacrazione se non è disposto a riconoscere in modo esplicito e senza alcuna riserva i doveri del sacerdozio e accettare l’obbedienza canonica. Da escludere dai voti sono in primo luogo gli autori di dichiarazioni contro il celibato, contro gli scritti teologici del Papa e dei vescovi e, infine, i fomentatori di rivolte e ricatti all’interno dei convitti e seminari.
E’ preferibile avere meno sacerdoti e occupare i posti vacanti nelle parrocchie nominando a diacono uomini più anziani, sposati, piuttosto che lasciare imboccare alle parrocchie, guidate da sacerdoti dogmatici e ribelli, l’errata via.
D’ora in poi si dovrà prestare molta più attenzione alla formazione dei “teologi laici”, e anche il conferimento della Missio canonica dovrà avvenire con maggior oculatezza. Una parte di questi si ispira alla “sinistra” ecclesiastica e alimenta – consapevolmente o meno – l’insicurezza e la poca chiarezza nelle questioni di fede.
A tutto il clero va inculcato che la liturgia non è un consesso di persone dove ognuno contribuisce liberamente alla sua organizzazione, ma che si tratta di una messa da celebrare secondo le regole della chiesa. Non è ammissibile, infatti, che oggigiorno ci siano sacerdoti che cambiano addirittura nella liturgia le parole della formula di rito della consacrazione. La messa in latino, che costituisce il collante della chiesa universale, non può soccombere nell’epoca di “un mondo solo”. Per questo sarebbe auspicabile che nelle chiese dove si celebrano più messe domenicali, almeno una fosse in latino. L’esperienza dimostrerà che saranno in molti ad assistervi.
Vista la confusione che generano sull’essenza della chiesa, all’interno del magistero devono essere respinte parole d’ordine tipo “democratizzazione della chiesa”, “cattolicesimo critico” e altro, mentre si deve insistere sull’insegnamento che si basa sulla Lumen gentium. I princìpi della sussidiarietà e della solidarietà sono più che sufficienti per assicurarsi la partecipazione dei fedeli alla realizzazione della missione apostolica. E non si deve temere di lasciare nel vocabolario della chiesa termini come “autorità” e “obbedienza”.
I movimenti che oggi mirano più a una rivoluzione della chiesa nel senso del XVI secolo, piuttosto che a un “aggiornamento”, sono al momento assai meno strutturati organizzativamente di quanto qualcuno voglia credere o tema. Il che però non autorizza a respingere in toto l’impressione fondata che questi movimenti rivoluzionari in ambito cattolico dispongano di un solido nocciolo organizzativo. Sarebbe dunque da capire – per quanto senza troppa ambizione e nemmeno troppe illusioni – la funzione delle associazioni studentesche, e se del caso intervenire prontamente: meglio smantellare delle associazioni studentesche e tornare a un unico pastore delle anime, come quattro decenni fa, piuttosto che alimentare lo smembramento della chiesa. Lo stesso vale per il Bdkj (la Federazione dei giovani cattolici tedeschi) e la scelta dei prelati responsabili dei giovani nelle diocesi e nei decanati.
Infine non si può non vedere che radio e televisioni, compresa quella di emanazione ecclesiastica, sono, salvo poche eccezioni, orientate a “sinistra”. Spezzare la loro egemonia non sarà una cosa facile; ciò nonostante bisogna iniziare, in una prospettiva di lungo periodo, a esercitare una ponderata influenza, e soprattutto non bisogna limitarsi a decisioni una tantum per quel che riguarda la politica del personale, ma restare in contatto continuo con i giornalisti attraverso un rappresentante qualificato della chiesa.
Le richieste di democratizzazione dei “Kirchenblätter” avanzate durante il Kirchentag di Essen, non vanno assolutamente accolte; perché se si accogliessero verrebbe a scomparire l’ultimo pezzo di stampa non dominato dalla “sinistra”, e l’ultimo strumento di informazione da parte delle autorità ecclesiastiche per i fedeli, al di fuori della chiesa.

IV. Nei parallelismi qui da noi enunciati e nelle proposte esemplificative da questi dedotte, abbiamo ovviamente tenuto conto del fatto che nel movimento ecclesiastico contemporaneo vi sono anche forti spinte religiose, esattamente come succedeva anche nel XVI secolo, in seguito al movimento nato sulla spinta di Lutero. Per entrambi questi movimenti vale la parola di sant’Agostino: “Nulla porro falsa doctrina est, quae non aliqua vera intermisceat” (Quaest. ev. II 40). [Non esiste falsa dottrina che non sia mescolata con elementi di quella vera]. Noi siamo però convinti che la Verità e la Bontà, scaturiti attraverso il Concilio, possano dare i loro frutti solo se separati nettamente dall’errore.
Più si aspetterà a intervenire, a praticare una netta cesura, e maggiore sarà il pericolo che forze preziose, perché amalgamate con l’erronea visione, andranno persé. L’inevitabile conseguenza di ciò potrebbe essere non solo una scissione ma anche l’abbandono del cristianesimo.
Quanto più i sacerdoti sapranno parlare chiaramente, agire risolutamente tanto più grande è la possibilità di fortificare il movimento di rinnovamento all’interno della chiesa, e dunque la chiesa stessa.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 23 settembre 2011


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Biancaneve e i 7 antipapisti. Un report segreto e al vetriolo sui dissidi nella chiesa tedesca e su chi li pilota

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Le stanze vaticane non parlano, sussurrano, tutto sta nel saperle ascoltare” ripetono i diari del decano dei vaticanisti Benny Lai specificando, tuttavia, che l’ascolto “è fatto di tante cose”.

Ci sono i chiacchiericci degli uscieri, gli sguardi degli officiali, le mezze parole dei monsignori e i silenzi dei cardinali. E poi ci sono le lettere anonime, velenose e per nulla edificanti. E poi, un po’ meno grezzi di queste ma pur sempre senza alcuna patente di ufficialità, i report segreti fatti circolare tra i vari curiali da mani sempre molto interessate.

L’ultimo in ordine di tempo ha un nome fiabesco, “Biancaneve e i sette nani”, e nonostante in molti, giustamente, si rifiutino di prenderlo per oro colato è riuscito, pochi giorni prima della partenza del Papa per la Germania, a turbare il sonno di non pochi monsignori: e se fosse tutto vero?

Biancaneve è il ministro dell’Istruzione e vice di Angela Merkel alla guida della Cdu, Annette Schavan, la quale, assieme ad altri sette deputati della Cdu (appunto i sette nani), ha rivolto un appello a Benedetto XVI affinché abolisca il celibato sacerdotale e ammetta l’ordinazione di uomini sposati.

Biancaneve, coi suoi sette amici, sarebbe, secondo il report, una delle tante “marionette” di importanti prelati tedeschi che da tempo remano contro il Pontefice portando parte della chiesa tedesca, fedeli, teologi e vescovi assieme, a chiedere, non senza l’applauso dei media, continue riforme in stile liberal. Non solo l’abolizione dell’obbligo del celibato sacerdotale, ma anche l’ammissione delle donne prete, nuove misure per i divorziati risposati, lo spostamento dell’asse di governo da Roma alle chiese locali.

Il report fa nomi e cognomi. A capo della “cricca antiromana”, così viene chiamata, ci sono il gesuita Hans Langendörfer, segretario della Conferenza episcopale tedesca, il gesuita Klaus Mertes, rettore del ginnasio Canisius di Berlino e il portavoce della stessa conferenza episcopale Matthias Kopp. Sono loro a gestire le politiche della chiesa, “usando monsignor Robert Zollitsch come fosse anch’egli una loro marionetta”.

Zollitsch è un presule che ha sempre avuto una sola idea chiara e da questa idea, nel limite del possibile, ha cercato di non discostarsi mai: meglio recitare un rosario piuttosto che dare un’intervista. Un’idea che per molti non sfigurerebbe come suo motto episcopale. Quest’uomo di preghiera, dotato di una fiducia illimitata in Dio, che nomina Maria solo con il titolo “Mater Ter Admirabilis” – Madre tre volte mirabile”, proprio questa persona è diventata nel 2008, per volere dei suoi confratelli vescovi, capo della Conferenza episcopale tedesca al posto del potente cardinale Karl Lehmann. “Ma questo incarico prevede anche compiti politici” ricorda il report.

Così continua il report segreto: “Ci vuole diplomazia per tenere le ventisette diocesi tedesche su una comune posizione; occorre sensibilità politica per rappresentare venticinque milioni di cattolici davanti al cancelliere e ai primi ministri del paese. Ed è per questo motivo che quando Zollitsch è stato portato in questo incarico molti osservatori si sono mostrati stupiti: Zollitsch? Possibile?”.

Ma poi, “osservando i primi sei mesi di Zollitsch alla guida dell’episcopato, hanno compreso che il vero motivo per il quale egli è stato eletto è proprio il fatto che non è un presule politico, in quanto non è in grado, in sostanza, di portare avanti una linea politica sua. Deve essere guidato, gestito. Basta guardare cosa avvenne nel gennaio 2010. La Corte europea dei diritti dell’uomo aveva messo in discussione la collocazione del crocifisso nelle aule scolastiche di tutto il continente. E’ un tema sul quale la chiesa cattolica, anche quella tedesca, avrebbe potuto avere molto da dire, ma Zollitsch in merito non ha fatto altro che tacere. Quando poi diverse personalità europee si sono messe insieme per contrastare la decisione della Corte e hanno chiesto esplicitamente l’appoggio di Zollitsch, egli si è visto obbligato a intervenire seppure in modo blando. I suoi consiglieri, infatti, gli hanno detto: ‘Non è un intervento che ci giova’”.

Già, i suoi collaboratori. Il report “Biancaneve e i sette nani” non mostra dubbi. Sono Langendörfer, Kopp, e Mertes a decidere le sorti di Zollitsch e della chiesa tutta. Come hanno deciso, pochi giorni fa, che a poche ore dalla partenza del Papa per la Germania il capo dei vescovi tedeschi uscisse con un appello pubblico perché Roma riveda la sua posizione in merito alla non concessione dell’eucaristia ai divorziati risposati.

Si è domandato in merito Alexander Kissler, redattore per la cultura ed esperto ecclesiastico del settimanale Focus: “Le parole di Zollitsch sono state una cantilena preparata da altri oppure leggeva pedissequamente e meccanicamente il foglietto allungatogli da qualcuno molto abile e altrettanto interessato?”.

Illazioni, calunnie, dicerie. Nelle stanze vaticane “Biancaneve e i sette nani” viene letto con sospetto. In molti non si fidano, però leggono. E qualche dubbio rimane loro. Continua il report dello scandalo: “Zollitsch ha dovuto subire molte cose da quando guida la Conferenza. Tra queste lo scandalo degli abusi sessuali commessi su bambini all’interno del collegio San Canisius di Berlino. Chi ha suggerito al rettore Mertes di regalare ai giornali la lettera con la quale chiedeva scusa agli studenti che frequentarono l’istituto negli anni Settanta e Ottanta per gli abusi sessuali commessi da alcuni suoi confratelli? Perché Mertes ha cercato la scena pubblica? Mertes è molto amico di Langendörfer. Sono nati tutti e due a Bonn dove hanno studiato assieme. E insieme, all’insaputa di Zollitsch, hanno concordato la linea da tenere sui casi del San Canisius: chiedere scusa pubblicamente, far scoppiare lo scandalo dei pedofili nel paese dove il Papa è nato e ha vissuto e ha abitato fino al 1981. Il loro scopo era guadagnare popolarità da quella situazione dolorosa. E insieme esacerbare un problema la cui soluzione non poteva che risiedere nell’abolizione del celibato sacerdotale.La strategia era stata studiata assieme al portavoce della Conferenza, Matthias Kopp. Già portavoce di Jürgen Rüttgers quando era primo ministro della Renania settentrionale-Westfalia, è stato anche portavoce del segretario di stato per gli affari federali ed europei a Düsseldorf. L’allora segretario di stato era Michael Mertes, il fratello di Klaus Mertes, rettore del Canisius. Insomma, i fratelli Mertes, Langendörfer e Kopp si stimano e conoscono da anni. Fanno parte della stessa ‘cordata’. E decidono assieme come gestire il problema degli abusi sessuali commessi dai preti in Germania. I tre sono d’accordo su tutti i temi che agitano la chiesa tedesca, su tutte le richieste di riforme che alcuni teologi avanzano con costanza verso Roma: l’ordinazione delle donne, l’abolizione del celibato dei preti, nuove aperture per i divorziati risposati”.

Alcuni vescovi, secondo questo testo imbarazzante, “si sono accorti della ‘cricca’ che guida la Conferenza e sono intervenuti. Il cardinale arcivescovo di Colonia Joachim Meisner e l’ex vescovo di Augusta Walter Mixa hanno provato a protestare ma sono stati silenziati. Quando Mixa ricevette l’accusa, mai confermata, di aver abusato di un chierichetto, i tre fiutarono l’occasione per vendicarsi delle critiche che precedentemente Mixa aveva rivolto loro. Chiamarono i giornalisti e li aggiornarono su Mixa, vescovo ‘conservatore col vizietto degli abusi’. La stampa cavalcò la notizia. Zollitsch chiese pubblicamente le sue dimissioni. E la carriera di Mixa finì”.

Incoraggiata dal successo, la “cordata” escogita progetti per le future battaglie. La Conferenza episcopale – dice il documento sulla divisione della chiesa tedesca – viene utilizzata “come piattaforma per imporre le proprie idee nella politica ecclesiale. Mentre Zollitsch è impegnato con il grande pellegrinaggio di alcune migliaia di chierichetti a Roma, Langendörfer e compagni escogitano l’idea di un test in cui chiedere ai fedeli tedeschi fino a che punto appoggino la chiesa sul tema del celibato ecclesiastico. Il risultato fu univoco: in pochi in Germania pensano che il celibato sia una norma giusta, anche perché porta agli abusi di cui tutti sono informati. Sul tema, sapientemente guidati, dicono la loro anche gli otto eminenti politici del Cdu”, quelli che poi danno il nome al report. Scrivono ai vescovi chiedendo che il celibato sia abolito, sostengono che il cattolicesimo tedesco deve emanciparsi da Roma e deve dire che la soluzione è concedere il sacerdozio a uomini sposati. A Roma la lettera lascia interdetti. Ma, continua il report, “la ciliegina sulla torta arriva quando, pochi giorni dopo, il giornale Süddeutsche Zeitung ‘scopre’ (anche qui sapientemente guidato) un documento del 1970 e noto da decenni nel quale l’allora cardinale Ratzinger si sarebbe impegnato a favore dell’abolizione del celibato”.

Il documento fa il giro del mondo. Tutti ne parlano. Ma nessuno dice la verità. E cioè che il documento fu steso da Karl Rahner e da lui inviato a tutti i vescovi e ausiliari tedeschi in forma di ciclostilato riportando i nomi, ma solo dattiloscritti, di nove degli undici teologi consultori della commissione dottrinale della Conferenza episcopale tedesca, tra gli altri anche Ratzinger. Il documento voleva suscitare tra i partecipanti alla plenaria della Conferenza episcopale tedesca, che si sarebbe riunita a Essen di lì a poco, una nuova discussione circa il celibato. Successivamente Ranher decise di rendere pubblico il documento, ma significativamente non citò tra i firmatari il nome di Ratzinger. Perché? Probabilmente perché il futuro Papa non diede il suo consenso.

Comunque sia, l’effetto sui media è raggiunto. Ma per rendere l’opera completa manca ancora un affondo. Il report ne parla così: “Pochi giorni dopo 144 teologi escono allo scoperto per pubblicare una petizione progressista. La richiesta più importante è l’abolizione del celibato. Una cosa del genere non poteva che essere programmata. Ma per programmare cose di questo genere serve un capo dei vescovi consenziente o che almeno si lasci guidare”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 23 settembre 2011


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Il Papa e il luterano postcattolico. Teologo domenicano amico di Ratzinger racconta l’assedio tedesco

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“Ratzinger non farà come molti tedeschi che si vergognano della propria fede cattolica e di essa, soprattutto innanzi ai luterani, si scusano. Il Papa non si scuserà per la sua fede e, al contrario, essendo consapevole di essere la guida della chiesa indicherà a tutti la giusta via”. Wolfgang Ockenfels è un teologo domenicano tedesco che nel 2003 Giovanni Paolo II volle fare membro del Pontificio Consiglio Justitia et Pax. Amico del Pontefice, docente all’Università di Treviri e redattore della rivista domenicana “die Neue Ordnung”, conosce bene la chiesa tedesca, una chiesa, dice, “affetta dal virus antiromano, che tormentosamente si occupa soltanto di se stessa continuando ‘dialogicamente’ a girare in tondo attorno a sé”.

Prima dell’incontro con la chiesa e poi con la realtà luterana e le altre realtà religiose, il Papa è oggi a Berlino, dove il suo discorso al Parlamento verrà boicottato da cento deputati. Dice Ockenfels: “Il Papa deve confrontarsi con alcuni atei fanatici, nonché con un secolarismo aggressivo e profondamente avverso alla normativa che regola i rapporti tra stato e chiesa. Molti rappresentanti della Linke non direbbero nulla se a Berlino arrivasse il Dalai Lama o il grande Mufti. Ad aggravare la situazione c’è poi l’atteggiamento delle associazioni musulmane che, sempre pronte a vestire i panni delle vittime, intendono indignarsi e denunciare l’‘islamofobia’. E, ancora, c’è la potente lobby omosessuale che invece si sente accerchiata dall’omofobia, e che nella chiesa cattolica ha trovato il suo nemico naturale. Saranno soprattutto gli omosessuali organizzati a farsi notare con atteggiamenti e toni particolarmente forti”.

E poi ci sono i cattolici cosiddetti dissidenti, che chiedono riforme a Roma: “La verità è che in Germania nessuno legge più Lutero. E, invece, c’è chi si riempie la bocca del padre della riforma per chiedere l’abolizione del celibato, l’ammissione delle donne e degli omosessuali al ruolo di sacerdote e vescovo, richieste che in realtà tra i luterani quasi non esistono. Certi cattolici dovrebbero piuttosto osservare quanto sta avvenendo nella chiesa anglicana. Lì coloro che intendono andarsene e tornare con Roma vengono incoraggiati. Così dovremmo fare noi: lasciare andare via questi cattolici che da tempo hanno scoperto un’affinità con il protestantesimo. La tolleranza impone di lasciarli andare. Ma la tolleranza non prevede che provino a riformare la loro comunità di provenienza fino a renderla di fatto irriconoscibile”.

Prima del viaggio del Papa, anche alcuni rappresentanti della Cdu hanno chiesto l’abolizione del celibato. “Uno sbaglio, certo, perché la Cdu non deve risolvere i problemi della chiesa, a lei compete affrontare quelli dello stato secondo i dettami della dottrina sociale cristiana e della Costituzione. E poi non bisogna dimenticare che ci vuole una certa competenza in materia di fede per comprendere il significato del celibato. Chi ignora cosa siano ‘i consigli evangelici’ e li confonde con un’istituzione democratica dal basso amministrata da un ‘comitato centrale’ farebbe meglio a stare zitto. Soprattutto se riveste un incarico istituzionale. Noi volentieri facciamo a meno di una chiesa di stato tedesca sul modello guglielmino. La carenza, che peraltro accusiamo di più, non è quella dei preti, ma dei fedeli. Mentre dal 1960 a oggi il numero dei fedeli praticanti si è ridotto di tre quarti, quello dei sacerdoti solo della metà. Il che ovviamente è un problema, perché abbiamo bisogno di loro non solo come dispensatori di sacramenti, ma anche come missionari. Le parrocchie diventano sempre più unità mobili. Ma a mio avviso l’abolizione del celibato renderebbe il problema più acuto, come si può vedere guardando ai molti pastori protestanti separati”. La Germania da alcuni mesi si sta occupando di un memorandum redatto da alcuni teologi cattolici che chiedono riforme a tutto campo.

“Per quel che mi riguarda lo trovo imbarazzante e basta: mi imbarazza il suo pathos strampalato, il suo concentrato di banalità, il suo piglio farsesco di protesta. Tutto suonava già strano negli anni Settanta del secolo scorso. A un documento simile non si può che reagire con sarcasmo. E’ singolare che oggi alcuni dei più stimati difensori della chiesa cattolica e del suo insegnamento si ritrovano tra i laici e non tra i teologi. Penso a Robert Spaemann, Matthias Matussek, Manfred Lütz, Alexander Kissler e Andreas Püttmann. Con loro sento un’affinità maggiore che con alcuni teologi falliti del ’68, così come con alcuni vescovi. E questo deve far riflettere sull’utilità della teologia attuale per la chiesa”.

La chiesa cattolica di lingua tedesca sembra trovarsi in una crisi crescente la quale, dice Ockenfels, “non si risolve né con memorandum né con dialoghi ‘strutturati’. E proprio per questo risulta irritante il fatto che dei professori scrivano un documento, nel quale non solo sono sbagliati i consigli terapeutici, ma anche la diagnosi è completamente fuori strada. Si tratta di un memorandum che cavalca i ben noti preconcetti. La ragione della crisi della chiesa cattolica, e cioè l’abbandono in massa della fede, non viene in alcun modo spiegato. Non ci si chiede il perché di questa consunzione della fede cristiana, di questa mancanza di bisogno di redenzione. E nemmeno cosa abbia originato gli abusi sessuali all’interno della chiesa. Metterli semplicemente in correlazione con il celibato, con una supposta ‘rigida’ morale sessuale della chiesa è sintomo di ignoranza e purtroppo anche di infamia. Tutto questo non ha più nulla a che vedere con l’analisi empirica. E la terapia che si poggia su tutto ciò ingigantisce anziché aiutare a estirpare il male”.

Certo, non tutti nella chiesa tedesca hanno posizioni univoche sui grandi temi: “Il tono psicologizzante che predomina attualmente nella chiesa, le formulazioni altisonanti, la strisciante ambiguità: tutto questo ha originato nel tempo grande irritazione e un problema di credibilità della chiesa. Tanto da rendere difficile capire da che parte stia oggi la stessa chiesa tedesca. Come nella politica, tutti cercano di svicolare da decisioni inequivocabili. Sono tempi in cui sempre più persone desiderano chiarezza. L’approssimazione non convince, disorienta ed è frustrante. Viviamo, anche sul piano della società e della politica, in tempi che necessitano urgentemente di decisioni: o così o così. Non si può essere insieme cattolici, protestanti o musulmani. Dai pastori della chiesa ci si dovrebbe aspettare unità, e poi una chiara presa di distanza dagli opportunisti che sono ancora convinti di poter trarre vantaggi da una posizione antiromana”.

Per Ockenfels la speranza della chiesa sono “i laici cattolici”. Dice: “Personalmente individuo la vera avanguardia della chiesa nei movimenti di stampo spirituale, dove sono i laici a dettare il tono teologico. Non sto parlando qui di quei profani cattolici di professione, che nei loro ‘Zentralkomitee’ si danno un sacco di arie. Alcuni di questi funzionari vorrebbero trasformare la struttura gerarchica della chiesa in una sorta di democrazia di base, sull’esempio della ‘Räterepublik’, la repubblica dei consigli. Un intento che dà alla loro parola d’ordine ‘Wir sind Kirche’ cioè ‘noi siamo la chiesa di base’, un carattere alquanto presuntuoso”. Certo, c’è anche tanta “miseria spirituale in giro. Una malattia ben presente dietro le ancora magnifiche facciate delle chiese. Per questo sarebbe bello se il Papa riuscisse a risollevare la fede dei tedeschi, allargare il loro orizzonte spirituale e far superare loro la rassegnazione paralizzante. Lo sguardo verso la chiesa universale libera dal provincialismo e dall’autoreferenzialità. Viviamo in tempi pericolosi, nei quali la fede viene messa alla prova e richiede spirito di resistenza. Ma forse saranno proprio queste difficoltà a indurre di nuovo alla preghiera, a incitare a trovare il coraggio di dichiararsi pubblicamente cattolici”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 22 settembre 2011


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