A Miami vogliono “salvare la chiesa” con un dossier contro l’ex vescovo Favalora
30 luglio 2011 -
Quando il 20 aprile del 2010 Benedetto XVI accettò le dimissioni di monsignor John C. Favalora, allora vescovo di Miami, con otto mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale dei 75 anni in molti dissero che finalmente chi da tempo (Favalora era a Miami dal 1994) copriva i preti pedofili veniva cacciato.
Oggi, trascorso più di un anno, i sospetti di allora non solo sono rimasti tali, ma a scorrere l’esplosivo dossier su Favalora raccolto da un gruppo di cattolici della diocesi di Miami che si riunisce sotto la sigla Christifideles assumono il contorno di una realtà ben più imbarazzante per le gerarchie della chiesa.
I Christifideles hanno messo assieme un dossier poderoso intorno a Favalora. Chiamato “Miami vice”, il dossier è in queste ore rilasciato a spizzichi e bocconi dal network di Gawker. Il succo è questo: nell’“era Favalora” la diocesi di Miami altro non era che “un focolaio di sodomiti” dediti al sesso sfrenato e a ogni genere di attività illecita. Nove capitoli e quattro appendici, il dossier riporta testimonianze intorno alla “promiscuità sfrenata” e ai “misfatti finanziari” di preti e seminaristi, azioni, si dice, avallate dal vescovo. Chi ha testimoniato sono laici ma anche preti. A fianco delle loro dichiarazioni si legge quasi sempre questa frase: “La fonte di queste informazioni è il suddetto sacerdote-fratello, il cui nome e il cui contatto sarà reso disponibile solo su richiesta”.
Chi è il destinatario del dossier? A chi si rivolgono i cattolici floridiani? “Non alla stampa, ma al Vaticano”, dice Eric Giunta, un ex seminarista e collaboratore al “Miami vice”. Giunta spiega che il dossier vuole informare le autorità di Roma e insieme “difendere la chiesa”. E ancora: “L’ultima cosa che vogliamo è fare del male alla chiesa”.
Al di là delle ultime accuse, la presenza di Favalora a Miami non è mai stata facile. In passato era stato criticato dai settori più tradizionalisti della diocesi per la decisione, mai digerita appieno, di mettere al bando dalla diocesi i Legionari di Cristo e il movimento Regnum Christi, fondati da padre Marcial Maciel, il prete poi riconosciuto colpevole di abusi sessasuali su minori e di una seconda vita piena di colpi di scena. Non solo, fu dai settori tradizionalistinche arrivarono contro favalora critiche feroci per abisu liturgici, un approggio “liberal” – venne detto – ala liturgia nel suo insieme.
Vita dura ha avuto anche il successore di Favalora, il vescovo Thomas G. Wenski. Nell’aprile del 2010, a sole ventiquattr’ore dalla nomina firmata da Benedetto XVI, dovette fare i conti con lo Snap, la più grande associazione americana di vittime degli abusi del clero: anche lui, secondo gli accusatori, non sarebbe intervenuto dopo aver ricevuto denunce di abusi. “Il Papa promuove un vescovo con un passato preoccupante quanto a sicurezza dei bambini”, aveva dichiarato David Clohessy, direttore esecutivo dell’associazione delle vittime. Wenski, figlio di immigrati polacchi, arrivò a Miami da Orlando: vescovo conservatore, è della nuova linea cosiddetta dell’“ortodossia affermativa” inaugurata daa Papa Ratzinger negli Stati Uniti. Lo Snap lo ha accusato di “inganno in tre casi, specialmente in uno recente che coinvolge un’accusa di stupro commessa da un prete e da un seminarista”. Niente a che vedere, comunque, con le accuse e i dossier usciti contro Favalora, a conti fatti uno dei casi più difficili e scottanti dell’intera galassia cattolica americana.
Pubblicato sul Foglio sabato 30 luglio 2011
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L’addio al super-nuncio Sambi e le nomine “non italiane” in Vaticano
29 luglio 2011 -
Il “super-nuncio” Pietro Sambi, ambasciatore del Papa negli Stati Uniti dal 2006, è deceduto ieri per complicazioni post operatorie a Baltimora, appena pochi giorni prima del suo ritorno a Roma dove avrebbe dovuto ricoprire l’incarico di presidente della Prefettura per gli affari economici della Santa Sede, un incarico che prevede la berretta cardinalizia.
Inviato a Washington dal Papa un anno dopo la sua elezione al soglio di Pietro, ha rappresentato soprattutto nei primi tempi di Barack Obama alla Casa Bianca una voce dialogante rispetto al governo, sempre tesa ad ammorbidire le bordate che settimana dopo settimana una parte dell’episcopato statunitense regalava alla nuova Amministrazione colpevole di una linea sui temi della famiglia, della vita e della bioetica distante se non opposta alla dottrina della chiesa cattolica.
Sambi ha dialogato e ha limato le differenti posizioni, mostrando il meglio della scuola diplomatica nella quale si è formato in giovane età: la scuola che fu dei cardinali Agostino Casaroli e poi Achille Silvestrini che al tempo della Guerra fredda, gli anni della prima era wojtyliana, si è distinta per un’efficace ostpolitik nei confronti dei regimi comunisti.
Sulle nomine dei nuovi vescovi americani, invece, Sambi ha mantenuto soprattutto negli ultimi mesi una linea molto ratzingeriana: i nuovi presuli la cui elezione è stata appoggiata dal nunzio sono principalmente di linea conservatrice, quella linea chiamata oggi negli Stati Uniti della “ortodossia affermativa”.
Ne è un rappresentante valido il neo arcivescovo di Philadelphia, il pellerossa Charles Chaput. L’auspicio di Benedetto XVI è che anche il successore designato di Sambi a Washington, Carlo Maria Viganò, oggi segretario del governatorato della Città del Vaticano, sappia portare avanti la medesima linea dialogante con le istituzioni e insieme fedele quanto alle nomine.
Non è un caso che il Papa abbia scelto un italiano per Washington. In curia romana gli italiani che ricoprono incarichi importanti sono un numero considerevole. Oltre a Bertone e al sostituto Becciu in segreteria di stato, ci sono i prefetti Amato, Filoni e Piacenza. Ci sono il penitenziere Baldelli e il suo vice Girotti. Il presidente dell’Aif Nicora, il presidente degli Affari economici De Paolis e il bibliotecario Farina. Ci sono i capi dicastero Fisichella, Antonelli, Vegliò, Coccopalmerio, Ravasi e Celli. Il maestro delle cerimonie liturgiche papali Marini e il direttore della sala stampa Lombardi. Molti anche i segretari e i sottosegretari.
Un numero talmente rilevante da rappresentare un unicum nella storia della curia romana. Tanto che per le prossime quattro nomine – il capo della biblioteca vaticana, il presidente del governatorato, il presidente degli Affari economici, il gran maestro dell’ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme – non potranno che essere scelte personalità non italiane, anche per non svilire la vocazione prettamente internazionale che la Santa Sede da sempre mantiene.
Pubblicato sul Foglio venerdì 29 luglio 2011
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Dall’Australia al Financial Times, si allarga il dissenso contro il Vaticano
28 luglio 2011 -
Il fronte del dissenso contro il Vaticano e il governo centrale della chiesa cattolica si fa ogni giorno più attivo. In queste ore è dall’Irlanda e dall’Australia che arrivano le notizie più preoccupanti per Roma.
Seppure, anche i dosser austriaci e americani – 300 preti in Austria, 157 negli Stati Uniti, che protestano contro il Papa e chiedono la riforma del sacerdozio con l’annullamento dell’obbligo del celibato e l’apertura all’ordinazione femminile – restano minacciosi.
Sulle vicende irlandesi e sullo scontro diplomatico in corso tra Dublino e la Santa Sede dopo la pubblicazione del Cloyne Report inerente i casi di pedofilia commessi da diciannove esponenti del clero nel periodo in cui vescovo della diocesi era il “segretario di tre Pontefici” John Magee (1987-2010), ha detto la sua ieri il Financial Times con un editoriale intitolato “Vaticano arrogante”.
Il titolo rivela da quale parte l’autorevole quotidiano della City abbia deciso di stare: dalla parte dell’Irlanda e contro una chiesa che nell’era Wojtyla-Ratzinger “si è evoluta in una istituzione totalmente asservita alla loro autorità, poco incline a cooperare con le autorità civili per le indagini inerenti gli abusi sessuali”.
“Nessun primo ministro – scrive il Financial Times – ha mai condannato il Vaticano con un linguaggio così tagliente come quello utilizzato la scorsa settimana da Enda Kenny. Nessun primo ministro era mai stato giustificato nel farlo”. Perché “gli scandali della pedofilia da tempo hanno mandato in frantumi l’autorità morale del Vaticano in Irlanda”. Tanto che oggi “il Vaticano sta pagando un prezzo pesante per la sua arroganza e la sua segretezza”.
I casi di pedofilia nel clero scandalizzano e alimentano le voci del dissenso contro la Santa Sede, rea di aver coperto, nell’era di Karol Wojtyla Papa e di Joseph Ratzinger prefetto della Dottrina della fede, i pedofili. Sotto accusa è la chiesa in quanto tale, in quanto istituzione che per secoli ha governato con norme immutate. Le leggi restrittive circa il celibato sacerdotale sono viste da molti come il principale motivo delle depravazioni, causa del male della pedofilia. La novità di oggi risiede nel fatto che il dissenso non è esterno alla chiesa cattolica, ma anche interno a essa.
In Australia è di ieri la notizia che mille fedeli della diocesi di Toowoomba, vicino a Brisbane, nel sudest del paese, hanno scritto al Papa contestando la sua decisione resa nota il 2 maggio di dimissionare il 67enne vescovo William M. Morris.
Perché Morris è stato rimosso? Perché più volte aveva mostrato l’intenzione di ordinare delle donne al sacerdozio. E di più, per ovviare alla mancanza di preti in diocesi, aveva chiamato a dire messa dei pastori protestanti. Mentre per “velocizzare” la pratica della penitenza, si era adoperato a concedere l’assoluzione collettiva senza la confessione individuale dei peccati.
Insomma, le medesime riforme chieste a gran voce da parte del clero cosiddetto “del dissenso” in altre parti del mondo, a cominciare dall’Austria e dagli Stati Uniti.
I mille chiedono al Vaticano “spiegazioni” sulla rimozione di Morris e chiedono che “mai più un trattamento del genere si ripeta in altre diocesi dell’Australia”. Imputato non è soltanto il Papa, ma anche colui che nel 2006 condusse una visita apostolica nella diocesi di Toowoomba giudicando la condotta del vescovo inappropriata. Fu l’arcivescovo americano Charles J. Chaput, da pochi giorni successore di Justin Rigali a Philadelphia, a consegnare un rapporto negativo alle autorità vaticane. Chaput, giudicato da alcuni settori della chiesa americana “troppo conservatore”, non ha ascoltato le minacce dei fedeli. E nemmeno quelle di Morris il quale, saputo della rimozione, ha dichiarato di avere con sé “l’appoggio della vasta maggioranza della popolazione e dei preti della diocesi”.
Pubblicato sul Foglio giovedì 28 luglio 2011
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Così il Vaticano prova a evitare un nuovo scisma. I collaboratori del Papa e i dossier su Irlanda, Austria e Stati Uniti
27 luglio 2011 -
In Vaticano il vento della disobbedienza è monitorato costantemente. Sul tavolo dei principali collaboratori del Papa sono aperti i dossier relativi all’Irlanda, all’Austria e all’America dove i preti chiamano alla disobbedienza se Roma non mette in campo quelle riforme che non ha mai voluto attuare: la fine del celibato sacerdotale, l’apertura al sacerdozio femminile, la comunione concessa a tutti, a cominciare dai divorziati risposati. Il ricatto, nemmeno troppo sottinteso, è uno: o Roma approva ciò che chiediamo o sarà scisma.
In Irlanda sta facendo scalpore la lettera firmata da padre Vincent Twomey, ex allievo di Papa Benedetto XVI e docente al seminario irlandese di Maynooth, in cui scrive: “Tutti i vescovi nominati prima del 2003 diano le dimissioni. E’ l’unica strada per garantire la trasparenza nello scandalo pedofilia”. In sostanza l’idea è una: per restituire credibilità alla chiesa occorre azzerare la classe dirigente esistente, rea di aver coperto, insabbiato, nascosto i peccati carnali del clero. Dietro la lettera di Twomey c’è una chiesa che non sa come uscire dall’impasse. Anche l’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, sente su di sé la pressione del paese e, infatti, sono settimane che attacca i vescovi irlandesi “che hanno insabbiato”, coloro che nella chiesa non si sono accodati “alla linea della trasparenza di Joseph Ratzinger”. Per lui, come per molti cattolici irlandesi, la strada è una: scaricare il passato e ricominciare da zero. Altrimenti l’emorraggia dei fedeli sarà inarrestabile. Altrimenti altro non si potrà verificare che uno scisma.
Negli Stati Uniti tengono banco le proteste di Roy Bourgeois, 70 anni, brillante promessa dell’imprenditoria statunitense in America latina che un giorno di ritorno dal Vietnam si fece prete. Conobbe Janice Sevre, una donna che aspirava a diventare sacerdote nella chiesa cattolica. La battaglia di Sevre divenne la sua tanto che pochi giorni fa è stato Bourgeois a benedire l’ordinazione illecita di Sevre fatta dal gruppo Roman Catholic Womenpriests. Bourgeois è stato convocato a New York, quartiere generale della congregazione di Maryknoll, dal superiore generale John Sivalon che ha detto che una relazione su quanto avvenuto sarà inviata alla Dottrina della fede. Dunque, oggi, la palla è in mano a Roma, che sa bene che padre Bourgeois e i 157 preti che lo sostengono sono pronti a tutto pur di non rinunciare alle proprie idee, anche a uno scisma. C’è un decreto del 30 maggio scorso e firmato dall’ex Sant’Uffizio (Decreto generale circa il delitto di attentata ordinazione sacra di una donna), nel quale si stabilisce formalmente la scomunica automatica per le donne che vengono ordinate e per chi celebra il rito, una scomunica che non prevede possibilità di ricorso: “L’unico ricorso è il pentimento”, ha detto il sottosegretario della Dottrina della fede Joseph Augustine Di Noia. “Sarei molto triste”, ha detto Bourgeois. “Sono stato prete di Maryknoll per 36 anni, ma se Roma mi licenziasse, dovrei accettarlo”.
In Austria il vento non è diverso. Nella lettera tramite la quale il primate d’Austria Christoph Schönborn richiama i circa 300 preti austriaci appartenenti a “Iniziativa parroci” all’obbedienza e all’unità con Roma c’è molta cautela. Schönborn non vuole rompere coi preti ribelli, perché all’orizzonte vede il rischio di un passo estremo, la rinuncia dei preti all’appartenenza alla chiesa. Dietro “Iniziativa parroci”, infatti, c’è il movimento “Noi siamo chiesa”, che continuamente minaccia la rottura definitiva.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 27 luglio 2011
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Chiesa debole e sotto assedio? Ai ferri corti con l’Irlanda sullo scandalo pedofili, la Santa Sede ha richiamato il suo ambasciatore a Dublino. Intanto in America, come già in Austria, esplode la lotta al celibato di sacerdoti e “sacerdotesse”
26 luglio 2011 -
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La chiesa cattolica naviga da sempre nel mondo, ma in queste ore le acque sono molto agitate. In Irlanda, Stati Uniti, Austria e Italia infuriano le tempeste. Ci sono le accuse al Vaticano di aver coperto gli abusi sessuali dei preti. Ci sono le proteste di parti del clero contro il governo della chiesa giudicato retrogrado sui grandi temi del celibato sacerdotale, dell’ordinazione femminile, della pastorale verso gli omosessuali. Ci sono i dubbi che covano dentro la stessa chiesa sulle ambiziose operazioni finanziarie dei collaboratori del Papa: entrare dentro l’ospedale San Raffaele di Milano sobbarcandosi non solo quasi un miliardo di euro di debiti ma pure i destini di un progetto culturale più relativista e nichilista che cristiano.
Sono cinque anni che nella cattolica Irlanda escono dispacci governativi che inchiodano la chiesa per le colpe dei suoi preti, rei di aver abusato di minori senza che vescovi e cardinali abbiano fatto nulla per impedirlo. Dopo che i rapporti Ferns (2005), Ryan e Murphy (2009) erano usciti ledendo la credibilità della chiesa, l’ultimo report, quello sulla diocesi di Cloyne (luglio 2011), agita le acque in maniera talmente violenta che ieri il Vaticano ha richiamato a Roma il proprio ambasciatore a Dublino: una misura “cui raramente la Santa Sede fa ricorso” e che “denota la serietà della situazione”, ha detto a caldo il numero due della sala stampa vaticana padre Ciro Benedettini.
Cloyne è la diocesi governata dall’87 al 2010 da monsignor John Magee. Non un vescovo qualunque. L’“orco di Cloyne”, come l’hanno battezzato i giornali del Regno Unito, è stato segretario personale di Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Contro la sua condotta, “omertosa” per chi lo accusa, tenuta anche dopo il 2001 – dopo le nuove norme che l’ex Sant’Uffizio diretto da Ratzinger ha emanato per combattere la pedofilia – ha tuonato nelle scorse ore Enda Kenny.
Il primo ministro irlandese ha annunciato un progetto di legge che, se approvato, obbligherà i sacerdoti a riferire notizie su abusi di minori anche se apprese in confessione. Se non lo faranno, rischieranno cinque anni di prigione. “Una proposta assurda e irricevibile”, ha detto al Foglio monsignor Gianfranco Girotti, numero due della Penitenzieria apostolica.
Parole che confermano una situazione tesissima. Il Vaticano replicherà ufficialmente con uno statement sul quale stanno lavorando segreteria di stato e Dottrina della fede. Ma l’impressione è che sarà difficile convincere delle proprie ragioni: secondo il quotidiano Irish Independent il 72 per cento della popolazione è favorevole alla rottura delle relazioni diplomatiche con il Vaticano.
E non mancano anche dentro la chiesa proposte choc. L’autorevole teologo irlandese Vincent Twomey, ex allievo di Benedetto XVI e docente al seminario irlandese di Maynooth, ha detto: “Tutti i vescovi nominati prima del 2003 diano le dimissioni. E’ l’unica strada per garantire la trasparenza nello scandalo-pedofilia”.
E’ anche per rispondere a un mondo sempre più inferocito per i peccati commessi dai preti che 157 sacerdoti statunitensi chiedono al Vaticano la “liberalizzazione” del sacerdozio: sì alle donne prete e stop al celibato sacerdotale.
A loro dire, a scatenare le peggiori depravazioni è la “sessuofobia” che impregna chi guida la chiesa. I 157 si schierano dalla parte di un prete, Roy Bourgeois, il cui ordine missionario minaccia di dimetterlo dopo che, in disobbedienza alle autorità, ha benedetto l’illecita ordinazione sacerdotale di una donna della Roman Catholic Womenpriests.
I 157 dicono di essere dalla parte dei 300 preti austriaci di “Iniziativa parroci” che con un manifesto chiamano alla disobbedienza sul sacerdozio femminile, sul celibato sacerdotale e sulla comunione ai divorziati risposati.
A loro ha risposto via lettera l’arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn che ha parlato della necessità dell’“unità con il Papa” e ha ricordato che “l’obbedienza cristiana è palestra di libertà”.
Quella stessa libertà che rivendicano oggi in Vaticano coloro che intendono entrare anima e corpo nel mega progetto dell’ospedale San Raffaele di don Luigi Verzé. La missione dichiarata di don Verzé era ai limiti del possibile: non curare ma guarire, costi quel che costi, comprese, come ha scritto Sandro Magister, le “ricerche svincolate dai criteri etici affermati dal magistero”. Il Vaticano comprando il San Raffaele insegue il sogno del più grande polo ospedaliero cattolico del mondo. I dubbi di parte delle stesse gerarchie risiedono proprio qui, se sia possibile far divenire cattolico il San Raffaele.
Pubblicato sul Foglio martedì 26 luglio 2011
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Parla monsignor Girotti: “Irricevibile e assurda” la proposta di legge irlandese sulla pedofilia (e il segreto confessionale)
24 luglio 2011 -
Il dossier governativo di quattrocento pagine che accusa la chiesa cattolica d’aver coperto gli abusi sessuali commessi su quaranta persone da diciannove sacerdoti della diocesi di Cloyne (Irlanda) governata dal 1987 al 2010 dal “segretario di tre Papi” monsignor John Magee ha provocato l’indignazione del governo irlandese che per voce del primo ministro Enda Kenny attacca la Santa Sede e arriva a mettere in agenda un progetto di legge che, se approvato, obbligherebbe i sacerdoti a riferire notizie su abusi di minori anche se apprese in confessione: “Se non lo facessero, rischierebbero cinque anni di prigione”, ha scritto Massimo Introvigne.
Il Vaticano sta preparando una risposta alle accuse, uno statement firmato dalla Congregazione per la dottrina della fede. Ma nelle ore più calde è monsignor Gianfranco Girotti, numero due della Penitenzieria apostolica (è l’organo vaticano che da secoli assegna grazie, attribuisce dispense, sanzioni e condoni), che al Foglio dice la sua in merito alla proposta irlandese: “E’ assurda. E’ una proposta irricevibile”, dice. E ancora: “L’Irlanda può approvare tutti i progetti di legge che desidera, ma deve sapere che la chiesa non si sottometterà mai all’obbligo della denuncia del confessore all’autorità civile. La confessione è una questione privata che permette al penitente di emendarsi, di purificarsi. Il segreto è condizione necessaria. Ciò non significa che i vescovi non debbano vigilare sui pedofili e, fatte le opportune verifiche, chiedere a questa gente di pagare per i propri crimini. Se però si vuole violare la confessione la risposta della chiesa è e sarà sempre no”.
Girotti parla del “sigillum confessionis”, il segreto che tempo fa era ulteriormente tutelato dal fatto che esistevano i confessionali con la grata: penitente e confessore non potevano riconoscersi, la grata permetteva al confessore di non decifrare l’identità del penitente. Nel XIII secolo fu il chierico inglese Tommaso di Chobham a scrivere in un manuale di confessione il motivo della grata, il perché della necessità di mantenere il segreto: “Il sigillo della confessione deve essere segreto perché lì il confessore siede come Dio e non come uomo”. Dice Girotti: “Nella confessione un penitente dice al confessore i propri peccati. Il confessore ascolta e anche nel caso di peccati più abominevoli della pedofilia, egli ha il dovere di assolvere qualora riconosca il sincero pentimento di chi ha davanti. La denuncia alla magistratura, il carcere, le sanzioni previste dalle leggi dello stato sono un’altra cosa. Tutti hanno il dovere di pagare il proprio conto alla giustizia per i crimini commessi, ma non spetta al confessore violare il segreto. La confessione è destinata a pulire l’anima davanti a Dio. E’ un’altra cosa. Vorrei ricordare, tra l’altro, che per il confessore che infrange il segreto del confessionale è prevista la scomunica ‘latae sententiae’ da parte della chiesa”.
L’Irlanda è indignata. Il nunzio apostolico è stato convocato dal governo. Mentre, secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano Irish Independent, il 72 per cento della popolazione sarebbe favorevole alla rottura delle relazioni diplomatiche con il Vaticano. Ma c’è un passaggio del dossier pubblicato in queste ore che indigna più di ogni altra cosa. Ed è la lettera del 1997 in cui monsignor Luciano Storero, allora nunzio apostolico in Irlanda, comunicava ai vescovi irlandesi le “serie riserve” del Vaticano sul modo in cui il documento del 1995 formulava l’obbligo di denunciare alle autorità civili i casi di pedofilia. I politici irlandesi vedono nella lettera di Storero la prova che la Santa Sede chiedeva ai vescovi irlandesi di disobbedire, come ha detto il primo ministro, “alle loro stesse linee guida” del 1995 e alla legge del loro paese. In realtà la prudenza vaticana era motivata dal fatto che troppe volte preti innocenti venivano denunciati senza prove convincenti. E poi dal fatto che non solo l’obbligo di denuncia non esisteva in Irlanda, ma era una disposizione che andava a violare pesantemente la legge canonica la quale, con coloro che si macchiano di crimini del genere, prevede pene severe.
In Vaticano le accuse irlandesi hanno scioccato molti. A Dublino risiede il vescovo Diarmuid Martin che all’epoca del verificarsi degli abusi prestava servizio in curia a Roma. Martin, come hanno fatto in passato i cardinali Christoph Schönborn da Vienna e Sean Patrick O’Malley da Boston, ha accusato coloro che nella chiesa disattendono le indicazioni del Papa in merito. Per queste accuse si è guadagnato le lodi del New York Times e della columnist Maureen Dowd. Ha detto Martin: “A Cloyne c’erano persone che hanno messo le loro opinioni al di sopra della difesa dei bambini. Paradossalmente appellandosi in qualche modo alla loro interpretazione della legge canonica si sono messi al di sopra e al di là delle regole che il Papa corrente ha promulgato per l’intera chiesa”.
Martin non è nuovo ad accuse del genere. Più volte le sue parole si sono rivolte direttamente contro chi nella chiesa e in Vaticano ha fatto poco per arginare il problema della pedofilia. Anche per questo Martin non è amato da tutti a Roma, nella curia romana dove diversi monsignori ricordano che ai tempi del verificarsi degli abusi anch’egli risiedeva e lavorava in curia, anch’egli, dunque, in qualche modo la rappresentava. E’ difficile dire quando lo statement del Vaticano uscirà. Nel 2008, quando il Belgio accusò il Papa per le sue parole spese contro l’uso del preservativo durante il volo che lo portava verso l’Africa, la risposta arrivò dopo diverse settimane. Anche in questo caso la risposta non arriverà nell’immediato. Le parole, infatti, vanno studiate e ponderate oculatamente.
Alla Congregazione per la dottrina della fede governata dal cardinale William Joseph Levada siede come promotore di giustizia, il maltese Charles J. Scicluna. In passato Scicluna ha usato parole di fuoco contro quei sacerdoti che abusano dei minori. Senz’altro la risposta al governo irlandese non dimenticherà di ricordare che la pedofilia è un “crimine orrendo”.
Pubblicato sul Foglio sabato 23 luglio 2011
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Quanti sono i dubbi della curia romana sulla “operazione San Raffaele”
22 luglio 2011 -
In Vaticano il fronte dei dubbiosi circa l’“operazione San Raffaele” si è esteso dopo il suicidio di Mario Cal. E in qualche modo si farà sentire, oggi, nel giorno in cui il nuovo cda è riunito per una seduta cruciale per il futuro del gruppo, una seduta in cui provare a fare chiarezza anche sul sistema di contabilità parallela usato per scopi non chiari. Del fronte dei perplessi fa parte una figura di peso della curia romana: il cardinale Attilio Nicora, capo dell’Autorità di informazione finanziaria vaticana, uomo vicino alla buona finanza cattolica lombarda, la “finanza bianca”.
La domanda che Nicora e altri entro le mura leonine si fanno è una: perché? Perché il cardinale Tarcisio Bertone spinge per entrare nel San Raffaele garantendo, tramite i suoi uomini di fiducia, Giuseppe Profiti, Ettore Gotti Tedeschi, Giovanni Maria Flick e Vittorio Malacalza, di poter sanare lo spaventoso debito accumulato da don Luigi Verzé, 972 milioni di euro?
La risposta nessuno la conosce. Senz’altro c’è la volontà, legittima, di mettere insieme un piano ambizioso, il più grande polo ospedaliero cattolico in grado, se ben gestito, di garantire le entrate necessarie per far fronte alle perdite che ogni anno incombono sul bilancio della Santa Sede, comprese quelle della Radio Vaticana. Se è vero che ai tempi delle prime avvisaglie della crisi finanziaria il Vaticano trasformò i propri investimenti azionari in lingotti d’oro, è anche vero che poco prima il cardinale Edmund Szoka, presidente del governatorato dal 1997 al 2006, aveva venduto parte dell’oro per investire, con esiti negativi, sui mercati americani.
Nicora fino a oggi è rimasto nell’ombra. Le sue riserve non le ha mostrate in pubblico. Si dice che dietro il silenzio del mondo della finanza bianca lombarda ci sarebbero interessi non secondari, tra questi l’Università Cattolica di Milano alla quale Nicora, con l’appoggio di Bertone, vorrebbe cambiare gli statuti per portarla a dipendere direttamente dal Vaticano. Da tempo il link tra Bertone e la finanza cattolica è diretto. Difficilmente, infatti, sarebbe stato possibile che il Vaticano vincesse dentro il San Raffaele su Bruno Ermolli, il consigliere di Silvio Berlusconi, e sull’imprenditore Giuseppe Rotelli, entrambi disposti a soccorrere don Verzé.
Non a caso Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa Sanpaolo, il cui consiglio di sorveglianza è presieduto da un esponente nobile della finanza bianca, ovvero Giovanni Bazoli, già a inizio luglio aveva dato il proprio placet all’operazione vaticana: “E’ stato scelto di approfondire e realizzare un’alleanza con la sanità vaticana e con altri portatori di fondi filantropici internazionali”. I dubbi di parte del Vaticano risiedono qui, sui fondi internazionali. Lo Ior può garantire 200 milioni di euro. E gli altri 772? Si è parlato di una charity internazionale, disposta a investire per un miliardo di dollari. Ma chi c’è dietro questa charity? Si dice apparterrebbe all’universo del miliardario americano George Soros. Un universo che aumenta il mistero.
Pubblicato sul Foglio venerdì 22 luglio 2011
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C’è un Montanelli assetato di Dio
22 luglio 2011 -
Chi era Indro Montanelli?
“Era un uomo assetato di Dio, voleva capire qualcosa del creatore e del Signore di cui sentiva la presenza ma non riusciva a parlarci e ad avere risposte ai suoi interrogativi. Il 22 aprile 1989 sono andato a fargli gli auguri per i suoi ottant’anni e mi dice: ‘Fra me e te il fortunato sei tu che hai ricevuto la fede. Io invece non ce l’ho. Tu sai perché vivi, io ancora non lo so. Infatti sei sempre sereno e sorridente, mentre io soffro di insonnia e depressione”.
A raccontare Montanelli a dieci anni dalla morte è su Avvenire padre Piero Gheddo, missionario del Pime che conobbe Montanelli nel 1972. Montanelli era presidente del premio giornalisti italiani “Campione d’Italia”. Gheddo vinse il premio per “Terzo Mondo perché povero”. Gli disse Montanelli: “Hai vinto il premio perché sei un missionario e scrivi di missionari, raccontando le loro esperienze… Se eri un prete e parlavi dei preti in Italia, il premio te lo sognavi”.
Evidentemente per Montanelli c’era differenza tra essere prete ed essere prete-missionario. Dopo quel premio Gheddo iniziò a collaborare con il Giornale. A lui Montanelli chiedeva lumi sulla chiesa e le sue decisioni.
Leggi qui il pezzo di Avvenire: “Indro, paladino dei missionari”.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 22 luglio 2011
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Conservatori ma creativi, ecco i vescovi “di destra” dell’era Ratzinger
21 luglio 2011 -
Conservatori aperti al mondo contro conservatori in ritirata. Conservatori moderni contro ultra tradizionalisti. Se fino a qualche anno fa la leadership della chiesa cattolica, cardinali e vescovi insieme, vedeva contrapposti due fronti, quello conservatore e quello progressista, oggi le cose non sembrano essere più così.
Le ultime nomine di Papa Ratzinger spostano “a destra” le gerarchie e ridisegnano il fronte del comando in modo diverso rispetto al passato.
Alla guida delle chiese locali che contano è sempre più difficile che da Roma vengano inviati preti cosiddetti del dissenso o della disobbedienza. Piuttosto le nuove nomine sono sempre più sotto il segno della fedeltà (più aperta verso il mondo e le sue istanze) alla dottrina di sempre.
Due giorni fa Benedetto XVI ha nominato Charles J. Chaput nuovo arcivescovo di Filadelfia. Nato in una famiglia contadina del Kansas, della tribù pellerossa dei Prairie Band Potawatomi, francescano cappuccino, era dal 1997 vescovo di Denver, nel Colorado.
Sandro Magister di lui dice che fa parte della schiera dei vescovi “ortodossi affermativi”, e cioè “molto decisi nell’affermare la presenza della chiesa cattolica nella società, senza compromessi né annacquamenti”.
John Allen, invece, parla di Chaput come di un “conservatore creativo”. Ed è lo stesso Chaput che a John Allen dice: “Spero di essere creativo e contemporaneo, applicando tuttavia quell’insegnamento e quella vita strutturale alla chiesa locale”.
Di conservatori siffatti Benedetto XVI sta riempiendo le diocesi statunitensi. A Los Angeles ha mandato José H. Gómez. “A conservative bishop for Los Angeles”, titolarono i giornali quando Gómez ad aprile 2010 venne indicato come futuro successore del cardinale Roger Mahony. L’attesa era tanta. Tutti aspettavano di vedere quale direzione il Papa avrebbe voluto prendere. Se dare una nomina di continuità con Mahony, uno dei cardinali ritenuti più liberal degli Stati Uniti. Oppure se cambiare registro. Gómez fu una scelta di discontinuità. Messicano, fa parte dell’Opus Dei. Leader dei cattolici ispanici americani, nel 2005, quando era arcivescovo di Sant’Antonio, venne nominato dal Time Magazine tra i più influenti ispanici degli Stati Uniti. Gómez deve molto al periodo in cui ha collaborato come ausiliare dell’arcivescovo di Denver Charles Chaput. Questi ha lavorato per “sponsorizzarlo” a Roma.
Anche Timothy Dolan, arcivescovo di New York, deve a Chaput qualche voto quando, in lizza per diventare presidente della Conferenza episcopale americana il vescovo pellerossa dirottò i suoi voti su di lui. Chi è Dolan? Per Michael Sean Winters, commentatore per il National Catholic Reporter, è un presule prestigioso, energico e combattivo, di linea conservatrice ma senza eccessi.
Fuori dagli Stati Uniti sono tante le nomine di Ratzinger di conservatori “moderni”. Tra le ultime André-Mutien Léonard a Malines-Bruxelles, Willem Jacobus Eijk a Utrecht, Javier Augusto Del Río Alba ad Arequipa (Perù), Fernando Natalio Chomalí Garib a Concepción (Cile).
Pubblicato sul Foglio giovedì 21 luglio 2011
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I tanti nemici di don Luigi Verzé e del suo “carisma del denaro”
20 luglio 2011 -
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Ancora oggi, a un certo punto della giornata, come richiamato da una voce interiore, don Luigi Verzé si dirige verso la cappella, s’inginocchia, e d’incanto ritrova il cardinale Ildefonso Schuster, il monaco benedettino divenuto arcivescovo di Milano, e don Giovanni Calabria, il prete dei poveri. E niente più. Niente oltre i suoi due primi maestri. Perché dopo Schuster e don Calabria è difficile per lui trovare qualcuno che all’interno della chiesa riesca a comprenderlo, sappia accettarlo in tutta la sua atipicità, prete sì ma in giacca e cravatta, guaritore e manager insieme.
Di nemici, don Verzé ne ha avuti tanti, anche all’interno della chiesa cattolica, tra le gerarchie, le curie di Roma e di Milano, sopportato e insieme osteggiato non solo per il sospetto che sempre aleggia attorno a coloro che nel nome di Dio fanno soldi, ma anche per le amicizie che il “carisma del denaro” porta ad avere. Per don Verzé il peccato originale, quello che tanti monsignori non gli hanno perdonato, è uno: l’amicizia con Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.
La cosa divenne evidente nel 1997. Il San Raffaele a Roma è a un passo dal divenire polo universitario. Il rettore della Sapienza, Giorgio Tecce, è d’accordo. Il ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer mette la firma al decreto. Ma tutto si blocca. Le convenzioni con la sanità regionale non arrivano. Il presidente del Lazio, eletto nel Ppi, Piero Badaloni, non firma. Don Verzé capisce al volo. “Odore di cattocomunisti”, dice. E ancora: “Adesso tutto è chiaro. La sinistra cattolica dossettiana e lapiriana, giustizialista e pauperista, egalitaria e autoritaria è in trincea. Li chiamano cattocomunisti; sono i nemici più agguerriti e determinati che il San Raffaele abbia dai tempi di Bucalossi (Pietro Bucalossi, chirurgo social-democratico e ministro dei Lavori pubblici nel governo Moro IV, ndr) e degli schiaffi milanesi. E possono contare su buoni alleati in Vaticano”. Allora ministro della Sanità è Rosy Bindi. E’ lei la cattocomunista che vuole espellere don Verzé dalla capitale? Non solo lei, spiegherà un anno dopo Cesare Geronzi a don Verzé: “Anche al di là del Tevere premono”.
Don Verzé è abituato alle pressioni provenienti dal Vaticano. La prima avviene nel 1961. Il capo del San Raffaele cozza con la curia milanese guidata dall’arcivescovo Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI. In piazza Fontana in tanti lo considerano un prete maneggione, un affarista col pallino dell’albergatore. Montini si adegua a questa vulgata e gli volta le spalle. Don Verzé, in quel periodo, segue un convento di suore in città. Le suore mal sopportano il suo attivismo, il suo dinamismo. Don Verzé spinge per far entrare le suore nel suo ospedale. Propone loro di rifondarsi. Le suore scrivono a Montini che la presenza di don Verzé provoca nel loro ordine turbamento e divisione. Montini, spinto dalla curia, apre un processo su don Verzé. In poco tempo la palla passa a Roma. Don Verzé è convocato dalla Santa Sede. Dice: “In Vaticano mi ritrovo davanti due monsignori che mi interrogano. Fra quei marmi, quei soffitti, mi sento un moscerino. I miei accusatori sono preoccupati solo dai rischi finanziari delle mie iniziative”. Don Verzé cerca di rassicurare chi ha davanti dicendo loro di credere “solo nella provvidenza”. I due inquisitori lo ascoltano e poi si ritirano. Tornano. Gli dicono di non aver paura di Montini, ma di temere solo una cosa: “Il fallimento. Se fallisce, il giorno prima, si compri una pistola e si spari. Oppure si butti dal quarto piano”. Il messaggio è chiaro. E riletto oggi, 48 ore dopo il suicidio di Mario Cal, soffocato dai 972 milioni di debiti del San Raffaele, fa rabbrividire: per il Vaticano don Verzé non è un amico. E’ una presenza ingombrante e da sopportare fino a che riesce a stare in piedi con le proprie gambe. Quando tutto fallirà, solo una cosa resterà da fare.
Sull’asse Milano-Roma c’è sempre qualcuno che tiene don Verzé nel mirino. La sinistra cattolica mal tollera il suo legame con Berlusconi. E in generale il suo legame coi potenti, da Gheddafi a Fidel Castro. E poi c’è quel suo modo di agire dirompente per i modi di fare del Vaticano. E’ il 1995 quando don Verzé restaura a proprie spese il Cenacolo di Gerusalemme, luogo santo per il cristianesimo. Il Vaticano crede che Israele sia vicino alla restituzione alla chiesa cattolica del Cenacolo. Don Verzé, senza avvisare la Santa Sede, inizia col restauro. Israele vede la cosa come un passo in avanti non richiesto e blocca la trattativa. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, artefice dell’Accordo fondamentale fra Santa Sede e Israele del 1993 e nunzio a Tel Aviv dal 1990 al 1998, è senza parole.
Una luce, nei rapporti tra don Verzé e le gerarchie, è rappresentata dal cardinale Carlo Maria Martini. Sulla carta nulla c’è di più diverso tra i due, tra l’austero arcivescovo di Milano e il mondano sacerdote amato da Craxi e da Berlusconi. Ma a un certo punto un’idea magicamente li lega: entrambi sono convinti che la chiesa debba rinnovarsi, debba aprirsi anima e cuore al mondo e alle sue istanze. Sono i tempi in cui don Verzé scrive i “Dieci pensieri per il prossimo Papa”. Tra questi, alcune proposte care anche a Martini: l’abolizione del celibato del clero cattolico latino, l’attribuzione dei poteri ministeriali ai laici provati, donne comprese, i sacramenti ai divorziati. E poi i temi più scottanti: l’uso degli anticoncezionali, la procreazione assistita, i limiti da togliere alla ricerca, il coinvolgimento dei fedeli nelle scelte delle gerarchie”.
E’ su queste idee che gli opposti si toccano, che Martini tocca don Verzé. Ma, paradossalmente, è proprio questa amicizia a portare in dote a don Verzé altri nemici. Quella parte di curia da sempre avversa a Martini e al suo cattolicesimo s’insospettisce. Mal sopporta le spinte anti romane di don Verzé, il suo soffiare sul rinnovamento in antitesi alla chiesa-istituzione. E aspetta il prete manager al guado, pronta a subentrargli qualora la sua opera fallisca.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 20 luglio 2011
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