A Miami vogliono “salvare la chiesa” con un dossier contro l’ex vescovo Favalora

Archbishop Favalora

Quando il 20 aprile del 2010 Benedetto XVI accettò le dimissioni di monsignor John C. Favalora, allora vescovo di Miami, con otto mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale dei 75 anni in molti dissero che finalmente chi da tempo (Favalora era a Miami dal 1994) copriva i preti pedofili veniva cacciato.

Oggi, trascorso più di un anno, i sospetti di allora non solo sono rimasti tali, ma a scorrere l’esplosivo dossier su Favalora raccolto da un gruppo di cattolici della diocesi di Miami che si riunisce sotto la sigla Christifideles assumono il contorno di una realtà ben più imbarazzante per le gerarchie della chiesa.
I Christifideles hanno messo assieme un dossier poderoso intorno a Favalora. Chiamato “Miami vice”, il dossier è in queste ore rilasciato a spizzichi e bocconi dal network di Gawker. Il succo è questo: nell’“era Favalora” la diocesi di Miami altro non era che “un focolaio di sodomiti” dediti al sesso sfrenato e a ogni genere di attività illecita. Nove capitoli e quattro appendici, il dossier riporta testimonianze intorno alla “promiscuità sfrenata” e ai “misfatti finanziari” di preti e seminaristi, azioni, si dice, avallate dal vescovo. Chi ha testimoniato sono laici ma anche preti. A fianco delle loro dichiarazioni si legge quasi sempre questa frase: “La fonte di queste informazioni è il suddetto sacerdote-fratello, il cui nome e il cui contatto sarà reso disponibile solo su richiesta”.

Chi è il destinatario del dossier? A chi si rivolgono i cattolici floridiani? “Non alla stampa, ma al Vaticano”, dice Eric Giunta, un ex seminarista e collaboratore al “Miami vice”. Giunta spiega che il dossier vuole informare le autorità di Roma e insieme “difendere la chiesa”. E ancora: “L’ultima cosa che vogliamo è fare del male alla chiesa”.

Al di là delle ultime accuse, la presenza di Favalora a Miami non è mai stata facile. In passato era stato criticato dai settori più tradizionalisti della diocesi per la decisione, mai digerita appieno, di mettere al bando dalla diocesi i Legionari di Cristo e il movimento Regnum Christi, fondati da padre Marcial Maciel, il prete poi riconosciuto colpevole di abusi sessasuali su minori e di una seconda vita piena di colpi di scena. Non solo, fu dai settori tradizionalistinche arrivarono contro favalora critiche feroci per abisu liturgici, un approggio “liberal” – venne detto – ala liturgia nel suo insieme.

Vita dura ha avuto anche il successore di Favalora, il vescovo Thomas G. Wenski. Nell’aprile del 2010, a sole ventiquattr’ore dalla nomina firmata da Benedetto XVI, dovette fare i conti con lo Snap, la più grande associazione americana di vittime degli abusi del clero: anche lui, secondo gli accusatori, non sarebbe intervenuto dopo aver ricevuto denunce di abusi. “Il Papa promuove un vescovo con un passato preoccupante quanto a sicurezza dei bambini”, aveva dichiarato David Clohessy, direttore esecutivo dell’associazione delle vittime. Wenski, figlio di immigrati polacchi, arrivò a Miami da Orlando: vescovo conservatore, è della nuova linea cosiddetta dell’“ortodossia affermativa” inaugurata daa Papa Ratzinger negli Stati Uniti. Lo Snap lo ha accusato di “inganno in tre casi, specialmente in uno recente che coinvolge un’accusa di stupro commessa da un prete e da un seminarista”. Niente a che vedere, comunque, con le accuse e i dossier usciti contro Favalora, a conti fatti uno dei casi più difficili e scottanti dell’intera galassia cattolica americana.

Pubblicato sul Foglio sabato 30 luglio 2011

L’addio al super-nuncio Sambi e le nomine “non italiane” in Vaticano

Pietro Sambi

Il “super-nuncio” Pietro Sambi, ambasciatore del Papa negli Stati Uniti dal 2006, è deceduto ieri per complicazioni post operatorie a Baltimora, appena pochi giorni prima del suo ritorno a Roma dove avrebbe dovuto ricoprire l’incarico di presidente della Prefettura per gli affari economici della Santa Sede, un incarico che prevede la berretta cardinalizia.

Inviato a Washington dal Papa un anno dopo la sua elezione al soglio di Pietro, ha rappresentato soprattutto nei primi tempi di Barack Obama alla Casa Bianca una voce dialogante rispetto al governo, sempre tesa ad ammorbidire le bordate che settimana dopo settimana una parte dell’episcopato statunitense regalava alla nuova Amministrazione colpevole di una linea sui temi della famiglia, della vita e della bioetica distante se non opposta alla dottrina della chiesa cattolica.

Sambi ha dialogato e ha limato le differenti posizioni, mostrando il meglio della scuola diplomatica nella quale si è formato in giovane età: la scuola che fu dei cardinali Agostino Casaroli e poi Achille Silvestrini che al tempo della Guerra fredda, gli anni della prima era wojtyliana, si è distinta per un’efficace ostpolitik nei confronti dei regimi comunisti.

Sulle nomine dei nuovi vescovi americani, invece, Sambi ha mantenuto soprattutto negli ultimi mesi una linea molto ratzingeriana: i nuovi presuli la cui elezione è stata appoggiata dal nunzio sono principalmente di linea conservatrice, quella linea chiamata oggi negli Stati Uniti della “ortodossia affermativa”.

Ne è un rappresentante valido il neo arcivescovo di Philadelphia, il pellerossa Charles Chaput. L’auspicio di Benedetto XVI è che anche il successore designato di Sambi a Washington, Carlo Maria Viganò, oggi segretario del governatorato della Città del Vaticano, sappia portare avanti la medesima linea dialogante con le istituzioni e insieme fedele quanto alle nomine.

Non è un caso che il Papa abbia scelto un italiano per Washington. In curia romana gli italiani che ricoprono incarichi importanti sono un numero considerevole. Oltre a Bertone e al sostituto Becciu in segreteria di stato, ci sono i prefetti Amato, Filoni e Piacenza. Ci sono il penitenziere Baldelli e il suo vice Girotti. Il presidente dell’Aif Nicora, il presidente degli Affari economici De Paolis e il bibliotecario Farina. Ci sono i capi dicastero Fisichella, Antonelli, Vegliò, Coccopalmerio, Ravasi e Celli. Il maestro delle cerimonie liturgiche papali Marini e il direttore della sala stampa Lombardi. Molti anche i segretari e i sottosegretari.

Un numero talmente rilevante da rappresentare un unicum nella storia della curia romana. Tanto che per le prossime quattro nomine – il capo della biblioteca vaticana, il presidente del governatorato, il presidente degli Affari economici, il gran maestro dell’ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme – non potranno che essere scelte personalità non italiane, anche per non svilire la vocazione prettamente internazionale che la Santa Sede da sempre mantiene.

Pubblicato sul Foglio venerdì 29 luglio 2011