Venti cardinali a metà giugno si giocano la cinquina di Milano. In pole position c’è Angelo Scola
31 maggio 2011 -
Si riuniranno giovedì 16 giugno in sessione plenaria i venti cardinali membri della Congregazione dei vescovi (sono una trentina, ma alcuni dall’estero daranno forfait). All’ordine del giorno la nomina del nuovo arcivescovo di Milano. Il sabato successivo il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione, salirà dal Papa e gli consegnerà i tre nomi ritenuti idonei all’elezione. Quindi Benedetto XVI deciderà e l’annuncio del successore di Dionigi Tettamanzi verrà dato dalla Santa Sede di lì a pochi giorni. C’è chi dice prima della festa di san Pietro e Paolo, il 29 giugno.
Le consultazioni promosse presso i vescovi e i cardinali lombardi dal nunzio in Italia Giuseppe Bertello consegnano alla plenaria cinque nomi sui quali ci sarà aspra battaglia. Perché se è vero che Angelo Scola, patriarca di Venezia, resta il favorito, un coupe de théatre è sempre possibile. Scola è il nome che il Papa da mesi ha in serbo nonostante le critiche di coloro che non vogliono una figura di formazione ciellina. Ma questi attacchi si faranno sentire ancora il 16 giugno.
Due sembrano i nomi in grado di contrastare Scola: Gianfranco Ravasi, a capo della cultura vaticana, e Pietro Parolin, nunzio in Venezuela. Ravasi è stimato dal Papa e sulla carta ha delle chance da giocarsi seppure sia un curiale (fin dall’inizio sembra siano state escluse figure in forza alla curia romana) e non abbia esperienze pastorali. L’inserimento di Parolin nella rosa, invece, sorprende. A Caracas da meno di due anni, un passato in segreteria di stato, farà parlare di sé in futuro. La domanda che tutti si fanno è una: è lui l’outsider che la curia di Milano, che non gradisce un nome legato a Cl, cerca? E poi: gli basterà l’amicizia con Bertello per fare il balzo fino a Milano?
Aldo Giordano e Francesco Lambiasi, gli ultimi due nomi contenuti nella lista dei cinque – rispettivamente osservatore permanente della Santa Sede presso il consiglio d’Europa e vescovo di Rimini – oltre a non avere origini lombarde non sembrano avere la forza per convincere Ratzinger. Già “scartati” per Torino e Vicenza sembra difficile riescano a farcela per Milano. Durante le consultazioni sono stati fatti anche altri nomi. E questi potrebbero tornare durante la plenaria ma, se messi a verbale, serviranno per future nomine a cominciare da quella di Venezia, la cattedra che Scola se eletto lascerebbe libera.
Milano è la città dove la campagna elettorale per il sindaco ha diviso i cattolici. Giuliano Pisapia è stato appoggiato dagli eredi della tradizione cattolica democratica da sempre vicina alla curia ambrosiana: Lino Duilio, Mariapia Garavaglia, Patrizia Toia, Fabio Pizzul, Franco Monac, Paolo Danuvola. Letizia Moratti, invece, ha avuto dalla sua molti ciellini. Ma in Vaticano assicurano che la vittoria di Pisapia non influenzerà la scelta del Papa. Se Scola sarà nominato, in sostanza, non sarà per bilanciare la vittoria di Pisapia. Anche perché, come Tettamanzi insegna, non è detto che una volta eletto il vescovo resti fedele alla sua linea. Tettamanzi divenne vescovo di Ancona e poi segretario generale della Cei non senza la benevolenza del cardinale Camillo Ruini che lo considerava vicino a sé. Poi la sterzata. A Genova Tettamanzi cavalcò l’onda anti globalizzazione durante il G8, e quell’onda lo portò a Milano.
Il Papa ha dimostrato di aver un unico criterio nelle nomine: la conoscenza e la fiducia verso il suo candidato. Così ha fatto nelle nomine più importanti: dal segretario di stato Tarcisio Bertone per anni suo fedele collaboratore alla Dottrina della fede, al prefetto dello stesso ex Sant’Uffizio, il cardinale William Joseph Levada, l’unico nordamericano a partecipare alla commissione presieduta dal cardinale Ratzinger per il nuovo catechismo della chiesa cattolica, fino al prefetto dei vescovi Ouellet, membro della redazione di Communio, la rivista fondata da Hans Urs von Balthasar assieme, ancora, a Ratzinger.
Pubblicato sul Foglio martedì 31 maggio 2011
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Svolta nei rapporti tra Vaticano e islam. In Libano il primo raduno tra vescovi e imam
27 maggio 2011 -
Un vento nuovo soffierà presto sulla bonaccia dei rapporti tra Vaticano e islam. Se fino a oggi la diplomazia della Santa Sede ha faticato, a causa principalmente dell’inafferrabilità dell’interlocutore islamico – il cardinale francese Jean-Louis Tauran, diplomatico di razza, molto preparato soprattutto circa i risvolti sociali, politici e culturali del medio oriente, ha canali aperti al Cairo con l’antica Università Al-Azhar ma ne ha pochi altrove – da domani potrebbe iniziare un percorso diverso, grazie all’iniziativa di monsignor Béchara Boutros Raï, nuovo patriarca di Antiochia dei maroniti e cioè dell’unica chiesa orientale sempre rimasta fedele a Roma.
Béchara Raï, infatti, insieme al gran Mufti del Libano, Mohammad Rashid Qabbani, ha annunciato il 14 aprile scorso a Benedetto XVI l’idea del primo grande raduno tra leader cristiani e musulmani dell’area mediorientale e nordafricana. Un raduno che, se trovasse, come sembra sia possibile, una vasta partecipazione, rappresenterebbe un novum importante, un primo risultato concreto degli auspici di Ratzinger che vuole un dialogo “sulle modalità tramite le quali convivere” e non sulle teologie, che non possono che restare diverse.
Béchara Raï, uomo concreto, fondatore della redazione in lingua araba della Radio Vaticana, incarna questa visione e non a caso a lui è stata affidata la pesante eredità del cardinale Nasrallah Pierre Sfeir. Quando due mesi fa il piccolo conclave maronita (38 vescovi) è arrivato a eleggerlo dopo dodici scrutini, per le strade del Libano non c’erano solo i cristiani a festeggiare, ma tanti musulmani, sunniti e sciiti.
Ha detto recentemente Béchara Raï a Consulente Re, rivista mensile on line emanazione del Gruppo Re, specializzato in servizi finanziari per uomini e istituzioni di chiesa: “Vogliamo che l’incontro avvenga presto. C’è un gran brutto clima. C’è un rifiuto dei cristiani condito di continue minacce in Iraq, in Egitto e anche in altri paesi. Se dovessimo riuscire a concretizzare l’incontro per un patto di amicizia tra cristiani e musulmani nell’intera regione, ciò avrebbe sicuramente ricadute positive in tutti i paesi coinvolti, in cui non mancano oggi tensioni e insicurezza che preoccupano molto”.
Béchara Raï ha una visione molto concreta della galassia islamica. Ed è da questa visione che intende partire per impostare il dialogo nel grande raduno presto in agenda. A suo dire non si può dialogare fattivamente dimenticando che l’islam non distingue tra stato e religione. Dice: “Dove la religione di stato è l’islam, la fonte della legislazione civile è il Corano, e i poteri politico, giudiziario e militare sono in mano ai musulmani. Nel mondo musulmano mediorientale solo il Libano fa eccezione”. E ancora: “Oggi c’è molta preoccupazione per il fondamentalismo islamico che legalizza violenza e terrorismo. Ogni volta che dall’occidente esce una dichiarazione antimusulmana, ne soffrirà qualche gruppo di cristiani d’oriente. Infatti i musulmani pensano che l’occidente sia cristiano e ciò che fa o dice sia espressione del cristianesimo”.
Quando Benedetto XVI tenne la lectio magistralis di Ratisbona dove richiamò le religioni affinché agiscano secondo ragione e non si pieghino all’odio e alla violenza nel nome di Dio, Béchara Raï era vescovo di Jbeil-Byblos. Subito si schierò in difesa del Papa dicendo che finché l’islam non abbandona l’idea degli stati teocratici che mescolano politica e religione il dialogo con il mondo cristiano non sarebbe potuto avvenire. Per queste sue idee Béchara Raï guida oggi la chiesa maronita. Per queste idee il Papa lo segue e lo appoggia, e con lui la diplomazia vaticana che vede nel raduno presto in agenda finalmente una svolta decisiva.
Pubblicato sul Foglio venerdì 27 maggio 2011
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La linea Tettamanzi (e anche Cei) al ballotaggio della moschea
26 maggio 2011 -
Paolo Branca, docente di lingua araba all’Università Cattolica di Milano e islamologo di riferimento della curia vescovile di Milano dice al Foglio che la decisione del cardinale arcivescovo Dionigi Tettamanzi di offrire il proprio assenso alla costruzione di una grande moschea a Milano, consenso condiviso due giorni fa anche dal segretario della Conferenza episcopale italiana Mariano Crociata, “è solo un primo timido passo verso un’apertura al mondo islamico che dovrebbe essere ben maggiore”.
Al di là delle polemiche elettorali, dice, “la realtà è che oggi, come un saggio di Stefano Allievi – studioso vicino all’islamista Tariq Ramadan, ndr – intitolato ‘La guerra delle moschee dimostra, parlare delle moschee senza costruirle significa non tenere conto dei fatti: l’islam non è soltanto un minareto o un’aula di preghiera, è anche un velo, un burqa, una macelleria halal, un fedele che si inginocchia su di un pezzo di cartone per strada e che prega rivolto verso la Mecca, è uno stile di vita ormai dentro lo spazio pubblico e come tale inestirpabile.
Impossibile pensare di poter eliminare la questione con un colpo di spugna. Complessivamente in Europa in musulmani sono 16.790.000, per un totale di quasi 11 mila moschee (per la precisione 10.989). In Italia ci sono più di 700 moschee clandestine. E ancora dobbiamo dibattere se è legittimo costruirne una?”.
Milano è la città dove Branca tiene le fila della “Cattedra del dialogo”, un luogo di incontro e confronto tra esponenti di diverse religioni nato dalle ceneri della “Cattedra dei non credenti” del cardinale Carlo Maria Martini. Un luogo che secondo alcuni corona un modello di multiculturalismo remissivo, relativista e buonista. Scrive sul Giornale Magdi Cristiano Allam che il modello Tettamanzi è “figlio di una ideologia del relativismo che coltiva il sogno di una Milano multiculturalista dove dovremmo azzerare tutto ciò che siamo” e dove “dovrebbe trionfare una nuova civiltà espressa dalla sommatoria quantitativa delle rivendicazioni di tutti coloro che man mano arrivano, piantano la loro tenda e dettano le loro condizioni”.
Dice Allam che gli imam nelle moschee fanno ciò che vogliono. Così accade in viale Jenner dove Abdelhamid Shaari presiede una moschea “centrale del terrorismo islamico tanto è vero che il suo imam Abu Imad sta scontando una condanna di 3 anni e 8 mesi”.
Risponde Branca: “Allam parla così perché probabilmente ha vissuto un’esperienza non facile nell’islam. Ma alle sue parole rispondo coi fatti. A Segrate alle porte di Milano c’è un moschea talmente piccola che nei giorni di preghiera quasi nessuno riesce a entrare. In Italia oltre a quella di Segrate ci sono soltanto altre due moschee ufficiali: quella di Catania e quella di Roma. I musulmani sono complessivamente un milione e trecentomila. Si può far finta di niente? Milano non può. Se il problema è che in alcune moschee si fa propaganda terroristica allora controlliamo che non si faccia. Ma diamo ai musulmani un luogo di preghiera. E’ una questione di civiltà oltre che di ordine pubblico. La curia non è la sede del dialogo relativista. E’ l’istituzione che nel 1990 scrisse, firmata da Martini, la lettera ‘Noi e l’islam’ che ancora oggi viene letta come esemplare quanto ai rapporti tra cattolici e musulani. Si dice che il dialogo non deve tradire la propria identità ma che insieme è impossibile dialogare se preventivamente si chiudono le porte. Qui stiamo semplicemnente parlando di un grande luogo di preghiera che, se costruito in modo ‘monumentale’, potrebbe attrarre tanti turisti”.
Sulla moschea la chiesa milanese sembra spaccata in due. Chi vuole la moschea viene descrirtto come un prete di sinistra stile don Colmegna. Chi non la vuole come un sovversivo vicino agli ambienti ciellini. “Questa divisione” dice Branca “ è quella che non permette di vedere le cose con il distacco necessario per comprenderle. Pensiamo a quando i musulmani manifestarono in piazza San Babila e poi arrivarono a pregare sul sagrato del Duomo di Milano. Per molti fu l’occasione per attaccare Tettamanzi e la “sua” chiesa che non si ribellò alla “profanazione” di un luogo caro alla cristianità occidentale. Questo attacco non permise di comprendere cosa diceva a Milano quel gesto. Diceva che i musulamani sono una relatà da non trascurare. E che con loro occorre dialogare. Infatti quegli stessi che pregarono in piazza Duomo il giorno successivo andarono da Tettamanzi e gli chiesero scusa per l’‘indelicatezzza’. Ma in pochi notarono la cosa”.
Pubblicato sul Foglio giovedì 26 maggio 2011
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Un direttore miracolato
25 maggio 2011 -
In una lunga intervista “a tutto campo” per Consulente Re – rivista mensile on line emanazione del Gruppo RE specializzato in servizi finanziari per uomini e istituzioni di chiesa – Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, svela: “Sono stato miracolato da Pio X.
Dice: “Questo mi hanno detto i miei genitori. Nel 1954, a due anni appena compiuti, ero stato colpito da una forma praticamente mortale di difterite: si era alla vigilia della canonizzazione di Pio X e venni raccomandato a lui da uno storico, un sacerdote spagnolo amico di mio padre, don Vicente Castell Maiques. Don Vicente celebrò messa in San Pietro proprio sulla tomba del Papa al quale la mia famiglia – di origine veneziana – era molto legata. Guarii”.
Leggi qui: “Giovanni Maria Vian a tutto campo“.
Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 25 maggio 2011
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Il salesiano pro pedofilia e gli ultimi fuochi della rivoluzione olandese
24 maggio 2011 -
Tutti parlano di lui. Del salesiano olandese di 73 anni – si conoscono soltanto le iniziali, padre van B. – salito agli onori della cronaca in quanto dichiaratamente appartenente alla Martijn, un’associazione legalmente riconosciuta in Olanda e che sostiene le relazioni pedofile: “Sono perfettamente legittime” dicono, “seppure discriminate dalla società”.
Non è solo van B. a sostenere la legittimità della pedofilia ma anche padre Herman Spronck, superiore dei salesiani in Olanda, la cui intervista concessa a Rtl News sta facendo impazzire il Web.
Padre Spronck, in sostanza, appoggia von B. e sostiene che se il bambino è consenziente il rapporto sessuale con un adulto è legittimo. Dice: “Dipende dal bambino. Non si deve mai entrare nello spazio personale del bambino se non lo vuole. Ma ci sono bambini che indicano loro stessi che è ammissibile. In questo caso anche un contatto sessuale è possibile”. Padre Spronck entra nel merito anche del seminario dove lui, assieme a tanti altri sacerdoti olandesi, ha studiato negli anni Cinquanta e Sessanta. Dice che erano tutti maschi, che non vedevano mai le ragazze, “e per questo era normale che nascessero certe tendenze”.
Le notizie dall’Olanda sono immediatamente arrivate in Italia e a Roma. Hanno provocato la reazione decisa della curia generalizia dei salesiani che ha condannato in una nota le dichiarazioni di Spronck dicendo che “il rispetto pieno e totale dei bambini, dei ragazzi e dei giovani rimane per noi un’opzione fondamentale e irrinunciabile”. E ancora: “Essere membro di tale associazione è assolutamente incompatibile con i principi e i valori della tradizione salesiana”.
Nella chiesa olandese in pochi sostengono la legittimità della posizione dei due salesiani. Il dibattito è semmai aperto – e a tratti parecchio aspro – sulla genesi teologica e storica della posizione dei due. La domanda è una: cosa porta uomini di chiesa a sostenere che la pedofilia è un qualcosa di legittimo? Per alcuni tutto è nato dopo il Concilio Vaticano II quando la chiesa olandese spingeva, molto più di altre chiese, per riformare in senso aperto e liberal il suo stesso Dna.
Fu il cardinale Bernard Jan Alfrink, arcivescovo di Utrecht, a pubblicare con l’appoggio di diversi teologi (tra questi il domenicano Edward Schillebeeckx) un nuovo catechismo portatore di grandi aperture sui temi dell’omosessualità, dell’aborto, delle pratiche anticoncezionali, del sacerdozio delle donne, del celibato dei preti. Per altri, invece, queste posizioni, seppure non condivisibili in alcun modo, sono il segnale di una chiesa che non elude certi problemi e che di questi problemi vuole parlare. Fino a pochi mesi fa il principale interprete di questa chiesa aperta al mondo e al suo spirito era Adrianus Herman van Luyn, vescovo di Rotterdam, anch’egli salesiano. Il 18 gennaio il Papa ha accettato le sue dimissioni per raggiunti limiti di età.
Pubblicato sul Foglio martedì 24 maggio 2011
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L’abbazia degli intrighi. Il Vaticano sopprime i cistercensi di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, guidati da un tipo eccentrico
21 maggio 2011 -
Il decreto è ancora riservato ma parla chiaro. Firmato in data 11 marzo 2011 da monsignor João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, recita così: “La Congregazione, che ha il compito di intervenire in tutto ciò che è riservato alla santa Sede per quanto riguarda la vita consacrata, al termine della visita apostolica ad inquirendum et referendum sopprime l’abbazia di Santa Croce in Gerusalemme in Roma e dispone che i monaci ivi residenti si trasferiscano, entro due mesi, nei monasteri della congregazione di San Bernardo in Italia come stabilito dal commissario pontificio dom Mauro Lepori, abate generale dell’ordine cistercense”.
La notizia non è di poco conto. La comunità cistercense di Santa Croce, infatti, è una presenza storica a Roma. Risiede a fianco della basilica dal 1561 quando i cistercensi vi arrivarono per sostituire i certosini. Da allora è stata un’escalation importante, tante vocazioni e frotte di fedeli in pellegrinaggio per vedere i pezzi da novanta custoditi nel recinto sacro, le reliquie portate da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, di ritorno da un pellegrinaggio al Calvario, ovvero un frammento della croce di Gesù, un chiodo della medesima, e il titulus crucis, la tavoletta con l’imputazione formulata a Pilato.
L’escalation ha un suo apogeo ai giorni nostri quando, nell’autunno del 2008, Benedetto XVI, leggendo in collegamento video un passo della Genesi, apre “La Bibbia giorno e notte”, un evento in diretta Rai nel quale, ininterrottamente per sei giorni, viene proclamato l’intero testo sacro. Tra i lettori tanti volti noti, Carlo Azeglio Ciampi, Giulio Andreotti, Roberto Benigni, Maria Grazia Cucinotta e, per ultimo, il cardinale Tarcisio Bertone.
“Santa Croce in Gerusalemme diventa superstar”, titolano i giornali di mezzo mondo che suggeriscono ai propri lettori la visita al “nuovo” luogo di culto magari soggiornando per qualche notte nell’albergo molto à la page che i monaci hanno voluto a ridosso della basilica. Un servizio limousine è sempre disponibile per i cilienti più sofisticati, ventiquattrore su ventiquattro. Scrive l’Espresso in quei giorni: “Centro di culto e di solidarietà permanente per le sedicimila anime della sua parrocchia, oltre che monastero con trenta monaci, Santa Croce in Gerusalemme è diventata anche un’enclave ambita e di rango grazie all’associazione Amici di Santa Croce, presieduta da un discendente di Carlomagno”.
L’associazione promuove iniziative culturali e contribuisce a portare gente nel negozietto adiacente l’orto botanico che i monaci hanno sistemato all’interno dell’anfiteatro castrense. L’orto, ridisegnato dal paesaggista di Marella Agnelli e di Mary Rothscholi, vedova del barone Alain, si dice soddisfi persino la severissima Giulia Maria Crespi.
E poi? Poi qualcosa cambia. Qualcosa si rompe nei rapporti tra il Vaticano, il vicariato di Roma sotto la cui giurisdizione l’abbazia gravita, e i monaci. O meglio, un monaco, l’abate Simone Maria Fioraso il quale, prima di vestire la tunica bianca con lo scapolare nero, frequentava i migliori atelier di Milano – l’abate ha sempre mantenuto parecchio riserbo sul suo precedente impiego, c’è chi dice lavorasse per Missoni, chi per Giorgio Armani, voci mai confermate – e che dopo essersi calato con incredibile successo nel ruolo di gran cerimoniere dell’evento Rai cade, di colpo, in disgrazia. Cacciato dal Vaticano. Via da Roma. Via dall’abbazia. E con lui tutti i suoi monaci (sette resistono ancora dentro l’abbazia, molti hanno più di ottantanni, dovranno andarsene ma non si sa se mai accetteranno di farlo. E intanto, la basilica, è affidata a un prete diocesano).
Perché la decisione del Vaticano? Rispondere non è facile. Si parla di abusi liturgici gravi commessi dai monaci. Sono diversi siti tradizonalisti a mandare ancora oggi sul web le immagini di alcune celebrazioni all’interno della basilica. Ai tempi di “La Bibbia giorno e notte” una suora, Anna Nobili, si esibisce in una nuova forma di danza da lei ideata, la Holy dance. Ex cubista specializzata in lap dance e balli funky, animatrice per anni dei locali notturni milanesi più trasgressivi, suor Anna balla per Dio, senza velo, rotolandosi sorridente per terra nei pressi dell’altare. La danza non piace a tutti in Vaticano tanto che i rifllettori di alcune Congregazioni vengono posizionati sulla basilica, per guardare e capire verso quale approdo la stanno portando i monaci. Ma non di soli abusi liturgici peccano i monaci. Anzi, c’è chi dice che gli abusi siano una colpa dichiarata dalla Santa Sede per coprire vicende più gravi. C’è un dispaccio vaticano che parla di “problemi nella conduzione della comunità”. Mentre diverse voci anonime riferiscono di rapporti di amicizia “non del tutto ortodossi” tra alcuni monaci. Che può significare tanto ma anche nulla. Le dicerie, in queste comunità, sono all’ordine del giorno.
Di certo c’è un fatto: non era tutto oro quello che brillava attorno a Simone Fioraso. A cominciare dall’orto bitanico. Ricavato nel rudere dell’anfiteatro castrense viene dotato per volere dell’ex abate di una porta degna di nota. Viene battezzata “Sipario” e come scrive lo stesso Fioraso in un opuscolo ancora disponibile in basilica, è dono “dell’artista Jannis Kounellis”. Decine di pietre colorate sono incastonate in grande cancello di acciaio, un’“arte povera che ben si presta a interpretare un mondo che nella semplicità e nell’essenzialità ha le sue radici”. Scrive Kounellis: “La porta dell’orto nasconde l’ordine culturalmente stabilizzato che regna in quella natura a godimento della comunità monastica, protegge la verginità mistica della crescita delle piante, fra terra e cielo, come un pozzo fondato di preghiere”. E’ la migliore nobiltà romana che si avvicina a questa verginità mistica, che compra i prodotti dell’orto, che li cucina nelle proprie cene elogiandone i sapori autentici. Sapori che, come detto, pare abbiano soddisfatto anche Giulia Maria Crespi la quale, senz’altro, ben altro giudizio avrebbe maturato in merito se solo avesse saputo quella che in molti tra coloro che conoscono i monaci dicono essere l’“amara verità”. Una quantità importante dei cosiddetti prodotti tipici veniva scaricata tutte le mattine nel retro del negozietto adiacente l’orto da un fruttivendolo della zona. Alla faccia della produzione propria.
Il distacco dalla basilica non deve essere stato facile per Fioraso. Nato nel 1949 a Rho, a 34 anni è a Roma alla chiesa di San Carlo al Corso per fissare la data delle nozze. Ma accade qualcosa. A fine colloquio padre Ilario Marchesan gli dice: “Tu non sei chiamato al matrimonio, ma al sacerdozio”. Fioraso si lascia convincere. Lascia la donna che ama ed entra come novizio all’abbazia di Chiaravalle. Poi arriva a Santa Croce come archivista bibliotecario. Dirà: “Amo questo posto più di me stesso. E’ la nostra luce, il luogo dove Dio e l’uomo vivono insieme”.
Fioraso lavora per far splendere la basilica. Scrive a Domenico Sissini, direttore generale dei Beni culturali, per segnalare il bisogno di restauri. Cerca la collaborazione del prefetto Francesco La Motta, direttore del Fec, il Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno. Vuole ricostruire un rapporto da sempre vivo in città, quello tra la sua basilica e la nobiltà romana. Incontra il marchese Giulio Sacchetti. E’ il 2000. A Roma c’è il Giubileo indetto da Karol Wojtyla. I fondi arrivano copiosi. Sacchetti dà vita all’associazione Amici di Santa Croce. Vice presidente è Olimpia Torlonia e un comitato promotore che, si dice, sia “degno del Jockey club di Parigi”.
Il paesaggista Paolo Pejrone viene contattato per l’orto. I nobili portano soldi per i poveri. In cambio hanno accesso al grande corridoio dell’abbazia. Affreschi ottocenteschi e volte medievali. Qui possono liberamente organizzare cene di gala. Per pochi intimi o più popolate. Santa Croce decolla. Ci passano diversi politici, Francesco Rutelli, Walter Veltroni, Pier Ferdinando Casini. Fioraso inaugura anche un albergo, la “Domus Sessoriana”. La vista che si giode dalle stanze è mozzafiato, il Tempio di Venere e Cupido da una parte, i resti archeologici della villa imperiale di Costantino e l’acquedotto Claudio dall’altra. Poi l’idea della “Bibbia giorno e notte”.
75 mila persone in sei giorni sono in basilica per ascoltare la lettura. Fioraso non vuole perdere la scia del grande entusiasmo. E pensa a una cappella dedicata interamente alla Parola “per non perdere l’ondata di spiritualità provocata dal Libro dei libri”. I giornali parlano di Fioraso così: “Anima ascetica, testa da Confindustria, carisma da leader”. Anche in Vaticano le sue “quotazioni” crescono parecchio. Di lui si parla anche oltre i confini italiani. Tanto che la popstar Madonna, nel 2008 a Roma per un concerto, si fa portare a Santa Croce in Gerusalemme. Sono le tredici, la basilica è chiusa. Fioraso viene avvisato e si precipita ad aprire. Insieme a un confratello scorta Madonna nell’orto e poi in basilica. Qui il confratello intona il Salve Regina. E, dice Fiorasio, “Madonna si commuove”. Sono gli ultimi sussulti di un’epoca felice, di poco precedente l’intervento della Santa Sede.
Come sempre accade in questi casi le disposizioni del Vaticano non si dilungano in molte parole. La decisione presa della soppressione dell’intera comunità viene scritta in un foglio protocollare scevro di spiegazioni. “Fioraso” dicono alcuni, “era salito troppo in alto e quando si sta in alto si provocano molte invidie”. In Vicariato arrivano storie sul suo conto che non convincono. Girano troppi soldi. Molti di questi spariscono. E poi le dicerie sulle amicizie tra i monaci. A molti non va giù la sovraesposizione mediatica che Fioraso guadagna durante “La Bibbia giorno e notte”. Dicono i più critici a proposito della cappella della Parola voluta da Fioraso e oggi scomparsa: “Era organizzata da schifo, tutta concentrata sul libro e appena relegato in un angoletto il simbolo eucaristico: una cosa sballata come arredo, e peggio, molto peggio a livello di contenuti simbolici”. E ancora, ecco le critiche di alcuni monaci: “Non serve alcuna cappella della Parola, perchè la vera cappella è il nostro cuore e l’anima nostra dove essa può e deve solo risuonare”. Per loro “l’esperienza dell’ottobre scorso è stata imposta dalla Rai, e già al momento la comunità si è spaccata in merito”. Dice una fonte anonima: “L’assenza in prima persona del Papa, come del cardinale Carlo Maria Martini (entrambi presenti soltanto in collegamento televisivo) indica che una buona parte della gerarchia riteneva questa occasione come una passerella: molti vi ci sono lanciati, altri hanno duramente disertato”.
Parole che sembrano mostrare come, la fronda anti Fioraso, è probabilmente nata dentro la stessa comunità cistercense prima che altrove. Nata a motivo di una sovraesposizione, di una visibilità e notorietà forse troppo elevata per uno che, pur a capo di una comunità, sempre monaco resta. Monaco, e dunque dedito a una vita riservata, nascosta, solitaria.
Non tutto comunque termina qui. Nei giorni in cui la comunità è chiamata a fare le valige, infatti, accade qualcosa di inaspettato. Come accadde in tante altre vicende analoghe – il caso del vescovo di Orvieto Domenico Scanavino o del vescovo di Toowoomba in Australia William Morris, ad esempio – è il popolo a stupire. Il popolo che si schiera con chi viene cacciato. A Santa Croce in Gerusalemme in molti rimpiangono il loro abate. Alcuni, non tutti, saputa la soppressione dell’intera comunità monastica hanno appeso un volantino nell’atrio della basilica rivolto a tutti i monaci. Recita così: “Con pazienza, dedizione, sacrificio e passione avete cambiato il volto di Santa Croce. Avete valorizzato la nostra splendida basilica restituendole il ruolo universale che le spetta. Avete amato e servito questa comunità anche quando non ha capito e apprezzato i vostri sforzi. Le parole non bastano per esprimere il dolore di questo distacco brusco e immotivato”. Firmato: La comunità parrocchiale che sa riconoscere i frutti dello Spirito”.
Pubblicato sul Foglio sabato 21 maggio 2011
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Studio americano: fu Woodstock a scatenare la pedofilia dei preti
19 maggio 2011 -
Roma. C’è una chiesa che alle notizie degli abusi sessuali commessi da preti su minori risponde cercando di comprendere la causa del fenomeno. E’ la chiesa americana i cui vescovi hanno commissionato uno studio al John Jay College (è la principale istituzione accademica degli Stati Uniti in materia di criminologia) che il New York Times ha definito come “il più autorevole effettuato fino a oggi dalla chiesa cattolica”.
L’arco di tempo preso in esame va dal 1950 al 2010 e il risultato è uno: la causa della pedofilia nel clero cattolico non è né il celibato né l’omosessualità, bensì “the blame Woodstock”, l’effetto Woodstock e cioè il clima permissivo e liberal della fine degli anni Sessanta.
Secondo lo studio il prete pedofilo non ha caratteristiche psicologiche precise. Non è possibile, dunque, farne un identikit partendo dalle sue vere, o presunte, “devianze” sessuali o disturbi psicologici. Tra l’altro, alla fine degli anni Settanta è aumentato il numero di sacerdoti con inclinazioni (dichiarate o volutamente celate) omosessuali. Ma, contestualmente, gli abusi sui minori sono diminuiti.
La maggior parte delle denunce, infatti, si riferisce a casi degli anni Cinquanta-Sessanta. In quegli anni i preti avevano molto a che fare coi bambini mentre alle suore venivano affidate le bambine. E’ per questo, dice lo studio, che gli abusati erano per la maggior parte minori di sesso maschile.
Secondo il John Jay College, inoltre, molti dei casi di abusi su minori non si possono definire casi di pedofilia. Soltanto il cinque per cento di questi casi è così definibile, mentre per il restante 95 per cento si tratta di abusi su adolescenti che già hanno superato l’età della pubertà.
I risultati dello studio sono destinati a far parlare molto la chiesa. Al suo interno è forte la convinzione che la pedofilia dei preti sia principalmente un problema legato all’omosessualità. Un anno fa questo stesso concetto venne espresso dal cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone. In Cile Bertone disse: “Molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c’è relazione tra celibato e pedofilia e invece molti altri hanno dimostrato, me lo hanno detto recentemente, che c’è una relazione tra omosessualità e pedofilia. Si tratta di una patologia che interessa tutte le categorie sociali, e preti in minor grado in termini percentuali”.
Bertone parlava basandosi su statistiche diffuse qualche anno prima proprio dal John Jay College. Secondo queste statistiche si evinceva l’opposto di quello che si evince oggi. E cioè che il rischio pedofilia è maggiore tra gli omosessuali: “Mentre sarebbe ingiusto e assurdo sostenere che tutti gli omosessuali sono pedofili, è un dato di fatto che molti pedofili sono omosessuali”. Il dato riportato era questo: l’81 per cento dei preti accusati di rapporti con minori nel periodo 1950-2002 avevano un orientamento omosessuale. E’ anche per questo che Benedetto XVI nel 2008 ha raccomandato ai vescovi americani maggiore cautela prima di ordinare quei preti seminaristi che manifestano un orientamento omosessuale.
Pubblicato sul Foglio giovedì 19 maggio 2011
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La chiesa vara la sua linea sulla pedofilia, e non è l’intolleranza zero
17 maggio 2011 -
Un anno esatto da ieri. Questo è il tempo che il Vaticano ha concesso alle conferenze episcopali del mondo perché presentino alla Congregazione per la dottrina della fede le linee guida adottate per fare fronte allo scandalo degli abusi sessuali commessi dai preti.
La bussola per preparare tali linee guida è una lettera circolare che ieri il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il cardinale statunitense William Joseph Levada – il testo respira anche del lavoro del segretario della Congregazione, Luis F. Ladaria, e del promotore di giustizia Charles Scicluna – ha indirizzato a tutti i vescovi.
Lo scopo è uno: far sì che i vescovi sanciscano nero su bianco le norme da attuare nei casi di pedofilia basandosi su orientamenti comuni che, dunque, riflettono le idee e le convinzioni del Vaticano.
Insomma, il tentativo è scongiurare che si ripetano casi come quello di padre Lawrence C. Murphy, il pedofilo americano che dopo aver abusato di diversi minori in una scuola del Wisconsin non venne rimosso per la negligenza dell’allora arcivescovo di Milwaukee, Rembert Weakland. Dalla lettera di Levada, si comprende che la Santa Sede vuole che i vescovi non disattendano due cose: l’attenzione prioritaria alle vittime e la cooperazione con le autorità civili.
L’attenzione alle vittime è quanto Benedetto XVI ha messo in campo nel corso del 2010. Nei suoi viaggi non ha mai rinunciato a incontrare coloro che sono stati abusati sessualmente dai preti. Nella lettera che il Papa ha scritto ai cattolici d’Irlanda è arrivato a dire: “Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. E’ stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata”.
La Santa Sede sa che l’abuso sessuale di minori non solo è un delitto canonico ma è anche un crimine perseguito dall’autorità civile. Per questo si chiede “collaborazione” con le autorità seppure i rapporti con esse siano differenti a seconda dei paesi.
Certo, “collaborazione” non significa “obbligo”. Il Vaticano non parla di “obbligo” di denuncia. I vescovi, insomma, a meno che le leggi dello stato non lo chiedano espressamente, non sono obbligati a denunciare. E’ questa, infatti, la linea che il Vaticano vuole perseguire: massima trasparenza, nessuna reticenza coi molestatori, ma il tutto senza “pregiudicare il foro interno sacramentale”.
C’è molta attenzione anche ai sacerdoti nel testo di Levada. Segno che non è di questo Papa la caccia alle streghe. Così come non appartiene al suo gergo lo slogan – da Ratzinger peraltro mai pronunciato – della “tolleranza zero”. “Il chierico accusato” scrive Levada “gode della presunzione di innocenza, fino a prova contraria, anche se il vescovo può cautelativamente limitarne l’esercizio del ministero, in attesa che le accuse siano chiarite. Se del caso, si faccia di tutto per ristabilire la buona fama del chierico che sia stato accusato ingiustamente”.
Pubblicato sul Foglio matedì 17 maggio 2011
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Cinque per Milano
13 maggio 2011 -
La nomina del nuovo arcivescovo di Milano si avvicina.
Ma le ultime notizie dicono che molto si sta muovendo sotto il cielo della Madonnina.
Al Papa non è stata portata una terna ma un quintetto. Ratzinger ne ha preso atto e le consultazioni tra i vescovi sono ricominciate.
Il quintetto è così formato:
- Angelo Scola, patriarca di Venezia
- Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura
- Aldo Giordano, Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa
- Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini
- Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela
Difficile dire come andrà a finire. Ma – è una mia opinione – oggi è ancora il patriarca il favorito. Alla fine, ovviamente, deciderà il Papa.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 13 maggio 2011
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I corpi nudi (e il loro mistero) non spaventano Ratzinger
13 maggio 2011 -
Si dice che Giovanni Paolo II sia stato un grande maestro quanto a teologia del corpo. Ma anche Benedetto XVI non scherza.
Oggi il Papa ha parlato ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia in occasione del XXX anniversario di fondazione dell’Istituto e rivolge loro il discorso che pubblichiamo di seguito.
Ha ricordato loro che poco dopo la morte di Michelangelo, Paolo Veronese fu chiamato davanti all’Inquisizione, con l’accusa di aver dipinto figure inappropriate intorno all’Ultima Cena. Il pittore rispose che anche nella Cappella Sistina i corpi erano rappresentati nudi, con poca riverenza. Fu proprio l’inquisitore che prese la difesa di Michelangelo con una risposta diventata famosa: “Non sai che in queste figure non vi è cosa se non di spirito?”.
Dice Ratzinger: “Da moderni facciamo fatica a capire queste parole, perché il corpo ci appare come materia inerte, pesante, opposta alla conoscenza e alla libertà proprie dello spirito. Ma i corpi dipinti da Michelangelo sono abitati da luce, vita, splendore. Voleva mostrare così che i nostri corpi nascondono un mistero. In essi lo spirito si manifesta e opera. Sono chiamati ad essere corpi spirituali, come dice san Paolo (cfr 1Cor 15,44). Ci possiamo allora chiedere: può questo destino del corpo illuminare le tappe del suo cammino? Se il nostro corpo è chiamato ad essere spirituale, non dovrà essere la sua storia quella dell’alleanza tra corpo e spirito? Infatti, lungi dall’opporsi allo spirito, il corpo è il luogo dove lo spirito può abitare. Alla luce di questo è possibile capire che i nostri corpi non sono materia inerte, pesante, ma parlano, se sappiamo ascoltare, il linguaggio dell’amore vero”.
L’intervento del Papa, secondo me, è tutto da leggere.
Pubblicato su palazzoapsotolico.it venerdì 13 maggio 2011
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