Venti cardinali a metà giugno si giocano la cinquina di Milano. In pole position c’è Angelo Scola

Si riuniranno giovedì 16 giugno in sessione plenaria i venti cardinali membri della Congregazione dei vescovi (sono una trentina, ma alcuni dall’estero daranno forfait). All’ordine del giorno la nomina del nuovo arcivescovo di Milano. Il sabato successivo il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione, salirà dal Papa e gli consegnerà i tre nomi ritenuti idonei all’elezione. Quindi Benedetto XVI deciderà e l’annuncio del successore di Dionigi Tettamanzi verrà dato dalla Santa Sede di lì a pochi giorni. C’è chi dice prima della festa di san Pietro e Paolo, il 29 giugno.

Le consultazioni promosse presso i vescovi e i cardinali lombardi dal nunzio in Italia Giuseppe Bertello consegnano alla plenaria cinque nomi sui quali ci sarà aspra battaglia. Perché se è vero che Angelo Scola, patriarca di Venezia, resta il favorito, un coupe de théatre è sempre possibile. Scola è il nome che il Papa da mesi ha in serbo nonostante le critiche di coloro che non vogliono una figura di formazione ciellina. Ma questi attacchi si faranno sentire ancora il 16 giugno.

Due sembrano i nomi in grado di contrastare Scola: Gianfranco Ravasi, a capo della cultura vaticana, e Pietro Parolin, nunzio in Venezuela. Ravasi è stimato dal Papa e sulla carta ha delle chance da giocarsi seppure sia un curiale (fin dall’inizio sembra siano state escluse figure in forza alla curia romana) e non abbia esperienze pastorali. L’inserimento di Parolin nella rosa, invece, sorprende. A Caracas da meno di due anni, un passato in segreteria di stato, farà parlare di sé in futuro. La domanda che tutti si fanno è una: è lui l’outsider che la curia di Milano, che non gradisce un nome legato a Cl, cerca? E poi: gli basterà l’amicizia con Bertello per fare il balzo fino a Milano?

Aldo Giordano e Francesco Lambiasi, gli ultimi due nomi contenuti nella lista dei cinque – rispettivamente osservatore permanente della Santa Sede presso il consiglio d’Europa e vescovo di Rimini – oltre a non avere origini lombarde non sembrano avere la forza per convincere Ratzinger. Già “scartati” per Torino e Vicenza sembra difficile riescano a farcela per Milano. Durante le consultazioni sono stati fatti anche altri nomi. E questi potrebbero tornare durante la plenaria ma, se messi a verbale, serviranno per future nomine a cominciare da quella di Venezia, la cattedra che Scola se eletto lascerebbe libera.

Milano è la città dove la campagna elettorale per il sindaco ha diviso i cattolici. Giuliano Pisapia è stato appoggiato dagli eredi della tradizione cattolica democratica da sempre vicina alla curia ambrosiana: Lino Duilio, Mariapia Garavaglia, Patrizia Toia, Fabio Pizzul, Franco Monac, Paolo Danuvola. Letizia Moratti, invece, ha avuto dalla sua molti ciellini. Ma in Vaticano assicurano che la vittoria di Pisapia non influenzerà la scelta del Papa. Se Scola sarà nominato, in sostanza, non sarà per bilanciare la vittoria di Pisapia. Anche perché, come Tettamanzi insegna, non è detto che una volta eletto il vescovo resti fedele alla sua linea. Tettamanzi divenne vescovo di Ancona e poi segretario generale della Cei non senza la benevolenza del cardinale Camillo Ruini che lo considerava vicino a sé. Poi la sterzata. A Genova Tettamanzi cavalcò l’onda anti globalizzazione durante il G8, e quell’onda lo portò a Milano.

Il Papa ha dimostrato di aver un unico criterio nelle nomine: la conoscenza e la fiducia verso il suo candidato. Così ha fatto nelle nomine più importanti: dal segretario di stato Tarcisio Bertone per anni suo fedele collaboratore alla Dottrina della fede, al prefetto dello stesso ex Sant’Uffizio, il cardinale William Joseph Levada, l’unico nordamericano a partecipare alla commissione presieduta dal cardinale Ratzinger per il nuovo catechismo della chiesa cattolica, fino al prefetto dei vescovi Ouellet, membro della redazione di Communio, la rivista fondata da Hans Urs von Balthasar assieme, ancora, a Ratzinger.

Pubblicato sul Foglio martedì 31 maggio 2011

Svolta nei rapporti tra Vaticano e islam. In Libano il primo raduno tra vescovi e imam

Un vento nuovo soffierà presto sulla bonaccia dei rapporti tra Vaticano e islam. Se fino a oggi la diplomazia della Santa Sede ha faticato, a causa principalmente dell’inafferrabilità dell’interlocutore islamico – il cardinale francese Jean-Louis Tauran, diplomatico di razza, molto preparato soprattutto circa i risvolti sociali, politici e culturali del medio oriente, ha canali aperti al Cairo con l’antica Università Al-Azhar ma ne ha pochi altrove – da domani potrebbe iniziare un percorso diverso, grazie all’iniziativa di monsignor Béchara Boutros Raï, nuovo patriarca di Antiochia dei maroniti e cioè dell’unica chiesa orientale sempre rimasta fedele a Roma.

Béchara Raï, infatti, insieme al gran Mufti del Libano, Mohammad Rashid Qabbani, ha annunciato il 14 aprile scorso a Benedetto XVI l’idea del primo grande raduno tra leader cristiani e musulmani dell’area mediorientale e nordafricana. Un raduno che, se trovasse, come sembra sia possibile, una vasta partecipazione, rappresenterebbe un novum importante, un primo risultato concreto degli auspici di Ratzinger che vuole un dialogo “sulle modalità tramite le quali convivere” e non sulle teologie, che non possono che restare diverse.

Béchara Raï, uomo concreto, fondatore della redazione in lingua araba della Radio Vaticana, incarna questa visione e non a caso a lui è stata affidata la pesante eredità del cardinale Nasrallah Pierre Sfeir. Quando due mesi fa il piccolo conclave maronita (38 vescovi) è arrivato a eleggerlo dopo dodici scrutini, per le strade del Libano non c’erano solo i cristiani a festeggiare, ma tanti musulmani, sunniti e sciiti.

Ha detto recentemente Béchara Raï a Consulente Re, rivista mensile on line emanazione del Gruppo Re, specializzato in servizi finanziari per uomini e istituzioni di chiesa: “Vogliamo che l’incontro avvenga presto. C’è un gran brutto clima. C’è un rifiuto dei cristiani condito di continue minacce in Iraq, in Egitto e anche in altri paesi. Se dovessimo riuscire a concretizzare l’incontro per un patto di amicizia tra cristiani e musulmani nell’intera regione, ciò avrebbe sicuramente ricadute positive in tutti i paesi coinvolti, in cui non mancano oggi tensioni e insicurezza che preoccupano molto”.

Béchara Raï ha una visione molto concreta della galassia islamica. Ed è da questa visione che intende partire per impostare il dialogo nel grande raduno presto in agenda. A suo dire non si può dialogare fattivamente dimenticando che l’islam non distingue tra stato e religione. Dice: “Dove la religione di stato è l’islam, la fonte della legislazione civile è il Corano, e i poteri politico, giudiziario e militare sono in mano ai musulmani. Nel mondo musulmano mediorientale solo il Libano fa eccezione”. E ancora: “Oggi c’è molta preoccupazione per il fondamentalismo islamico che legalizza violenza e terrorismo. Ogni volta che dall’occidente esce una dichiarazione antimusulmana, ne soffrirà qualche gruppo di cristiani d’oriente. Infatti i musulmani pensano che l’occidente sia cristiano e ciò che fa o dice sia espressione del cristianesimo”.

Quando Benedetto XVI tenne la lectio magistralis di Ratisbona dove richiamò le religioni affinché agiscano secondo ragione e non si pieghino all’odio e alla violenza nel nome di Dio, Béchara Raï era vescovo di Jbeil-Byblos. Subito si schierò in difesa del Papa dicendo che finché l’islam non abbandona l’idea degli stati teocratici che mescolano politica e religione il dialogo con il mondo cristiano non sarebbe potuto avvenire. Per queste sue idee Béchara Raï guida oggi la chiesa maronita. Per queste idee il Papa lo segue e lo appoggia, e con lui la diplomazia vaticana che vede nel raduno presto in agenda finalmente una svolta decisiva.

Pubblicato sul Foglio venerdì 27 maggio 2011