Il legno diritto della santità. Tutto quello che il Foglio ha scritto e detto su Giovanni Paolo II, lodi e critiche al suo pontificato fino alla beatificazione

Giovanni Paolo II diviene beato. Il suo è il processo più veloce della storia della chiesa (stando almeno alle notizie che si hanno dei secoli recenti).

Cosa vuol dire che diventa beato? Beatificazione è il riconoscimento formale, da parte della chiesa, dell’ascensione di una persona defunta al Paradiso. I beati però non possono ancora essere considerati formalmente santi. Lo stato di santità viene riconosciuto al termine di un processo più lungo che prende il nome di canonizzazione.

La chiesa al termine del processo di canonizzazione afferma che quella persona si trova con certezza in Paradiso e in più, rispetto alla semplice beatificazione, ne permette la venerazione come santo nella chiesa universale. Questo processo richiede in genere molti anni durante i quali devono essere riconosciuti dei miracoli attribuiti all’intercessione della persona oggetto del processo.

La beatificazione è stata introdotta in forma definitiva da Alessandro VII (1599-1667): è appunto l’atto pontificio con cui il Papa riconosce il culto nell’ambito di una chiesa locale. La canonizzazione, invece, ha un carattere dogmatico e definitivo, con cui il successore di Pietro prescrive il culto alla chiesa universale

Il cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha fatto sapere recentemente di aver chiesto da subito il culto universale per Wojtyla. La cosa non è stata concessa. Del resto, è logico: se si fosse riconosciuto il culto universale di fatto Wojtyla sarebbe stato considerato alla stregua di un santo (ma santo non lo è ancora). La parola santità indica uno stato di vita ineccepibile dal punto di vista spirituale, ovviamente per il cristianesimo il modello di riferimento è Gesù Cristo.
Alla santità sono chiamati tutti i cristiani. Ma oltre a questa santità comune c’è quella canonica che consiste nel vivere eroicamente le virtù cristiane. Questa pratica virtuosa viene riconosciuta ufficialmente dalla chiesa e da essa proposta come modello all’intero popolo di Dio, proprio perché, come scriveva Pio XI, “a tutti sia più facile raggiungere la vera santità”.

Perché la chiesa propone al culto dei fedeli alcuni santi e non altri? Il santo canonizzato, benché si sia santificato come ogni altro nell’adempimento del proprio dovere, nel proprio stato e nella propria condizione, è stato scelto e portato da Dio ad una perfezione singolare, diversa dalla vita comune. In secondo luogo, un santo, per essere canonizzabile, deve essere portatore di un carisma di santità: deve cioè recare un “messaggio” da parte di Dio all’umanità, deve essere maestro e collaudatore di una “via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno”. Come ha scritto Giovanni Paolo il nella bolla d’indizione del giubileo del 2000, la santità “si manifesta nelle vicende di tanti santi e beati, riconosciuti dalla chiesa, come anche in quelle di un’immensa moltitudine di uomini e donne sconosciuti, il cui numero è impossibile calcolare”.

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Perché un candidato divenga beato si chiede il riconoscimento di un miracolo avvenuto per sua intercessione. Cos’è il miracolo? Il miracolo è un evento straordinario che supera le leggi della natura, che suppone un intervento speciale di Dio e che è, allo stesso tempo, un segno ed una manifestazione di un messaggio di Dio all’uomo. I miracoli possono essere fisici o morali, ma per le cause vagliate dalla Congregazione per le cause dei santi è necessario un miracolo fisico; e, se consiste in una guarigione, questa deve essere istantanea, completa e duratura, oltre che inspiegabile secondo le leggi della natura, alla luce delle attuali conoscenze mediche. La chiesa esige dei miracoli per la beatificazione e canonizzazione perché sono una sorta di “timbro” che Dio appone sul suo servo, con cui garantisce la sua santità.

L’esame delle presunte guarigioni miracolose è compiuto prima sotto il profilo scientifico, cioè è studiato dai medici; poi si pronunciano i consultori teologi, ai quali spetta dire se la guarigione, naturalmente inspiegabile secondo i medici, è o no un vero miracolo, avvenuto per l’intervento del Signore invocato per intercessione del servo di Dio o del beato. Anche nell’esame del miracolo l’ultima parola spetta al congresso ordinario dei cardinali e vescovi e, infine, al sommo pontefice.

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E’ stato Benedetto XVI ha dare il suo assenso alla beatificazione di Wojtyla. L’ha dato perché il processo ha soddisfatto i requisiti richiesti. L’ha dato anche perché conosceva bene Giovanni Paolo II.

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Leggi Ci liberò dal comunismo. Beati noi per quel Papa di Giuliano Ferrara

Leggi la pagina di Maurizio Crippa Un record di beatificazioni e canonizzazioni per risvegliare i cristiani

Leggi l’articolo del Foglio che ha anticipato l’annuncio della beatificazione di Wojtyla Beato chi ha bisogno di beati

Leggi che cosa ha raccontato il Foglio in prossimità della beatificazione negli articoli Cosa rimproverano i gesuiti al Vaticano sulla beatificazione di Wojtyla e Quelli che alla beatificazione di Wojtyla ancora non si rassegnano

Leggi alcuni degli articoli scritti dal Foglio subito dopo la morte di Papa Giovanni Paolo II: Universale e sempre polacco di Jas Gavronski – Quel che abbiamo visto e udito del Papa poetaUn ventennio tutto da leggere
Pubblicato sul Foglio sabato 30 aprile 2011


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Il nuovo vice di Bertone, Angelo Becciu, arriva dall’Ostpolitik a Cuba

E’ anche grazie al suo prezioso lavoro diplomatico, morbido e votato alla non ingerenza, che Cuba ha scarcerato negli ultimi mesi diversi prigionieri del regime.

E’ stato lui tra i primi ad adoperarsi per accompagnare la transizione cubana che ha portato all’insediamento al vertice del governo di Raúl Castro.

Nel farlo ha chiesto rispetto per la libertà religiosa, accesso ai media per i propri rappresentanti, la possibilità di costruire nuovi edifici di culto, il nihil obstat all’arrivo nel paese di nuovi missionari. Il tutto mettendo sul piatto dei rapporti con il regime una linea nuova, più distensiva, la quale, mettendo da parte antichi dissapori e arroccamenti, mirasse a risultati concreti.

A conti fatti, la sua è stata una sorta di Ostpolitik su scala caraibica del Terzo millennio. E, forse, l’ultima di tipo tradizionale ancora necessaria, visto che nei suoi ventisei anni e mezzo di pontificato Giovanni Paolo II è riuscito a fare cadere tutti gli altri vecchi regimi comunisti, e la Cina è una partita diversa. Il suo impegno non è passato inosservato oltre il Tevere, tanto che nei prossimi giorni, a meno di cambiamenti di rotta dell’ultima ora, sarà lui a essere nominato in uno dei ruoli di maggior responsabilità, potere e prestigio della curia romana: sostituto della segreteria di stato vaticana, il primo collaboratore del cardinale Tarcisio Bertone e, dunque, tra coloro che hanno maggiore frequenza nell’appartamento papale.

Si chiama Giovanni Angelo Becciu, è sardo, ha 62 anni, è nunzio apostolico a Cuba e vanta una lunga carriera diplomatica alle spalle. Se nominato da Papa Benedetto XVI, prenderà il posto dell’arcivescovo Fernando Filoni il quale, come anticipato dal Foglio qualche giorno fa, si sposterà alla guida della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, la ricca Propaganda fide oggi governata dal cardinale indiano Ivan Dias, il “ministero” dove si gestiscono ingenti patrimoni e si hanno in mano i destini delle diverse missioni della chiesa cattolica nel mondo.

Filoni lascia perché è naturale, per un sostituto, l’approdo dopo anni di servizio in una Congregazione. Ma, nello stesso tempo, lascia per una mancata sintonia con Bertone la quale, in un ruolo così delicato, è quanto mai cruciale.

Fino all’ultimo momento la rosa di nomi per il posto di sostituto sono stati diversi. Becciu è una scelta tutta di Benedetto XVI, che l’ha preferito al nunzio apostolico in Francia, monsignor Luigi Ventura, legato da lunga amicizia con l’ex segretario di stato vaticano il cardinale Angelo Sodano, e all’ex nunzio apostolico in Bolivia, monsignor Luciano Suriani, oggi responsabile del personale della segreteria di stato e più vicino invece a Bertone.

Benedetto XVI ha conosciuto più da vicino Becciu durante il viaggio del marzo 2009 in Camerun e Angola. Fino a luglio 2009, infatti, Becciu era nunzio in Angola e São Tomé e Príncipe. Qui ha organizzato l’arrivo, la permanenza e la prima visita di Benedetto XVI sul territorio africano. Ma è a Cuba che i rapporti tra Becciu e la Santa Sede si sono intensificati.

A Cuba, infatti, è arrivato non soltanto Bertone nel 2008 per una lunga visita di una settimana, ma anche il responsabile dei rapporti con gli stati, il corso monsignor Dominique Mamberti, giusto un anno fa. La politica vaticana degli ultimi anni più distensiva che in passato ha avuto nelle nomine vescovili una sua importante manifestazione. Tre anni fa i vescovi di Pinar del Rio e di Santiago de Cuba, che erano tra i più combattivi nei confronti del regime castrista, sono andati in pensione e sono stati sostituiti da due presuli più accomodanti.

Pubblicato sul Foglio venerdì 29 aprile 2011


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Cosa rimproverano i gesuiti d’America al Vaticano sulla beatificazione di Wojtyla

Nel mondo del cattolicesimo americano ci sono diverse voci contrarie alla stretta sui tempi voluta dal Vaticano per portare Giovanni Paolo II alla beatificazione. Tra queste i gesuiti i quali, sulla prestigiosa rivista America, non mancano di argomentare non solo le luci ma anche le ombre che si sono proiettate nei ventisei anni e mezzo di pontificato wojtyliano. Ma, scrive in queste ore su America James Martin, adesso basta.

Martin non è una voce qualunque. Le sue idee l’hanno portato a essere spesso in feroce contrasto con Roma. Basti ricordare l’endorsement per i sacerdoti omosessuali quando, un anno fa, il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone durante un viaggio in Cile legò il problema della pedofilia nel clero a quello dell’omosessualità.

“Sono un cattolico liberale ma sono anche un ammiratore del beato Giovanni Paolo II nonostante lui non sia stato un grande fan di noi gesuiti” scrive. Perché è vero, “ci sono state lamentele per un pontificato non esente da errori”.

Tra questi “il sostegno dato per lungo tempo a Maciel Degollado”, il fondatore dei Legionari di Cristo protagonista di una vita privata problematica. Più volte “si è scritto del fatto che velocizzando il processo si è data l’impressione di voler favorire un candidato sugli altri”. Ma, dice Martin, “io che ho avuto differenti visioni da Wojtyla – chi non ha mai avuto contrasti col proprio “capo”? –, riconosco che un miracolo è avvenuto per sua intercessione e che, dunque, Dio ha messo la sua firma sulla beatificazione”.

Gli attriti tra i gesuiti e Wojtyla ebbero il loro apogeo nella “rimozione senza precedenti nel 1981 di padre Pedro Arrupe, l’amato superiore generale di noi tutti gesuiti”, scrive Martin. Venne sospettato di “aver lavorato in favore della teologia della liberazione”, ma fu semplicemente mal consigliato tanto che poi “cambiò il suo punto di vista su noi. Poco prima che morisse incontrò Arrupe” il quale, “per la cronaca, era davvero un santo”. Non è un mistero che Wojtyla ad Arrupe preferì Josemaría Escrivá. Entrambi spagnoli, uno basco e l’altro aragonese, avevano sensibilità diverse. Wojtyla amava l’Opus Dei e il suo carisma mentre, si dice, il nome di Pedro Arrupe lo infastidiva. Se qualcuno lo pronunciava in sua presenza faceva capire che era meglio cambiare argomento.

Di questa insofferenza fu testimone, tra gli altri, padre Giuseppe Pittau. Il quale ha più volte ricordato come il solo accenno ad Arrupe bastasse per “rendere nervoso” Wojtyla. Pittau era l’uomo di fiducia di Wojtyla tra i gesuiti. Era un conservatore ma di vedute aperte, moderno. Furono queste qualità che convinsero il Papa a sceglierlo per traghettare i gesuiti del liberal Arrupe su sponde più vicine a sé. Tanto che quando i gesuiti scelsero come loro capo l’olandese Peter-Hans Kolvenbach il più per Wojtyla era stato fatto: Arrupe non aveva più in mano la Compagnia.

Secondo Martin la beatificazione deve spazzare via questi attriti anche perché “i santi, tutti i santi, sono uomini e come tali non possono essere perfetti”. Sbaglia dunque il Vaticano che da tempo cerca di staccare Wojtyla dal suo pontificato: “Impossibile staccare l’uomo dalle sue azioni” e per questo Wojtyla va beatificato “nonostante gli errori commessi”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 28 aprile 2011


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Le versione di Bertone sulla Dominus Iesus chiude velenose polemiche

Pochi documenti della chiesa cattolica hanno provocato lacerazioni, anche nel corpo ecclesiale, come la dichiarazione dogmatica “Dominus Iesus”.

Pubblicata dalla Dottrina della fede nel 2000, ribadì l’assoluta unicità di Gesù Cristo in ordine alla salvezza di tutti gli uomini. Fu il cardinale Walter Kasper, quando ancora guidava i rapporti ecumenici, a dire che “alcune formulazioni del testo non sono facilmente accessibili ai nostri partner”. Tra questi gli ebrei.

Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto dell’ex Sant’Uffizio, dovette spiegarsi e dire che restava “evidente che il dialogo di noi cristiani con gli ebrei è su un piano diverso rispetto a quello con le altre religioni. La fede testimoniata nella Bibbia degli ebrei, l’Antico testamento dei cristiani, per noi non è un’altra religione, ma il fondamento della nostra fede”.

Scrive Sandro Magister che anche a livelli gerarchici alti della chiesa cattolica “si diffuse la leggenda che Wojtyla, personalmente svogliato, pubblicò la ‘Dominus iesus’ solo per dare soddisfazione al cardinale Ratzinger”. Le cose non andarono così. O almeno così afferma ora il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone – all’epoca era segretario della Dottrina delle fede – che scrive nel suo ultimo lavoro edito dalla Libreria editrice vaticana (“Un cuore grande. Omaggio a Giovanni Paolo II”) che “il Papa stesso ha voluto la ‘Dominus Iesus’ nonostante le dicerie che hanno attribuito a una fissazione di Ratzinger o della Dottrina della fede il fatto di aver voluto questa famosa dichiarazione, dicerie che si erano propagate anche in campo cattolico”.

Mentre “fu Giovanni Paolo II a chiedere la dichiarazione perché era rimasto colpito dalle reazioni critiche alla sua enciclica sulla missionarietà, la ‘Redemptoris missio’, con la quale voleva incoraggiare i missionari ad annunciare il Cristo anche nei contesti dove sono presenti altre religioni, per non ridurre la figura di Gesù a un qualsiasi fondatore di un movimento religioso. Le reazioni erano state negative, soprattutto in Asia, e il Papa ne era rimasto molto amareggiato. Allora, nell’Anno Santo, disse: ‘Per favore, preparate una dichiarazione dogmatica’”.

Certo, purtroppo “non solo in campo laico, ma anche in campo cattolico” alcuni si allinearono alle critiche. “Il Papa rimase doppiamente amareggiato. Ci fu una sessione di riflessione. Alla fine della riunione, il Papa ci disse: ‘Voglio difenderla e voglio parlarne domenica primo ottobre, durante la preghiera dell’Angelus – eravamo presenti io, il cardinale Ratzinger e il cardinale Re – e vorrei dire questo e quest’altro’”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 27 aprile 2011


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Un Papa e le sue ombre. Quelli che non si rassegnano alla beatificazione di Wojtyla

Giovanni Paolo II sarà beatificato domenica prossima davanti a centinaia di migliaia di persone in piazza San Pietro. La beatificazione sarà la più veloce della storia della chiesa tanto che Wojtyla batterà madre Teresa di Calcutta di quindici giorni. Ma questo record, dicono alcuni critici, riprendendo anche posizioni interne alla chiesa, e nonostante si sia ormai a ridosso della grande cerimonia, è quantomeno strano.

Tra queste voci critiche si è inserito il settimanale Newsweek, che in un lungo articolo firmato dal vaticanista americano John Allen (Maureen Dowd sul New York Times ha ripreso due giorni fa gli stessi contenuti) dà voce a quelle spinte contrarie alla beatificazione e ancora oggi non dome. Contrarie perché, dicono, portando in piazza San Pietro Wojtyla in tempi così brevi il Vaticano mostra sì al mondo la forza della personalità del Papa polacco ma anche, ineluttabilmente, le sue ombre.

Wojtyla ha presieduto una fabbrica dei santi senza precedenti, producendo più beatificazioni (1.338) e canonizzazioni (482) di tutti i predecessori messi insieme, e dal momento che la tradizione cattolica annovera 263 Pontefici prima di lui, la cosa è impresa non da poco. Ma questo è stato il frutto di una strategia ben precisa, che ha portato Giovanni Paolo II a rivoluzionare il processo di beatificazione e canonizzazione, eliminando l’istituzione dell’“avvocato del diavolo”, ovvero di colui che deve raccogliere prove a sfavore del candidato per portarle all’attenzione di chi deciderà. Il suo scopo era chiaro, mostrare al mondo secolarizzato che la santità c’è ancora.

La dichiarazione di santità si suppone arrivi dopo un processo democratico che comincia da un sentimento popolare che nasce dal basso. Invece, scrive Newsweek, nel caso di Wojtyla questo processo non ci sarebbe stato.

Già al suo funerale si gridava “santo subito”. I cardinali che si sono riuniti per eleggere il suo successore hanno firmato immediatamente una petizione per chiedere alla chiesa di rinunciare al normale periodo di cinque anni di “decantazione” necessario per avviare una causa di beatificazione, richiesta che Benedetto XVI ha rapidamente soddisfatto. Oggi, tuttavia, che l’entusiasmo è stato temperato dalle rivelazioni sul ruolo di Wojtyla nello scandalo dei preti pedofili, qualche perplessità resta e dovrebbe far riflettere.

Il caso negativo più clamoroso ripreso da Newsweek per sostenere questo punto di vista è ovviamente quello del sacerdote messicano padre Marcial Maciel Degollado, fondatore del “controverso ordine conservatore” dei Legionari di Cristo. Giovanni Paolo II fu un grande mecenate di Maciel, di cui ammirava la fedeltà a Roma e al papato, e il suo successo nel generare vocazioni sacerdotali tra i giovani cattolici. Eppure, nella metà degli anni Novanta, le inchieste hanno cominciato a far emergere che il volto pubblico di Maciel nascondeva una vita privata profondamente sbagliata. Una denuncia fu presentata a Roma presso l’ufficio guidato dal cardinale Joseph Ratzinger, nella quale si affermava che Maciel aveva abusato sessualmente di un certo numero di ex membri dell’ordine. Tale causa restò dimenticata fino alla fine del 2001, e nessuna azione fu adottata fino alla morte di Giovanni Paolo II. Solo con il nuovo Papa la diga si ruppe.

Agli occhi dei critici, il caso Maciel illustra un modello di negazione e di intralcio alla giustizia in materia di abusi sessuali da parte di Wojtyla. Un modello che, secondo le critiche liberal cui dà voce Newsweek, è stato invertito da Benedetto XVI: ma le responsabilità di Karol Wojtyla resterebbero innegabili. Coloro che optano per dare a Giovanni Paolo II il beneficio del dubbio sostengono che è ingiusto giudicarlo per gli standard odierni.

Inoltre, dicono, quando gli scandali scoppiarono e la colpa di Maciel fu chiara, il Papa era già in punto di morte. Mentre il suo contributo principale alla lotta contro la piaga degli abusi clericali, sostengono, ha ispirato una nuova generazione di sacerdoti consacrati e santi, uomini che hanno preso il dovere di stare “nella persona di Cristo” sul serio. Il Vaticano ha del resto spiegato che dichiarare un santo o un beato, anche se si tratta di un Papa non equivale a ratificare tutte le scelte politiche del suo pontificato. Quando Pio IX venne beatificato nel 2000 proprio da Giovanni Paolo II, per esempio, i funzionari del Vaticano si preoccuparono di dire che il gesto non voleva significare l’approvazione della sua politica ebraica.

I pellegrini e devoti che affolleranno piazza San Pietro il primo maggio saranno senza dubbio grati per la possibilità di recuperare la “magia” di Giovanni Paolo II. Altri, invece, si chiederanno – è sempre opinione di Newsweek – se non fosse questo il caso in cui la leggendaria lentezza del Vaticano nelle decisioni non fosse da confermare.

Pubblicato sul Foglio martedì 26 aprile 2011


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Il controesodo delle conversioni. I cattolici americani che si fanno protestanti per bisogno spirituale

Scrive il settimanale progressista americano National Catholic Reporter che qualsiasi associazione statunitense venisse a sapere che ogni dieci cittadini americani c’è un suo ex affiliato non dormirebbe sonni tranquilli. Non così la chiesa cattolica. E, scrive la prestigiosa rivista, “non se ne comprende il motivo”. Anche perché, non solo ogni dieci cittadini americani c’è un ex cattolico.

Ma, ed è questo dato che meriterebbe un’importante riflessione, poco più di un terzo degli ex non ha lasciato per entrare nel mondo degli “unaffiliated”, cioè di coloro che non appartengono a nessuna confessione. Piuttosto, secondo uno studio accurato condotto dal Pew Forum on Religion & Public Life (Pew), il centro di ricerca politicamente neutro e per questo solitamente tenuto in considerazione dalle gerarchie cattoliche, ha lasciato per divenire protestante.

E’ vero che, grazie alla costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus firmata da Benedetto XVI più di un anno fa, molti anglicani tornano con Roma. Ma se si prende come metro di misura il mondo anglosassone inglese insieme a quello americano, sono di più, molti di più, i cattolici che ogni anno passano coi protestanti piuttosto che l’inverso.

Esodo nascosto. Così lo chiama il Pew. Nascosto perché nessuno ne parla. Soprattutto all’interno della chiesa cattolica. Anzi, nel cattolicesimo c’è chi minimizza: “Sono i soliti liberal. Vogliono le donne prete, l’abolizione del celibato sacerdotale, i matrimoni tra gay, la possibilità di usare gli anticoncezionali e cose di questo tipo. La gerarchia non cede. Vescovi e cardinali si chiudono a riccio. E loro cosa fanno? Se ne vanno”. Mentre, dicono, “coloro che nel mondo protestante vivono con insoddisfazione questi cedimenti rispetto alla dottrina chiedono di tornare nel cattolicesimo”.

Fin qui la chiave di lettura cattolica. Ma i dati riportati dal Pew dicono altro. Dicono che al primo posto tra i motivi che spingono questi fedeli a lasciare il cattolicesimo per aderire al protestantesimo c’è un “bisogno spirituale” non soddisfatto (il 71 per cento). Soltanto una parte minoritaria lascia per motivi di dottrina, ad esempio perché non condivide gli insegnamenti della chiesa cattolica sull’aborto, il matrimonio, la sessualità e quant’altro. La maggior parte lascia perché vuole più spiritualità che significa più verticalità, più affondo sui contenuti, la lettera, gli studi. E’ gente che va in chiesa tutte le domeniche. Legge e studia la sacra scrittura più di altri. Conosce gli scritti dei padri. Si ferma con piacere sui testi di teologia di ultima generazione, anche i più sofisticati e contorti. E’ gente che non si rassegna ad avere sacerdoti ignoranti alla guida della propria comunità. Il bisogno primario è lo studio della Bibbia. L’approfondimento del testo sacro. Non trovano sacerdoti cattolici in grado di aiutarli come vorrebbero, o comunque di volare nelle altezze che desidererebbero.

Mentre trovano la risposta a questo bisogno nelle comunità protestanti dove soltanto con la Bibbia, “sola scriptura”, si giunge alla salvezza. E’ naturale, per loro, l’approdo nelle comunità evangeliche più che in altre, non a caso tra le più conservatrici dell’intera galassia protestante americana.

Thomas J. Reese, autore dei bestseller “Inside the Vatican” e “Archbishop”, scrive sulla rivista dei gesuiti newyorchesi America e dice che il Vaticano e i vescovi sono oggi più preoccupati di offrire una traduzione aderente al latino del nuovo messale in lingua inglese – da mesi questa traduzione è oggetto di polemiche – “che al nutrimento spirituale di coloro che lasciano”.

Dice: “Il testo del messale va curato. Ma servono anche sermoni che sappiano toccare l’anima”. Insomma, non solo forma ma anche sostanza. “E’ una vergogna. Non ci sono preti che sanno spiegare il testo come meriterebbe”. Poi un altro dato: due terzi di coloro che diventano protestanti hanno meno di 24 anni: “O si studiano programmi per rispondere ai bisogni spirituali di questi giovani o non si potrà fare altro che sanguinare. Nuove idee devono avere la precedenza sulle lamentele dei bacchettoni e dei puristi del testo sacro”.

Pubblicato sul Foglio sabato 23 aprile 2011


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Pronosticò Ratzinger Papa. Addio a un grande vaticanista

Non so se Arcangelo Paglialunga, scomparso ieri a 91 anni – amico personale di Joseph Ratzinger e del grande musicista Lorenzo Perosi, coetaneo di Karol Wojtyla, per più di mezzo secolo vaticanista di una serie di quotidiani come il Gazzettino di Venezia, il Giornale del Mattino di Firenze, la Gazzetta del Mezzogiorno e il Mattino di Napoli –, fosse davvero il “decano” dei vaticanisti. Ovvero colui che da più tempo scrive di cose vaticane.

A mio avviso il “decano” era con Paglialunga in vita ed è ancora oggi Benny Lai, il primo a ottenere la tessera di accreditamento presso la sala stampa della Santa Sede.

Comunque sia, fosse o non fosse lui il “decano”, resta il fatto che in pochi conoscevano le pieghe del Vaticano come Paglialunga. Non a caso, scrive oggi sull’Agi Salvatore Izzo, “aveva seguito il pontificato di Giovanni XXIII coltivando una consuetudine di amicizia e confidenza con l’oggi ultra ottuagenario monsignor Loris Capovilla, segretario particolare di Roncalli”. E da quei tempi a oggi ha continuato a interessarsi dei Papi e della sua corte con la medesima costanza e competenza.

In sala stampa vaticana ha conservato fino all’ultimo la sua postazione. Dentro, in bella vista, un articolo uscito nel 2005 sul Gazzettino di Venezia nel quale pronosticava l’ottima probabilità di Ratzinger di succedere a Giovanni Paolo II. Pronostico azzeccato.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 14 aprile 2011


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Dov’è l’anima di mio figlio? Per la prima volta il Papa risponde in tv

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“Santo Padre, sono passati due anni da quando la vita di mio figlio Francesco si è fermata. Era il 12 aprile, la Pasqua del 2009, e Francesco, da tempo sofferente di sclerosi multipla, rimase vittima di un blocco della digestione che lo ridusse in coma vegetativo. Da allora è ricoverato all’ospedale della Fondazione Raimondi di Gorla Minore (Varese). L’anima di Francesco ha già abbandonato il suo corpo o è ancora accanto a lui, malgrado la sua condizione di incoscienza?”. E’ una delle domande alle quali Benedetto XVI ha deciso di rispondere nelle scorse ore, durante la registrazione, che andrà in onda il Venerdì Santo su Raiuno, della trasmissione “A Sua immagine” condotta da Rosario Carello.

Ratzinger ha risposto dalla sua biblioteca. Decine di domande sono arrivate nella redazione del programma Rai. Il Papa ne ha scelte sei. Le domande sono state registrate direttamente dagli spettatori. Ratzinger ha risposto dopo averle viste in un monitor. Tra le sei, quella dei genitori di Francesco Grillo. La sua vicenda è molto simile a quella di Eluana Englaro. “L’anima” avrebbe risposto il Pontefice “avverte bene il calore e la presenza di chi le sta attorno”. Perché pur in uno stato di apparente incoscienza l’anima è viva, sente e percepisce il mondo intorno a lei. E’ quanto ha sempre sostenuto la chiesa. Più volte quando la sentenza su Eluana ancora non era stata pronunciata, monsignor Elio Sgreccia, che allora guidava la Pontificia accademia per la vita, disse: “Chi vive in uno stato vegetativo permanente interagisce a modo suo col mondo esterno. E’ innegabile. Chi può giudicare che la vita di queste persone non sia vita?”.

Un’altra domanda ha attirato l’attenzione del Pontefice. Quella relativa alle catastrofi naturali. Secondo alcuni per la dottrina cattolica le catastrofi sono un castigo di Dio. Ratzinger non elude il problema, ma rispondendo a una domanda di una bimba di sette anni che era in Giappone durante il recente maremoto spiega, smentendo chi dice il contrario, che “non si tratta di castigo”. Il tema principale è comunque uno: Gesù. L’idea della trasmissione, infatti, è nata da ciò che il Papa scrive nei suoi libri dedicati a Gesù di Nazaret. Scrive Benedetto XVI: “Gesù dobbiamo conoscerlo meglio perché, se non lo conosciamo, non possiamo amarlo”. E’ la prima volta che un Papa risponde in tv a delle domande. Prima Ratzinger aveva soltanto partecipato, sempre in Rai, a una lettura in tv della Bibbia.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 20 aprile 2011


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Piovono blogger in Vaticano, ecco i temuti watchdog delle gerarchie

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C’è grande fermento sotto il cielo della multimedialità vaticana. Non solo oggi l’Osservatore Romano mette in rete il suo nuovo sito web: “Pubblichiamo quello che gli altri ignorano e ignoriamo molto di quello che gli altri pubblicano”, si legge nella home bianca e gialla (i colori ufficiali). Non solo un nuovo portale vaticano nascerà presto, nel tentativo di accorpare tutto il settore news (Osservatore, Radio Vaticana e agenzia Fides) garantendo a ognuno “autonomia e individualità”. C’è di più. Ed è l’arrivo, previsto per il 2 maggio, di 150 blogger entro le mura leonine. Convocati per la prima volta dalla Santa Sede per “favorire un dialogo con i rappresentati della chiesa, condividere esperienze e capire meglio le esigenze di questa comunità”. Insomma, per parlare. Promotori dell’iniziativa il cardinale Gianfranco Ravasi e l’arcivescovo Claudio Maria Celli, coraggiosi nel chiedere il confronto con un mondo, quello dei blogger, che spesso più dei media tradizionali svolge il ruolo non sempre gradito di watchdog della vita della chiesa.

Ci sarà l’americano Rocco Palmo, che su Whispers in the Loggia segue le gerarchie statunitensi in ogni movimento. Spesso anticipa nomine di peso, un esercizio non sempre gradito. C’è Antonio Spadaro, firma di prestigio della Civiltà Cattolica, che su Cyberteologia indaga sull’“intelligenza della fede al tempo della rete”. Poi ci sono Thomas Peters che guida American papist, una comunità di “patrioti americani” che crede che “la nostra comunità sia fondata sul bene e sulla verità”, due cose per le quali “vale la pena combattere”. Aldo Padovan di Katholisches , blog che dà conto un po’ di tutto, chiesa tedesca e austriaca in particolare. Tanti anche i blogger non specializzati in cose vaticane: Luca Sofri (wittgenstein e ilpost), Piovono rane di Allesandro Gilioli, Marco Freccero col suo Caravanserraglio digitale. Chi? Marco Freccero, “garzone, aiuto magazziniere, magazziniere, operaio, finché non incontro sulla mia strada il Web”.

Oltre Tevere sono arrivate circa 750 richieste di partecipazione. Diversi i delusi. Tra questi Francesco Colafemmina di Fides et Forma: “Naturalmente, nonostante la richiesta inviata per tempo, non sono stato inserito nella lista dei blogger invitati. Non avevo dubbi… Anche se il difficile processo di selezione è stato guidato apparentemente dalla sorte, è quantomeno curioso che nessun blogger di area tradizionale sia stato inserito nell’elenco, tranne le positive eccezioni di Le Forum Catholique di Xavier Arnaud, e di Paix Liturgique con Guillaume Luyt, cui faccio i miei migliori auguri per l’incontro”.

Pubblicato sul Foglio martedì 19 aprile 2011


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La Speier dell’Osservatore

Nelle ore in cui l’Osservatore Romano lancia il proprio nuovo sito web, capita di venire citati dal giornale vaticano in un bel pezzo di Paolo Vian dedicato a Hermine Speier. Troppo onore.

Leggi qui: “E nel 1934 il Papa assunse un’ebrea tedesca“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 18 aprile 2011


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