L’ultimo eremita

Quattordici secoli fa questa roccia – siamo in Georgia – alta 39 metri era una scogliera.

Nei secoli passati antichi eremiti si sono ritirati qui sopra, soli con Dio fino alla morte.

Oggi in cima alla roccia vive padre Maxim, un sacerdote ortodosso. E’ qui da diciotto anni.

Non è propriamente “l’ultimo eremita”. Nel mondo tanti come lui fanno questa scelta estrema. Il loro ritiro dal mondo è assoluto e solitario. Non lo fanno per compiacere Dio. Lo fanno perché il bisogno di solitudine in loro è totale.

Di padre Maxim ne parla qui il Daily Mail.

E qui The ermeneutic of continuity.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 28 febbraio 2011


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La macchina della verità incastra, ma i preti americani provano a resistere

Non ci sono solo le aperture di Barack Obama ai matrimoni tra gay a preoccupare vescovi americani e Vaticano. C’è anche la diocesi di Philadelphia (Pennsylvania) governata da uno dei cardinali tra i più influenti, il californiano Justin Francis Rigali, a turbare i sonni delle gerarchie.

Qui, infatti, il procuratore distrettuale Seth Williams ha appena annunciato l’incriminazione penale da parte del Grand Jury della città per un alto funzionario della diocesi, monsignor William Lynn, 60 anni, accusato di aver coperto negli anni passati diversi casi di abusi perpetrati ai danni di minori e di aver trasferito, proteggendoli, i preti colpevoli.

E’ la prima volta che un funzionario della chiesa viene perseguito penalmente per aver coperto abusi. E’ la prima volta ma il caso potrebbe rappresentare un giro di boa importante: in futuro potrebbero essere perseguiti con la medesima accusa anche vescovi, cardinali, perfino il Pontefice.

Il caso Philadelphia è significativo anche per altri motivi. Anzitutto per il numero di preti coinvolti, ben 63: in tanti avrebbero approfittato di minori soprattutto negli anni in cui arcivescovo di Philadelphia era Anthony Joseph Bevilacqua, dal 1987 al 2003. E poi per la reazione di alcuni degli accusati, gagliarda come non si è verificato da altre parti.

Questa volta, infatti, molti dei sacerdoti hanno criticato pubblicamente le modalità tramite le quali la magistratura sta cercando di inchiodarli. Ai preti è stato fatto un test con la macchina della verità e tutti, secondo il test, sarebbero colpevoli. Così in molti hanno chiesto la parola su una radio locale, la Wpht.

Padre Joseph Di Gregorio, in particolare, è intervenuto per dire senza paure che le accuse contro di lui “sono completamente e totalmente una bugia”. Ha detto: “Spero che io non stia diventando una sorta di capro espiatorio. Spero che la diocesi non permetta questo”. Di Gregorio era stato accusato da una donna, nel 2005, di aver abusato di lei nel lontano 1968, quando era ancora ragazza. “Ogni affermazione di questa donna è una menzogna assoluta”, ha affermato. E ancora: “Non l’ho mai toccata. Non ho mai tentato o assunto alcun comportamento fuori luogo nei suoi confronti”. Secondo la macchina della verità Di Gregorio “ha mentito quando ha negato di aver toccato la ragazza nella sua auto e in camera da letto”. Ha spiegato in proposito il prete: “Ho visto il risultato del test. L’ho letto. E’ inconcludente”.

Altri preti hanno deciso di difendersi pubblicamente sostenendo di non essere tutelati da nessuno, nemmeno dalla diocesi che qui, come capita altrove, si mostra parecchio remissiva. Dicono: “Cerchiamo di condannare chi ha commesso un reato, e non semplicemente un gruppo. Qui sembriamo semplicemente un numero di sacerdoti da dare in pasto ai lupi. E’ questo ciò che sta realmente accadendo”.

Pubblicato sul Foglio sabato 26 febbraio 2011


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Don’t water down Summorum Pontificum

Io sono convinto che alla fine il decreto applicativo del Motu proprio Summorum Pontificum non subirà alcun annacquamento (dovrebbe essere stato firmato il 22 febbraio e dovrebbe uscire entro Pasqua), ma intanto c’è chi ritiene il contrario.

Sono diecimila (mica pochi) i cattolici che hanno firmato una petizione anti-annacquamento. Leggi qui.

Così ne parla Damian Thompson.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 25 febbraio 2011


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Non è un paese per preti. La chiesa italiana senza seminaristi

Leggi anche qui.

Aumentano i cattolici nel mondo, ma in occidente, in Europa e nell’America del nord, è vertiginoso il calo delle vocazioni, ovvero di coloro che entrano nei seminari con lo scopo di diventare sacerdoti.

E’ quanto si può leggere dentro i dati presenti all’interno dell’Annuario pontificio del 2011 (nelle librerie nei prossimi giorni), un tomo rosso di oltre duemila pagine che elenca tutti i Pontefici del passato, i membri dei “ministeri” della curia romana, i nomi dei cardinali e dei vescovi di tutto il mondo, le ambasciate e gli istituti religiosi. Nel Medio Evo esisteva il Liber Pontificalis, una serie di brevi voci biografiche sui Papi, altro non era che un antesignano dell’Annuario pubblicato dalla Santa Sede dall’inizio del secolo scorso.

Il calo dei seminaristi è grave anche in Italia. Tanto che in molti dentro le sacre mura si domandano: cosa succederà di qui in avanti? Passano gli anni e l’età media dei sacerdoti aumenta di parecchio. Il risultato è che le parrocchie non hanno più preti che le tengano aperte. C’è chi sostiene che il problema è dei vescovi, che occorrono insomma presuli capaci di suscitare vocazioni nei giovani. Vescovi che lavorino per la formazione dei preti, che curino questo aspetto a discapito di altri. Ma, a guardare i numeri, non è detto che la soluzione risieda soltanto qui. La penuria dei seminaristi è generalizzata, è presente in tutte le diocesi, qualsiasi sia il “colore” o la bravura del vescovo residente.

Milano è la diocesi tra le più popolose dell’Italia. Venegono, il prestigioso seminario ambrosiano fino a qualche decennio fa frequentato da frotte di seminaristi che divenivano preti tra i più preparati e all’avanguardia, è quasi vuoto. In tutto il numero dei seminaristi dichiarato (il numero riportato è solitamente leggermente in eccesso) è di 139 unità. Non se la passano meglio le altre diocesi italiane, anche quelle più prestigiose.

Nella Torino dei grandi “santi sociali” – don Bosco, Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Faà di Bruno – i seminaristi sono appena 21. A Genova 14, a Firenze 29, a Bologna 15, a Venezia 21, a Palermo 40. Sempre guardando i numeri in rapporto alla popolazione, le cose vanno un po’ meglio a Napoli dove i seminaristi sono 91, un numero che comunque non consente chissà quali brindisi.

Qualche giorno fa l’Annuario pontificio è stato presentato in Vaticano calcando la mano, giustamente, sui dati mondiali che restano buoni. I fedeli battezzati nel mondo sono passati da 1,166 miliardi nel 2008 a 1,181 miliardi l’anno seguente, con un aumento assoluto di 15 milioni di fedeli e un incremento percentuale pari all’1,3 per cento. Sono aumentati anche i vescovi: dal 2008 al 2009 si è passati da 5.002 a 5.065, con un aumento dell’1,3 per cento. Il continente più dinamico risulta quello africano (più 1,8 per cento), seguito dall’Oceania (più 1,5), Europa (più 1,3), America (più 1,2) e Asia (più 0,8). La popolazione sacerdotale rimane sul trend di crescita moderata inaugurata nel 2000, dopo un lungo periodo di risultati piuttosto deludenti. Il numero dei sacerdoti, sia diocesani che religiosi, è salito nel corso degli ultimi dieci anni dell’1,34 per cento a livello mondiale, passando da 405.178 nel 2000 a 410.593 nel 2009. In particolare, tra il 2008 e il 2009, i sacerdoti sono aumentati dello 0,34 per cento, con tendenze variabili da continente a continente. Qui sta il punto: occorre entrare dentro i dati dei continenti per accorgersi delle difficoltà soprattutto occidentali. Il continente da dove un tempo partivano i missionari con destinazione il mondo intero, ovvero l’Europa, nei prossimi anni non potrà fare altro che aprire le proprie porte a una contro evangelizzazione, quella dalle chiese africane, asiatiche e sudamericane verso di sé. In ballo c’è la sua sopravvivenza.

Pubblicato sul Foglio venerdì 25 febbraio 2011


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E Gesù disse: “Scacciate i demoni”

Oggi c’è da leggere Avvenire a pagina 23. C’è un servizio dedicato a un incontro di formazione per esorcisti svoltosi vicino a Palermo. Venti esorcisti siciliani si sono confrontati su un tema non facile: come discernere se una persona è realmente posseduta dal maligno?

Dice fra Benigno Palilla: “L’azione del maligno sul piano straordinario è la punta dell’iceberg. C’è un’azione più massiccia che è la tentazione che cerca di separare l’uomo da Dio. Il nostro compito non è quello di fare i distributori di esorcismi, ma di essere guide spirituali”.

E ancora: “Il mondo del demoniaco è ancora un tabù, invece noi, nella pastorale ordinaria, ci incontriamo col problema. Non dobbiamo dimenticare che il mandato di Gesù è di annunciare, guarire e scacciare i demoni”.

Leggi qui due articoli di Alessandra Turrisi:
Esorcisti, guide spirituali contro l’azione del Maligno“.

Ma i casi di autentica ‘possessione’ restano pochi“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 23 febbraio 2011


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Manca ancora il prelato

Lo scrive in un succinto pezzo su Avvenire Gianni Cardinale che sull’annuario pontificio, “una sorta di ‘who’s who’ vaticano, la carica di prelato dello Ior risulta ancora vacante”.

“Mentre l’avvocato piemontese Antonio Maria Marocco prende il posto di Giovanni De Censi nel Consiglio di Sovrintendenza dell’Istituto per le opere di religione. La sostituzione risulta dall’Annuario Pontificio del 2011 che è stato consegnato sabato al Papa. Marocco, 77 anni a settembre, è nato a Rivoli (Torino) ed ha svolto l’attività di notaio nel capoluogo subalpino dal 1963 al 2009. Attualmente è membro del Cda e presidente dell’Organismo di vigilanza di Unicredit. De Censi, che ha un fratello salesiano (don Ugo) missionario in Perù, è presidente del Credito Valtellinese. Rimangono invariati gli altri quattro membri del Consiglio (il presidente Ettore Gotti Tedeschi, il tedesco Ronaldo H. Schmitz, lo statunitense Carl A. Anderson e lo spagnolo Manuel Soto Serrano) la cui nomina ad opera della Commissione cardinalizia di vigilanza, presieduta dal cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone, venne annunciata da un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede del 23 settembre 2009″.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 24 febbraio 2011


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Se l’inglese poco conciliare del nuovo Messale fa litigare il clero inglese

La nuova traduzione inglese del Messale – entrerà in vigore per volere del Papa il prossimo settembre – spacca in due il cuore della chiesa cattolica di lingua inglese. Sono le anime più liberal ad accusare il Vaticano di aver voluto una traduzione di parte, un testo fedele ai voleri della chiesa più tradizionalista. Vox Clara, il comitato di vigilanza che ha sovrinteso ai lavori di traduzione, è accusato di aver favorito una stesura troppo dissonante rispetto al testo usato dopo il Vaticano II, una traduzione che segue “in modo pedissequamente letterale” il testo latino, con una sintassi “involuta” ed espressioni “elitarie” difficilmente comprensibili dai fedeli.

Cassa di risonanza delle proteste sono diversi media cattolici. Tra questi la rivista The Tablet che nell’ultimo numero ha pubblicato la lettera del benedettino Antony Ruff indirizzata ai vescovi degli Stati Uniti. Ruff, dell’abbazia di Saint John a Collegeville in Minnesota, era fino a poco tempo fa a capo della divisione musica per la traduzione del Messale. Nella lettera annuncia il suo ritiro da ogni impegno di promozione del Messale, perché “sono convinto che i vescovi vogliono un oratore che sappia mettere in luce positiva il nuovo Messale, ma ciò richiederebbe per me fare delle affermazioni che non condivido”. Oltre a quello di Ruff, altri pareri negativi: un prete di Collegeville aveva chiesto tempo fa al suo vescovo cosa pensasse della traduzione. Risposta: “Credo proprio che sarà un disastro”. Scrive The Tablet: “Ai cristiani cattolici viene richiesta l’obbedienza ai loro vescovi, ma quando i membri della chiesa sono costretti ad accettare ciò che non vogliono, è necessario che sappiano almeno che tutto ciò viene da un luogo ricolmo di Spirito Santo”. Se questo luogo non c’è occorre che ricolmi di Spirito Santo siano almeno “i nostri superiori”. Solo “una leadership di questo tipo può permetterci di crescere e cambiare attraverso la scomodità. In sua assenza, l’obbedienza dei cristiani potrebbe degenerare verso uno stadio di immaturità e di non responsabilità”.

Qualche mese fa il comitato Vox Clara è stato ricevuto dal Papa. Poco dopo ha diramato un comunicato in cui esprime “soddisfazione per l’accoglienza che il completamento della nuova traduzione del Messale ha ricevuto in tutto il mondo di lingua inglese”. Anche secondo The Catholic Herald le autorità della chiesa in Inghilterra e Galles “non si aspettano resistenze alla nuova traduzione del Messale”. E, infatti, è stato il segretario in qualità di rappresentante della commissione liturgica dei vescovi a dire: “Ci sono persone che lo apprezzano e altre no e alcune che non ne sono sicure. Ma io sono convinto che tutto il clero sia un gruppo di persone abbastanza pragmatico alla fine”. Sulla pragmaticità degli inglesi e della chiesa inglese tutti sono pronti a scommettere. Ma di certo la battaglia sul testo è destinata a continuare anche oltre il prossimo mese di settembre.

Pubblicato sul Foglio giovedì 24 febbraio 2011


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Dove sta la vera riforma


La chiesa non si governa né si riforma a colpi di decreti e pronunciamenti. Anche, ovviamente, ma non è lì il cuore del vero rinnovamento, di una governance volta al rinnovamento. Dove sta il cuore l’ha indicato oggi il Papa nella catechesi del mercoledì. Per scoprirlo si è rifatto a san Roberto Bellarmino, vescovo e cardinale, che grazie ai suoi scritti contribuì a tenere diritta la barra della chiesa in momenti non semplici.

Bellarmino visse immediatamente dopo il Concilio di Trento, un tempo nel quale la chiesa cattolica doveva rinsaldare e confermare la propria identità anche rispetto alla riforma protestante. Bellarmino tenne il punto con sermones, expositiones, explanationes ai parroci, alle religiose, con la predicazione e le catechesi. Ma tutta questa vasta produzione aveva un’origine, ed era la vita tesa quotidianamente attraverso la preghiera alla ricerca della santità. Questo è il cuore della vera riforma della chiesa. Lo dice il Papa: “Il Bellarmino insegna con grande chiarezza e con l’esempio della propria vita che non può esserci vera riforma della chiesa se prima non c’è la nostra personale riforma e la conversione del nostro cuore”.

Leggi qui l’intera catechesi di oggi del Papa.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 23 febbraio 2011


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La Fondazione Joseph Ratzinger cerca tre teologi da premiare (con l’aiuto del Papa e del suo nuovo libro)

Per l’uscita nelle librerie, il prossimo 11 marzo, del secondo volume del libro del Papa dedicato a Gesù di Nazaret e al suo ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione – secondo quanto apprende il Foglio si tratta di 380 pagine in tutto, 66 in meno del primo tomo – non c’è soltanto l’attesa del grande pubblico (il 10 marzo una presentazione avverrà in Vaticano alla presenza del prefetto dei Vescovi, il cardinale Marc Ouellet, e dello scrittore Claudio Magris); c’è anche quella della fondazione vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.

Per volere dello stesso Papa la neonata fondazione persegue lo scopo che il libro soddisfa col sol fatto d’essere pubblicato: promuovere la conoscenza e lo studio della teologia. La fondazione è nata grazie ai soldi che la Libreria editrice vaticana (Lev) ha guadagnato dalla vendita dei libri di Ratzinger da quando questi è stato eletto al soglio di Pietro. Si tratta in tutto di quasi due milioni e mezzo di euro lasciati dal Pontefice quale patrimonio di base di una fondazione che fa della ricerca di Dio il suo proprio e principale senso d’esistenza.

Studiare Dio. Promuovere incontri su di lui. E, infine, premiare studiosi che si sono contraddistinti per particolari meriti nell’attività di pubblicazione e nella ricerca scientifica. E’ il senso di questa fondazione unica all’interno delle sacre mura. Una istituzione che rispecchia nel profondo uno dei centri del pontificato ratzingeriano: la primizia di Dio dentro la vita della chiesa. L’evento clou dei prossimi mesi sarà quando, prima della fine del 2011, Ratzinger premierà tre studiosi (in molti in Vaticano attendono con curiosità di conoscere i loro nomi) che si sono contraddistinti negli studi biblici, patristici e nel campo della teologia fondamentale.

Se un tempo il Papa premiava i teologi migliori concedendo loro la porpora cardinalizia – per questo furono designati cardinali Hans Urs Von Balthasar, morto sulla strada che lo portava a Roma per il concistoro, Henri-Marie de Lubac e Yves-Marie-Joseph Congar – oggi per poter premiare anche teologi di sesso femminile insieme a laici appartenenti al mondo delle accademie teologiche si è scelta questa nuova strada che ha in monsignor Giuseppe Scotti, presidente della Lev e segretario del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, il braccio operativo. E in Georg Gänswein, Camillo Ruini, Tarcisio Bertone, Angelo Amato, Jean-Louis Bruguès e Luis Francisco Ladaria, coloro che sono incaricati di offrire un adeguato supporto scientifico. Era il 10 giugno dello scorso anno quando il Papa rispondeva in piazza san Pietro alle domande di alcuni preti. Parlò di una teologia cattiva, “che viene dall’arroganza della ragione, che vuole dominare tutto e fa passare Dio da soggetto a oggetto”. E c’è una teologia buona, attaccata alla fede della chiesa senza “sottomettersi a tutte le ipotesi del momento”. E’ a questa teologia che il Papa guarderà per premiare i più meritevoli.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 23 febbraio 2011


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“Spazio ai laici nel collegio dei cardinali”. I gesuiti americani ci provano

Non è una rivista qualunque, America. Ha sede a New York, è prodotta dai gesuiti, negli Stati Uniti è considerata la rivista di punta del cattolicesimo progressista. Ovvio, dunque, che abbia un peso in tutto il mondo, Vaticano compreso. Ovvio che con attenzione sia stata vagliata la sua ultima uscita, dedicata a una proposta fuori dagli schemi. In risposta “allo svuotamento dei banchi delle chiese parrocchiali in Inghilterra, Europa e Stati Uniti”, come panacea per una istituzione, quella ecclesiastica, ammalata perché troppo “clericale”, “tutta al maschile”, incapace di “lasciare spazio per altre voci”, America non propone – come fanno i teologi del dissenso tedeschi – l’abolizione del celibato o l’ordinazione di donne prete, quanto “di ammettere dei laici all’interno del collegio dei cardinali”. In questo modo, dicono i gesuiti, “la chiesa potrebbe continuare nella tradizione di un sacerdozio tutto maschile, ma trasformare questa sorta di ‘club per soli uomini’ in una chiesa che abbia un volto che assomigli di più a quel popolo di Dio già delineato dal Concilio Vaticano II”.

Va ricordato che America, in passato, ha fatto uscite choc non sempre ben viste nella chiesa. Nel 2005, ad esempio, dovette chiedere pubblicamente perdono per la “svista” della pubblicazione di un’inserzione con la statua della Madonna coperta da un preservativo e in vendita per 300 dollari. Ma questa volta il tenore della proposta è diverso. L’idea è seria e cerca di non uscire dal seminato del consentito. Si articola in due fasi: anzitutto una riorganizzazione degli uffici diocesani in modo tale che i laici vengano a rappresentare la metà dei consiglieri del vescovo (già oggi è in crescendo il numero dei laici che vengono assunti negli uffici di curia delle diocesi americane). In secondo luogo dar vita alla creazione di un nuovo organismo, una sorta di consiglio internazionale di laici che affianchi nelle funzioni il collegio cardinalizio. I membri laici dovrebbero essere dei cattolici che “amano la chiesa, unanimemente riconosciuti come buoni cristiani”. Dovrebbero appartenere a diverse aree di provenienza e professioni: nel campo dell’educazione, della salute, della vita religiosa, del diritto, delle arti, dell’economia, delle scienze, della politica e del lavoro.

Scrive America che alcuni membri di questo consiglio potrebbero “dirigere dei dicasteri vaticani”, altri “recarsi a Roma per consultazioni periodiche”. Triplice la finalità del loro lavoro: amministrare gli uffici vaticani, consigliare il Papa e scegliere il suo successore. America previene le eventuali (e inevitabili) critiche dicendo che “un consiglio di laici non minerebbe in alcun modo l’autorità papale”. Per sostenere ciò, i gesuiti americani citano Giovanni Paolo II che riguardo al papato disse: “L’autorità di questo ministero è al servizio del disegno misericordioso di Dio e deve essere vista unicamente in questa prospettiva”. Commenta America: “Discernere questo disegno è un compito che i cattolici dovrebbero compiere tutti insieme”.

Pubblicato sul Foglio martedì 22 febbraio 2011


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