L’economo di Tettamanzi sulla via di Roma. Per fare il prelato dello Ior
31 gennaio 2011 -

A breve l’Istituto per le opere di religione (lo Ior) potrebbe avere un nuovo prelato. Secondo indiscrezioni, è in arrivo all’istituto bancario presieduto da Ettore Gotti Tedeschi un uomo di fiducia del cardinale Attilio Nicora, da poche settimane presidente dell’Autorità d’informazione finanziaria, la nuova authority incaricata di controllare l’attività finanziaria di tutti gli enti della Santa Sede.
E si tratterebbe anche in questo caso di un nome legato al mondo della cosiddetta finanza bianca milanese, la “buona” finanza cattolica lombarda con salde radici bresciane: monsignor Luigi Mistò, 58 anni, già responsabile nella diocesi di Milano del cardinale Dionigi Tettamanzi del servizio per il Sostegno economico della chiesa.
La notizia è confermata da Sandro Magister sul suo blog: “Per questa carica”, scrive, “che in passato ha sempre dato pessima prova di sé, è in arrivo la nomina di Mistò”.
L’incarico di prelato dello Ior evoca spettri del passato difficili da cancellare. Prelato fu, ai tempi di Marcinkus, il vescovo Donato De Bonis. Talmente spericolate e discutibili furono le sue operazioni finanziarie che il posto rimase vacante dal 1993 fino al 2006, l’anno in cui il cardinale Angelo Sodano, prima di lasciare la guida della segreteria di stato vaticana, nominò prelato il suo segretario particolare, monsignor Piero Pioppo. La nomina di Pioppo non fece dormire sonni tranquilli al successore di Sodano, il cardinale Tarcisio Bertone. Tanto che, si dice, più volte Bertone ha provato a rimuovere Pioppo, seppure senza successo.
Ma Pioppo è riuscito a lavorare bene, e col passare dei mesi si è guadagnato la stima dell’attuale dirigenza dello Ior e anche del numero uno della segreteria di stato. Certo, la sua presenza all’interno della banca vaticana è sempre stata vista come un’eccezione voluta da Sodano. Però se la nomina di Mistò verrà confermata significa che l’eccezione è tornata a essere regola: anche con Bertone lo Ior ha il suo prelato, in questo caso un uomo della curia milanese, amico di Tettamanzi e di Nicora, chiamato in soccorso di Roma.
L’impressione è che all’interno delle finanze vaticane si sia deciso di giocare di sponda tra più mondi. Alla buona conduzione di Gotti Tedeschi si vogliono oggi affiancare le competenze milanesi delle quali garante resta Nicora, oggi l’unico porporato del Vaticano che può vantare una grande conoscenza delle problematiche finanziarie della chiesa. A Nicora ha deciso di appoggiarsi Bertone. A Nicora ha deciso di dare totale fiducia il Papa che spera in questo modo di raggiungere l’obiettivo, non facile, dell’iscrizione della Santa Sede nella “White List”, cioè la lista degli stati più impegnati nel prevenire e contrastare i citati crimini finanziari.
Pubblicato sul Foglio sabato 29 gennaio 2011
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Per la cattedra di Ambrogio. Martiniani, ciellini e outsider. B-XVI sceglie la guida per la diocesi tra le più importanti del mondo
29 gennaio 2011 -

Il nunzio vaticano in Italia, Giuseppe Bertello, ha pronte le lettere da spedire a tutti i vescovi della Lombardia e a quei cardinali che in Italia sono a capo delle Conferenze episcopali regionali. Saranno inviate a ore. Lo scopo è chiedere a tutti i destinatari tre nomi per la successione di quella che è una tra le diocesi più importanti del mondo, Milano. Dicono in città: “Qui il sindaco è un Re e il vescovo è come un Papa”. Forse oggi non è più così, ma il convincimento popolare non è senza senso: all’apertura di ogni conclave, qualsiasi sia il Pontefice il cui regno si è appena concluso, e chiunque sieda sulla cattedra di Ambrogio e Carlo, c’è un nome che tutti gli osservatori sono obbligati a inserire nella lista dei papabili: il nome dell’arcivescovo di Milano.
I tempi sono ormai stretti. Il prossimo 14 marzo il cardinale Dionigi Tettamanzi compirà 77 anni e dopo i due anni di proroga che Ratzinger gli ha concesso, su sua esplicita richiesta, alla guida della chiesa ambrosiana, sarà chiamato a lasciare. In diocesi da Roma ancora ufficialmente non è stato comunicato nulla, ma l’impressione è che tutto potrebbe essere deciso addirittura entro e non oltre marzo stesso. Di qui la domanda che tanto agita le notti di gran parte di coloro che compongono il collegio cardinalizio: chi dopo Tettamanzi? Una domanda non da poco perché, secondo il pensiero di molti, è anche intorno a questa scelta che si gioca una parte importante del futuro della chiesa. Beninteso: non che il successore di Benedetto XVI, quando sarà, sarà per forza il prossimo arcivescovo di Milano. Anzi, in pochissimi oggi scommetterebbero su un esponente italiano. Ma è innegabile che se la scelta del Papa per Milano sarà di quelle considerate di primo piano (e non, dunque, un nome di ripiego o di “transizione”), il designato assumerà un ruolo e un’autorevolezza decisivi all’interno del collegio cardinalizio prima e durante il futuro conclave. Più prima che durante, ovviamente. Infatti, il regno di Papa Ratzinger sembra destinato a durare ancora parecchio. Il tempo, dunque, è propizio per lavorare bene, per riportare la diocesi che fu di san Carlo Borromeo e poi di cardinali come Ferrari, Schuster e Montini ai fasti di un tempo. E, insieme, tessere le migliori strategie in vista dell’elezione del prossimo successore di Pietro.
Una volta che i vescovi e i cardinali avranno risposto, monsignor Bertello sottoporrà le loro preferenze al Papa, il quale le valuterà con attenzione. Anche se poi farà di testa sua. Agirà autonomamente. Qui più che altre volte. Si dice infatti nella curia romana che Ratzinger, soprattutto per la nomina di Milano, non intende restare invischiato nei rivoli delle diverse correnti ecclesiali le quali, come è logico che sia, lavorano per candidati differenti.
Tarcisio Bertone è il primo collaboratore del Papa. Quando l’11 ottobre scorso Ratzinger scelse Cesare Nosiglia quale successore di Severino Poletto a Torino, in molti dissero, non senza sbagliare, che il Papa, per la prima volta, disattese il volere di Bertone che a Torino voleva Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria. Nosiglia, dissero in molti, era invece nei desiderata del cardinale Camillo Ruini. Vi fu chi lesse in quella nomina un segnale che qualcosa dentro il pontificato stava cambiando: Ratzinger prendeva maggiore autonomia dal suo primo collaboratore. La verità, è banale dirlo, sta nel mezzo: il Papa decide sempre in autonomia e i consigli del suo segretario di stato li ascolta, spesso assecondandoli, ma altre volte discostandosene. Nella nomina di Torino si è discostato. Ma non così ha fatto qualche mese dopo, quando ha dovuto scegliere il vescovo di un’altra grande e importante diocesi: Santiago del Cile. Incurante delle voci che descrivono le recenti nomine molto, forse troppo, di stampo salesiano, il Papa ha affidato proprio a un salesiano, Ricardo Ezzati Andrello, la popolosa diocesi sudamericana.
Anche per Milano il cardinal Bertone ha i suoi preferiti. In cima alla lista c’è l’attuale capo del “ministero” della cultura del Vaticano. Nato e cresciuto nell’establishment milanese, amato dalla curia, divulgatore della fede capace di valorizzare l’eredità che fu di Carlo Maria Martini che al progetto della “nuova evangelizzazione” wojtyliana contropropose l’idea della “cattedra dei non credenti”, il neo cardinale Gianfranco Ravasi è la prima prestigiosa opzione di Bertone per Milano. Dietro di lui la seconda scelta, ovvero Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza ma di origini piemontesi come il segretario di stato.
Ravasi e Ambrosio sono i candidati ideali per soddisfare quella parte di Milano che spera in una scelta di continuità con la linea martiniana, che a suo modo anche il “centrista” Tettamanzi ha garantito? La risposta non è facile. Ravasi non è un martiniano in senso stretto. E’ cresciuto a Milano, ma dalla città e dalla curia ha saputo emanciparsi. Come Martini ha tra le sue priorità il dialogo con chi non crede – per questo ha ideato l’iniziativa del “Cortile dei gentili” –, scrive sul Sole 24 Ore ed è amato nei salotti che contano. Ma nello stesso tempo, da raffinato divulgatore, sa stare dove sta il popolo: la sua rubrica settimanale su Radio Maria lo porta vicino a un tipo di devozione aliena, e anche invisa, a una certa chiesa milanese. Tra Ravasi e Ambrosio è quest’ultimo il più martiniano. Formatosi alla facoltà teologica di Milano, cuore pulsante di quella teologia “debole” che a partire dagli anni Settanta ha in parte ceduto acriticamente agli orientamenti e agli influssi più o meno direttamente di radice kantiana provenienti soprattutto d’oltralpe, Ambrosio rappresenterebbe una scelta dal marchio facilmente riconoscibile. Perché, ecclesialmente parlando questa è Milano: la diocesi dove dal post Concilio, e poi nell’epoca di Wojtyla, si è alimentato ed è cresciuto un magistero alternativo a quello romano. Al Cristo al quale spalancare le porte di wojtyliana memoria, si è preferita la proposta di una fede non esente da dubbi, zone grigie e ombre dell’ante-Papa Carlo Maria Martini.
Una domanda ancora non ha risposta: su chi davvero puntano i martiniani, dall’emerito Martini al quasi emerito Tettamanzi? Nelle scorse settimane il Corriere della Sera si è speso parecchio per Ravasi. Forse si è speso troppo. Tanto che in Vaticano c’è chi assicura: l’hanno fatto per confondere le acque, il vero candidato di via Solferino è un altro. Tanto che un’altra battuta popolare in riva ai Navigli torna alla mente: “L’arcivescovo di Milano lo decidono al Corriere”. Nei giorni scorsi un blog di Repubblica ha scritto che Ravasi avrebbe rifiutato la possibilità di andare a Milano. Ha rifiutato, o ha capito che l’ipotesi non è percorribile? La risposta, probabilmente, la conoscono soltanto lui e il Papa. Anche se l’outsider proposto sul Corriere da Marco Garzonio – biografo ufficiale di Martini – fa capire tante cose. Garzonio ha buttato lì il nome del francescano Pierbattista Pizzaballa, giovane custode di Terra Santa. Scrive addirittura Garzonio: “Per Tettamanzi tale scelta potrebbe comportare una prorogatio di fatto per un anno, in modo da arrivare all’incontro delle famiglie (un importante appuntamento diocesano da tempo in agenda, ndr)”. Come dire: lanciamo Ravasi ma portiamo avanti un candidato diverso, Pizzaballa appunto, uno che ci sia fedele senza necessariamente essere già un nome affermato. Il nome di Pizzaballa lascia intuire che è soprattutto qui che si gioca la vera battaglia: un candidato low profile ma di impostazione martiniana contro un candidato di scuola opposta.
Comunione e liberazione è forte a Milano e in tutta la Lombardia. E’ forte politicamente, ha suoi uomini nelle istituzioni locali, ma è molto stimata anche nella curia romana. Nata con uno strappo non indolore dalla chiesa-istituzione ambrosiana che pure cercava in tutti i modi di resistere, arrancando, ai venti post conciliari, ha mantenuto negli anni il suo forte carattere anti curiale. La curia – e più ancora la struttura territoriale della diocesi e delle parrocchie – da una parte, Cl dall’altra. Giussani è sempre stato nel cuore del Vaticano, di Wojtyla e di Ratzinger, eppure proprio nell’era del grande pontificato del Papa polacco, a Milano sono stati designati due vescovi che al movimento ciellino hanno fatto da contraltare, da argine e da diga. Perché la chiesa è fatta di pesi e contrappesi. E ogni territorio ecclesiale deve avere al suo interno i giusti equilibri.
Per il dopo Tettamanzi i martiniani temono un candidato ciellino. Temono anzitutto quell’Angelo Scola, patriarca di Venezia, indicato da molti sulla rampa di lancio. Pronto, dunque, al decollo. Scola, tra l’altro, è riuscito in questi anni a crearsi un profilo che va oltre Cl. E’ uomo di caratura internazionale, uomo del dialogo seppure d’impostazione balthasariana: l’idea di “Communio” contrapposta a quella di “Concilium”. Eppure, quando si chiede di Scola a Milano, la risposta in Vaticano è sempre una: “E’ inverosimile che il patriarca di Venezia, la diocesi che ha portato al papato Angelo Roncalli e Albino Luciani, lasci per Milano. Sarebbe una diminutio”.
Se la candidatura di Scola è controversa, quale allora potrebbe essere quella realistica? La domanda si rincorre da settimane nelle felpate stanze d’oltre il Tevere. In molti ricordano che proprio la sede ambrosiana, nel secolo scorso, ha avuto tre pastori che vi sono arrivati senza precedenti esperienze episcopali: Alfredo Ildefonso Schuster, Giovanni Battista Montini e lo stesso Carlo Maria Martini. Ecco allora che il profilo dell’outsider s’avanza con sempre maggiore forza. Un profilo di basso impatto mediatico. Un uomo di chiesa magari completamente “esterno” rispetto alla chiesa ambrosiana. Una terza scelta. Una personalità che oggi può esistere soltanto nella mente del Papa. Il suo nome potrebbe non essere indicato in nessuna delle terne che i vescovi e i cardinali invieranno al Papa tramite monsignor Bertello. Ma questo non è un problema. Su Milano, Benedetto XVI, ha intenzione di fidarsi soltanto di se stesso.
Pubblicato sul Foglio venerdì 28 gennaio 2011
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“Il rito” di padre Gary contro Satana
27 gennaio 2011 -
Padre Gary Thomas è l’esorcista della diocesi di san Jose. Prima era un prete come tanti. La sua vita cambiò quando il suo vescovo gli chiese di trasferirsi a Roma per seguire un corso di esorcismo. All’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, sotto la guida di grandi esorcisti quali Gabriele Amorth e Francesco Bamonte, si rese conto di come la presenza del maligno sia concreta e molto più diffusa di quanto potesse mai pensare.
La sua storia è una grande storia. E, infatti, è stata raccontata da Matt Baglio in un libro che consiglio a tutti di leggere: “Il Rito. Storia vera di un esorcista di oggi” (Sperling & Kupfer, pp 312, euro 19.00).
La sua storia è diventata anche la trama di un film – “The Rite”- che esce domani negli Stati Uniti.
La sua storia, ancora, è ben condensata qui, in questa intervista che padre Gary ha rilasciato sul The Catholic World Report: “Doorways for the Devil“.
Qui puoi guardare il trailer del film:
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 27 gennaio 2011
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I tormenti dei cattolici progressisti in cerca dei moralismi più avanzati
26 gennaio 2011 -
Alla prolusione con la quale il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto l’altro ieri il “direttivo” dei vescovi italiani, risponde su MicroMega il vescovo emerito di Caserta, Raffaele Nogaro. Per lui esiste una chiesa prona al potere berlusconiano, contrapposta alla “chiesa di Cristo”, quella chiesa che “non ci sta a mettere in mora i propri princìpi per compiacere il potere”.
Bagnasco “ha puntato nella giusta direzione”, scrive Vito Mancuso su Repubblica. Peccato però che poi “abbia girato le artiglierie contro i magistrati”. Anche per Aldo Maria Valli su Europa Bagnasco ha mostrato “un surplus di prudenza”.
Insomma: la chiesa di sinistra è delusa da un Bagnasco che non cede alle sirene dei puritani. Perché l’equilibrio della chiesa? Piero Gheddo, scrittore, è un prete missionario del Pime, dice: “La chiesa è una ed è la chiesa del Papa e dei vescovi in comunione con lui. Non esiste una chiesa maggiormente di Cristo di un’altra. La verità è una. Ed è che la chiesa da sempre ‘tratta’ del tema della prostituzione con accenti diversi da quelli che una certa cultura laicista vorrebbe. Lo fa con intelligenza. Sa che le singole persone rispondono del proprio agire solo di fronte a Dio e non di fronte all’opinione pubblica. Anche Berlusconi, se davvero ha delle colpe, per la chiesa ne dovrà rispondere davanti a Dio. E soltanto davanti a lui. Si fa bene a citare Gesù e i Vangeli. Gesù ovviamente condanna ogni comportamento immorale. Ma nello stesso tempo non condanna le prostitute. Anzi, dice ai farisei: ‘Queste vi precederanno nel regno di Dio’. La posizione della chiesa è giusta nei confronti di tutti. Non cerca pubblici peccatori da appendere ai pali o da bruciare in roghi di piazza. Cerca la salvezza delle anime, il bene dei singoli, il bene di tutti. Questa è la chiesa di Cristo. Non ne conosco altre. Se poi si vuole dire che a un Berlusconi forse sarebbe meglio un De Gasperi si può anche essere d’accordo. Ma non è questo il punto. I politici la chiesa li valuta sui fatti, non tanto sulla vita privata. Certo, se insieme ai fatti corrisponde anche una condotta di vita esemplare è meglio per tutti. Ma la richiesta di una condotta di vita consona a certi princìpi non giustifica atteggiamenti censori e moraleggianti”.
Massimo Camisasca è stato portavoce di Cl in Vaticano negli anni di Wojtyla, dice: “Quando la chiesa esprime dei giudizi deve sempre cercare di non farsi condizionare dalla politica contingente. I suoi giudizi sono sempre generali e mai particolari. Per le colpe dei singoli esiste la confessione. Le condanne pubbliche della chiesa non sono mai con nome e cognome. I giudizi sull’immoralità, se espressi, debbono poi essere letti dal singolo nell’esame operato dalla propria coscienza. E’ su questo piano che si muove la chiesa. Credo che sia su questo piano che si è mosso Bagnasco”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 26 gennaio 2011
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Dissenso da Bagnasco? Non al “direttivo” della Cei
25 gennaio 2011 -
Si dice, anche io ne ho scritto, che tra i vescovi ve ne siano molti che vorrebbero la “scomunica” definitiva di Silvio Berlusconi.
Oggi su molti giornali si è letto di un qualche dissenso nei confronti della prolusione con la quale ieri il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto, in Ancona, il “direttivo” della Cei. Sono voci extra ecclesiali (ad esempio Vito Mancuso su Repubblica) che comunque dicono che c’è chi avrebbe voluto di più: una presa di distanza netta, forse definitiva, dal premier.
Oggi, però, la parola l’ha presa un’altra volta la Cei che, tramite il portavoce don Domenico Pompili, dice che al “direttivo” dissenso non c’è.
Dice don Pompili: “Una forte ‘unità di giudizio’ da parte di tutti i membri del Consiglio permanente è emersa nell’articolato dibattito di martedì 25 gennaio, a seguito della prolusione. Si è registrato in tutti gli interventi una profonda condivisione del tono e ancor prima dei contenuti dell’intervento del presidente della Cei. I vescovi hanno apprezzato la pacatezza, la profondità e l’equilibrio di una lettura della realtà né reticente né aggressiva, e nel contempo capace di dar conto del disagio morale che serpeggia nel nostro Paese. In particolare – è stato rilevato – la posizione espressa dal presidente ha saputo tener conto di tutti i fattori in gioco, senza prestarsi a interpretazioni di parte e riconducendo la questione ad un livello culturale ed etico che chiama in causa la responsabilità di tutti, nessuno escluso. A cominciare ovviamente da chi ha maggiori responsabilità in vista del bene comune. Nonostante il realismo della lettura, i vescovi hanno apprezzato l’apertura al futuro che ha connotato l’intervento del cardinal Bagnasco, soprattutto laddove egli rilancia come un’opportunità la sfida educativa, rappresentata soprattutto dal mondo dei giovani. Proprio questa dimensione va assecondata ed orientata dalla società che sempre di più dovrà essere ‘comunità educante’ e dalla comunità cristiana nel suo sforzo evangelizzatore, per tenere sotto controllo quel cinismo e quel disincanto che sempre più si fanno strada nelle pieghe della nostra cultura”.
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 25 gennaio 2011
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Sacre dispute. Montezemolo, don Verzé e il Cenacolo mai restituito
25 gennaio 2011 -

Il 19 gennaio scorso sul Corriere della Sera don Luigi Verzé, fondatore del San Raffaele di Milano, ha raccontato di aver “restaurato” nel 1995 a proprie spese il Cenacolo di Gerusalemme, luogo santo per il cristianesimo al centro da molti anni, com’è noto, di una complessa trattativa giuridica con Israele.
Don Verzé scrive che nessun rappresentante ecclesiastico cattolico intervenne all’inaugurazione nel 1996 del Cenacolo restaurato: “Sobillati dalla potente frangia dei francescani custodi dei Luoghi sacri di Gerusalemme, [i cattolici, a cominciare dal patriarca latino] erano offesi perché senza il loro consenso avevo chiesto e ottenuto dal governo ebraico l’autorizzazione al restauro, cosa che nessun’altra autorità poteva concedermi”.
La versione di don Verzé non è piaciuta per niente ai francescani. Che in queste ore hanno messo in pagina, su terrasanta.net, una puntuta e qualificata risposta. La firma è d’eccezione: il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, artefice dell’Accordo fondamentale fra Santa Sede e Israele del 1993 e nunzio a Tel Aviv dal 1990 al 1998.
Dice Montezemolo: “La ‘potente frangia dei francescani’ non c’entra. Loro, anzi hanno sempre rivendicato la proprietà del Cenacolo a nome della chiesa cattolica, mentre per gli israeliani la questione non era affatto così chiara. Il fatto è che io stesso, in quegli anni di trattative, avevo formulato un suggerimento alle autorità israeliane: anche tenendo conto della situazione giuridica molto complessa che caratterizzava questo caso, avevo perorato l’ipotesi di una restituzione che certamente avrebbe avuto un impatto positivo nei rapporti fra la chiesa cattolica e Israele. Ma per gli israeliani era discutibile a chi appartenesse il Cenacolo, essendo passato di mano in mano nel corso dei secoli. La trattativa era difficile ed esitavano. Fu in quel contesto che si venne a sapere dell’iniziativa intrapresa da don Verzè: un’iniziativa che aveva creato un parallelismo con i negoziati che la Santa Sede stava portando avanti, e che finì per nuocere alla chiesa perché poco dopo le autorità israeliane lasciarono cadere la richiesta, della quale non si seppe più nulla. Non hanno mai restituito il Cenacolo per colpa di quell’episodio? Non lo sappiamo. Però è un fatto che il gesto di don Verzé si è rivelato un ostacolo”.
Leggi qui l’articolo sul Corriere di don Verzé: “Così nel Cenacolo di Gerusalemme ho riunito le tre grandi religioni”.
Leggi qui l’intervento del cardinale Montezemolo su terrasanta.net: “Il card. Montezemolo: Sul Cenacolo don Verzé fece di testa sua”.
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 25 gennaio 2011
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Bagnasco non fa la crociata a turbarlo sono i “tranelli”. Fase convulsa e stili non consoni. Ma il capo della Cei non sfiducia il Cav.
25 gennaio 2011 -

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Il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto ieri, in Ancona, il “direttivo” della Conferenza episcopale italiana – trenta vescovi in rappresentanza di tutte le regioni ecclesiali – con un discorso cauto e linguisticamente accorto nel quale non ha offerto il destro alle richieste provenienti da molti suoi confratelli di “sfiduciare” il premier Silvio Berlusconi alle prese con il “Ruby-gate”. In quattordici cartelle il presidente dei vescovi italiani non cita mai Berlusconi né lancia anatemi contro l’attuale maggioranza di governo. Piuttosto parla di “fase convulsa” nella quale “i poteri” non solo “si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che dura da troppi anni”.
Bagnasco conosce bene gli “stili” di vita “non compatibili col pubblico decoro” di certi protagonisti della politica. Chiede “più sobrietà” e che venga fatta “chiarezza nelle sedi appropriate”. Ma resta il fatto che questi stili di vita sono tutti da verificare: difficile dire se sono “veri o presunti tali”, tanto che c’è chi si chiede “a che cosa sia dovuta l’ingente mole di strumenti d’indagine”. Insomma, a ciuscuno il suo: i vescovi sono “turbati” dice, ma il clima di delegittimazione reciproca – Berlusconi contro la magistratura e la magistratura contro di lui – non giova a nessuno.
C’è molto equilibrio nella prolusione di Bagnasco. Il testo riflette la posizione del Papa col quale il cardinale ha parlato sabato.
L’impressione è che il capo dei vescovi voglia uscire dagli intrecci della politica e porsi su un piano diverso. Le “nubi che si addensano sul paese”, infatti, hanno radici profonde. C’è una “perversione del concetto di ethos” proprio di una società che non sa aprirsi al trascendente, mentre come diceva Newman è la religione a indirizzare le coscienze. Solo una società aperta al trascendente può uscire dall’“involucro individualista” e “pensare con la categoria del noi”. Al contrario, si vive solo per la ricerca del “successo basato sull’artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e il mercimonio di sé”.
La prolusione di Bagnasco non è destinata a restare lettera morta.
Già ieri i media cattolici la interpretavano in modo differente: “Non cedere al pessimismo”, titolava l’Osservatore Romano. Sulla “fase convulsa” e sul “disagio morale” calcava la mano invece il sito web di Famiglia Cristiana. Già in queste ore al direttivo della Cei si aprirà un dibattito non facile. Molti vescovi avrebbero voluto di più: un affondo deciso contro il premier. Prima della prolusione erano stati i vescovi Bruno Forte e Domenico Mogavero a dare voce al dissenso. Anche il “direttivo” della Cei riflette questa non univocità di posizioni. Bagnasco non sempre ha la stessa visione del suo segretario generale, Mariano Crociata. Come da scuole diverse vengono i vescovi Caffarra (Bologna), Scola (Venezia), Sepe (Napoli), rispetto a Tettamanzi (Milano), Valentinetti (Pescara), Bregantini (Campobasso).
Gianfranco Brunelli è notista politico della rivista il Regno legata ai dehoniani. Dice: “Siamo di fronte a una delle classiche situazioni in cui il dibattito nella chiesa è reale. Ci sono numerosi vescovi pronti a dare voce al malcontento della base e lo faranno. Insieme, vedo la necessità da parte di Bagnasco di non entrare in una spicciola battaglia contro Berlusconi e, dunque, uscire dal campo stretto della politica. C’è la volontà del capo dei vescovi di restare equidistante dal piano politico nonostante il disagio di molti suoi confratelli. Con questa volontà i vescovi dovranno in qualche modo paragonarsi”.
Più esplicito è Giovanni Avena. Dirige l’agenzia di stampa Adista, riferimento del cattolicesimo del dissenso: “Per molti il ‘Ruby-gate’ è una vicenda dirompente. Il tema è: meglio un politico puttaniere che fa buone leggi o il contrario? Per molti è assolutamente meglio il contrario e questi molti io credo alzeranno la testa presto. Anche perché le gerarchie dovrebbero ricordare che il tanto ‘odiato’ Prodi fu colui che tolse l’Ici agli immobili ecclesiastici. Forse qualcosa di buono la sanno fare anche i politici moralmente inattaccabili”. Ha scritto ieri in un comunicato l’associazione Noi siamo chiesa: “A Roma è prevalsa la linea dello ‘scambio’ e della prudenza diplomatica. Fino a quando?”.
Pubblicato sul Foglio martedì 25 gennaio 2010
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Non di solo web vive l’uomo
24 gennaio 2011 -

“Il Papa benedice i social netwok”, titola repubblica.it. E come lei tanti altri siti parlano della cosa. Si riferiscono al messaggio di Benedetto XVI pubblicato oggi per la 45esima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, sul tema “Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale”. Ma si tratta davvero di una benedizione? Non proprio. Vediamo perché.
Ratzinger ha parlato delle nuove tecnologie e in particolare dei social network, sempre più popolari fra i giovani, mezzi che offrono nuove opportunità di “condivisione”, quindi di “dialogo, scambio, solidarietà e creazione di relazioni positive”.
Ma, insieme, ha messo in fila tutti i pericoli che gli stessi social network portano con sé: “Il rifugiarsi in una sorta di mondo parallelo, o l’eccessiva esposizione al mondo virtuale”.
Benedetto XVI ha invitato chi usa dei social network a “fare buon uso della loro presenza nell’arena digitale”. Si è di fronte, infatti, alla “sfida dell’essere autentici, fedeli a se stessi, senza cedere, nella ricerca di condivisione, di amicizie, all’illusione di costruire artificialmente il proprio profilo pubblico”.
Poi c’è il rischio di annacquare il vangelo per renderlo popolare. Le nuove tecnologie non stanno modificando solo il modo di comunicare, ma la stessa comunicazione, sottolinea il Pontefice. Ma se il coinvolgimento sempre maggiore nella pubblica arena digitale “conduce a stabilire nuove forme di relazione interpersonale, influisce sulla percezione di sé e pone quindi, inevitabilmente, la questione non solo della correttezza del proprio agire, ma anche dell’autenticità del proprio essere”. Esiste, secondo Benedetto XVI, uno stile cristiano di presenza anche nel mondo digitale, che “si concretizza in una forma di comunicazione onesta ed aperta, responsabile e rispettosa dell’altro”. La testimonianza cristiana in rete “deve diventare alimento quotidiano e non attrazione di un momento”. In questo senso, precisa infine il Papa, il messaggio del Vangelo può essere veicolato attraverso internet. Attenzione, però: la “verità” non può essere “annacquata” per renderla magari più “popolare”.
Insomma, a ben vedere non mi sembra una “benedizione”. Quanto la constatazione di quanti rischi, per il Papa, si celino dentro il web.
Leggi qui l’intero messaggio del Papa.
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Vaticano e Cei ingeriscono con qualche incertezza. Bertone, Bagnasco e i malumori della base. Ammiccamento a Tremonti
22 gennaio 2011 -
La doppia uscita vaticana sul caso Ruby non è stata a caso. Il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone per primo ha richiamato coloro che hanno responsabilità pubbliche “ad assumere l’impegno di una più robusta moralità”. Poi è stata la volta del Papa che in un’intervento richiamato volutamente a tutta pagina dall’Osservatore Romano di oggi ha chiesto che le “istituzioni pubbliche ritrovino la loro ‘anima’, le loro radici spirituali e morali”.
E’ vero, il testo del discorso del Papa era preparato da giorni. Ma il suo richiamo a un “ethos” torni a innervare il cuore delle istituzioni è significativo. Cosa ha voluto fare la Santa Sede? Esprimere il massimo “turbamento” senza tuttavia mostrare la volontà (che non c’è) di scaricare il premier. Non a caso fonti vaticane confermano che l’entourage di Berlusconi era informato, tramite Gianni Letta, della doppia uscita vaticana tanto che ieri Berlusconi ha commentato in modo soft: “Quelle di Bertone sono dichiarazioni da non riferire direttamente al governo, sono rivolte a tutti”.
L’intento della Santa Sede è chiaro: scongiurare le elezioni. La stessa linea del Colle. E, infatti, l’uscita di tre giorni fa dell’Osservatore che ha pubblicato integralmente la nota del Quirinale sul “turbamento dell’opinione pubblica” questo vuole esprimere. Dice un mosignore di curia: “L’ultima cosa che Bertone vuole è trovarsi davanti a delle elezioni in cui i contendenti siano Berlusconi e un qualche emulo di Zapatero”. Cosa vuole allora Bertone? “Vuole che la legislatura finisca col centro destra al governo e che, in modo soft, avvenga una cambio di leadership, da Berlusconi a Giulio Tremonti. Quest’ultimo sta mantenendo un profilo basso. E’ amico di Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior, e ha colloqui continuati con Bertone. Dalla sua parte stanno diverse silge cattoliche di peso: dall’ Mcl all’Opus dei. Ieri anche Avvenire ha dato risalto a un suo intervento. Presentava alla Provincia di Roma una riedizione del libro di Enrico Berlinguer ‘La via dell’austerità’ e ha offerto le sue due parole d’ordine per l’oggi: ‘federalismo e responsabilità’”.
Giuseppe Leoni, oltre che tra i fondatori della Lega, rappresenta la costola robusta dei “cattolici padani”, fedeli all’ortodossia e nemici di quella visione tutta della curia ambrosiana per la quale “votare la Lega non è certo un peccato, ma sicuramente un errore”. Dice: “Non so che scenario auspichino le gerarchie. Certo, le parole del Papa e di Bertone mi sembrano legittime. Cosa altro dovrebbero dire? Ma non mi sembrano una dichiarazione di guerra contro Berlusconi e la maggioranza”.
Così la pensa anche Rocco Buttiglione: “Il Vaticano non può tacere perché oggi si è davanti a uno scandalo pubblico. Non intervenire avrebbe significato mostrarsi conniventi a una situazione immorale. Per la chiesa, comunque, è meglio un donnaiolo che fa buone leggi che un bigotto che fa leggi sbagliate”.
La doppia uscita vaticana non è stata senza conseguenze dentro la chiesa. Tutto era stato programmato perché fosse il presidente della Conferenza episcopale, Angelo Bagnasco, a offrire una parola ufficiale lunedì, aprendo il “direttivo” della Cei ad Ancona. Per questo Bagnasco si è trattenuto qualche giorno in più a Roma. Per questo ha studiato il proprio intervento coi suoi uomini di fiducia paragondandosi anche con il cardinale Camillo Ruini. Per questo oggi vede il Papa, per confrontare con lui le cose da dire. Per questo ieri, quando alcuni giornalisti gli hanno posto una domanda su Ruby, ha seccamente risposto: “Il luogo istituzionale in cui ne parlerò è il consiglio permanente”. Come a dire: non esiste altro luogo adibito a farlo. Bagnasco ha un compito difficilissimo. Deve dare voce a quella importante fetta di episcopato che vorrebbe la fine del regno Berlusconi e, di più, a coloro che vorrebbero vedere il premier davanti ai magistrati. Ma insieme deve tenere conto della linea vaticana. Dicono i bene informati che la prolusione manterrà il classico fil rouge: nessun discostamento dalle parole pronunciate dal Papa. Anzi, tutto sarà costruito attorno alle sue parole, senza strappi definitivi.
Andrea Olivero è presidente della Acli. L’associazione, è noto, non è propriamente filo berlusconiana. Ma dice: “Credo che il Vaticano voglia una cosa giusta: che la legislatura arrivi sì fino in fondo ma con una leadership diversa. In questo modo verrebbe salvaguardato il voto dei cittadini e si salvaguarderebbe la legalità”.
Pubblicato sul Foglio sabato 22 gennaio 2011
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C’è chi non vuole morire berlusconiano
20 gennaio 2011 -
Ha detto questa sera il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone: “La Santa Sede segue con preoccupazione le vicende italiane”. “La chiesa condivide il “turbamento” espresso dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per quanto pubblicato dai media riguardo alle accuse mosse al premier. “Lo avete visto con la nota pubblicata sull’Osservatore Romano”. “La Santa Sede – ha scandito ancora il cardinale – segue con attenzione e in particolare con preoccupazione queste vicende italiane, alimentando la consapevolezza di una grande responsabilità soprattutto di fronte alle famiglie, alle nuove generazioni”. “La chiesa spinge e invita tutti, soprattutto coloro che hanno una responsabilità pubblica in qualunque settore amministrativo, politico e giudiziario, ad avere e ad assumere l’impegno di una più robusta moralità, di un senso di giustizia e di legalità”.
Questa sera tutto è più chiaro: Bertone ha deciso di non morire berlusconiano.
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 20 gennaio 2011
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