Habemus bancam. Motu proprio di Benedetto XVI

Novità di peso dalla Città del Vaticano. Esce entro fine anno un Motu Proprio del Papa che istituisce un’autorità centrale finanziaria del Vaticano – una banca centrale – sovra ordinata all’Istituto per le opere di religione (Ior) e agli uffici finanziari. L’intento è di adeguare il Vaticano agli standard internazionali sull’anti-riciclaggio: l’Ocse, infatti, potrà valutare se iscrivere il Vaticano nella cosiddetta “white list” (lista bianca) dei paesi che applicano questi standard. La mossa di Ratzinger arriva dopo settimane difficili. Un’indagine della procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il presidente e direttore generale dello Ior e ha sequestrato un fondo di 23 milioni di euro. Mente del nuovo organismo dovrebbe essere il cardinal Attilio Nicora, che già dirige l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa). Toccherà a lui anche ridurre il numero di conti correnti anonimi intestati da anni a titolari non religiosi.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 29 dicembre 2010


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Musica maestro. Domenico Bartolucci, storico direttore della Cappella Sistina, appena fatto cardinale invoca il ritorno alla grande tradizione

Cardinale, ma non vescovo. Monsignor Domenico Bartolucci, 93 anni, mugellano, maestro “perpetuo” del coro della Cappella Sistina – il coro polifonico che accompagna le celebrazioni papali – dal 1956 al 1997, il 19 ottobre scorso, verso le 11.30 era nel suo studio, al pianoforte, quando inattesa gli giunge una telefonata dal Vaticano. Il cardinale Tarcisio Bertone desiderava incontrarlo alle 13.30 in segreteria di stato vaticana.

Di lì a poco il “maestro”, come tutti ormai lo chiamano da decenni, veniva informato della volontà del Papa di crearlo cardinale nel concistoro che si sarebbe svolto il mese successivo. Bartolucci confessa ancora il suo stupore e una certa scossa interiore all’udire la notizia della porpora.

Dice al Foglio: “Al cardinalato non avrei mai pensato. Lo considero un grande onore e credo che il Papa abbia voluto darlo, attraverso di me, alla musica sacra. Tuttavia, vista la mia età e il mio particolare servizio alla chiesa, ho preferito non essere ordinato vescovo”.

Una scelta la sua, fatta in passato anche da altri illustri uomini di chiesa portati al cardinalato dopo aver superato l’ottantesimo anno di età e, dunque, quando è tramontata per loro ogni possibilità d’entrare in conclave in caso di morte del Papa: tra i tanti che hanno preferito non essere ordinati vescovi ci sono Hans Urs Von Balthasar (designato cardinale, è morto sulla strada che lo portava a Roma per il concistoro), Henri-Marie de Lubac e Yves-Marie-Joseph Congar.

Un cardinalato alla musica sacra, dunque. Così Bartolucci ha percepito la decisione papale. Perché? “Perché ho dedicato tutta la mia vita alla musica sacra ed è evidente che è lei che il Papa ha voluto in qualche modo riabilitare lo scorso 20 novembre. Una musica sacra troppo spesso vilipesa nella chiesa cattolica, abbandonata, scalzata da innovazioni inopportune e contrarie all’autentico spirito della liturgia, quello spirito che Benedetto XVI sta cercando di recuperare attraverso i suoi scritti e le sue celebrazioni. Si è voluti andare incontro al mondo senza accorgersi di cedere a esso e alle sue sirene”.

La vicenda artistica di Bartolucci inizia a Firenze nella sua prima giovinezza, quando affianca il suo maestro Francesco Bagnoli come organista nelle celebrazioni in Duomo. In seguito le sue precoci composizioni vennero mostrate a monsignor Raffaele Casimiri, illustre studioso palestriniano, che si recava di tanto in tanto a Firenze per svolgere delle ricerche. Maturò così l’idea di trasferire il giovane a Roma, dove le cappelle musicali erano in piena attività. Bartolucci divenne quasi subito vice maestro a San Giovanni in Laterano poi, nel 1947, direttore della Cappella Liberiana di Santa Maria Maggiore. Infine nel ’56, dopo quattro anni trascorsi affianco a Lorenzo Perosi, Pio XII lo nomina direttore perpetuo della Cappella sistina. Come i predecessori, anche lui viene nominato “ad vitam”. Racconta ancora con dispiacere: “Cogli 80 anni mi misero di colpo a riposo… Dopo tanto lavoro non ebbi neppure modo di salutare il Santo Padre…”.

Sono ormai decenni che Bartolucci abita a Roma. In via Monte della Farina, vicino a piazza Argentina, dove la Cappella sistina ha sede. Il suo appartamento è colmo di ricordi. Foto, quadri, libri, musiche, tante carte e un vecchio grammofono Grundig che, dice, “lo aveva uguale Papa Giovanni e ha ancora un’acustica invidiabile. Ormai però non lo ascolto più; la sera preferisco guardare i concerti trasmessi sul satellite soprattutto dall’estero. Ogni tanto mi capita di vedere qualche messa in latino. C’è un canale che ne trasmette di bellissime dalla Francia. Ma sono bravi anche gli anglicani nel Regno Unito. Sono rimasto impressionato dalla liturgia cantata alla Westminster Abbey. Anche a Benedetto XVI credo sia piaciuta quando l’ha ascoltata lo scorso settembre. Alla fine è andato a porgere il suo saluto”.

La casa di Bartolucci trasuda storia e molte foto ingiallite dagli anni riportano il pensiero alla sua giovinezza: “Mio padre era un operaio di una fabbrica di laterizi a Borgo San Lorenzo, vicino a Firenze. Cantava sempre in chiesa, gli piaceva. Cantava anche le romanze di Verdi e di Donizetti. Sono cresciuto contornato dalla musica. Tutto il paese cantava. Ricordo gli stornelli dei contadini a casa e al lavoro. Il teatro del paese aveva due stagioni d’opera all’anno! Era un’altra vita”.

Dalle parole del cardinale si capisce che avverte un forte contrasto tra quegli anni e oggi. E il suo disappunto diviene esplicito e spontaneo soprattutto riguardo alla musica, senza necessità di incalzarlo con ulteriori domande. Dice: “Ricordo le funzioni in Sistina ai tempi di Papa Pacelli. Allora la musica costituiva parte integrante ed essenziale della liturgia: era la sua anima. Si sa quanto Pacelli amasse la musica e come spesso si riposava suonando il violino. Erano bei tempi”. Il Pontificato di Pio XII fu accompagnato quasi interamente dalla Cappella sistina diretta da Lorenzo Perosi. Bartolucci, infatti, venne nominato direttore perpetuo nel 1956: “Prima di diventare direttore sono stato quattro anni insieme a Perosi, come vice maestro. Lui abitava nel palazzo del Sant’Uffizio e lì spesso lo andavo a prendere. Passeggiavamo assieme sul lungotevere fino alla chiesa del Sacro Cuore del Suffragio dove facevamo visita al santissimo. Poi lo riaccompagnavo a casa”.

La musica sacra della chiesa cattolica subisce una grande rivoluzione dopo il Concilio Vaticano II. Racconta Bartolucci: “Il Concilio l’avrebbe voluto convocare anche Pio XII. Lo disse il cardinale Achille Silvestrini nel decennale della morte del cardinale Domenico Tardini. Si rese conto però che i numerosi focolai di rivolta presenti nella chiesa avrebbero potuto provocare un incendio proprio a Roma. Fu così Papa Giovanni XXIII dopo il Sinodo Romano convocò il Concilio. Sotto il suo pontificato la Cappella sistina poté finalmente essere ricostituita. Io stesso presentai un progetto di riforma generale e il Papa lo approvò pienamente. Ottenemmo la sede, l’archivio, un organico di cantori adulti fissi e stipendiati e soprattutto la schola puerorum dedicata esclusivamente alla formazione dei nostri ragazzi. Papa Giovanni apprezzava molto la Cappella. A Natale cantavamo nel suo appartamento con i bambini, davanti al presepe. Riguardo alla liturgia credo che non avrebbe cambiato nulla, ma poi morì. La riforma vera e propria con tutti i cambiamenti si fece sotto Paolo VI”.

Sotto il pontificato di Papa Montini e con il nuovo indirizzo liturgico si verificò di fatto la crisi della musica sacra. Bartolucci ricorda ancora una Pasqua in cui tornò a casa in lacrime. Dice: “Ci mandarono via dicendo che non doveva cantare la Sistina, ma il popolo. Fu una rivoluzione copernicana. L’abbandono del latino che il Concilio stesso non auspicava, fu di fatto promosso da molti liturgisti e così tutto il repertorio tradizionale di canto gregoriano e polifonia e di conseguenza le scholae cantorum furono additati come la cause di ogni male. Il motto era diventato quello di andare al popolo, senza capire le gravi conseguenze di questa banalizzazione dei riti e della liturgia. Io a questo mi sono sempre opposto e ho sempre sostenuto la necessità della grande arte in chiesa a nutrimento e beneficio proprio del popolo. Si è pensato che partecipare volesse dire cantare o leggere qualche cosa e così si è disattesa la sapiente pedagogia del passato. Paradossalmente anche tutto il repertorio di canti devozionali che il popolo sapeva e cantava è scomparso. Anni fa, ad esempio, quando il popolo assisteva a una messa da morto, sapeva cantare con devozione il Dies Irae e ricordo che tutti si univano per cantare il Te Deum o le antifone alla Madonna. Oggi a stento si trova qualcuno in grado di farlo. Molti, oggi, per fortuna, seppure un po’ in ritardo, iniziano a rendersi conto di quello che è successo. Bisognava pensarci allora, prima di procedere con tanta presunta sapienza in favore di una moda. Ma sa, allora tutti rinnovavano, tutti pontificavano. Per fortuna il Santo Padre sta dando indicazioni molto precise riguardo alla liturgia e speriamo che il tempo aiuti le nuove generazioni”.

La Cappella sistina dopo il Concilio ha comunque continuato ad avere un’importante attività poiché Bartolucci ha voluto promuoverne le esecuzioni anche in sede concertistica. “Con la Sistina ho girato il mondo e proprio nei concerti ho potuto sentirmi libero di programmare i capolavori che non era più possibile eseguire all’interno della liturgia, in primis le opere di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Giuseppe Verdi lo definisce il “padre eterno” della musica d’occidente. L’ho detto già una volta in un’intervista: ‘Palestrina è il primo patriarca che ha capito che cosa vuol dire far musica; lui ha intuito la necessità di una scrittura contrappuntistica vincolata dal testo, aliena dalla complessità e dai canoni della scrittura fiamminga’. Non a caso il Concilio di Trento ha fissato i canoni della musica liturgica proprio guardando a lui. Non c’è autore che tratta e rispetta il testo sacro come Palestrina. Io per quel che ho potuto ho cercato di rifarmi a questo stesso spirito, alla solidità del canto gregoriano e della polifonia palestriniana. Per questo ho potuto continuare a scrivere musica nel solco della tradizione della Scuola romana”.

Uno dei più importanti concerti nei quali Bartolucci ha potuto presentare i capolavori del principe della musica accanto ad alcune personali composizioni fu offerto proprio a Benedetto XVI nella cornice storica della Cappella Sistina nel 2006. L’esecuzione affidata al Coro polifonico della Fondazione Domenico Bartolucci, con il quale il maestro ha registrato anche alcuni cd, fu introdotto dal mottetto Oremus pro pontifice che il maestro ora cardinale scrisse proprio per il Pontefice regnante, subito dopo la sua elezione. È Benedetto XVI per lui una speranza. Dice: “Lo è per me e per la musica sacra. Per questo penso al mio cardinalato come a un riconoscimento soprattutto per la musica e ho piacere che molti abbiano letto la mia nomina in questo modo”.

E proprio le parole pronunciate dal Papa al termine di quell’esecuzione suggeriscono che la porpora a Bartolucci gli sia stata riconosciuta per i suoi meriti artistici e per un serio recupero della tradizione musicale di Santa romana chiesa: “Tutti i brani ascoltati concorrono a confermare la convinzione che la polifonia sacra, in particolare quella della cosiddetta ‘scuola romana’, costituisce un’eredità da conservare con cura, da tenere viva e da far conoscere, a beneficio non solo degli studiosi e dei cultori, ma della comunità ecclesiale nel suo insieme, per la quale costituisce un inestimabile patrimonio spirituale, artistico e culturale. […] Lei, venerato maestro, ha cercato sempre di valorizzare il canto sacro come veicolo di evangelizzazione. La Cappella musicale pontificia da Lei guidata, mediante i suoi innumerevoli concerti, ha così cooperato alla stessa missione dei Pontefici, che è quella di diffondere il messaggio cristiano”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 24 dicembre 2010


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Così il Regno arruola il “cattolico adulto” Ruini

Dare del “cattolico adulto” al cardinale Camillo Ruini è più o meno come dare del ratzingeriano ad Hans Küng. Fu Romano Prodi, infatti, nel marzo 2005, a definirsi tale, rivendicando laicità e autonomia della politica, in contrasto proprio all’appello dell’allora presidente della Cei per l’astensione nel referendum sulla legge 40: “Io sono un cattolico adulto e vado a votare”, disse.

A ribaltare provocatoriamente la definizione è ora il Regno, quindicinale dehoniano, nel pezzo del notista politico Gianfranco Brunelli. La svolta di Ruini “alla soglia dei suoi ottant’anni” è avvenuta al recente forum del Progetto culturale sull’unità d’Italia, quando Ruini “ha addebitato la difficile riformabilità del nostro sistema politico a un antico difetto di governabilità”. Di qui l’auspicio per un bipolarismo maturo, solido. Un auspicio che, con velo d’ironia, il Regno dice di aver fatto proprio “fin dal 1991”.

Scrive Brunelli: “Se questa presa di posizione non tradisce il gesto politicistico” di un soccorso a Berlusconi, “essa contiene premesse importanti per definire una linea diversa della Cei in un sistema bipolare: quella linea che facendo centro come chiesa sulla propria libertà critica nei confronti dei diversi soggetti politici, perché equidistante dagli schieramenti, restituisce ai laici cattolici la loro dignità e la loro responsabilità”.

Dopo la critica, ormai quasi ventennale, mossa dai cattolici progressisti a Ruini di aver praticato un bipolarismo “imperfetto”, solo teorico ma sbilanciato in pratica verso il centrodestra, ora Brunelli segnala che dal cardinale emerito è arrivato il riconoscimento per una maggiore libertà dei cattolici in politica. Adulti, appunto.

Ma resta un dato, che Brunelli sembra dimenticare: e cioè che l’appello al bipolarismo maturo si coniuga, per Ruini, alla necessità di una stagione “neoguelfa” di un convinto ancoraggio ai valori etici “non negoziabili”. Con le conseguenze che ne discendono, anche dentro un maturo schema bipolare. E’ un richiamo condivisibile dal cattolicesimo cosiddetto adulto? Se si torna a Romano Prodi e alla stagione politica ulivista, verrebbe da rispondere di no. E se si guarda ai paletti che oggi la gerarchia sta mettendo sulla strada del terzo polo, il bipolarismo adulto di Ruini assume un altro sapore.

Pubblicato sul Foglio venerdì 24 dicembre 2010


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Il sigillo del cardinale Piacenza

Il volto dei sacerdoti è, talvolta, sfigurato. Lo ammette il cardinale Mauro Piacenza nel suo libro – “Il Sigillo.Cristo fonte dell’identità del prete”, 160 pp., 13,50 euro – uscito pochi giorni dopo che il Papa gli ha affidato le redini del “ministero” vaticano che si occupa del clero. Ma, proprio perché talvolta sfigurato, va “ridisegnato” così da renderlo affascinante per tutti.

Ridisegnare il volto del sacerdozio, ministero indispensabile alla chiesa, significa andare in profondità, immergersi alla ricerca dell’autentico sigillo d’ogni vita sacerdotale. Quale? Piacenza non ha dubbi: “La configurazione ontologica a Cristo”.

Non è stato un anno facile per i sacerdoti. Proprio nell’anno sacerdotale la chiesa è stata attraversata dallo scandalo della pedofilia. La vita del prete è una vita di battaglia e lotta contro le tentazioni e il male. Non c’è soltanto il fascino dei soldi, del potere, del sesso. Il prete deve fronteggiare anche tentazioni più sottili. Tra queste, l’autosufficienza, “il ritenere che, come uomini e come sacerdoti, pur non ammettendolo esplicitamente, ci sentiamo, in fondo, autonomi, cioè non dipendenti da Dio né dal legame costitutivo con il vescovo nel presbiterio. La tentazione dell’autonomia, più che nella diretta ed esplicita disobbedienza, si documenta, in maniera particolarmente grave, in quella sottile autonomia di giudizio, che spesso abita i nostri cuori ed è coltivata, con mille infinite riserve e sfumature, dalle nostre menti”.

A chi guardare dunque? Piacenza ricorda la figura del curato d’Ars. Anch’egli dovette lottare contro la tentazione dell’autonoma. Scrive Piacenza: “L’epoca in cui san Giovanni Maria Vianney si è trovato a svolgere il proprio ministero fu quella della Francia post-rivoluzionaria, nella quale la presunta autonomia dell’uomo sarebbe dovuta divenire totale e assoluta”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 22 dicembre 2010


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La guerra del cardinale Burke ai “falsi cattolici” che travisano B-XVI

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Passo indietro o no, un dato è certo. La Congregazione per la dottrina della fede dicendo che le parole pronunciate dal Papa in “Luce del mondo” non mutano la dottrina cattolica sulla sessualità ha calmierato le critiche di coloro che sostenevano che Ratzinger si era spinto troppo in là. Tra questi, molti esponenti del mondo conservatore americano. Dice al Foglio il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo tribunale della segnatura apostolica: “Il tema era diventato caldo negli Stati Uniti. In troppi avevano male interpretato le parole del Papa. In pochi avevano spiegato che per Ratzinger la dottrina della chiesa sulla sessualità non mutava. E così l’ex Sant’Uffizio ha svolto un’azione di supporto che ha avuto l’effetto di placare polemiche e spiriti bollenti”.

Quando c’è in ballo la difesa della dottrina, Burke è in prima linea. Fu lui nel 2004, quando era vescovo a La Crosse, nel Wisconsin, a chiedere a tre cattolici di spicco sulla scena pubblica di evitare di presentarsi alla comunione a motivo della loro posizione sull’aborto. Fu lui, circa un anno fa, a bacchettare il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston, “reo” di aver partecipato ai funerali di Ted Kennedy: “Durante la sua vita non seguì l’insegnamento della chiesa in materia d’aborto”, disse Burke. Ancora oggi Burke batte il chiodo contro quei cattolici che “si dicono tali ma poi tradiscono la dottrina”. A chi pensa? “Penso negli Stati Uniti ai ‘Catholics for choice’, una lobby che grazie al supporto dei media crea scompiglio tra i fedeli. Spingono la chiesa verso riforme impossibili e confondono i semplici. E’ assurdo che dei cattolici si possano dire pro aborto. E allora io dico loro: ‘Non siete cattolici’. Ecco perché la nota vaticana di due giorni fa è importante. Perché senza questo chiarimento le parole del Papa potevano essere cavalcate da questi gruppi a proprio piacimento”.
Chi può dirsi cattolico e chi no? La battaglia è viva negli Stati Uniti.

Per Burke un caso paradigmatico è quello dell’ospedale di Saint Joseph di Phoenix in Arizona. Qui un anno fa, con il consenso di suor Margaret McBride, una delle amministratrici per conto della chiesa dell’ospedale, è stata fatta abortire una donna che secondo i medici rischiava altrimenti di morire. Il vescovo di Phoenix ha scomunicato la McBride e, pochi giorni fa, proprio a causa di quell’aborto ha ritirato il patrocinio della chiesa cattolica alla clinica. Dice Burke: “Il caso è emblematico e va preso ad esempio. Perché altrimenti tutti possono definirsi cattolici e, insieme, tralasciare gli insegnamenti che la chiesa propone. Certo, restare fedeli alla propria identità è difficile. Sappiamo, ad esempio, che molte suore si sono schierate apertamente a favore della riforma sanitaria di Obama. E’ un problema anche se la visitazione che suor Clare Millea sta facendo per conto del Vaticano tra le suore americane sta portando risultati”. Un mese fa un segnale l’hanno lanciato i vescovi americani. Hanno eletto a capo della conferenza episcopale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, per molti una scelta contro la linea Obama e i cattolici di area liberal. Dice Burke: “La scelta di Dolan è importante. I vescovi da lui aspettano azioni forti e decise. Ma già oggi molti cattolici che votarono per Obama hanno capito di aver sbagliato”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 23 dicembre 2010


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Il Papa sulla radio che lo attaccò

Il giorno di Natale Benedetto XVI parlerà ai microfoni della Bbc, su radio 4, lo stesso canale dove l’attivista gay Peter Tatchell lo attaccò prima del suo arrivo nel Regno Unito.

Lo rende noto la stessa Bbc qui: Pope to deliver Thought For The Day on Christmas Eve.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 22 dicembre 2010


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Polemiche (interne) su condom e Cina, B-XVI batte due colpi

Dopo l’uscita di “Luce del mondo”, il libro intervista del Papa con il giornalista tedesco Peter Seewald, sono arrivate in Vaticano diverse critiche da parte di personalità vicine alla chiesa per le parole usate da Benedetto XVI in merito all’uso dei preservativi. Il Papa ne aveva parlato in “Luce del mondo” riferendosi esclusivamente ai casi di prostituzione nei quali uno dei due partner è affetto da Aids, ma le interpretazioni subito diffusesi dopo la pubblicazione del libro hanno fatto pensare a molti che l’affermazione papale fosse un primo passo verso una generale rivisitazione della dottrina cattolica sulla sessualità. Così, ieri, la Congregazione per la dottrina della fede è dovuta intervenire con una nota chiarificatrice – inusuale perché corregge le interpretazioni date a un testo non magisteriale del Papa – nella quale si dice categoricamente che Benedetto XVI non ha voluto modificare la dottrina morale né la prassi pastorale della chiesa. Sullo sfondo, però, l’ammissibilità dell’uso del condom nei casi di prostituzione dove uno dei due partner è affetto da Hiv rimane di fatto possibile.

Nei prossimi giorni il Vaticano ufficializzerà il nome del nuovo segretario di Propaganda Fide, il “ministero” della Santa Sede che governa le missioni nel mondo. Dallo scorso sette ottobre, infatti, il posto è vacante dato che al guineano Robert Sarah, dallo scorso 20 novembre cardinale, è stato chiesto di occupare la presidenza del Pontificio consiglio “Cor Unum” al posto del tedesco Paul Josef Cordes. La scelta del Papa per Propaganda, a meno di ripensamenti dell’ultima ora, è significativa. A essere designato è un presule salesiano cinese che ben conosce sia la realtà della chiesa sotterranea sia quella complessa della chiesa patriottica, la chiesa fedele a Pechino e al suo governo. E’, dunque, il salesiano don Savio Hon Tai-Fai che Benedetto XVI vuole a Propaganda per continuare la linea del dialogo da lui inaugurata con la lettera ai cattolici cinesi del 2007. Hon Tai-Fai sembra avere le competenze giuste: stimato dal Papa, insegna Teologia sistematica al seminario teologico di Hong Kong – l’Holy Spirit Seminary College – ed è membro della Commissione teologica internazionale. E ovviamente conosce bene la realtà della chiesa cattolica asiatica, requisito indispensabile per un posto di comando a Propaganda.
Non sono giorni facili per i rapporti tra la Santa Sede e la Cina. La segreteria di stato vaticana ha criticato in modo duro la gestione dell’Assemblea dei rappresentanti cattolici che pochi giorni fa ha portato all’elezione di un nuovo capo della Conferenza episcopale del paese, Giuseppe Ma Yinglin, vescovo illecito di Kunming. Alcuni hanno letto le critiche vaticane come il segno della volontà di abbandonare quella sorta di Ostpolitik, che negli ultimi anni era stata messa in campo con Pechino, in favore di una linea più dura e intransigente. In realtà la scelta di Hon Tai-Fai dice il contrario. Dice che la segreteria di stato continua a cercare il dialogo, pur riservandosi la libertà di stigmatizzare ciò che non va. Anche perché è negli ultimi mesi, terminato il gran battage per le Olimpiadi e l’Expo, che Pechino sembra essere tornata a un atteggiamento decisionista rispetto ai cattolici, una chiusura sempre più evidente che pare impossibile da scalfire. I rapporti con la Cina sono condotti dalla seconda sezione della segreteria di stato. E’ il sottosegretario per i rapporti con gli stati, Ettore Balestrero, uomo di dialogo e di apertura, a condurre i giochi. E’ stato lui a riuscire a ottenere lo scorso giugno la nomina di un rappresentante non residente in Vietnam, primo passo verso lo stabilimento di piene relazioni diplomatiche. E’ la medesima linea dialogante che egli intende mettere in campo anche in Cina.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 22 dicembre 2010


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Sui condom è tutto come prima

Oggi sul Foglio ho scritto un pezzo in merito alla chiarificazione della Dottrina della Fede sulla sessualità.

Mentre a pagina 12 del New York Times, Rachel Donadio ha scritto Vatican Adds Nuance to Pope’s Condom Remarks dove potete trovare una mia opinione.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 22 dicembre 2010


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La chiesa e l’”ethos” perverso del mondo. Il Papa torna sulla pedofilia e contesta l’ipocrisia altrui

Ieri il Papa ha tenuto uno dei suoi discorsi più attesi, quello ai membri della curia romana. Come ogni anno ha colto l’occasione per rileggere i dodici mesi trascorsi offrendo una chiave interpretativa degli avvenimenti che hanno coinvolto la chiesa. Tra questi non è mancato un lungo affondo sul tema della pedofilia nel clero, problema che ha attraversato la chiesa proprio nell’anno dedicato ai sacerdoti. Tornando ancora una volta sull’argomento, e in un’occasione ufficiale, Benedetto XVI ha cambiato lo schema classico col quale aveva fino a ieri affrontato l’argomento.

Accanto alle dichiarazioni di deplorazione per un fenomeno che ha assunto “una dimensione inimmaginabile”, commesso da sacerdoti che “stravolgono il sacramento nel suo contrario”. Accanto alla visione di una chiesa il cui volto “è coperto di polvere”. Accanto a sacerdoti che per la loro colpa tengono “aperte le ferite di Cristo”, che “insudiciano”. Accanto alle parole che il Papa già aveva usato più volte, c’è qualcosa di nuovo. Un concetto che negli ultimi mesi Benedetto XVI non aveva ancora espresso in modo così esplicito.

E’ la denuncia dell’ipocrisia che si cela dietro coloro che incolpano la chiesa di non essere altro se non un covo di orchi, un’enclave votata alla pedofilia entro un mondo che, al contrario, è illibato e puro. Ma il mondo, ha detto Ratzinger, non è affatto puro. E non si può comprendere la degenerazione nella quale sono caduti alcuni sacerdoti, senza “tacere il contesto del nostro tempo in cui è dato vedere questi avvenimenti”.

Il mondo, ha detto in sostanza Benedetto XVI, accusa la chiesa di colpe che lui per primo persegue con malcelata ipocrisia. Ha spiegato il Papa che a partire dagli anni 70 è stata teorizzata la pedofilia “come una cosa del tutto conforme all’uomo e anche al bambino”. Mettendo in campo “una perversione di fondo del concetto di ethos”, la società asseriva “che non esisterebbero né il male in sé, né il bene in sé”. A questa visione, ricordando la beatificazione del cardinale Newman, il Papa ha idealmente opposto la “grande tradizione razionale dell’ethos cristiano” e “le basi essenziali e permanenti dell’agire morale”. Questo pensa il Papa. Che la pedofilia è un oltraggio al sacerdozio da combattere in ogni modo. Ma che essa è figlia di una degenerazione dei costumi che quella società che punta il dito contro la chiesa promuove e difende.

Pubblicato sul Foglio martedì 21 dicembre 2010


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Un Osservatore online

La notizia più interessante oggi è dentro questo pezzo.

Si dice che in occasione dei suoi 150 anni (nel 2011), l’Osservatore Romano rinnova completamente il suo sito in rete.

Era ora. Noi, qui, attendiamo impazienti.

Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 18 dicembre 2010


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