Biffi, Dossetti e le riserve di Barsotti
16 novembre 2010 -
Sono cresciuto a Milano dove la fama del cardinale Giacomo Biffi, milanese arcivescovo di Bologna dal 1984 al 2003, non è mai scemata.
Quando nel 2007 sono uscite per Cantagalli le sue memorie, le ho divorate (soprattutto la prima parte, quella più descrittiva) come si divora una spy-story qualunque di Frederick Forsyth.
Tra poche ore, una versione ampliata sarà nelle librerie. Biffi parla di “Concilio e post Concilio”, di “libri liturgici ambrosiani”, della “conversione di Agostino”, delle “leggi antisemite”, di “Pio IX”, della “Donna e delle donne”, della “sfida della castità”, dell’“ideologia dell’omosessualità” e di tanto altro ancora.
Un capitolo è dedicato alle riserve di don Divo Barsotti (morto a 92 anni d’età il 15 febbraio del 2006 nel suo eremo di San Sergio a Settignano, sopra Firenze, fu sacerdote, teologo, fondatore della Comunità dei Figli di Dio e insigne mistico e maestro spirituale) per don Giuseppe Dossetti (morto nel 1996, prete, giurista, politico, trascinatore a Bologna di quell’“officina” che, diretta per anni da Giuseppe Alberigo, ha promosso incessantemente l’ermeneutica “della rottura” del Concilio Vaticano II).
Cosa pensava il grande Barsotti di Dossetti? Pensava tante cose. Anzitutto aveva delle riserve, queste:
di Giacomo Biffi
“Le riserve di don Barsotti”
Don Giuseppe nutriva grande stima per don Divo Barsotti e aveva iniziato a coinvolgerlo nella sua vita spirituale oltre che nella sua presenza attiva entro il mondo cattolico. Don Divo però, che era teologo (oltre che geniale) autentico e di solida formazione, si rese conto ben presto delle lacune e delle anomalie del pensiero dossettiano.
Conformemente al suo temperamento “toscano” (insofferente degli equivoci e amante delle posizioni chiare) si risolse a un certo punto a prendere apertamente le distanze, traendo lo spunto da una precisa situazione nella quale la linea di don Giuseppe non gli pareva encomiabile.
È stata pubblicata la risposta di Dossetti in quella circostanza, dove tra l’altro si legge: “Carissimo don Divo, […] sono certo che ascoltandomi solo un quarto d’ora lei si persuaderà di aver fatto supposizioni infondate e di aver ricevuto informazioni non vere.
Non sono né offeso né rattristato, perché sono certo dell’equivoco e sicuro della sua capacità di rendere giustizia, non a me, ma alla verità…”. E nobilmente aggiungeva. “Anche se lei volesse staccarsi da me, io non mi staccherò da lei”. “Solo un quarto d’ora” (!): anche qui don Giuseppe è tutto dominato dalle sue persuasioni sempre soggettivamente invincibili; non si rende conto che non si tratta solo di un episodio circoscritto, anche a proposito del quale, tra l’altro (si trattava dell’affidabilità ecclesiale del prof. Alberigo) gli avvenimenti successivi ci hanno dimostrato che il suo interlocutore era giudice migliore e lungimirante).
Come ho appreso dalla viva voce di don Divo negli ultimi suoi anni di vita, c’erano invece delle riserve sostanziali ed erano due: prima di tutto disapprovava un’ossessione primaria e permanente per la politica, che alterava la sua prospettiva generale; in secondo luogo deprecava l’insufficiente fondazione teologica di Dossetti.
E mi confidava, alla fine dei suoi giorni, di essere ancora molto preoccupato degli influssi che la “teologia dossettiana” continuava a esercitare su certe aree della cristianità. Anch’io, devo dire, mi sono reso conto che la sua apprensione non era priva di fondamento. Nei contesti dove ci si richiama all’eredità e all’ispirazione di Dossetti non sempre ritroviamo la serietà e la sufficiente competenza, doverose quando si discorre su argomenti che attengono alla “sacra doctrina” e alla vita della Chiesa. Appunto nell’area dichiaratamente “dossettiana” ci si imbatte talvolta in alcuni “teologi immaginari”, che in genere sono molto apprezzati dagli opinionisti mondani, abbastanza sprovveduti in questa materia, e trovano facile spazio nei più diffusi mezzi di comunicazione.
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 16 novembre 2010
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