Dopo Peterson, Guardini

Romano GuardiniDopo le parole dedicate a Erik Peterson (leggi “Lì c’era la teologia che cercavo“, teologo evangelico convertitosi nel 1930 al cattolicesimo, è la volta di Romano Guardini.

Ricevendo venerdì scorso in udienza i partecipanti al Convegno promosso a Roma dalla Fondazione “Romano Guardini” di Berlino, Benedetto XVI ha parlato del grande teologo di origini italiane.

Guardini cercava sempre la verità, ha detto Ratzinger. Questa la sua caratteristica. E la cercava anche leggendo opere di autori diversi, come Socrate, Sant’Agostino o Pascal, Dante, Hölderlin, Mörike, Rilke e Dostojevskij – e io aggiungerei Kierkegaard in quello stupendo lavoro di Guardini che s’intitola ‘Ritratto della malinconia’, ndr –. Ha detto ancora il Papa: “Egli vedeva in loro dei mediatori viventi, che scoprono in una parola del passato il presente, permettendo di vederlo e viverlo in modo nuovo. Essi ci donano una forza, che può condurci di nuovo a noi stessi”.

Leggi qui l’intero discorso del Papa.

Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 31 ottobre 2010


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Un Eco a pezzi

Umberto Eco

L’Osservatore Romano fa a pezzi, sull’edizione che reca la data di domani (sabato 30 ottobre 2010), Umberto Eco. E, in particolare, il suo “Cimitero di Praga” – Bompiani, 526 pagine, 19.50 euro.

Ultimo romanzo di Eco, “Il Cimitero di Praga” narra la storia di un falsario dalle oscure intenzioni che, come avverte l’autore, si candida a diventare “il personaggio più cinico e antipatico di tutta la storia della letteratura”. Tra i tanti documenti falsi creati c’è anche il manoscritto noto come “I protocolli dei savi di Sion”, il clamoroso falso storico utilizzato dalla polizia zarista per motivare un profondo odio contro gli ebrei.

Scrive sull’Osservatore la storica Lucetta Scaraffia: “Il romanzo di Eco è noioso, farraginoso, di difficilissima lettura. Perfino per una persona come me, che forse capisce i suoi riferimenti storici. Del feuilleton non ha la trama avvincente, i personaggi appassionanti, l’intreccio abile da cui non ci si riesce a staccare”.

E ancora: “Sul piano della morbosità Eco non si è negato niente… I cattolici sono rappresentati con caricature mostruose, e non mancano neppure riferimenti ai Pontefici, che rifulgono per stupidità e ottusa opposizione a tutto ciò che osi far pensare al progresso… Il risultato è un libro pesante, in cui l’esilità della trama non riesce a sostenere il macigno di troppi complotti… Il suo unico intento (di Eco, ndr) è fare sfoggio di una sterminata erudizione storico-letteraria e dare prova di abilità intellettuale nel mettere insieme dei pezzi di storia con episodi inventati”.

Scrive su “Pagine Ebraiche” – l’articolo è ripreso dall’Osservatore – Anna Foa, ebrea, docente di storia all’Università di Roma “La Sapienza”: “Eco vorrebbe dimostrare la falsità dei ‘Protocolli dei Savi di Sion’. Ma la verità non emerge e la confusione regna sovrana… La costruzione di Eco volta a smontare un falso non arriva, per una strana eterogenesi dei fini, a ricostruirlo?”.

Prima del giornale vaticano era stato il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni a dire la sua, spiegando anche il motivo di tanta ira: il problema, secondo Di Segni, è che “il protagonista, per quanto becero e mostruoso, risulta alla fine simpatico”.

Insomma, chi legge può identificarsi col falsario, e dunque con chi lavora contro gli ebrei.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 29 ottobre 2010


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Consistory’s style

Si avvicina il concistoro (20 novembre) nel quale Benedetto XVI creerà 24 nuovi cardinali. E la sartoria Gammarelli (a pochi passi dal Pantheon) ha attrezzato le proprie vetrine.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 29 ottobre 2010


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“Lì c’era la teologia che cercavo”

Lunedì 25 ottobre Benedetto XVI ha ricevuto in udienza nella Sala Clementina del palazzo apostolico i partecipanti al Simposio Internazionale su Erik Peterson.

Peterson, teologo evangelico convertitosi nel 1930 al cattolicesimo, visse sempre ai margini. E, infatti, la sua poderosa teologia venne valorizzata soltanto post mortem. Fu lui, più volte, a dire che in questo seguiva l’esempio di un altro “emarginato”, Soren Kierkegaard.

Papa Ratzinger ha ricordato Peterson in un discorso pronunciato a braccio. Ha detto: “Ho scoperto per la prima volta la figura di Erik Peterson nel 1951. Allora ero Cappellano a Bogenhausen e il direttore della locale casa editrice Kösel, il signor Wild, mi diede il volume, appena pubblicato, «Theologische Traktate» (Trattati teologici). Lo lessi con curiosità crescente e mi lasciai davvero appassionare da questo libro, perché lì c’era la teologia che cercavo: una teologia, che impiega tutta la serietà storica per comprendere e studiare i testi, analizzandoli con tutta la serietà della ricerca storica, e che non li lascia rimanere nel passato, ma che, nella sua investigazione, partecipa all’autosuperamento della lettera, entra in questo autosuperamento e si lascia condurre da esso e così viene in contatto con Colui dal quale la teologia stessa proviene: con il Dio vivente. E così lo iato tra il passato, che la filologia analizza, e l’oggi è superato di per se stesso, perché la parola conduce all’incontro con la realtà, e l’attualità intera di quanto è scritto, che trascende se stesso verso la realtà, diventa viva e operante. Così, da lui ho imparato, in modo più essenziale e profondo, che cosa sia realmente la teologia e ho provato perfino ammirazione, perché qui non si dice solo ciò che si pensa, ma questo libro è espressione di un cammino, che era la passione della sua vita”.

Come non ricordare, leggendo queste parole, l’introduzione che lo stesso Ratzinger ha fatto del primo volume del suo “Gesù di Nazaret”? Qui Benedetto XVI dice di aver “solo cercato di andare oltre la mera interpretazione storico-critica applicando i nuovi criteri metodologici, che ci permettono una interpretazione propriamente teologica della Bibbia e che naturalmente richiedono la fede senza per questo volere e poter affatto rinunciare alla serietà storica. Di certo non c’è affatto bisogno di dire espressamente che questo libro non è assolutamente un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale del «volto del Signore» (Sal 27,8). Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell’anticipo di simpatia senza la quale non c’è alcuna comprensione”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 29 ottobre 2010


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Sinodo cristiano, ma arabo. I cristiani di qui sono arabi, ma non c’è antisemitismo e la chiesa non è in ostaggio. Parla Pizzaballa

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Sulle feroci polemiche che hanno accompagnato la chiusura del Sinodo dei vescovi del medio oriente, “un’assise presa in ostaggio da una maggioranza anti israeliana”, hanno accusato da Israele, dice la sua padre Pierbattista Pizzaballa, 45 anni, francescano, dal 2004 Custode di Terrasanta e, dunque, l’uomo incaricato della potestà su tutti i maggiori luoghi sacri cristiani della regione. Dice: “Non credo che i padri sinodali siano stati presi in ostaggio da nessuno. Il Sinodo ha espresso la voce di personalità della chiesa che vivono in medio oriente. La maggior parte di queste personalità, direi il 90 per cento, è araba. Che il mondo arabo abbia poca simpatia per Israele è evidente. E, dunque, che questa poca simpatia sia stata in qualche modo presente nel Sinodo è cosa normale. Ma insieme si deve ricordare che il messaggio finale del Sinodo condanna l’antisemitismo e l’antigiudaismo. E ricorda l’importanza di studiare i due testamenti, il Nuovo ma anche l’Antico. Non è scontato che i padri sinodali del mondo mediorientale abbiano scritto queste parole”.

Tante parole sono uscite dal Sinodo. Due giorni fa il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha detto che solo il messaggio finale fa testo. Dice Pizzaballa: “Il messaggio finale è quello ufficiale. Ma non è la voce del Vaticano e nemmeno della chiesa. E’ semplicemente la voce dei padri sinodali”. Se il messaggio fa testo ma non è la voce ufficiale del Vaticano, gli interventi dei singoli vescovi durante il Sinodo cosa sono? “Sono interventi personali. Vanno presi come punti di vista di singole persone e assolutamente non come la voce comune”.

Quali novità porta il messaggio finale rispetto a Israele? “Poche, direi. Si condanna l’occupazione dei Territori e si dice che non si può usare il nome di Dio per compiere violenze. E’ una posizione già espressa in passato”. Già, però sotto sembra esserci una condanna teologica: il ritorno di Israele nella terra promessa e, dunque, la sua legittimità a esistere. Tutto sembra evidenziare un forte antisionismo. Risponde padre Pizzaballa: “Anzitutto vorrei dire una cosa sull’antisionismo. E’ una categoria occidentale. E’ un modo con cui l’occidente prova a descrivere una situazione”.

Una situazione reale? “Che un certo antisionismo sia presente anche tra i cristiani del medio oriente è evidente. Ma questo antisionismo, se c’è, non ha fondamenti teologici. E’ più che altro un sentimento motivato dal conflitto israelo-palestinese. E’ una reazione a una situazione drammatica e nella quale non si vedono soluzioni immediate”. Tuttavia esiste una teologia che vuole negare agli ebrei la terra promessa… “Su questo devo ammettere che occorre maggiore dialogo tra cattolici ed ebrei. Abbiamo due modi diversi di leggere le scritture e questi due modi ci dividono. Non parlerei di teologie diverse ma di diversi modi di interpretare la scrittura. Noi siamo abituati a fare una lettura spirituale e allegorica delle scritture e non sempre questa nostra lettura combacia con quella degli ebrei”.

Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006 parlò dell’islam e condannò l’uso del nome di Dio per giustificare la violenza. Oggi il Sinodo dice le stesse cose a Israele. La chiesa ha cambiato obiettivo? “Ripeto: non è la chiesa a parlare ma sono i vescovi mediorientali. C’è differenza. In secondo luogo devo dire che il Sinodo ha espresso anche diverse critiche a un certo modo di vivere l’islam. I vescovi dei paesi a maggioranza musulmana non sono stati teneri con chi usa l’islam con la spada. Le critiche, insomma, non sono state unilaterali. Anche se il Sinodo non aveva principalmente questi temi in agenda”.

Di che cosa si è parlato principalmente? “E’ stato un evento di chiesa. Erano riunite a Roma tutte le realtà ecclesiali del mondo mediorientale. Tutte hanno presentato le proprie realtà. Si è parlato di laicità positiva nel mondo islamico e di piena cittadinanza. Per i giornali sono stati importanti alcuni accenti di alcuni interventi. E sono stati ignorati gli interventi per noi più significativi, quelli di carattere pastorale. E poi abbiamo parlato molto dei tanti cristiani occidentali che oggi vivono nel mondo arabo: una risorsa che servirà in futuro e della quale non si parla mai. Sono occidentali e sono di rito latino”.

Come si fa a custodire i luoghi cari alla cristianità in una regione così contesa? “Vivo in solitudine. Una certa solitudine è necessaria qui. Certo, ho vicino i frati francescani che mi aiutano. E poi ci sentiamo molto anche con Roma, col nunzio e col Vaticano. Ci aiutiamo a decifrare questa terra così complessa”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 27 ottobre 2010


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Se attacchi Ratzinger c’è chi ti premia

Laurie GoodsteinSimpatici questi americani.

La Religion Newswriters Association ha da poco premiato i migliori giornalisti di cose religiose dell’anno. Leggi qui.

Il premio “Religion Reporter of the Year” l’ha vinto Laurie Goodstein.

Fu lei, il marzo scorso, che cercò di inchiodare (senza riuscirci) Joseph Ratzinger per le vicende di padre Murphy, il prete pedofilo di Milwaukee. Leggi qui.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 27 ottobre 2010


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S’avanza il partito romano. I 24 nuovi cardinali spostano in curia e in Europa l’equilibrio di un futuro conclave

Nel pomeriggio di mercoledì, poche ore dopo l’annuncio di Benedetto XVI del concistoro per la nomina di 24 cardinali (il prossimo 20 novembre), è stato l’Osservatore Romano a dare la linea ufficiale del nuovo riassetto del collegio cardinalizio. “L’universalità della chiesa”, ha titolato il giornale vaticano, volutamente calcando la mano sul quel concetto di universalità ribadito dal Papa durante l’udienza generale in piazza San Pietro. Un concetto che dovrebbe caratterizzare più d’ogni altra cosa il consesso – consistorium in latino significa assemblea, consiglio – dei principi della chiesa, il manipolo degli uomini eleggibili al soglio di Pietro in caso di conclave.

Eppure, a scorrere l’elenco coi nomi dei 24, a colpire non è l’universalità dei nuovi cardinali, quanto l’italianità e, insieme, il loro carattere curiale: tra i 24 sono ben dieci gli italiani, di cui otto con meno di 80 anni e quindi potenziali elettori. Tra questi, sette ricoprono incarichi in curia e dunque sono stati creati cardinali ex officio (Angelo Amato, Mauro Piacenza, Fortunato Baldelli, Velasio De Paolis, Francesco Monterisi, Gianfranco Ravasi, Paolo Sardi), uno solo è residenziale, l’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo. Dice il canonista ed editorialista Filippo Di Giacomo: “Bisogna dire la verità. Il concistoro è modesto. I nomi sono di secondo piano, Ratzinger ha semplicemente ammansito la curia romana senza però rafforzarla. Ci sono tanti italiani ma soprattutto tanti curiali. L’esito è una forte connotazione occidentale e romana del collegio. Da tempo non si ricordava un concistoro che esprimesse personalità così di secondo piano. Mi domando: se la chiesa, pensiamo al Vietnam o alla Cina, è piena di figure carismatiche perché non sono mai valorizzate? Che senso ha fare cardinali vescovi quasi ottantenni che altro non sono che burocrati di curia?”.

Il carattere dell’italianità diviene preponderante se si guarda il collegio cardinalizio nel suo insieme: sono 25 oggi gli italiani che parteciperebbero a un conclave contro i 19 di prima, circa il 20 per cento dei 121 cardinali elettori: con l’annuncio di mercoledì i porporati con diritto di voto in conclave passano da 102 a 121, ma il numero dei cardinali elettori scenderà a 119 entro il prossimo febbraio quando avranno 80 anni lo spagnolo Garcia Gasco Vicente e l’italiano Camillo Ruini. La percentuale degli italiani è impressionante: soltanto gli Stati Uniti tengono il passo con 13 cardinali elettori, due in più di prima, circa il 15 per cento del totale. “Per gli Stati Uniti” dice John Thavis del Catholic News Service, “si tratta del numero di cardinali elettori più alto mai registratosi”. Poi seguono i tedeschi (sei), i francesi, gli spagnoli e i brasiliani (cinque ciascuno). Sono italianità e curialità il carattere che il Papa vuole imprimere al collegio cardinalizio? E se sì, perché? O meglio, in funzione di chi? Quale mossa ha voluto giocare Benedetto XVI?

In Vaticano giurano che Ratzinger non pensa al suo successore. Che non è nelle sue corde immaginare il prossimo conclave e in qualche modo cercare di indirizzarlo. Eppure, due giorni fa, all’interno delle sacre mura si parlava parecchio del nuovo riassetto del collegio e, dunque, del futuro conclave, di quel che sarà la chiesa di domani. C’è chi fa notare che se un conclave si svolgesse dopo il 20 novembre prossimo il peso degli italiani verrebbe fuori naturalmente. Tanto che si potrebbero creare due fazioni in grado di trascinare con sé gli stranieri. Lo scontro sarebbe tra due ambrosiani di diversa formazione: Angelo Scola, patriarca di Venezia di formazione balthasariana e dunque considerato ratzingeriano, e Gianfranco Ravasi, milanese che, come ha scritto ieri il Corriere, vanta nel suo curriculum competenze sempre nuove, “teologo, ebraista, archeologo, oratore formidabile” che se fosse vissuto in epoca bizantina “avrebbe di diritto potuto aggiungere al suo nome l’epiteto di Crisostomo”. Il vaticanista di lungo corso Sandro Magister invita alla calma: “Se nel collegio cardinalizio è vero che ci sono tanti italiani, è altrettanto vero che il concistoro appena annunciato porta al cardinalato tanti italiani per una semplice coincidenza: c’erano molti italiani nella curia romana in incarichi cardinalizi e bisognava farli. Nei precedenti concistori non fu così”.

Benny Lai, decano dei vaticanisti, ha vissuto in prima fila i conclavi per l’elezione dei seguenti Pontefici: Giovanni XXIII (28 ottobre 1958), Paolo VI (21 giugno 1963), Giovanni Paolo I (26 agosto 1978), Giovanni Paolo II (16 ottobre 1978), Benedetto XVI (19 aprile 2005). Dice: “Non credo che il Papa stia indicando un italiano per la sua successione. Certo, adesso nel collegio cardinalizio ci sono i nomi di Scola e di Ravasi che spiccano, ma non credo che sia sua intenzione indicare la nazionalità del suo successore. E poi, siamo così sicuri che Scola e Ravasi avrebbero le caratteristiche giuste per accedere al soglio di Pietro? Io guardo al passato: nessuno avrebbe mai immaginato che la chiesa avrebbe avuto in successione un Papa polacco e uno tedesco. Eppure Wojtyla e Ratzinger sono stati eletti. Il conclave è un’assise unica. Dentro può capitare di tutto. Si dice che chi entra in conclave Papa esce cardinale. E’ un detto molto saggio e molto vero. Per me il nuovo Pontefice, quando tra tanti anni Ratzinger ci lascerà, sarà dell’America Latina. Sarà un Papa di passaggio che aprirà le porte al primo Papa africano”.

Anche tra gli stranieri ci sono dei curiali: lo svizzero Kurt Koch, l’americano Raymond Leo Burke e l’africano Robert Sarah. Gli altri sono residenziali: Antonio Naguib, patriarca di Alessandria dei Copti (Egitto), Reinhard Marx di Monaco (Germania), Kazimierz Nycz di Varsavia (Polonia), Donald William Wuerl di Washington (Usa), Laurent Monsengwo Pasinya di Kinshasa (Congo), Medardo Joseph Mazombwe emerito di Lusaka (Zambia), Albert Malcom Ranjith di Colombo (Sri Lanka), Raúl Eduardo Vela Chiriboga emerito di Quito (Ecuador), Raymundo Damasceno Assis di Aparecida (Brasile).

John Allen, corrispondente del National Catholic Reporter, è un osservatore attento degli equilibri vaticani. Dopo l’annuncio del concistoro sostiene che a impressionare non è tanto il numero degli italiani quanto il numero dei cardinali di curia presenti nel collegio. Dice: “La metà dei nuovi cardinali oggi sono ‘funzionari del Vaticano’. Non solo: un terzo dei cardinali elettori del prossimo Papa sono uomini di curia”. In effetti il dato impressiona. Lo ha scritto ieri anche Giancarlo Zizola su Repubblica: “Non si ricordava dagli ultimi decenni del Novecento una affermazione così impetuosa del partito romano”. Un’affermazione che potrebbe favorire il crearsi di un blocco, una fazione trasversale, di cardinali curiali, non legati alla nazionalità, che si potrebbe contrapporre a una corrente anti romana. Dice ancora John Allen: “Solo sette dei venti nuovi cardinali elettori vengono da fuori Europa. In questo modo la composizione del collegio cardinalizio continuerà in qualche modo a non riflettere la distribuzione della popolazione mondiale cattolica. Due terzi dei cattolici nel mondo oggi vivono nel sud del mondo, ma solo un terzo dei nuovi cardinali di Benedetto XVI vengono dall’emisfero meridionale”.

Anche Gerard O’Connell, irlandese, vaticanista per il mondo anglofono, sostiene che non c’è proporzione tra il numero dei cardinali europei e di quelli extra europei. Dice: “Sebbene la maggior parte dei cattolici del mondo ora viva nell’emisfero sud, il collegio dei cardinali elettori non riflette questa realtà in termini proporzionali e nemmeno c’è un’indicazone che la rifletterà in futuro o che dovrebbe rifletterla. Con i tre concistori precedenti Benedetto XVI ha creato 50 elettori dei quali 27 sono europei (14 italiani) e 23 del resto del mondo. Con le sue nuove nomine, ha fatto pendere l’equilibrio in favore dell’Europa, e in particolare in favore dell’Italia, rispetto al collegio che lo ha eletto nell’aprile del 2005. Questo piccolo ma non poco significativo spostamento ha portato alcuni analisti a concludere che Benedetto ha aumentato la probabilità che il suo successore sia un altro europeo e molto probabilmente un italiano. D’altra parte, dato che ci sono già ‘papabili’ extra europei nel collegio dei cardinali, e dato che Papa Benedetto XVI ne ha aggiunti di più con le sue ultime nomination, i cardinali elettori potrebbero ancora votare per un non-europeo al prossimo conclave, ma per eleggerlo molti europei dovrebbero votare per lui”.

Non è facile analizzare il collegio cardinalizio. Ogni lato offre una visuale diversa e suggerisce prospettive e scenari non univoci. C’è il blocco italiano. C’è il blocco curiale e il c’è il blocco europeo. Ci sono gli statunitensi. E ci sono i porporati provenienti dal sud del mondo. Quale collegio cardinalizio ha in mente il Papa? Quale strategia sta adottando per plasmare il consesso che andrà a eleggere il suo successore? Secondo molti analisti di cose vaticane con il nuovo concistoro il Papa non ha fatto altro che attenersi alle regole. Ovvero, non ha adottato una particolare politica, semplicemente ha fatto quanto era in suo potere di fare. Ha rispettato rigidamente la regola di un solo elettore per ogni sede cardinalizia. Di qui l’esclusione di diocesi importanti come Firenze, Torino, New York, Toledo, Bruxelles e Westminster. Di qui la scelta di creare cardinali due arcivescovi emeriti semplicemente perché ancora non hanno compiuto ottant’anni. Secondo Andrea Tornielli, vaticanista del Giornale, è questa una novità significativa. Dice: “Due emeriti sono stati preferiti agli attuali titolari. E’ un’inedita valorizzazione dei vescovi in pensione”. Tanto, tra non molto, Benedetto XVI sarà costretto a indire un nuovo concistoro, il quarto del suo pontificato, e dunque a ridisegnare il collegio: gli elettori, infatti, scenderanno ancora di sei unità entro la fine del 2011 (compiranno 80 anni gli americani Keeler e Law, l’italiano Sebastiani, l’olandese Simonis, il coreano Cheong e il neo cardinale Mazombwe) mentre saranno 111 alla fine di gennaio 2012, quando 80 anni li compirà il salesiano cinese Zen Ze Kiun. E nel 2012 il numero scenderà fino a 100.

Grazie al nuovo concistoro il cardinale più giovane italiano diviene Mauro Piacenza (66 anni), da poco prefetto del Clero. Mentre il più giovane in assoluto diviene il tedesco Reinhard Marx, 57 anni, arcivescovo di Monaco, che scavalca l’ungherese Péter Erdo, 58 anni, arcivescovo di Budapest e primate d’Ungheria. Di Marx ed Erdo si parla da tempo. Marx è indicato come il più probabile successore di Robert Zollitsch alla guida dell’episcopato tedesco. Erdo è ritenuto da molti come la più grande speranza della chiesa mitteleuropea, in grado anche di offuscare la stella Christoph Schönborn. Anch’egli del giro dei balthasariani (come Angelo Scola e Marc Ouellet) viene considerato da molti uno dei candidati più accreditati, in caso di conclave, della compagine europea.

Benedetto XVI non sembra un Pontefice che ama soffermarsi troppo sui diversi equilibri che le sue nomine vanno a mutare. In questo senso in molti leggono il concistoro appena indetto come la volontà di dialogare con tutti, dalla curia al mondo, senza strappi. Altrimenti non si spigherebbero le porpore concesse a Laurent Monsengwo Pasinya di Kinshasa (Congo) e a Raymundo Damasceno Assis di Aparecida (Brasile). Dice Filippo Di Giacomo: “Pasinya è il grande esponente della ‘teologia della contestualizzazione’, ponte tra Roma e le teologie africane più estreme. Mentre Aparecida è sinonimo per tutti di ‘teologia della liberazione’. Portando Assis al cardinalato il Papa è come se volesse cercare ancora una volta il dialogo coi seguaci di Leonardo Boff e di monsignor Pedro Casaldáliga. E questo secondo me è positivo”.

Tra le tante prospettive con cui guardare il nuovo assetto del collegio cardinalizio, ce n’è una che i media in questi giorni hanno percorso meno. Ed è questa: nel pontificato dove si dice i salesiani la facciano da padrone – molte nomine di questo papato hanno riguardato seguaci di don Giovanni Bosco – i religiosi meglio rappresentati all’interno del collegio dei cardinali sono i gesuiti. Lo scrive Gianni Cardinale su Avvenire: “Con l’ingresso di un salesiano e di uno scalabriniano il numero dei religiosi salirà di 34, di cui 21 elettori. Complessivamente i gesuiti (otto) rimarranno primi, seguiti dai francescani e salesiani (sei ciascuno)”. Già, ma se si guarda soltanto ai votanti? Dominano i salesiani: “Tra i votanti si conferma la leadership dei figli di don Bosco (cinque) che distanziano ancor più i seguaci del santo di Assisi (tre) e di sant’Ignazio (due)”. Insomma: i gesuiti predominano ma non tra coloro chiamati in futuro a scegliere il Papa. Ciò significa che in caso di conclave avranno la possibilità di dire la loro principalmente i salesiani, i confratelli del segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone.

Benedetto XVI non dimentica gli amici. Non si dimenticò di Malcolm Ranjith quando, come prima nomina del suo pontificato dopo quella obbligata del suo successore alla Dottrina della fede, riportò il monsignore cingalese in curia, come segretario del Culto divino, dopo che nel pontificato wojtyliano questi era stato cacciato da Propaganda Fide ai tempi guidata dal cardinale Crescenzio Sepe. Anche in questo concistoro Ratzinger non si è dimenticato di Ranjith, oggi arcivescovo di Colombo. E non si è dimenticato di quattro suoi amici di lunga data, tutti ultraottantenni: l’ordinario militare emerito José Manuel Estepa Llaurens, lo storico tedesco Walter Brandmüller già presidente del Pontificio comitato per le scienze storiche, il maestro perpetuo della Cappella Sistina Domenico Bartolucci e il bioeticista Elio Sgreccia. Racconta Sgreccia: “Credo che Benedetto XVI mi abbia creato cardinale principalmente a motivo degli studi e dei lavori sulla bioetica. Il suo gesto credo sia un incoraggiamento al mio lavoro che continua ancora oggi. Poi, certo, c’è l’aspetto dell’amicizia. Ratzinger è attento a tutto. Io abito al palazzo dell’ex Sant’Uffizio e quando Ratzinger era prefetto qui ci si incrociava spesso. Sovente ci si fermava a parlare. Per lui queste cose hanno valore. Forse si è ricordato di me anche per questa nostra saltuaria frequentazione”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 22 ottobre 2010


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Lovanio l’apostata. L’università cattolica più antica d’Europa vuole disfarsi della sua ingombrante etichetta. Per protesta contro Roma e il Papa, rigidi sulla bioetica. Dittatura del conformismo e arrendevolezza della gerarchia

L'università di LovanioLeggi anche qui.

Mentre uno dei collegi tra i più esclusivi del mondo, il collegio cardinalizio, si riassesta e riorganizza al proprio interno con 24 nuove entrate tra le quali, a sorpresa, non figurano i nomi di due arcivescovi in sedi d’eccezione – Giuseppe Betori di Firenze e Braulio Rodríguez Plaza di Toledo –, una delle più prestigiose istituzioni cattoliche d’Europa, l’antica Università di Lovanio, sembra voler cedere definitivamente il passo al mondo, al secolo, alla cultura laicista votata all’espulsione della cattolicità dal discorso pubblico. E’ di queste ore la notizia che il rettore del nobile ateneo, Mark Waer, ha detto d’essere intenzionato a espungere una volta per tutte l’aggettivo “cattolica” dalla denominazione dell’università. Si tratta di un requiem clamoroso per una dizione un tempo simbolo di un mondo del quale andare fieri, un addio che assume contorni bizzarri se si leggono le motivazioni che spingono a questo storico passo. Sul banco degli accusati ci sono Roma, il Papa, la curia romana, la sua funzione di watchdog della dottrina cattolica. A detta di Waer, Roma ha superato ogni decenza, ogni limite del consentito. Primo: predica bene ma razzola male, come gli scandali della pedofilia nel clero sembrano dire. Secondo: è retrograda, reazionaria, chiusa, come le critiche al Nobel per la medicina, il “papà” della fecondazione in vitro, Robert Edwards, dimostrano.

La Conferenza episcopale belga sembra inerte di fronte alla proposta di Waer. Anche l’arcivescovo conservatore di Malines-Bruxelles e primate del Belgio, André-Joseph Léonard, sembra potere poco o nulla contro quello che la scorsa primavera, davanti alla Pontificia commissione biblica, Benedetto XVI ha definito come l’emergere di una nuova dittatura, “la dittatura del conformismo”. Ha detto: “C’è un conformismo per cui diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti”. E ancora: “La sottile aggressione contro la chiesa, o anche meno sottile, dimostrano come questo conformismo può realmente essere una vera dittatura”. Del resto, molto poco Léonard aveva potuto fare anche contro un altro clamoroso sfondamento della cultura secolarista all’interno della cattolicità: lo sventramento da parte della polizia belga della tomba del prestigioso cardinale Léon-Joseph Suenens alla ricerca di carte segrete che volevano inchiodare “il grande orco”, l’ex primate del Belgio Godfried Danneels ritenuto colpevole di aver offerto copertura a preti pedofili. Fu il primo gesto clamoroso che dimostrò anche una certa arrendevolezza della chiesa. Una chiesa abbandonata a se stessa, a paure un tempo ritenute di poco conto. Léonard, allora, provò ad alzare la voce dicendo che le incursioni della polizia erano scene degne del “Codice da Vinci”.

Ma insieme disse, diplomaticamente, che “la giustizia deve fare il suo corso”. Sono decenni che Lovanio non ha pace. Fondata nel 1425 da Papa Martino V, è stata punto di riferimento dell’intellighenzia cattolica europea. Dopo il Vaticano II venti nuovi l’hanno attraversata, fino all’espulsione della sezione francofona, forzatamente trasferita a Louvain-la-Neuve con l’avallo dei vescovi del paese. Nella vecchia Lovanio l’ala fiamminga ha promosso dottrine incompatibili, soprattutto in campo biomedico, con la morale cattolica. C’è anche chi ha cercato di proporre la legittimità, ai sensi canonici, delle coppie gay. Il tutto con il silenzio delle gerarchie. Stante così le cose espungere l’aggettivo “cattolico” altro non sarebbe che prendere atto di un dato di fatto: Lovanio cattolica non lo è più. Della cosa se n’era accorto, anni fa, anche monsignor Edouard Massaux, “rettore di ferro” di Lovanio fino al 1986. Pochi giorni prima di morire disse: “Rifiuto e proibisco formalmente la presenza ai funerali di una delegazione ufficiale dell’Università di Lovanio che dopo il mio ritiro ha pubblicamente ritenuto di dover prendere le distanze dall’istituzione della chiesa”. Così, tempo addietro Massaux. E oggi? Un colpo, prima o poi, potrebbe venire direttamente da Roma, dalla curia romana, oggi la grande nemica della nuova Lovanio.

Pubblicato sul Foglio giovedì 21 ottobre 2010


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Il vescovo di New York contro il Nyt: “Perché non attacca neri e gay?”

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Certe cose, “giustamente, agli ebrei, ai neri, agli islamici o ai gay, non avrebbero mai pensato di farle”. E, invece, le fanno ai cattolici, “alla nostra sensibilità cattolica”. Così il combattivo arcivescovo di New York, Timothy Dolan, ha attaccato quest’oggi sul suo blog “The gospel in the digital age”, il suo grande nemico, il New York Times, col quale già aveva battagliato ai tempi delle accuse mosse contro Joseph Ratzinger per il caso di padre Lawrence C. Murphy, prete pedofilo della diocesi di Milwaukee.

Dolan nel New York Times ha sempre avuto una grande nemica, la celebre columnist Maureen Dowd. Ma oramai il bersaglio è divenuto più ampio: il giornale nel suo insieme. “Lo so”, esordisce Dolan, “dovrei lasciar cadere la cosa. ‘Devi solo farci l’abitudine’, mi hanno consigliato in tanti. Il New York Times ‘è sempre stato così’”. L’anticattolicesimo in loro “è così radicato che non sanno nemmeno ciò che stanno facendo. Quindi, dovrei lasciar stare”.

Ma Dolan non ce l’ha fatta. E sul suo blog prima ha criticato una foto a pagina venti del giornale che a suo dire “insultava” una suora. E poi ha criticato un pezzo a pagina 29 dove si elogia una mostra promossa dal gruppo francese Act Up nella quale il cardinale John O’Connor è rappresentato della forma di un preservativo e descritto come “un sacco di merda”.

Pubblicato sul foglio.it mercoledì 20 ottobre 2010


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La dura legge degli emeriti

La dura legge degli emeriti. E’ lei la protagonista del concistoro di Papa Ratzinger che porterà il prossimo 20 novembre all’elezione di 24 nuovi cardinali.

La legge degli emeriti vuole che non si conceda la berretta a un ordinario di una diocesi in cui è presente un cardinale emerito con meno di ottant’anni.

In passato questa legge non la si è sempre rispettata: quando venne eletto Angelo Bagnasco a Genova, ad esempio, Tarcisio Bertone era emerito, lavorava a Roma e non aveva ancora ottant’anni.

Questa volta si sapeva che invece la si sarebbe rispettata anche se si pensava che ci sarebbero state due eccezioni: monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze (l’emerito di Firenze, Ennio Antonelli, ha meno di ottant’anni ma è a capo del Pontificio consiglio per la famiglia a Roma), e monsignor Braulio Rodríguez Plaza, arcivescovo di Toledo (l’emerito di Toeldo, Antonio Cañizares Llovera, ha meno di ottant’anni ma è a capo della Congregazione per il culto divino).

E invece no. A sorpresa Betori e Rodríguez Plaza restano fuori.

Leggi qui l’elenco completo dei nuovi cardinali.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 20 novembre 2010


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