“Attacco a Ratzinger” sul Secolo d’Italia


Joseph Ratzinger: com’è dura la vita di un Papa teologo

di Paolo D’Andrea

Nella quiete operosa di Castel Gandolfo Benedetto XVI trascorre i suoi scampoli d’estate guardando avanti, tutto proteso verso giorni già densi di appuntamenti e cose da fare: il viaggio Oltremanica, il sinodo sui cristiani in Medio Oriente, un Concistoro a novembre per fare nuovi cardinali, un libro di colloqui con l’intervistatore ufficiale Peter Seewald annunciato per la fine dell’anno…

Il passo tranquillo del Papa ultra-ottuagenario verso il futuro non appare irretito dalla domanda che pure legittimamente può venire in mente a chiunque si soffermi a considerare le ultime, turbolente stagioni del suo pontificato: c’è un attacco contro la Chiesa di papa Ratzinger? Da chi è orchestrato?

E quale sarà il prossimo pretesto per riportare sulla graticola mediatica l’anziano successore di Pietro?

Due vaticanisti tra i più informati e intraprendenti – Paolo Rodari del Foglio e Andrea Tornielli de il Giornale – hanno passato al setaccio il primo quinquennio del pontificato ratzingeriano per ricostruire dinamiche degli innumerevoli incidenti di percorso che hanno punteggiato il cammino della Chiesa da quando un ex professore di teologia è salito sulla cattedra di Pietro, per cercare di decifrare se tale catena di intoppi sia solo frutto del destino beffardo, o se si tratti di una sistematica campagna di aggressione orchestrata ad arte da mandanti che evitano con cura ogni rivendicazione. Il frutto del loro lavoro (Attacco a Ratzinger. Accuse, scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI, edizioni Piemme, euro 18) è un libro-inchiesta con più di 300 pagine di documenti, testimonianze inedite e analisi che svelano retroscena e propongono chiavi di lettura inedite delle crisi e degli attacchi mediatici che hanno fin qui scandito il tempo del papato corrente.

A scrivere sono due giornalisti avvezzi all’indagine incalzante, e il merito indiscusso del loro tentativo di bilancio provvisorio delle ultime tormentate stagioni ecclesiali è quello documentario.
I dieci principali episodi della via crucis ratzingeriana – dal discorso di Ratisbona allo tsunami sulla pedofilia del clero, dalle nomine contestate (come quella di Stanislaw Wielgus, arcivescovo di Varsavia) alle polemiche sulla liberalizzazione delle liturgie preconciliari, dalla revoca della scomunica al vescovo lefebvriano negazionista Williamson fino al barrito di dolore di alcuni governanti dell’Europa cristiana davanti alle parole papali sull’utilità del condom nella lotta all’Aids – vengono ricostruiti minuziosamente con l’aggiunta di dettagli inediti, che spesso gettano nuova luce o aprono nuove domande su vicende malamente manipolate dalle breaking news del media system globale.

Così, ad esempio, veniamo a sapere che la catastrofe del caso Williamson si sarebbe potuto con facilità evitare: le notizie sulle affermazioni negazioniste del prelato tradizionalista erano già state diffuse da testate internazionali come Der Spiegel, quando una riunione ad altissimo livello di funzionari vaticani – Tornielli e Rodari ne pubblicano integralmente il verbale – decise che il decreto papale di revoca delle scomuniche ai vescovi lefebvriani andava pubblicato senza indugio e sine glossa, senza porre in atto alcuna strategia comunicativa che tutelasse la decisione magnanima del Papa da ogni sciagurata commistione con le farneticazioni del vescovo scismatico “graziato”.

Ripercorrendo in sequenza incalzante la lista nera dei “fattacci” in questione, non si può fare a meno di registrare le tante animosità preconcette, le pregiudiziali manifestazioni di ostilità intra-ecclesiali e da parte di gruppi e poteri mondani che hanno accolto papa Ratzinger fin dal suo esordio sul soglio di Pietro. Ma la multiforme schiera dei detrattori del Papa può essere identificata come un partito unico, o una loggia occulta? Nel capitolo finale gli autori raccolgono pareri e congetture di chi intravede dietro ai guai del pontificato la regia di qualche centrale ostile, più o meno identificabile. L’analista di politica internazionale Marcello Foa, spiegando il «processo di continua erosione del prestigio del Vaticano» chiama in causa il club Bilderberg, il «gruppo riservatissimo che seleziona l’élite politica, economica e finanziaria di Stati Uniti ed Europa» e che «vedrebbe con favore la diffusione di una religione universale, con principi tratti dalle diverse religioni conosciute, ma priva di una Chiesa centrale di riferimento».

Maurizio D’Orlando, citato dall’agenzia Asianews, fa balenare l’idea che i filoni dello scandalo pedofilia tirati fuori dal New York Times con l’intento di coinvolgere direttamente Ratzinger siano in realtà bombe mediatiche a orologeria fatte esplodere per “coprire” le notizie filtrate proprio in quei giorni su traffici di bombe nucleari gestiti da Israele in vista di un possibile attacco all’Iran. Poi c’è anche il vaticanista irlandese Gerard O’Connell secondo cui «Ratzinger si è messo contro le lobby gay»,
E l’arcivescovo Rino Fisichella che parla di «rappresaglia» contro un Pontefice e una Chiesa che si batte per la vita. Mentre il teocon statunitense George Weigel indica come fattore scatenante «la lotta di Ratzinger contro il relativismo».

I due autori strizzano l’occhio ai cospirazionismi di varia fattura, ma evitano di assumerli come fonte ispirativa della propria indagine. «Questo libro» scrivono nella premessa «non intende presentare una tesi precostituita. Non intende accreditare in partenza l’ipotesi del complotto ideato da qualche “cupola” o spectre, neanche quella del “complotto mediatico”, divenuto spesso il comodo lasciapassare dietro al quale alcuni collaboratori del Pontefice si trincerano per giustificare ritardi e inefficienze».

Se proprio si deve trovare un “responsabile” – lasciano intendere i giornalisti – occorre guardare proprio all’inner circle dei fedelissimi del Papa: nella distribuzione delle percentuali di responsabilità per gli infortuni occorsi, a guardar bene la parte del leone la fa proprio l’insulsaggine di certi alti prelati così persi nelle loro guerricciole cannibaliche e nei loro protagonismi da primedonne da essere presi sempre in contropiede dagli eventi.

La cronica incapacità di prevenire gli incidenti più “dribblabili” è tutta addossabile a collaboratori che hanno finito spesso per lasciare al Papa il ruolo ingrato di parafulmine dell’indignazione mediaticamente veicolata.

D’altro canto, appaiono fuorvianti le letture del libro che riconducono tutto a una questione di gestione dell’immagine o di governance. Come se il tallone d’Achille della Chiesa di Ratzinger, rappresentata alla stregua di una lobby qualsiasi, sia stato quello di non essersi fornita di un adeguato ufficio di pubbliche relazioni. Letture del genere finiscono per perdersi il meglio, per oscurare quella discontinuità che si è potuta registrate proprio nella fase più virulenta della tempesta, mentre tutta la Chiesa appariva squassata dall’onda anomala degli scandali per gli abusi sessuali.

Proprio in quel frangente lo stesso Benedetto XVI, davanti ai plotoni di giornalisti-inquisitori, non ha avuto un solo cenno di recriminazione, non ha accarezzato vittimismi e sindromi d’accerchiamento, né ha chiamato i “suoi” all’arroccamento.

Ha invece indicato a tutti i cristiani la via della penitenza e della richiesta di perdono, i mezzi con cui la Chiesa ha sempre confessato anche davanti al mondo la propria inabilità a salvarsi e a auto-rigenerarsi da sola.

Da quel momento, tutta una serie di ostilità incallite e supponenti sono apparse improvvisamente depotenziate, hanno perso mordente e forza d’urto. Anche i complotti più sofisticati e agguerriti del mondo possono afflosciarsi su se stessi come castelli di carta davanti un Papa che non si presenta come il capo di un impero armato, ma come il semplice successore del pescatore di Galilea.

Pubblicato sul Secolo d'Italia venerdì 3 settembre 2010


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