Ratzinger e Seewald a Francoforte
30 settembre 2010 -
Il 31 agosto il Foglio, il Giornale e la Tagespost avevano dato notizia del fatto che a Castel Gandolfo il Papa aveva ricevuto più volte il giornalista tedesco Peter Seewald. A lui Benedetto XVI aveva concesso una serie di interviste che sarebbero poi confluite in un libro (il terzo libro intervista di Ratzinger con Seewald dopo “Dio e il Mondo” e “Il Sale della terra”).
Sempre il 31 agosto il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, aveva confermato la cosa dicendo che “la pubblicazione del volume è prevista in tempi abbastanza brevi (prima della fine dell’anno in corso) in italiano e in tedesco, e se possibile anche in altre lingue”. E ancora: “Com’è noto, i diritti relativi alle pubblicazioni del Santo Padre sono detenuti dalla Libreria Editrice Vaticana, che pubblicherà anche l’edizione italiana”.
Oggi un comunicato della Libreria Editrice Vaticana è andato ancora oltre confermando che il volume si chiamerà “La luce del mondo”. Il libro, assieme alla seconda edizione del libro “Gesù di Nazaret”, verrà presentato alla 62ma edizione della Fiera del Libro di Francoforte (dal l 6 al 10 ottobre 2010).
Entrambi i volumi, tuttavia, non saranno stampati e nemmeno pubblicati per la Fiera. Se, infatti, “La luce del mondo” dovrebbe essere pronto per fine anno, la seconda parte di “Gesù di Nazaret” slitterà sicuramente al 2011.
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 30 settembre 2010
LEGGI TUTTO... C’è un commento: leggi...
Fare il vaticanista con twitter
28 settembre 2010 -
Quando vedo alcuni colleghi vaticanisti a pranzo a Roma o in giro al seguito del Papa c’è chi mi scanzona dicendo: “Ecco qui il primo vaticanista su twitter”.
La cosa non mi turba anche perché dopo la discesa su twitter avvenuta più di un anno fa, vedo che molti colleghi si sono adeguati (molti per la verità già c’erano, soprattutto stranieri) e twittano senza sosta.
Dopo un anno su twitter seguo circa 150 persone. Mentre 1441, oggi, seguono me.
Inizialmente twittavo solo in inglese, oggi twitto sia in inglese che in italiano.
E’ utile stare su twitter?
Assolutamente sì, per varie ragioni.
Anzitutto si possono seguire tanti colleghi, soprattutto del mondo anglosassone, che su twitter comunicano e danno notizie. Tutte le mattine, ad esempio, lukecoppen pubblica sul sito del Catholic Herald (e contestualmente su twitter) la rubrica “Morning Catholic must-reads”, molto utile per avere un quadro di alcuni degli articoli più importanti usciti sui siti e i giornali in lingua inglese.
Ogni tanto mi capita di non avere il tempo per fare piccole ricerche su cose che non conosco. Speso basta un tweet e diversi colleghi mi vengono in aiuto sciogliendo dubbi, allegando documenti.
Su twitter ci sono anche diversi ecclesiastici. Alcuni, soprattutto gli italiani, molto ingessati: si vede che non sono loro a twittare ma qualcuno per loro. Altri sono invece più sciolti, soprattutto gli statunitensi.
Io twitto da tweetdeck, una piattaforma che mi permette di mandare i tweet anche su facebook e linkedin. E’ molto utile perché con un solo lancio copro tre social network. Tweetdeck mi ha permesso di incrementare i contatti su facebook. Contatti anche questi spesso molto utili per il mio lavoro.
Tweetdeck mi permette di seguire twitter anche per parole chiave. Tra le tante ho scelto “vatican”. Mi appiano tutti i tweet che nell’universo twitter hanno dentro la parola “vatican”. C’è di tutto. Posso vedere centinaia di nuovi tweet al giorno. Ovvio che non li leggo tutti. Ma mi sono utili per un motivo: ogni giorno capisco come la gente parla di vaticano. Qualche mese fa, ad esempio, per due settimane, nella categoria “vatican” mi sono apparsi migliaia di tweet che commentavano l’endorsement dell’Osservatore Romano per i Beatles. Mentre la notizia sui giornali era sparita da giorni, su twitter non si è parlato d’altro per quindici giorni e più. Curioso.
Twitter è un mondo pieno di sorprese per chi fa il giornalista. Una volta mi ha chiamato la Bbc: “Abbiamo visto che fa tweet sul Vaticano. Potremmo intervistarla”, mi hanno chiesto.
Recentemente ho scritto su twitter che ero alla ricerca di un editore statunitense per il libro “Attacco a Ratzinger” scritto con Andrea Tornielli. In molti mi hanno risposto e dato consigli mostrandosi anche disponibili a cercare un editore.
Insomma, giudizio positivo. Fermo restando un dato incontrovertibile nella professione di ogni giornalista: le notizie, quelle decisive, si trovano “per strada”, girando senza sosta. Twitter e il web aiutano, ma non sono tutto.
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 28 settembre 2010
LEGGI TUTTO... Ci sono 2 commenti: leggi...
La recensione più amara
27 settembre 2010 -
E’ da poco nelle librerie un monumentale lavoro curato dallo storico Alberto Melloni ed editato dal Mulino: “Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento”. Nato dal lavoro collettivo di 116 specialisti dei più diversi settori degli studi religiosi – ebraismo, cristianesimo, islam, religioni e culture orientali – il Dizionario abbraccia l’intero XX secolo.
Dentro molte cose interessanti. Ad esempio, una cosa che ha notato Armando Torno sul Corriere: la voce “Ateismo”. “Il Novecento – ha scritto Torno – è stato il secolo che ha sperato di realizzarlo senza riuscirci e al crollo del mondo sovietico operavano decine di cattedre per insegnarlo, in Urss e nei paesi satelliti, con congressi, opere e corsi. Alcuni di quei professori finirono poi nella chiesa ortodossa. E sono sopravvissuti ripetendo il contrario di quanto avevano testimoniato per anni”.
Secondo Torno, Melloni “si è mosso con capacità, realizzando un inventario che mostra cambiamenti e risultati dello studio delle discipline storico-religiose di un secolo cominciato tra le luci e i lustrini della Belle Epoque e finito con il crollo di ideologie e ideali”.
Non così, invece, si è mosso Melloni secondo la storica Lucetta Scaraffia, editorialista di punta dell’Osservatore Romano. Sul domenicale del Sole, Scaraffia firma un pezzo-recensione intitolato “Caro Melloni, perché tanti silenzi”. Per Scaraffia, il lavoro curato da Melloni manca di “completezza” e “obiettività”. E ancora: “Su molti temi sembra di leggere saggi a tesi piuttosto che un’opera informativa”.
Scaraffia ricorda che, a leggere la voce dedicata alla teologia cattolica “si scopre che come teologo Joseph Ratzinger non è mai esistito”. Le sue opere “non sono citate”. In modo “confuso” ed “eccessivamente militante” è scritta la voce dedicata alla teologia femminista. Quindi “la voce meno adatta a un’opera di consultazione – e che più suscita indignazione dal punto di vista storico – è quella sulla Shoah”.
E via di questo passo. Scaraffia non lesina le critiche, tutte esplicitamente messe su carta.
A conti fatti l’impressone di un semplice lettore del domenicale è questa: impossibile, per Melloni, ipotizzare recensione meno benevola di questa.
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 27 settembre 2010
LEGGI TUTTO... Ci sono 6 commenti: leggi...
Il trionfo del Papa schivo. Cinque anni di un successo di pubblico che ha stupito i critici. L’enigma di pochi gesti e molte parole
26 settembre 2010 -

Dopo il trionfalismo carismatico di Karol Wojtyla, il pudore monastico di Joseph Ratzinger. Due stili diversi che rispecchiano due caratteri dissimili. Due stili che portano a un unico risultato: l’entusiasmo delle folle.
Di Giovanni Paolo II i fedeli applaudivano il gesto, la frase a effetto, gli slanci teatrali, a volte trascurandone quasi del tutto l’argomentare. Di Benedetto XVI seguono le omelie, tendono le orecchie durante i discorsi, ascoltano ogni parola con un’attenzione che sbalordisce esperti e analisti. Così è accaduto in Inghilterra e Scozia, durante il recente viaggio: “Ratzinger si è imposto come uomo mite, umile, che parla in modo gentile”, ha detto il vaticanista del Times Richard Owen. “Riflessioni profonde, proposte a voce bassa”.
Più che altrove, lo stile di Benedetto XVI ha trovato un suo compimento nel Regno Unito: difficile immaginare, prima della partenza per quello che in molti avevano definito il “viaggio più difficile”, centomila persone a Hyde Park, cuore della City, in totale silenzio per un’ora e mezza ad ascoltare una sacra liturgia.
Quale il segreto di Joseph Ratzinger? Quale la strategia comunicativa? Una sola: non avere strategie. L’ha spiegato lo stesso Pontefice sul volo che lo portava dieci giorni fa verso Edinburgo. Gli ha chiesto padre Federico Lombardi, portavoce vaticano: cosa possono fare i cattolici per rendere la chiesa più attrattiva? Ha risposto il Papa: “Una chiesa che cerca soprattutto di essere attrattiva sarebbe già su una strada sbagliata, perché la chiesa non lavora per sé, non lavora per aumentare i propri numeri e così il proprio potere. La chiesa è al servizio di un Altro: serve non per sé, per essere un corpo forte, ma serve per rendere accessibile l’annuncio di Gesù Cristo, le grandi verità e le grandi forze di amore, di riconciliazione che vengono sempre dalla presenza di Gesù Cristo”.
Ecco il segreto di Ratzinger – per molti “Panzer cardinal”, per altri addirittura “Rotweiler di Dio” divenuto Papa: non volere attrarre nessuno. Piuttosto fare un passo indietro e mettere al centro della scena un Altro. E’ questo uno stile tutto suo e che, a dispetto delle mille e più strategie comunicative che spesso diversi organi ecclesiastici, dalla curia romana alle varie conferenze episcopali fino alle singole diocesi, cercano di adottare, s’impone con autorevolezza dirompente.
Lo stile del Papa è sobrio, soprattutto a contatto con le masse. Ogni appuntamento pubblico sembra per lui liturgia. E, infatti, fuori delle messe, delle catechesi, delle benedizioni, Benedetto XVI è un minimalista. “Il Papa non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la chiesa all’obbedienza alla parola di Dio”, disse quando prese possesso della cattedrale di Roma, la basilica di San Giovanni in Laterano, il 7 maggio 2005. Un criterio che per Ratzinger è un programma di governo: di suo fa pochissimo, al centro della scena non c’è mai lui, ma l’essenziale, ovvero Gesù Cristo vivo e presente nei sacramenti della chiesa.
I primi mesi di Pontificato di Benedetto XVI lasciarono senza parole gli analisti di cose vaticane. La folla presente alle udienze del mercoledì e in piazza San Pietro agli Angelus della domenica, era esattamente raddoppiata rispetto agli ultimi mesi di Giovanni Paolo II. Dati certi vennero resi noti dalla prefettura della casa pontificia, l’organismo vaticano che governa le udienze. Nei mesi tra maggio e settembre, nel 2004, andarono alle udienze di Giovanni Paolo II in 194 mila. Negli stessi mesi, nel 2005, a quelle di Benedetto XVI andarono in 410 mila. Così anche per gli Angelus: 262 mila presenze in cinque mesi con Wojtyla, 600 mila negli stessi mesi del 2005 con Ratzinger.
Benedetto XVI non compie gesti a effetto, non martella frasi roboanti, non incoraggia applausi e osanna. Si sottrae alle feste di massa. Ama arrivare agli appuntamenti pubblici solo per celebrare e predicare. Anche i viaggi hanno programmi strettissimi, quasi volesse fuggire dal superfluo, da ciò che va oltre lo stretto necessario.
Roma, piazza San Pietro, 16 ottobre 2005. Benedetto XVI incontra i bambini della prima comunione. L’appuntamento ha un programma singolare: prima il Papa risponde a braccio ad alcune domande, poi, sempre coi bambini, fa mezz’ora di adorazione eucaristica. C’è chi sostiene in Vaticano: “Un azzardo dopo anni di appuntamenti più somiglianti a festival musicali che ad altro”. Il Papa arriva in piazza puntuale. Esce in Papamobile dall’Arco delle Campane. I bambini applaudono e urlano slogan. Il Papa saluta. Poi scende dall’auto e inizia a parlare. A poco a poco cala il silenzio. Il Papa insegna loro teologia. Un bambino gli domanda: “La mia catechista mi ha detto che Gesù è presente nell’eucaristia. Ma come? Io non lo vedo!”. Risposta. “Sì, non lo vediamo, ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio, non vediamo la nostra ragione. Tuttavia abbiamo la ragione”. Poi il silenzio si fa totale. Il Papa s’inginocchia innanzi all’eucaristia. Tutti guardano oltre il Papa, verso dove lui guarda. In meno di un’ora l’attenzione di una folla sui generis – centomila bambini – è completamente catturata. Una scena, quest’ultima, rivista nell’agosto del 2005, durante la Giornata mondiale della gioventù di Colonia: il Papa che di colpo s’inginocchia innanzi all’eucaristia. I ragazzi che si zittiscono e s’inginocchiano. Intorno un silenzio surreale che mette a disagio soltanto i cronisti delle varie tv e radio collegate. Per circa un’ora non sanno più che dire.
Passano venti mesi dall’elezione di Ratzinger al soglio di Pietro. Benedetto XVI diviene un caso di studio mondiale. La White Star, una casa editrice collegata alla National Geographic Society, pubblica “Benedetto XVI, l’alba di un nuovo papato”. Gli autori sono un grande fotografo italiano, Gianni Giansanti, e l’ex caporedattore della sede romana di Time, Jeff Israely. Il libro nasce con un motivo esplicito: studiare il “caso Ratzinger”, il motivo del successo del ‘Panzer cardinal’ divenuto successore di san Pietro. Scrive Israely: “I gesti del suo predecessore hanno impressionato il mondo. Benedetto XVI fa invece notizia con la forza della sua prosa. Ma le sue parole non rappresentano un puro esercizio intellettuale: sono una manifestazione della sua fede e umanità. Nel messaggero si rende visibile il messaggio”. Scrive pochi giorni dopo il vaticanista Sandro Magister sull’Espresso: “Giovanni Paolo II dominava la scena. Benedetto XVI offre alle folle la sua nuda parola. Ma cura di spostare l’attenzione a qualcosa che è al di là di se stesso”.
Forse è soltanto un caso. Ma è da notare il fatto che sui giornali britannici i giorni successivi la partenza del Papa da Londra (domenica scorsa) due parole erano presenti più di altre: successo e nostalgia. Successo del Papa sulla folla: duecentomila persone che lo rincorrono lungo le strade di Londra mentre si avvicina a Hyde Park per la veglia per la beatificazione del cardinale John Henry Newman non è cosa da poco. Nostalgia per la sua partenza. Anna Arco, vaticanista britannica, collaboratrice di numerose pubblicazioni specializzate e redattrice del londinese Catholic Herlad ha confessato di soffrire di “ppd”, e cioè di “post papal depression”.
Forse, nella gigantesca mole di articoli scritti in queste ore per fare un bilancio dei quattro giorni di Benedetto XVI nel Regno Unito, non c’è battuta migliore per dare una misura, seppur immediata, di quanto sia la dimensione del successo pastorale, ecclesiale, spirituale e umano della visita del Papa. Un successo di folla che ha stupito lo stesso Benedetto XVI che ha dichiarato mercoledì scorso durante l’udienza generale: la visita è stata “un evento storico”. Ha scritto Antonio Socci su Libero: “Ratzinger non è tipo che usa le parole a vanvera. Ha spiegato che è stato un evento storico anzitutto perché ha rovesciato tutte le previsioni”. L’ha scritto anche Damian Thompson sul Telegraph: i britannici hanno visto “le cose come sono”. Hanno “visto” il Papa. L’hanno “sentito parlare” e si sono fatti conquistare.
C’è un enigma che riguarda le folle di Benedetto XVI durante i suoi viaggi fuori i confini italiani. In questo enigma la folla inglese è la protagonista ultima in ordine di tempo. Ultima a fare che? A convertirsi al Papa. Dato in partenza sempre sconfitto, Benedetto XVI guadagna punti appena atterra sul suolo straniero. Guadagna sul popolo. Sulla gente che, a sentire i più, dovrebbe essergli ostile. E tutto ciò è un enigma. Un mistero che puntualmente si ripresenta. I suoi quattordici viaggi all’estero hanno sempre capovolto le fosche previsioni di ogni vigilia. È avvenuto così anche nei luoghi più ostici. In Turchia nel 2006, negli Stati Uniti e in Francia nel 2008, in Israele e Giordania l’anno dopo. Ovunque colpisce la sua audacia. A Ratisbona, nel 2006, svelò dove affonda la radice ultima della violenza religiosa, in un’idea di Dio sganciata dalla razionalità. Scoppiarono polemiche. Venti di fanatismo e proteste in tutto il mondo. Ratzinger sembrava sconfitto. Ma fu grazie a quella lezione che oggi tra i musulmani sono più forti le voci che invocano una rivoluzione illuminista anche nell’islam, la stessa che c’è già stata nel cattolicesimo degli ultimi secoli. Fu grazie a quella lectio magistralis se oggi qualcuno, anche la dove l’islam è più fanatico, accetta un confronto coi cattolici.
Benedetto XVI inizialmente ferisce. Colpisce il cuore della società odierna, il suo pensiero. Ferendo, stana ciò che egli ritiene falso. Per questo, le sue parole, nel tempo restano. Non passano. Fu la scorsa primavera che durante un’udienza del mercoledì paragonò l’ora presente della chiesa a quella dopo san Francesco. Anche allora c’erano nella cristianità correnti che invocavano una “età dello Spirito”, una nuova chiesa senza più gerarchia, né precetti, né dogmi. Oggi qualcosa di simile avviene quando si invoca un Concilio Vaticano III che sia “nuovo inizio e rottura”. Un nuovo inizio verso dove? Le mete, in fin dei conti, non sono altro che proclami che già hanno fatto scuola, con risultati mediocri e pochi nuovi adepti conquistati alla causa, nelle comunità protestanti: l’abolizione del celibato del clero, il sacerdozio per le donne, la liberalizzazione della morale sessuale, un governo della chiesa senza il primato petrino. A tutto questo Papa Ratzinger oppone una nuova modalità di governo della chiesa, il suo pensiero “illuminato dalla preghiera”. Ratzinger parla della fede. Di Dio. Di Gesù Cristo. Della chiesa nel mondo, nella società, nel discorso pubblico. Della fede dentro il vivere di tutti i giorni, con le sue rilevanze private ma anche pubbliche. Non cerca il consenso della gente. Non si piega alle mode del mondo. Accetta la sfida di portare nel mondo la spada che è il Vangelo. E per questo, alla lunga, vince. Ciò che dice resta.
C’è chi reagisce male alle sue parole, come tante e tante bufere mediatiche in questo pontificato dimostrano. C’è chi si ribella e vuole arrestare il Papa per “crimini contro l’umanità”. Ma c’è anche chi si lascia ferire dal suo dire e inizia a seguirlo. Ci sono intellettuali che vorrebbero non parlasse più. Ci sono intellettuali che addirittura non lo fanno parlare, come il “caso Sapienza” dimostra. Ma ce ne sono altri – e le platee dell’università di Ratisbona, del collegio dei Bernardini a Parigi e del Parlamento di Westminster a Londra lo dimostrano – che dopo lo scetticismo iniziale non possono fare altro che alzarsi in piedi e applaudirlo.
E’ quest’ultimo il pubblico più sofisticato di Benedetto XVI. Un pubblico tutto suo. Diverso dalle grandi folle. Spesso si tratta di circoli ristretti. Tutti plaudenti innanzi al teologo divenuto Papa. “Da Rottweiler di Dio a Pontefice più amato, il migliore”, scrisse sul New York Times qualche mese fa, in piena tempesta mediatica per il problema dei preti pedofili, il trentenne conservatore Ross Douthat, opinionista tra i più puntuti degli Usa. Un’opinione, questa, trasversale, e presente soprattutto nel mondo degli intellettuali di lingua anglosassone. Un’opinione positiva fattasi più forte proprio nei giorni peggiori del pontificato di Benedetto XVI, appunto i mesi scorsi del grande attacco per la questione pedofilia. Hendrik Hertzberg sul New Yorker, dopo aver ricordato Martin Lutero e l’attuale crisi di potere e di cultura della chiesa, spese parole di elogio per Benedetto XVI. Proprio in quei giorni, si diffuse un appello con settanta firme del mondo francofono. Firmarono intellettuali, filosofi, giornalisti, drammaturghi, docenti universitari, artisti e personalità varie. Tra i firmatari vi furono Jean-Luc Marion, dell’Académie Française, professore a Parigi e a Chicago. Quindi Remi Brague, professore di filosofia e membro dell’Institut. Lo scrittore Françoise Taillandier. La filosofa Chantal Del sol. L’attore Michael Lonsdale. Il matematico Laurent Lafforgue. E tanti altri.
Ratzinger parla ai più umili e agli intellettuali, dunque. E a tutti dice qualcosa. Non ha strategie comunicative. Sembra preoccupato soltanto della verità, del contenuto del suo dire.
Un paio di anni fa è uscito “Ratzinger professore” di Gianni Valente, un libro contenente gli anni dello studio e dell’insegnamento di Ratzinger nel ricordo degli allievi e dei colleghi, anni che vanno dal 1946 al 1977. Ratzinger, si racconta, fu fin dall’inizio capace di catturare l’attenzione dei suoi studenti. Come? Introdusse un modo nuovo di fare lezione. Racconta un suo ex alunno: “Leggeva le lezioni in cucina a sua sorella Maria, persona intelligente ma che non aveva mai studiato teologia. Se la sorella manifestava il suo gradimento, questo era per lui il segno che la lezione andava bene”. Uno studente di quei tempi dice: “La sala delle sue lezioni era sempre stracolma, gli studenti lo adoravano. Aveva un linguaggio bello e semplice. Il linguaggio di un credente”.
Il professor Ratzinger non faceva sfoggio di erudizione accademica né usava un tono oratorio abituale a quei tempi. Esponeva le lezioni in modo piano, con un linguaggio di limpida semplicità anche nelle questioni più complesse. Molti anni dopo, lo stesso Ratzinger spiegò il segreto del successo delle sue lezioni: “Non ho mai cercato di creare un mio sistema, una mia particolare teologia. Se proprio si vuol parlare di specificità, si tratta semplicemente del fatto che mi propongo di pensare insieme con la chiesa e ciò significa soprattutto con i grandi pensatori della fede”. Gli studenti percepivano, attraverso le sue lezioni, non solo di ricevere nozioni di scienza accademica, ma di entrare in contatto con qualcosa di grande, con il cuore della fede cristiana. Questo il segreto del giovane professore di teologia, che attirava gli studenti. Questo è forse l’unico suo segreto ancora oggi: non mettere se stesso al centro della scena, ma qualcosa di grande oltre lui, il cuore della fede cristiana. E poi, il segreto più importante: l’assenza di una strategia comunicativa. Ratzinger non cerca il consenso.
Pubblicato sul Foglio sabato 25 settembre 2010
LEGGI TUTTO... Ci sono 14 commenti: leggi...
Giù dal Torrione. Indagine indiscreta all’interno delle mura vaticane per capire che cosa succede allo Ior e al suo banchiere, giunto un anno fa per fare pulizia
25 settembre 2010 -
Leggi anche qui.
Quando Benedetto XVI ha portato il banchiere Ettore Gotti Tedeschi alla guida dello Ior, il forziere vaticano chiamato un tempo “Ad pias causas”, la parola d’ordine fu una: voltare pagina. Superare anni di scandali e misteri: dal passaggio nel Torrione di Niccolò V, sede dell’istituto bancario vaticano, della maxitangente Enimont fino ai conti correnti anonimi, aperti con pseudonimi e nomi in codice. Dal 23 settembre 2009, giorno della sua nomina, Gotti Tedeschi – amico dell’Opus Dei ma “ri-convertito” da un cattolicesimo superficiale a un’adesione fervente dal fondatore di Alleanza cattolica Giovanni Cantoni, da sempre battitore libero da ogni appartenenza associativa – questo si è messo a fare, forte dell’appoggio del cardinale Tarcisio Bertone: pulizia. Tanto che chi ha potuto avvicinarlo in queste ore dice sia risoluto nella volontà di incontrare al più presto gli uomini della procura romana e con loro giustificare ogni transazione effettuata, in uscita e in entrata, dallo Ior: tra l’altro “le due operazioni ‘bloccate’ sono normali operazioni di tesoreria dello Ior per se stesso. Erano operazioni nostre, dirette, nessun terzo coinvolto”, ha dichiarato Gotti Tedeschi.
Allora cosa è successo? Perché l’azione di Gotti Tedeschi, per altro ancora in itinere, di restituire alla banca del Papa un’immagine virtuosa, di scrollare di dosso all’istituto l’ombra incombente di Paul Marcinkus, si è trasformata in poche ore nel suo contrario? Propositi troppo grandi per mura non avvezze a chi ambisce a ideali importanti? La risposta non è semplice anche perché, nel caso specifico dei due bonifici non andati in porto, tutto può essere spiegato col semplice fatto che il Credito artigiano, la banca incaricata dell’operazione, aveva già avvisato lo Ior che occorreva informare prima via Nazionale. Eppure non tutto torna. E oltre il Tevere c’è chi si domanda: se una certa superficialità nella gestione dei due bonifici bancari può anche esserci stata, meno chiaro è perché, in poche ore, Gotti Tedeschi sia divenuto un reprobo, quasi un corpo da espellere. Un articolo uscito ieri in prima pagina sull’Osservatore Romano sembra dire che per il Vaticano tutto sarebbe nato dentro Banca d’Italia.
Ricorda l’Osservatore che tutto è cominciato da una “comunicazione dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia”. Questa “ha segnalato all’autorità giudiziaria una possibile violazione delle norme antiriciclaggio, eppure dall’inizio di quest’anno, gli organi della Banca d’Italia e dello Ior operano in stretto collegamento”. Ma la sintonia, ribadita ancora in queste ore, tra i vertici di via Nazionale e i vertici dello Ior, tra Gotti Tedeschi, Mario Draghi e il direttore generale Fabrizio Saccomanni lascia pensare che Bankitalia abbia semplicemente fatto il proprio lavoro, senza voler ledere nessuno. E allora? Allora non è in Banca d’Italia che i dirigenti dello Ior vanno cercando il proprio nemico. L’ipotesi è un’altra. Oltre il Tevere viene soltanto sussurrata, ma con insistenza. E poi, si sa, nei Sacri Palazzi funziona così. L’eco fa presto a raggiungere nuove stanze, per poi tornare da dove era venuta e ancora ripartire, un movimento perpetuo che a volte non trova pace.
L’ipotesi è quella di un gioco d’ostruzione interno, dell’esistenza insomma di una sorta di resistenza al cambiamento. Gotti Tedeschi, senz’altro, è un oggetto dirompente rispetto alle abitudini passate, rispetto alla vecchia curia romana di Karol Wojtyla. E per questo non è da tutti gradito. E’ un “esterno atipico”. Non aveva mai messo piede allo Ior prima della nomina, né se n’era mai occupato. In Vaticano però era già da qualche tempo di casa. Bertone l’aveva chiamato in aiuto due anni prima per raddrizzare la gestione finanziaria del governatorato, i cui bilanci erano in rosso per più di 15 milioni di euro. La cura di Gotti Tedeschi pare avesse funzionato. Ma prevedeva anche diversi allontanamenti. Monsignori in odore di promozione per nunziature di primo piano vennero spediti in diocesi di second’ordine. L’avvento di Gotti Tedeschi scompigliò anche antiche abitudini consolidatesi proprio dentro lo Ior. Al nuovo presidente venne chiesta “più trasparenza” rispetto alla gestione precedente, quella di Angelo Caloia. Un paragone non gradito da tutti entro le sacre mura. Poi altre abitudini da scardinare: quelle che impedirono al segretario di Wojtyla, don Stanislaw Dziwisz, di intervenire contro uno Ior occulto che operava alle spalle del Papa per finanziare interessi mai chiariti. Nomi che ancora oggi lavorano negli uffici vaticani, forse non del tutto in favore del Papa e dei suoi uomini di fiducia.
Pubblicato sul Foglio venerdì 24 settembre 2010
LEGGI TUTTO...
Berretta rossa a Torino. Summit e dubbi amletici sul nome del nuovo arcivescovo
23 settembre 2010 -
Chi sarà il nuovo arcivescovo di Torino? Nei Sacri Palazzi l’interrogativo tiene banco. Soprattutto da quando, sabato scorso, l’arcivescovo uscente della diocesi, il cardinale Severino Poletto (il suo regno sotto la Mole Antonelliana dura dal 1999) a un raduno di seminaristi ha annunciato: “Domani trasloco. Dal prossimo weekend la mia abitazione resterà vuota”.
Vuota, ma in attesa di chi? La risposta non è facile. Anzitutto non è scontato che il trasloco di Poletto significhi l’annuncio del suo successore già il prossimo sabato, come alcuni oltre il Tevere provano a ipotizzare. Inoltre, la grande attenzione che l’episcopato italiano riversa su Torino, come su Milano – le due nomine in assoluto più attese – rende ogni decisione difficile. Qui, più che altrove, scegliere è un gioco per equilibristi. Ma se per Milano farà sentire maggiormente il proprio peso il neo prefetto dei vescovi, ovvero il cardinale franco-canadese Marc Ouellet, per la scelta di Torino pesa ancora parecchio l’influenza del prefetto da poco sostituito, il cardinale Giovanni Battista Re, capofila della gloriosa “scuola bresciana” di derivazione montiniana. Non a caso, nei giorni scorsi, insieme a Ouellet è stato chiamato in segreteria di stato proprio Re per un mini summit tutto dedicato al futuro di Torino. Oltre a Ouellet e Re c’erano anche il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone e i suoi due principali collaboratori, ovvero il sostituto Fernando Filoni e il segretario dei Rapporti con gli stati Dominique Mamberti, e infine il nunzio in Italia monsignor Giuseppe Bertello.
Secondo indiscrezioni provenienti da Torino, la fumata post summit sarebbe stata nera. Tanto che i sei porporati avrebbero deciso di aggiornarsi a breve. Tuttavia, se prima del summit l’ago della bilancia pendeva maggiormente a favore del piemontese Aldo Giordano, 56enne originario di Cuneo, dal 2008 osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo e precedentemente segretario generale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, a riunione conclusa l’impressione era quella dell’avanzamento delle quotazioni dell’unico non piemontese nella rosa, ovvero il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi. Ciociaro, agli occhi dell’episcopato italiano ha dalla sua il fatto di aver occupato, con la benedizione del cardinale Camillo Ruini quando era presidente dei vescovi italiani, un incarico prestigioso: assistente dell’Azione cattolica. La terna dei candidati comprendeva anche il vescovo di Alessandria Giuseppe Versaldi, stimato dal cardinale Bertone che lo ebbe come vicario nella diocesi di Vercelli. Ma già da giorni la sua candidatura sembra decaduta per alcune resistenze interne alla diocesi. Oltre a questi nomi, era stato fatto anche quello di un altro ruiniano doc: il ligure Cesare Nosiglia, oggi arcivescovo di Vicenza. Ma pare che tutti abbiano concordato su un fatto: se il nuovo arcivescovo di Torino deve essere un non piemontese, allora meglio puntare su Lambiasi.
Sono mesi che le voci su Torino si rincorrono. Da Torino arrivano a Roma, e dalla curia romana salgono fino all’appartamento papale. Beninteso: il Papa è intenzionato ad accettare il nome che Bertone gli porterà, ma è evidente che più crescono le difficoltà e più aumenta la possibilità di un suo intervento diretto, e non è escluso che sia per proporre un nome di un outsider. Benedetto XVI sa bene quanto conti Torino nello scacchiere italiano. Torino è sede cardinalizia. Chi diviene arcivescovo raggiunge in tempi brevi la berretta rossa. E, anche se il successore di Poletto non entrerà nel concistoro previsto per fine novembre, senz’altro vi entrerà in quello successivo.
Torino viene da anni difficili. La gestione di Poletto ha visto i seminari svuotarsi, i preti diminuire, la pratica religiosa in calo. Colpa del vescovo? Difficile rispondere. Anche perché in tutta Italia, tranne rare eccezioni, si verificano situazioni di segno uguale. Il clero torinese si aspetta un segnale importante da Roma: un pastore che sappia far tornare la chiesa ai fastosi anni di Maurilio Fossati (vescovo di Torino fino al 1965). Quale il suo portato? Seppe più di altri mediare l’incontro e i conflitti tra le forze vive del territorio e la curia-istituzione. Non a caso, a Torino, i grandi “santi sociali” – don Bosco, Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Faà di Bruno – fioriscono quando la dialettica con la curia non è esasperata.
Pubblicato sul Foglio giovedì 23 settembre 2010
LEGGI TUTTO... Ci sono 14 commenti: leggi...
Archbishop Wuerl sempre più in alto
23 settembre 2010 -
Cresce sempre di più il peso ecclesiale dell’arcivescovo di Washington, monsignor Donald William Wuerl.
Probabile nuovo cardinale nel consistoro che Benedetto XVI è in procinto di indire per fine novembre, Wuerl è stato incaricato dalla Congregazione per la dottrina della fede di seguire quei gruppi di anglicani che intendono rientrare in comunione con Roma usufruendo della costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus. Ne ha dato notizia qui la Conferenza episcopale americana.
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 23 settembre 2010
LEGGI TUTTO... C’è un commento: leggi...
L’Osservatore ribadisce: Ior trasparente
22 settembre 2010 -
Torna l’Osservatore Romano (edizione giovedì 23 settembre 2010) ancora una volta con un pezzo in taglio alto di prima a difendere i vertici dello Ior dopo che nei loro confronti è stata aperta un indagine per omessa osservanza delle norme anti riciclaggio.
L’Osservatore ricorda che i versamenti contestati sono stati fatti da conto Ior a conto Ior e che dunque non è stata violata nessuna norma. Infine il giornale vaticano ricorda la peculiarità dello Ior, che non è una banca “nell’accezione corrente”. “Esso amministra infatti i beni di istituzioni cattoliche a livello internazionale ed, essendo ubicato nello Stato della Città del Vaticano, è al di fuori della giurisdizione delle diverse banche nazionali”.
E ancora: “Inoltre, l’integrità e l’autorevolezza del professor Gotti Tedeschi sono ben note negli ambienti finanziari italiani e internazionali”.
Ecco qui di seguito il testo integrale dell’Osservatore Romano intitolato “La trasparenza dello Ior”.
Secondo quanto si è appreso da molti media, l’iniziativa della procura di Roma — che ha tra l’altro condotto all’iscrizione nel registro degli indagati del presidente dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior), Ettore Gotti Tedeschi, e del direttore generale, Paolo Cipriani — è partita da una comunicazione dell’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia. Questa ha segnalato all’autorità giudiziaria una possibile violazione delle norme antiriciclaggio. Eppure, dall’inizio di quest’anno, gli organi della Banca d’Italia e dello Ior operano in stretto collegamento proprio in vista dell’adeguamento delle operazioni dello Ior alle procedure antiriciclaggio. A questo scopo è stato istituito nell’ambito dello stesso Ior un ufficio di informazione finanziaria, sotto il controllo del cardinale Attilio Nicora. E in questa direzione vanno lette la costante collaborazione con l’Unione europea e soprattutto le missioni intraprese nei mesi scorsi dai vertici dello Ior a Parigi, sede dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e del Gafi (Gruppo di azione finanziaria
internazionale contro il riciclaggio di capitali). Ai due organismi è stata allora prodotta la documentazione per l’iscrizione della Santa Sede alla cosiddetta White List, che raccoglie i Paesi che aderiscono alle norme antiriciclaggio. Per l’adeguamento alle esigenze che nascono dall’inclusione della Santa Sede tra gli Stati che operano contro il riciclaggio e il terrorismo, il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, ha anche nominato un’apposita commissione presieduta dallo stesso cardinale Nicora. La direzione dello Ior è inoltre impegnata da tempo — e anche di questo la Banca d’Italia è bene informata — ad adeguare le sue strutture informatiche alle regole vigenti in materia di lotta al riciclaggio. Così lo Ior intende porsi sulla stessa linea delle banche italiane. Per tutti i motivi summenzionati, è facile comprendere che la natura e lo scopo delle operazioni ora oggetto di indagine potevano essere chiariti con semplicità e rapidità. Si tratta infatti — come già sottolineato — di operazioni di tesoreria il cui destinatario è lo stesso Ior su conti di sua pertinenza, presso altre banche. L’inconveniente è stato causato da un’incomprensione, in via di chiarimento, tra lo Ior e la banca che aveva ricevuto l’ordine di trasferimento. Nella certezza che nessun nuovo conto è stato aperto senza la stretta osservanza delle regole dettate da Bankitalia. Vale la pena ribadire che lo Ior non può essere considerata una banca nell’accezione corrente. Esso amministra infatti i beni di istituzioni cattoliche a livello internazionale ed, essendo ubicato nello Stato della Città del Vaticano, è al di fuori della giurisdizione delle diverse banche nazionali. Inoltre, l’integrità e l’autorevolezza del professor Gotti Tedeschi sono ben note negli ambienti finanziari italiani e internazionali.
Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 22 settembre 2010
LEGGI TUTTO...
La trasparenza dello Ior e il suo nuovo corso
22 settembre 2010 -
I giornali questa mattina danno grande evidenza all’indagine aperta nei confronti dei dirigenti della Banca Vaticana con l’accusa di violazione delle norme anti riciclaggio.
Ieri la difesa della Santa Sede è stata veemente: un comunicato è uscito direttamente dagli uffici della segreteria di stato.
Oggi la medesima difesa la mette in campo Gotti Tedeschi con una serie di interviste rilasciate su vari quotidiani.
L’indagine ha stupito il Vaticano perché la strada che Gotti Tedeschi e lo Ior avevano da tempo intrapreso era quella della trasparenza, con la volontà esplicita (e discussa coi vertici di Banca Italia) di entrare nella cosiddetta white list, la lista dei paesi virtuosi nel contrasto al riciclaggio.
La linea della trasparenza è stata particolarmente apprezzata dentro e fuori il Vaticano, soprattutto perché è stata messa in campo dopo anni di gestione in parte discutibile.
A proposito di questa linea e dell’ascesa in Vaticano di Gotti Tedeschi, puoi leggere qui quanto scrissi il 23 settembre 2009. L’articolo cominciava così:
Passata, almeno all’apparenza, la tempesta del “caso Boffo”, la chiesa italiana e il Vaticano si dedicano alle consuete attività. Nella curia romana a tenere banco è un appuntamento importante: è alla fine della settimana prossima, infatti, probabilmente venerdì 18, che l’amministrazione dell’Istituto per le Opere di Religione (Ior), e cioè il direttivo della banca vaticana, si riunirà con lo scopo di valutare tempi e modi di quell’“operazione trasparenza” che non più di due mesi fa una commissione di 15 porporati chiamata a sovrintendere alle questioni organizzative ed economiche della Santa Sede aveva chiesto venisse messa in pratica. I 15, dopo aver ragionato sui conti della Santa Sede – 253.953.869 euro di entrate, 254.865.383 euro di uscite, per un disavanzo di esercizio di 911.514 euro –, e aver ascoltato il Papa offrire indicazioni di carattere pastorale, conversero su un punto: d’ora in avanti sarebbe stato opportuno lavorare, grazie al supporto di capacità tecniche adeguate, in un regime di trasparenza assoluta e la cosa avrebbe dovuto riguardare anche la banca vaticana, la quale, a onor del vero, con presidente Angelo Caloia è proprio la prerogativa avanzata dai porporati che ha con tutte le forze cercato di fare propria. Prima di Caloia non fu così: l’Istituto ha dovuto subire operazioni non del tutto lecite portate avanti dall’arcivescovo Paul Marcinkus (per diversi anni presidente) ma anche, una volta che questi fu sostituito dal banchiere Angelo Caloia, quelle discutibili di monsignor Donato De Bonis, ovvero colui che una volta uscito di scena Marcinkus continuò a lavorare alle spalle di Caloia creando, grazie all’incarico di prelato dello Ior, una sorta di banca parallela all’interno dell’Istituto. Caloia ha combattuto questo “modus operandi” e la cosa è stata apprezzata dai diretti superiori. E’ in scia a quanto lui ha fatto che i cardinali desiderano la banca vaticana continui a lavorare.
Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 22 settembre 2010
LEGGI TUTTO...
Ecco perché il Papa che partiva sconfitto è tornato vincitore da Londra
22 settembre 2010 -
I suoi pezzi non sono certo anti ratzingeriani, anzi. Tuttavia qualcosa vorrà pur dire se, ventiquattro ore dopo il ritorno dal Regno Unito di Benedetto XVI, anche un giornale come il New York Times che per mesi ha picchiato duro contro il Pontefice ritenuto colpevole di aver coperto innumerevoli preti pedofili quando guidava l’ex Sant’Uffizio parla di un Papa che “è riuscito a conquistare una folla calda ed entusiasta”. Ross Douthat, giovane commentatore di cose religiose sul Nyt, ha parlato in questi termini del viaggio sulla carta “più difficile” del Papa. Scrive: “Le proteste contro il Papa nel Regno Unito ci sono state ma sono state un evento collaterale della visita. Così come, alla fine, la minaccia di un attentato terroristico non è riuscita a dominare la scena”. E ancora: “Non c’è dubbio che molti tra i cattolici inglesi non condividono tutti gli insegnamenti che il Papa propone. Eppure andando in migliaia ad ascoltarlo hanno voluto mostrare un dato di fatto che la maggior parte dei detrattori non capisce: tutti i cattolici, e insieme molti inglesi, hanno grande rispetto per il capo della chiesa cattolica, per il Papa.C’è un rispetto di fondo per una personalità importante. E’ questo che è emerso nei quattro giorni appena trascorsi”.
Insomma, anche se non tutti condividono pienamente la linea papale, l’ateismo aggressivo e militante alla Richard Dawkins e Christopher Hitchens sembra non riuscire a prevalere. Anche in Inghilterra. Anche nel paese divenuto tra i più secolarist d’Europa. Diceva prima della partenza del viaggio un navigato monsignore della curia romana: “Il Papa, prima d’ogni viaggio, è sempre sconfitto. Poi arriva a destinazione e inizia a guadagnare punti. E così succede ogni volta: s’impone per essere l’opposto di come gli antagonisti lo descrivono e cioè mite e umile”. La mitezza, non a caso, è la cifra che vede in Ratzinger il vaticanista del Times Richard Owen che ieri alla Stampa ha dichiarato: “A ribaltare gli stereotipi e a far cambiare idea all’opinione pubblica inglese è stata la comparsa sulla scena di un personaggio completamente diverso da quello atteso. Un uomo mite, umile, che parla in modo gentile. Riflessioni profonde, proposte a voce bassa. Alla gente poi il Papa ha saputo regalare magia”. Magia? “Sì, l’esordio nel castello scozzese con la Regina è stata una carta vincente della visita. Gli inglesi hanno avvertito il fascino della tradizione unito al prestigio dell’autorità. La magia del papato accanto a quella della Corona. Passo dopo passo, la diffidenza della vigilia è divenuta calore”.
Passo dopo passo. Così, ora dopo ora, il viaggio più difficile del pontificato è divenuto quello di maggior successo. Lo dice al Foglio Massimo Camisasca, per anni vicino a Wojtyla quale portavoce di Cl in Vaticano: “Il viaggio mi ha colpito. Benedetto XVI nel momento più difficile è riuscito a ribaltare i pronostici più nefasti. Forse mi sbaglio: ma dal punto di vista mediatico (e non solo) questo viaggio può rappresentare una svolta decisiva del pontificato. Un ribaltamento”.
L’aspettativa per quanto Ratzinger avrebbe detto prima in Scozia e poi in Inghilterra era tanta. C’era un certa ermeneutica su Newman da ribaltare, quella che vede nel pastore anglicano divenuto cardinale cattolico, l’intellettuale del primato della coscienza, un paladino d’una visione liberale del cristianesimo. Ratzinger, a parte l’intenso discorso nella Westminster Hall dove ha ricordato l’indisponibilità della coscienza al sovrano e insieme il suo ancoraggio alla ragione umana e di conseguenza princìpi della fede, ha affondato poco il colpo su questa visione ben presente anche nel popolo inglese: un paese liberale sulla carta ma intollerante nella pratica soprattutto contro coloro che al relativismo dei valori intendono contrapporre il fondamento etico del vivere civile.
John Allen, autorevole vaticanista americano, ha seguito da vicino il volo papale e i discorsi del Pontefice. Scrive sul National Catholic Reporter: “E’ vero, il Papa ha ribaltato i pronostici catastrofici”. Come? “In parte perché la sua figura è semplicemente più graziosa e gentile di quanto l’immagine pubblica non suggerisca, in parte perché, ancora una volta, Benedetto XVI ha affermato la sua ‘ortodossia positiva’, ovvero “ha colpito ma l’ha fatto in tono positivo”. In effetti, così ha fatto il Papa: ha detto in tono gentile le cose in cui crede quelle che ha ritenuto gli inglesi dovessero ascoltare.
E’ quella del Papa una strategia premeditata? Probabilmente sì. Comunque è una strategia che ha i suoi effetti. E il caso di Kate Hoey lo dimostra. Kate Hoey, politica laburista, liberista e convintamente anti cattolica, d’improvviso durante il viaggio papale ha annunciato che era stufa dei ‘cavilli usati dagli atei circa durante il viaggio come un’ascia per macinare un libro già scritto’, e che avrebbe aderito di lì in avanti a un partito accogliente nei confronti col Papa.
Così, Papa Ratzinger, ha fatto anche con gli anglicani. Prima ha catturato i consensi delle comunità anglicane trattenendo gesti e parole nella solenne cornice del Lambeth Palace. Poi, il giorno dopo, incontrando i vescovi cattolici ha detto ala sua circa l’ecumenismo rivolto agli anglicani: per tutti profetica è la costituzione apostolica Anglicanorum Coetibus che prevede che le comunità anglicane che lo desiderino tornino sotto Roma. Un ecumenismo per tornare con Roma, dunque non per meramente dialogare.
Tra le fila cattoliche inglesi, gerarchie comprese, è nota una non totale condivisione di molte decisioni prese da Benedetto XVI nel suo Pontificato: il motu proprio Summorum Pontificum, la revoca della scomunica ai vescovi lefebrviani, l’Anglicanorum Coetibus… Dopo questo viaggio tutto potrebbe mutare. Anche la rivista cattolica The Tablet, non certo arruolabile nelle fila conservatrici del cattolicesimo anglosassone, ha insistito molto sul successo della visita. Non a caso ha insistito molto sull’“An historic welcome” che David Cameron ha rivolto al Papa. Scrive The Tablet: “Gli atei, religiosi e cardinali hanno sostenuto nella fase di preparazione della visita papale che la Gran Bretagna è un paese laico. Non è così. L’ha detto dice il primo ministro che vede un ruolo chiaro per la chiesa nella società e per la Santa Sede sulla scena internazionale”.
Pubblicato sul Foglio martedì 21 settembre 2010
LEGGI TUTTO... Ci sono 2 commenti: leggi...


