Ecco perché bishop Tobin a Roma è una scelta strategica per la curia e per gli States

Il mese di settembre sarà parecchio caldo per il Vaticano. Oltre all’attesissima visita nel Regno Unito che porterà Benedetto XVI a celebrare a Birmingham la beatificazione di un grande ex della comunità anglicana, il cardinale John Henry Newman, sono diversi i dossier aperti sui quali l’entourage papale sta lavorando di buona lena. Tra questi c’è la spinosa vicenda della visitazione che la superiora generale delle Apostole del Sacro Cuore di Gesù, la statunitense Mary Clare Millea, sta svolgendo per conto della Congregazione dei religiosi tra le suore degli Stati Uniti. Anche se la fine dei lavori è prevista non prima del 2011, il dossier scotta ed è in continua ebollizione. La visitazione, infatti, è arrivata alla “fase tre”. Ovvero, sono iniziate le visite in “loco”, cioè negli istituti religiosi, dei vari rappresentanti della Santa Sede. L’accoglienza non è ovunque delle migliori. Molte “sorelle” non capiscono i motivi che spingono Papa Ratzinger a indagare sugli stili di vita all’interno dei rispettivi istituti e per questo motivo non sempre la collaborazione tra le due parti è fluida come invece dovrebbe essere. Il Papa, comunque, ha già studiato le dovute contromosse. E pochi giorni fa ha preso una decisione importante. Ha portato in Vaticano, quale numero due della Congregazione dei religiosi guidata dal quasi dimissionario cardinale Franc Rodé, un americano che quanto a suore e dottrina la sa lunga: Joseph William Tobin.

Nativo di Detroit, 58 anni, già superiore generale dei padri Redentoristi, Tobin è soltanto omonimo di quel Tobin, vescovo di Providence (arcidiocesi di Hartford) che mesi fa redarguì Patrick Kennedy per le sue posizioni pro aborto e, insieme, sister Carol Keehan, guida della Catholic Health Association e leader indiscussa del mondo religioso femminile americano per l’appoggio pubblico offerto alla riforma sanitaria di Obama. Il Tobin nominato da Ratzinger è di pasta più malleabile. Seppure sia in linea quanto alle questioni etiche coi vescovi americani e con il Pontefice, gode presso le “sorelle” sotto visitazione vaticana di quella credibilità che altri non hanno. Tanto che c’è chi dice che è soprattutto per questo motivo che Benedetto XVI l’ha voluto in curia romana a fianco di Rodé: per addolcire la dura scorza delle suore e portarle a collaborare con il Vaticano e i suoi visitatori e, se possibile, convincerle a seguire ogni decisione che la Santa Sede intenderà prendere nei loro confronti. In Vaticano, l’appoggio a Obama delle suore statunitensi non è andato giù. Per le suore, l’allargamento delle maglie del sostentamento medico a più persone possibili valeva la pena nonostante le aperture all’aborto che la medesima manovra andava a sancire. Per il Vaticano e la maggior parte delle gerarchie invece no: la manovra pro aborto era da bocciare.

Appena nominato da Ratzinger numero due dei religiosi Tobin ha lanciato alle suore segnali di pace: “Sento di poter portare un contributo importante perché ho lavorato tutta la mia vita con donne religiose”, ha detto. E ancora: “Mi hanno cresciuto da ragazzino. Da sacerdote ho predicato loro diversi esercizi spirituali e ho ascoltato per diversi anni le loro parole, i loro problemi”. A Tobin diversi superiori e superiore di istituti religiosi riuniti in queste ore a Long Beach, in California, hanno risposto così: Padre Tobin è tenuto in grande considerazione dagli uomini e dalle donne appartenenti agli istituti religiosi statunitensi. Egli ha una vasta conoscenza delle materie che incidono sulla vita religiosa. Auspichiamo di lavorare insieme a lui anche di qui in avanti”.

La scelta di Tobin ai religiosi è significativa anche per gli equilibri interni alla curia romana. Con Tobin la curia si internazionalizza ulteriormente. E gli statunitensi aumentano le proprie file. C’è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il cardinale William Joseph Levada. C’è l’arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore, il cardinale Bernard Francis Law. Ci sono l’arcivescovo James Harvey, prefetto della Casa pontificia, Raymond Leo Burke, prefetto del supremo tribunale della Segnatura apostolica e Joseph Augustine Di Noia, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Inoltre, ci sono due cardinali ormai in pensione ma ancora influenti all’interno della curia romana: Edmund Casimir Szoka, presidente emerito del Governatorato e James Francis Stafford, penitenziere maggiore emerito della Penitenzieria apostolica. E il peso degli Stati Uniti nelle gerarchie cattoliche potrebbe aumentare ulteriormente se nel prossimo concistoro previsto con ogni probabilità entro il 2010 accederanno alla porpora cardinalizia Raymond Leo Burke, l’arcivescovo di New York Timothy Michael Dolan e l’arcivescovo di Baltimora Edwin Frederick O’Brien.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 11 agosto 2010


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  1. Anonym ha scritto il 11 agosto 2010 alle 12:56 pm:

    Scusa, Paolo , ma se il “Bishop Tobin” per antonomasia era stato sinora il buon vescovo censore di Providence, come mai ‘insisti’ nel titolo a reiterare il potenziale fraintendimento? :)

    (Oltre tutto si tratterebbe ora di Archbishop Tobin, nel caso del redentorista statunitense neo-curiale.)


  2. Anonym ha scritto il 11 agosto 2010 alle 12:57 pm:

    Comunque anche Bishop Tobin, da Providence, potrebbe essere un acquisto non male per la Curia romana.. ;)


  3. Paolo Rodari ha scritto il 12 agosto 2010 alle 9:10 am:

    Perché bishop ora è pure lui, nel senso di vescovo. avrei dovuto mettere archbishop… ma era troppo ridondante nel titolo


  4. eufemia ha scritto il 16 agosto 2010 alle 9:22 pm:

    Ot. Sarebbe opportuno che al Riformista si cercassero un altro vaticanista al posto di Peloso, che copia e incolla un po’ troppo. Non è un lavoro per frettolosi e questo al suo ex giornale dovrebbero saperlo.Cordiali saluti.