La chiesa “cena” con tutti e alla politica chiede riforme

Una settimana fa, la cena a casa di Bruno Vespa alla quale avevano partecipato anche il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone, Pier Ferdinando Casini e Silvio Berlusconi aveva lasciato in qualche modo intendere un appoggio delle gerarchie vaticane a un ritorno dell’Udc nel Pdl e, insieme, l’ok del Vaticano per un governo di responsabilità nazionale che porti a termine le riforme di cui anche la chiesa ritiene il paese abbia bisogno. Ieri un incontro a Palazzo Giustiniani ha mostrato come, al di là delle intenzioni dei singoli cardinali, la volontà della chiesa cattolica è più che altro quella di rimanere un passo indietro rispetto alla politica, suggerire agli attori del bipolarismo una propria agenda per il paese senza intervenire ad altri livelli.

Nella sede del Senato la Conferenza episcopale italiana, per voce di Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea, ha presentato a diversi politici – tra questi il presidente del Senato Renato Schifani, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, il leader di Api Francesco Rutelli – il documento preparatorio della Settimana sociale dei cattolici italiani che si svolgerà a Reggio Calabria in ottobre: “Alla chiesa sta a cuore il bene comune, che c’impegna a condividere risorse economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del paese”, ha detto Miglio, ricordando che è una “agenda” per il bene comune che la chiesa intende rimettere all’attenzione dei soggetti politici e non tanto progetti di altra natura. Un concetto, quest’ultimo, ribadito anche da Schifani: “Riguardo alla presenza dei cattolici in politica, la strada non è quella della topografia partitica, non coincide affatto con la creazione di un partito di cattolici, ma è quella della saldatura forte attorno a una tavola di valori da condividere assieme anche a chi proviene da altre esperienze”. Ed è per questo, che “il protagonismo dei politici cattolici deve misurarsi in concreto e con scelte concrete su temi che rivestono priorità assoluta”. Certo, il comitato che organizza le settimane sociali e la Cei non sono la segreteria di stato vaticana. Ma, in generale, è qui che si trova tutta la chiesa: a spingere perché la politica lavori per il bene del paese senza entrare più di tanto nelle future ed eventuali alleanze di governo.

Paola Binetti dice al Foglio che la “chiesa è di tutti”. E che l’incontro a Palazzo Giustiniani “dimostra come al di là delle appartenenze politiche l’agenda della chiesa per il paese è ascoltata trasversalmente”. Dice: “La chiesa è una forza che deve essere valorizzata come fu durante i lavori della Costituente. Dopo la Seconda guerra mondiale la chiesa tornò a organizzare le settimane sociali. E furono proprio le settimane sociali a offrire un contributo importante alla stesura della nostra Costituzione. Ancora oggi in modo trasversale quest’operazione sono chiamati a svolgere i cattolici. Contribuire al cambiamento del paese. Le riforme necessarie sono chiare e le settimane sociali le hanno messe nero su bianco secondo cinque direttrici: intraprendere, educare, includere le nuove presenze, slegare la mobilità sociale, completare la transazione istituzionale”.

Il comitato che organizza le settimane sociali dipende direttamente della Conferenza episcopale italiana guidata dal cardinale Angelo Bagnasco. Il comitato lavora avendo ben presente il discorso che lo scorso maggio il Papa rivolse all’assemblea generale della Cei riunita in Vaticano. “Alla chiesa sta a cuore il bene comune, che ci impegna a condividere risorse economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del paese”, disse il Papa. E’ questo il faro che la Cei intende seguire. Certo, occorre trovare la strada migliore perché questo bene comune venga realizzato. Se la Cei non parla di larghe intese, e nemmeno di nuovo o grande centro, la stessa cosa non la fa Casini che ieri, uscendo da Palazzo Giustiniani ha detto: “A parole tutti si dicono contrari alla mia proposta ma nella sostanza tutti la appoggiano. Sono convinto che serva un governo che lanci una forte iniziativa politica che realizzi un armistizio tra le parti”. La chiesa ascolta e osserva. E così farà nelle prossime settimane.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 21 luglio 2010


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Oh my gol: breviario di abusi liturgici dopo il caso di padre Paul e delle sue messe curvaiole

Paul Vlaar ha quarant’anni e una serie di abusi liturgici alle spalle. Abusi che fanno audience stando almeno alle migliaia di accessi che sta avendo su YouTube la sua ultima performance. A poche ore dalla finale mondiale Olanda-Spagna, padre Paul tiene una messa dipinta d’arancione nella sua chiesa vicino ad Amsterdam. Scopo: pregare Dio che l’Olanda vinca. Orange sono i paramenti e le candele. Orange è la porta da calcetto che padre Paul posiziona davanti all’altare.

Prima della consacrazione chiede ai fedeli di calciare dei rigori: “Vi faccio vedere come si para”. Orange è il dolce tompoezen, quello che alla fine della messa padre Paul promette a tutti i fedeli in caso di vittoria: “Non pane ma tompoezen”, dice. Certo, tutto finisce male: l’Olanda perde e il vescovo Jozef Punt lo sospende perché “non è accettabile che si approfitti del rito per scopi così mondani”. Ma per i fedeli padre Paul è il vincitore morale. Lo stesso sacerdote dice di obbedire ma di non condividere la sanzione.

Soltanto in pochi sostengono che era ora che qualcuno intervenisse: padre Paul da tempo ne combinava di ogni. Benediva nozze gay, faceva predicare le omelie a chiunque – una volta pure alla conduttrice televisiva Marijke Helwegen – e si presentava alle udienze generali del Papa in giacca e cravatta. Qualche mese fa è riuscito anche ad avvicinare il Pontefice. Ratzinger ha ricambiato i saluti ma non è certo che fosse a conoscenza di aver davanti un prete.

C’è chi dice che è tutta colpa del Concilio Vaticano II: l’assise che negli anni Sessanta ha aperto le porte della chiesa al mondo ha fatto sì che nella chiesa l’intrattenimento prendesse il posto di Dio. Molti sostengono che una spinta agli abusi (almeno a quelli di stampo calcistico) l’hanno data quei cardinali che hanno accettato di commentare in diretta su radio e tv alcuni derby importanti.

Altri sostengono, più in generale, che un effetto trainante negli abusi l’abbiano avuto le celebrazioni spettacolo di Wojtyla: una volta venne vestito dal cerimoniere con dei paramenti in stile Arlecchino.

Comunque sia un dato resta: gli abusi sono una costante che sfugge al controllo delle gerarchie. C’è chi celebra la messa con mimi e burattini, chi predica seduto su una sdraio – occhiali da sole e ciabatte ai piedi – chi le ceneri non le dà sul capo ma in mano perché “così un buon cristiano impara a sporcarsi le mani”, chi al posto della cotta indossa una bandiera della pace e mille di questi esempi. Fino al paradosso di un prete che venne invitato a Venezia da un altro prete per qualche giorno di riposo durante il Carnevale. Si presentò vestito da prete. La gente lo scambiò per una maschera. Fu lì che capì d’essere diventato un’eccezione.

Pubblicato sul Foglio martedì 20 luglio 2010


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C’è chi lo difende

Si avvicina il viaggio del Papa in Inghilterra e Scozia (dal 16 al 19 settembre).

E, mentre le proteste per il suo arrivo continuano (non è tanto chi paga il viaggio a scatenare le polemiche, quanto più in generale un’avversione al Papa in quanto tale, alle sue parole, a ciò che dice e non dice) un diacono permanente di Lancaster, Nick Donnelly, difende il Papa così: “protectthepope.com“.

Di Nick Donnelly, John Zuhlsdorf parla così qui.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 20 luglio 2010


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Ecco chi sono le donne che comandano in Vaticano

Fino agli anni Cinquanta in Vaticano le uniche sottane sono quelle dei preti. Poi le cose cambiano. E anche alle donne viene consentito l’accesso alle sacre stanze. Per lavoro, principalmente. Compiti all’inizio di poco prestigio. Poi maggiori responsabilità. Fino a oggi, nell’era di Benedetto XVI, il “Panzerkardinal” divenuto Papa. Talmente poco Panzer che è lui ad aver aperto, più di altri, alla presenza femminile in Vaticano.

Per la chiesa cattolica avere più donne nei posti di potere è un modo per assecondare richieste giunte da più parti. È la moglie di Tony Blair, la cattolica Cherie, che dopo un’udienza papale dice con un filo di sfrontatezza: «Si dovrebbe eliminare il sessismo che ancora domina in Vaticano».

E, più recentemente, è una delle firme di punta dell’Osservatore Romano, Lucetta Scaraffia, a proporre le donne come soluzione alla pedofilia nel clero: «Una maggiore presenza femminile non subordinata avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti».

Per le donne, assumere incarichi di potere dentro le mura leonine è un modo per fare carriera, guadagnare prestigio e, perché no, fare un po’ di soldi. Basta spulciare l’elenco dei dipendenti della Santa Sede per accorgersi che la presenza di donne laiche nei posti che contano è importante: sono 360 quelle alle dipendenze del Papa. Tante, su duemila dipendenti in totale. Undici donne lavorano nel posto di comando principale: la Segreteria di Stato vaticana, l’enclave che ha in mano le relazioni internazionali del Papa. Cinque alla Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio: il luogo dove un tempo venivano giudicati gli eretici. L’ufficio più gremito di donne è la biblioteca apostolica, dove ce ne sono 35. Alla Radio Vaticana sono 23, come a Propaganda Fide, dove si decide il destino delle missioni nel mondo.

In un Vaticano ancora per più di tre quarti in mano agli uomini, Papa Ratzinger fa quello che può per valorizzare le donne. La scelta di Simona Weller, ad esempio, è stato un segnale: lei non lavora in curia romana, ma è la prima donna alla quale è stato chiesto di raffigurare un medaglione papale, che il Papa ha voluto per i suoi cinque anni di pontificato. La Weller ha battuto la concorrenza di 12 artisti, tutti uomini. Quando l’hanno chiamata dalla Segreteria di Stato vaticana per comunicale che il Papa aveva scelto lei, ha risposto: «Lui sì che se ne intende».

Barbara Frale lavora nell’archivio segreto del Vaticano, l’archivio privato del Papa: mille anni di documenti in 80 chilometri di scaffali. Testi inediti e preziosi che la chiesa cataloga e studia, per scoprire nuove verità del suo passato. L’ascesa della Frale è cominciata dal basso. Dice: «Mi sono laureata in beni culturali a Viterbo. Poi il dottorato in storia della società europea e ancora gli studi sui templari. In Vaticano ho seguito i tre anni di specializzazione in paleografia e diplomatica, e ho imparato a leggere le antiche scritture e decodificarne il senso. Il cardinale Jorge María Mejía, archivista e bibliotecario emerito, e l’attuale prefetto, monsignor Sergio Pagano, mi hanno offerto un’assunzione. Ho accettato subito. Per chi ha il mio curriculum il Vaticano è il massimo». Sposata con figli, per la Frale le donne che lavorano in Vaticano sono delle privilegiate: «Wojtyla e Ratzinger ci hanno agevolate. Abbiamo periodi di riposo che altre non hanno».

La Biblioteca Apostolica Vaticana è guidata dal cardinale Raffaele Farina – Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa – e dal prefetto, monsignor Cesare Pasini. Custodisce 150 mila codici e manoscritti, oltre un milione e mezzo di libri stampati (8.300 incunaboli), 300 mila tra monete e medaglie, oltre 150 mila stampe e incisioni. Barbara Jatta guida il Gabinetto delle stampe e dei disegni, una raccolta straordinaria. Ha un solo collaboratore uomo, Alfonso Bracci, e tre collaboratrici donne – Simona De Crescenzo Manuela Gobbi e Anna Maria Voltan – che dicono che per fotografarla non servono luci perchè brilla di luce propria. Lo scorso anno hanno curato la mostra e il catalogo sugli ottant’anni della Città del Vaticano. Per novembre stanno lavorando a una mostra sulla riapertura della biblioteca dopo i tre anni di restauri. «Mi sono laureata in Storia del disegno, dell’incisione e della grafica alla Sapienza di Roma» racconta Jatta. «Organizzando una mostra all’American Academy, avevo bisogno di una pianta di Roma del XVII secolo del fiammingo Lievin Cruyl che sapevo disponibile nella Biblioteca Vaticana. Così conobbi il prefetto Leonard E. Boyle, che mi propose di lavorare in Vaticano». Si ritiene fortunata? «Molto. Quando sono stata assunta, circa 15 anni fa, non c’erano molte laiche qui. È vero, non possiamo arrivare a guidare le Congregazioni, ma abbiamo posti di responsabilità. Gli stipendi non sono altissimi, ma sono gli stessi degli uomini».

Micol Forti è la responsabile della Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani: «Sono arrivata nel 2000, dopo la laurea in storia dell’arte, la Specializzazione, il dottorato. Dopo dieci anni di collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e sei anni di insegnamento universitario a La Sapienza, mi hanno chiamata a occuparmi della sezione di arte contemporanea dei Musei Vaticani, diretta precedentemente da Mario Ferrazza. Per me è stato un grande onore: dal XIX secolo il Vaticano e i suoi Musei avevano interrotto il dialogo con la cultura artistica contemporanea, in una sorta di diffidenza reciproca. Il progetto, voluto da Paolo VI appena eletto pontefice nel 1963, fu quello di ripristinare questo dialogo nel più profondo rispetto e libertà di espressione. Un dialogo riconfermato da Benedetto XVI con l’importante incontro avuto con il mondo internazionale dell’arte nel novembre 2009, e alla cui organizzazione, dovuta alla lungimirante ideazione di monsignor Gianfranco Ravasi e al coordinamento del mio direttore, il professor Antonio Paolucci, ho collaborato personalmente con la mia collega Francesca Boschetti».

Forti spiega poi che «la Collezione raccoglie opere uniche rispetto alle collezioni museali presenti in Italia. Alla fine di quest’anno inaugureremo una grande sala e un volume dedicati ai cartoni preparatori 1:1 di Henri Matisse, realizzati per la Cappella di Saint-Paul-de-Vence. Qui l’ambiente professionale è di grande livello scientifico e tecnico, per promuovere importanti progetti di ricerca spesso in collaborazione con Istituti italiani e internazionali. E ci sono molte colleghe donne con responsabilità di direzione e coordinamento».

Di molte altre donne si potrebbe parlare: Eurosia Bertolassi che è divenuta, di fatto, la prima assistente del numero due del Vaticano, il segretario di Stato Tarcisio Bertone; Luigina Orlandi, capo del catalogo della biblioteca e per anni segretaria del cardinale Farina; Clara Yu Dong, che guida la sezione manoscritti; Maria Brigini che monitora gran parte dei servizi della Radio Vaticana; Claudia Di Giovanni che ha in mano la filmoteca vaticana; Marilia D’Addio, già assistente di Virgilio Levi, vicedirettore dell’Osservatore dal ’72 all’83, è oggi l’assistente della direzione; Barbara Mazzei che lavora alla pontificia commissione di archeologia sacra e ha scoperto l’icona più antica di san Paolo.

Da due anni lavora all’Osservatore Romano una giornalista donna, la prima in un secolo e mezzo di storia. Nel 2007 Silvia Guidi è vice capo degli Esteri a Libero. Gian Maria Vian è da pochi giorni direttore del quotidiano vaticano. Racconta Vian: «Ero a Milano a un convegno, e alla fine una giovane donna si avvicina e mi lascia un plico. Scopro il suo curriculum folgorante: laurea in Letteratura latina medievale sul commento ai salmi di Alcuino. Anch’io avevo fatto una tesi analoga, sui salmi di Atanasio, vescovo di Alessandria nel IV secolo: quasi un segno del destino. La chiamo. Poco tempo dopo è arrivata in redazione». Silvia lavora alle pagine culturali. Nella sua stanza c’è appesa una frase di Pavel Evdokimov: «Il mondo fondamentalmente maschile nel quale la donna non ha alcun ruolo è sempre più un mondo senza Dio, poiché senza madre Dio non può nascervi». Decisamente un programma.

Pubblicato su Io Donna sabato 10 luglio 2010


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Per Jean-Louis Bruguès la chiesa è sotto attacco ma B-XVI è il Papa giusto

Il Vaticano ha presentato le nuove norme sugli abusi sessuali commessi da preti. Lo ha fatto a fari spenti. Il motivo è nelle parole pronunciate ieri dal promotore di giustizia della Dottrina della fede, Charles Scicluna: “Le nuove norme sono un consolidamento tecnico giuridico di quanto si è fatto finora”. Come a dire: non si tratta di rivoluzioni epocali. Ma della codificazione di quanto già avviene, dopo che nel 2003 Papa Wojtyla aveva concesso all’ex Sant’Uffizio alcune facoltà speciali che andavano a implementare le norme circa i “delitti più gravi” promulgate nel 2001. Certo, delle novità non secondarie ci sono: la possibilità di presentare al Papa “i casi più gravi in vista della dimissione dallo stato clericale”, l’inserimento di laici nei tribunali, la prescrizione che da dieci passa a venti anni, l’equiparazione dell’abuso su persone con limitato uso di ragione a quello sui minori e l’introduzione del reato di pedopornografia. “Un punto che non viene toccato” ha però detto padre Federico Lombardi, “è la collaborazione con le autorità civili”. Nel senso che “va semplicemente dato seguito alle disposizioni della legge civile”. Oltre ai delitti di pedofilia, l’ex Sant’Uffizio diviene competente dei delitti contro la fede (eresia, apostasia e scisma) e del reato dell’ordinazione delle donne prete, anch’esso equiparato a un delitto contro la fede.

Sono diverse settimane che i media accusano la chiesa di insabbiamento dei casi di pedofilia. Il Papa ha chiesto più attenzione e una purificazione della chiesa dal suo interno. Le nuove norme vanno nella direzione di una maggiore trasparenza, seppure non portano cambiamenti epocali. Del resto l’ha detto ieri lo stesso Lombardi che si tratta di una “maggiore chiarezza normativa”.

Jean-Louis Bruguès, arcivescovo francese, è stato chiamato nel 2007 a ricoprire l’incarico di segretario della Congregazione per l’educazione cattolica. In precedenza vescovo di Angers, ha lavorato 19 anni nella commisione teologica internazionale a stretto contatto con Ratzinger. Circa le nuove norme e i nove anni che ci sono voluti dal 2001 per promulgarle dice: “Il tempo non è calcolato nella stessa maniera nella chiesa e nella società. Nella società si vogliono risposte subito. Se si presenta un problema sociale si vuole subito fare una legge per risolverlo. Il tempo della chiesa è il tempo della riflessione e dell’approfondimento. Le decisioni nella chiesa sono prese al termine di una maturazione. Ecco perché i capi della chiesa hanno bisogno di molto coraggio per resistere alla pressione del subito e rispettare il tempo della maturità”.

La chiesa è sotto attacco? “Non c’è un complotto contro la chiesa ma piuttosto una convergenza di interessi molto diversi che approfittano dei casi di abusi verso i minori per portare avanti una campagna denigratoria. Un ambasciatore mi ha detto che è in corso una guerra. L’obiettivo di questa guerra mi sembra il seguente: squalificare la chiesa nell’ambito della morale sessuale, squalificare il ruolo educativo della chiesa e, in alcuni paesi, la volontà da parte dello stato di laicizzare le scuole cattoliche. Questa campagna tende a impedire alla chiesa di esprimersi sulla piazza pubblica. Non si vuole che la parola di Dio sia detta sulla piazza pubblica. Questa gigantesca impresa di squalificazone è contro il cuore della missione della chiesa, il dispositivo missionario della chiesa e quindi i preti. In questa impresa di squalificazione la persona che evidentemente è più in vista è la persona del Papa”.

Sembra che Benedetto XVI non abbia una larga presa sull’opinione pubblica? “Le ragioni sono molte. Il mondo è rimasto impressionato dalla forza comunicativa di Wojtyla mentre questa forza non è così evidente in Benedetto XVI. La chiesa oggi ha la chance di avere un Papa dalla grande capacità intellettuale. La sua è un’intelligenza pedagogica. Non impone un punto di vista personale. Ma aiuta a conoscere la verità progressivamente. E’ un uomo di una superiorità intellettuale e spirituale. La modernità è diventato un fenomeno complesso e contrastato. Solo uno spirito superiore può dominarla. Benedetto XVI è uno di questi spiriti superiori. Lo si è visto ad esempio nel dibattito con Habermas. Il Papa è spinto dal desiderio della verità. Il desiderio di aprire la porta della modernità a Dio e di portare l’uomo a Dio. Ma anche di salvare la modernità malgrado essa. Non dimentichiamo che la modernità si fonda su un atto di fede della ragione. E che oggi è in corso un processo fatto alla ragione. Il Papa si fa avvocato della ragione. In questo senso è più moderno dei moderni. E ci dice che se si elimina la ragione si lascia la porta aperta all’emozione, ciò che alcuni sociologi chiamano la deriva delle emozioni. Spesso si forumla verso questo Papa un giudizio emozionale, sentimentale ogni volta che il suo discorso si pone al livello della ragione. Mentre il Papa è un intellettuale che non ama i luoghi comuni. Provo tristezza nel constatare che i mezzi di comunicazione preferiscono i luoghi comuni”.

Che differenza c’è da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI? “Con Wojtyla era il tempo del fascino del vedere. Oggi con Benedetto XVI è il tempo del fascino della profondità. Giovanni Paolo II aveva una grandissima estensione orizzontale. Quando Giovanni Paolo II morì tutti i capi di stato, salvo tre o quattro, erano presenti. Trovo provvidenziale che dopo questo pontificato di prestigio universale abbiamo oggi un Papa che aiuta i cristiani a rifondare la loro fede e aiuta la società secolarizzata a rifondare la sua fiducia nella ragione”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 16 luglio 2010


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Vatican.va vs Pedofilo.com

Internet è un mondo difficile.

Sopra si trova di tutto e non sempre cose piacevoli.

Al Vaticano, ad esempio, non piacerà per nulla questa cosa qui. Davvero incredibile.

Se fossi in lui (cioè nel Vaticano) mi farei una bella digital reputation.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 16 luglio 2010


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Se la “Papessa” diventa ambasciatrice in Vaticano

I giornali inglesi ne parlano da settimane. Ann Widdecombe potrebbe divenire la nuova ambasciatrice del Regno Unito presso la Santa Sede al posto del dimissionario Francis Campbell. Ex deputata conservatrice, 62 anni, convertita dall’anglicanesimo al cattolicesimo, è soprannominata dagli amici “la Papessa” per il fervore religioso che mette in campo anche nel lavoro diplomatico. Campbell fu il primo ambasciatore di fede cattolica nominato in questo delicato ruolo. Widdecombe sarebbe la prima donna. Fonti vaticane fanno sapere al Foglio che la nomina, seppure ancora in sospeso, sarebbe gradita. A meno di due mesi dalla partenza di Benedetto XVI per il Regno Unito, la candidatura suona come un segnale distensivo che il Foreign Office intende mandare al Vaticano per addolcire i rapporti divenuti non facilissimi circa un mese fa, in seguito all’imbarazzante vicenda del funzionario del ministero degli Esteri britannico che diffuse una nota interna beffarda sulla visita del Pontefice. Fu il Sunday Telegraph a pubblicare la nota dove, tra le altre cose, si suggeriva a Benedetto XVI di lanciare, durante il soggiorno inglese, una sua linea di preservativi e di dare la benedizione a un matrimonio gay.

Widdecombe lasciò l’anglicanesimo nel 1993, in contrasto con la decisione di portare le donne all’ordinazione sacerdotale. Determinante nel cammino verso la conversione è stato padre Michael Seed, il sacerdote che recentemente ha portato anche Tony Blair ad avvicinarsi al cattolicesimo. Molto impegnata nella difesa dei valori familiari all’interno della vita politica, l’ex deputata è membro della Conservative Christian Fellowship e sta girando in queste settimane un documentario sulla vita del cardinale John Henry Newman, che sarà beatificato dal Papa proprio durante la visita di settembre. Romanziera conosciuta in patria, Widdecombe scrive editoriali sul Daily Express e in passato aveva anche la “posta del cuore” sul Guardian. Una donna eclettica che riscuote commenti diversi e opposti. C’è chi la ama. E chi non riesce a sopportare alcune prese di posizione giudicate intransigenti. Tra queste, la ferma opposizione alla promozione dell’omosessualità e dell’aborto. Giusto ieri sul Daily Express ha contestato la decisione di un giudice di concedere asilo politico a due immigrati gay. Secondo Widdecombe la decisione presa è “assurda” perché la coppia gay non corre alcun pericolo di vita.

Andrew Brown del Guardian ha scritto che fare l’ambasciatore in Vaticano è un compito delicatissimo: occorre saper interpretare con doti da equilibrista i diversi punti di vista del governo che si rappresenta e di un’istituzione complessa come è la Santa Sede. “Non posso immaginare – ha scritto – che Widdecombe sia in grado di interpretare le opinioni altrui, eppure è questa una delle competenze centrali di chi fa diplomazia”. Secondo Brown, Widdecombe sarebbe anzi una nomina non gradita dalla Conferenza episcopale inglese, storicamente non allineata su posizioni troppo “conservative”.

Di Widdecombe parla invece bene Damian Thompson del Telegraph. La definisce “la più rude donna d’Inghilterra” e si domanda quale terremoto potrebbe provocare la sua nomina. Scrive Thompson: “Mi chiedo cosa succederà se il ministro degli Esteri William Hague raccomanderà Widdecombe per la successione di Campbell, l’uomo dalle più buone maniere dell’intero corpo diplomatico. Andrà a finire che il Papa dovrà scomunicare l’intero gabinetto inglese. O forse è davvero questo il suo piano?”.

La decisione finale della nomina spetta al Foreign Office ma, stando alle ultime, tutto potrebbe essere rimandato a dopo la visita di Benedetto XVI a metà settembre. Questo permetterebbe all’ambasciatore uscente di avere un’ultima vetrina, prima della rinuncia all’incarico. Interrogata in merito, Ann Widdecombe è restata volutamente sul vago: “Non c’è niente che deve essere annunciato ora”, ha spiegato recentemente al Sunday Telegraph.

Pubblicato sul Foglio giovedì 15 luglio 2010


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Nuove norme (ma non una rivoluzione)

Oggi hanno presentato le nuove norme sulla pedofilia. Aggiornano i delicta graviora del 2001 con diverse novità.

Leggi qui la “lettera del cardinle William J. Levada ai vescovi“.
Qui una “breve relazione” circa le modifiche al testo normativo.
Qui le “nuove norme“.
Qui un’”introduzione storica” alle norme del Motu Proprio «Sacramentorum sanctitatis tutela».
Qui una “nota” del direttore della Sala Stampa vaticana.

Le novità sono state presentate dal Vaticano in conferenza stampa.
Due le stranezze:
1. La conferenza stampa non è stata annunciata da nessuno.
2. Alla conferenza stampa non era presente il prefetto della Dottrina della Fede (come invece avvenne nel 2001).

Forse si è voluto mantenere un profilo basso. Anche perché, in effetti, le nuove norme seppure importanti e significative, non sono una rivoluazione.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 15 luglio 2010


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Today is the day: new rules on sex abuse

Nove anni dopo i “Delicta graviora”, il documento che accompagnava il Motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” firmato nel 2001 da Giovanni Paolo II, il Vaticano rende noti nuovi aggiornamenti con procedure più restrittive sulla pedofilia. L’annuncio avviene in forma pubblica non oltre l’ora di pranzo di oggi (giovedì 15 luglio 2010).

Il “Sacramentorum sanctitatis tutela”, approvato da Giovanni Paolo II ma preparato dall’allora cardinale Ratzinger, stabiliva le norme processuali e le sanzioni canoniche per i delitti contro la penitenza, contro l’eucaristia e “contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età”, e ne riservava la competenza alla Congregazione per la dottrina della fede. Sino ad allora, infatti, un documento del 1962 (“Crimen sollicitationis”) regolava i crimini sessuali e, in particolare, la molestia in confessionale, lasciandone però la gestione alle conferenze episcopali nazionali e ad altri dicasteri della Santa Sede. E creando, così, un elevato rischio di insabbiamento.

Ora, dopo il perdurare mediatico dello scandalo della pedofilia, la Santa Sede ha deciso di rimettere mano alla materia e aggiornare i “Delicta graviora”. L’aggiornamento, oltre alle nuove disposizioni sulla pedofilia, prevede l’inserimento di nuovi delitti ai sensi del foro ecclesiastico: lo scisma, l’ordinazione sacerdotale femminile, l’eresia e l’apostasia.

La pubblicazione resta nota oggi dalla Congregazione per la dottrina della fede è la svolta più importante in merito alla pedofilia da nove anni a questa parte. Ed è uno dei gesti più significativi (sostanzialmente e anche mediaticamente) di William Joseph Levada, cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Vedremo come la stampa, soprattutto quella americana, prenderà la cosa.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 15 luglio 2010


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Giuseppe, la voce del Papa

Giuseppe De Carli dal suo studio vedeva il palazzo apostolico, l’ultimo piano, quello dell’appartamento del Papa: “Lo controllo giorno e notte”, mi disse una volta.

Credo gli piacesse lavorare non lontano dal Papa, poter avere il palazzo apostolico a un palmo di mano e ogni tanto accedervi, come fece qualche anno fa quando andò con la telecamera dentro l’appartamento per registrare immagini inedite del Papa.

La sua voce era inconfondibile, unica, perfetta per le cronache papali.

Di lui, in queste ore, i suoi amici colleghi hanno parlato così:

- Rodoflo Lorenzoni (Il Tempo): “Ciao Giuseppe hai passato la vita nel nome della fede“.

-Osservatore Romano: “E’ morto Giuseppe de Carli“.

-Andrea Tornielli: “Ricordando due amici“.

-Lucio Brunelli: “La scomparsa del vaticanista Giuseppe De Carli“.

-Rome Reports: “Giuseppe De Carli, Rai Vaticanist, passes away“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 14 luglio 2010


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