Dal caso Moro al Cremlino. L’incredibile ascesa di monsignor Mennini

La notizia è passata quasi del tutto inosservata. Eppure il gol che il Vaticano è riuscito a realizzare in terra di Russia è notevole: dal 15 luglio Antonio Mennini, 62 anni, è ufficialmente l’ambasciatore della Santa Sede presso la Federazione russa. E’ un risultato rincorso per più di venti anni (da Giovanni Paolo II fino a Benedetto XVI), dai tempi in cui l’Unione sovietica si è trasformata in Federazione russa. E’ un risultato da attribuire alla segreteria di stato vaticana guidata dal cardinale Tarcisio Bertone e, in particolare, al responsabile della seconda sezione, quella che cura i rapporti con gli stati, il corso Dominque Mamberti.

Già nel dicembre dello scorso anno Dmitri Medvedev, uscendo da un’udienza con il Papa, aveva detto che presto sarebbero state stabilite piene relazioni tra i due stati. E così è avvenuto: prima dell’annuncio della nomina di Mennini, c’è stato il 26 giugno scorso quello di Mikolaj Sadlichov quale primo ambasciatore russo presso la Santa Sede.

Perché la notizia è importante? Perché per il Vaticano avere relazioni ufficiali con la Russia significa avere definitivamente aperte le porte della chiesa ortodossa di Mosca la quale, fino a pochi anni fa, nemmeno accettava che il Vaticano avesse nella capitale un suo arcivescovo. Ma poi qualcosa è cambiato. Mennini ha aspettato il momento opportuno. Col cambio di pontificato ha fatto spostare Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo di Mosca inviso agli ortodossi soprattutto per le origini polacche, a Minsk. E ha portato al suo posto l’italiano Paolo Pezzi, già missionario in terra di Siberia. Oggi gli ortodossi non vedono nei cattolici dei nemici. Certo, l’incontro tra il Papa e il Patriarca Kirill I è ancora di là da venire. La Santa Sede sa bene che molte aperture degli ortodossi nei suoi confronti sono dovute alla necessità che la chiesa di Mosca ha di mettersi, in campo internazionale, sotto il cappello prestigioso e autorevole di Roma. E ancora: le accuse di Mosca a Roma di proselitismo in Russia rimangono, almeno nel sottofondo. Ma un dato è certo: il livello delle relazioni diplomatiche tra le due chiese non è mai stato così buono come oggi.

Mennini si è mosso, dunque, con passo felpato. Poche parole (nonostante parli il russo correntemente). Molti fatti. Così gli hanno insegnato i tanti anni trascorsi nella diplomazia vaticana. Gli anni del caso Moro. Giorni difficili nei quali, grazie all’amicizia che lo legava all’ex statista dc, fece da trait d’union tra la famiglia e le Brigate rosse. Mennini era viceparroco nella chiesa di Santa Lucia a piazzale Clodio. La chiesa dove parroco era l’attuale vescovo emerito di Pisa monsignor Alessandro Plotti. In tale veste fu contattato dalle Brigate rosse. In tale veste comunicò messaggi e lettere alla famiglia di Moro e alla Santa Sede facendosi notare dalle gerarchie vaticane.

Prima dell’approdo in Russia, Mennini fu consigliere di nunziatura in Turchia, nell’84-85. Mentre il primo incarico come nunzio fu a Sofia, in Bulgaria. Insomma: dal caso Moro ai luoghi del più grande intrigo ancora non risolto, quello del caso Agca e dell’attentato al Papa.

Figlio di Luigi Mennini, alto funzionario dello Ior trovatosi impelagato nel caso dell’Ambrosiano con Marcinkus e De Strobel, ascese presto le tappe della diplomazia vaticana anche grazie alla prudenza e alla totale riservatezza che mantenne nei giorni di prigionia di Moro. Ancora nel ’95, ad esempio, rifiutò di presentarsi dinanzi alla commissione Stragi, motivando il diniego con il fatto che aveva già testimoniato tutto. Dal caso Moro fino al Cremlino pochissime parole. Una condotta molto apprezzata oltre il Tevere e anche in Russia. Dove infatti è stato accettato col massimo degli onori: primo ambasciatore vaticano dove una volta c’era l’Unione sovietica.

Pubblicato sul Foglio venerdì 30 luglio 2010

Parla il cardinale Saraiva Martins: “B-XVI ha voluto fare beato il cardinale Newman perché è come lui”

“Joseph Ratzinger è affascinato da John Henry Newman perché nel cardinale inglese convertito al cattolicesimo dall’anglicanesimo vede in qualche modo se stesso. Newman quando era anglicano fondò a Oxford un movimento religioso, il ‘Movimento di Oxford’, che aveva come obiettivo la salvezza della chiesa anglicana dal liberalismo del giorno, quel liberalismo che era antidogmatico per principio. Anche Ratzinger vuole liberare la cristianità da ogni liberalismo. E ancorarla sulla purezza della fede, della dottrina, del suo credere bimillenario. E, come Newman lo vuole fare salvando, integrando, non escludendo le fazioni estreme”.

José Saraiva Martins, portoghese, è un cardinale della curia romana oggi in pensione. Da due anni ha lasciato la guida della Congregazione per le cause dei santi. Ma è ancora pieno di energie. Nella sua abitazione adiacente il Vaticano scrive, studia e aspetta il 19 settembre, il giorno in cui il suo “allievo prediletto”, appunto Newman, verrà beatificato dal Papa in quel di Cofton Park, periferia di Birmingham. Newman un suo allievo? “In un certo senso sì – dice – Sono stato per diversi anni rettore dell’Università Urbaniana. Newman nel 1846-47 fu allievo dell’Urbaniana (allora si chiamava Collegio di Propaganda Fide, ndr). Nell’aula del Senato accademico, il cuore dell’Università, ho fatto mettere un ritratto dell’allievo ‘più illustre’, appunto Newman. Perché nessuno lo dimentichi”.

Quali sono le forze estreme che Ratzinger vuole salvare? “La via del Papa è in un certo senso la ‘via media’ di Newman. Il cardinale inglese prima di convertirsi sognava un anglicanesimo vicino a Roma, una confessione religiosa che mantenesse la propria identità senza cedere negli estremismi. Così vuole Benedetto XVI. I segnali, le aperture fatte oggi verso gli anglicani e ancora prima verso i lefebvriani dicono questo: la strada è quella dell’unità senza ledere le diversità. Nella chiesa ci sono sempre state spinte anti-romane, o semplicemente estreme. Il Papa non vuole che nessuno si senta escluso”.

Poi però Newman abbandonò il suo sogno e si convertì al cattolicesimo. Dice Saraiva: “Visse con dolore il distacco dall’anglicanesimo. Ma il suo non fu un rinnegamento. Era convinto che nella chiesa cattolica ci fosse la verità. Ed era convinto che la strada della ricerca della verità fosse percorribile da chiunque, anche da ogni anglicano. La ricerca della verità è stata una costante nella sua vita. Fin dalla giovanissima età. Come Ratzinger, anche Newman era uno studioso appassionato dei padri della chiesa dei primi secoli. Furono i padri a trascinarlo verso Roma, verso il Papa. Dai padri apprese la perfezione evangelica. La purezza del cristianesimo, quella purezza che oggi il Papa chiede che la chiesa cattolica riscopra. Newman nacque in un’epoca travagliata molto simile alla nostra. Ogni certezza vacillava. I credenti dovevano combattere contro la minaccia del razionalismo e del fideismo. Il razionalismo rifiutava l’autorità e la trascendenza, il fideismo distoglieva le persone dalle sfide della storia e generava in loro una dipendenza insana dall’autorità e dal soprannaturale. Per Newman l’unione di fede e ragione erano la sintesi necessaria contro queste derive. Fede e ragione erano per lui due ali per raggiungere la contemplazione della verità’”.

Newman morì l’11 agosto 1890. Il quotidiano londinese Times pubblicò il giorno successivo un lungo elogio funebre che terminava così: “Di una cosa possiamo essere certi, cioè che il ricordo di questa pura e nobile vita durerà e che egli sarà santificato nella memoria della gente pia di molte confessioni in Inghilterra. Il santo che è in lui sopravvivrà”. Spiega Saraiva: “Ha scritto bene il Times. Perché Newman è un esempio per tutti, anche e soprattutto per gli anglicani. Tutta la sua vita fu fondata su un sano ecumenismo. Questo non è ricerca di un qualcosa che accomuna fedi diverse. Non è anzitutto questo. E’ piuttosto ricerca assieme della verità. Newman questo dettame mise in pratica. La ricerca lo portò a Roma. Non è detto che per tutti l’approdo debba essere lo stesso. Credo che Ratzinger condivida in pieno questo esercizio ecumenico di Newman: verso le diverse fedi cristiane ha un approccio libero, non pone paletti, è aperto verso tutti e rispetta la storia di tutti. Non a caso ha promulgato la costituzione apostolica Anglicanorum coetibus. Non a caso ha parlato più volte del primato di Pietro, della necessità di salvaguardarlo ma nel rispetto delle diverse posizioni che in merito hanno ad esempio gli ortodossi”.

Il processo fino alla beatificazione di Newman non è stato breve. Newman è stato riconosciuto venerabile nel 1991. Il miracolo che gli ha permesso di divenire beato è invece recentissimo. Dice Saraiva: “Ho seguito da vicino tutte le fasi del processo. Quando si parlava del miracolo della guarigione per intercessione di Newman del diacono permanente Jack Sullivan mandai un esperto della Congregazione a verificare, ad appurare ogni cosa. Così abbiamo fatto in ogni fase del processo. Tutto deve essere fatto con rigore e senza errori. Per questo dico sempre, e lo ripeto anche per Newman: non esiste un processo lungo o un processo corto. Ogni processo ha i suoi tempi che dipendono dalla mole di documenti e testimonianze da verificare. Il ‘caso Newman’ aveva tantissimi documento da vagliare. E tutti sono stati visionati”.

Pubblicato sul Foglio giovedì 29 luglio 2010