Salite su vatican.va
23 giugno 2010 -
Fatevi un giro, questa mattina, su vatican.va.
In home page ci sono parecchie novità: c’è il Papa in diretta, sul Ctv, che tiene l’udienza generale.
E poi c’è una nuova sezione dedicata a Propaganda fide. Non si parla del cardinale Crescenzio Sepe, ma di tutta la storia (archivio completo) di questa straordinaria congregazione. Leggi qui.
Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 23 giugno 2010
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Boffo editorialista di Feltri
22 giugno 2010 -
Dino Boffo editorialista di Vittorio Feltri. Ovviamente è fantascienza. Ma nella stupenda intervista che Stefano Lorenzetto ha fatto domenica a Vittorio Feltri – leggi qui: “Appena assunto mettevo i nomi ai trovatelli e tagliavo le rette ai matti” – c’è anche questo.
Chiede Lorenzetto a Feltri: “Daresti un posto da editorialista all’ex direttore di Avvenire, Dino Boffo?”. Risponde Feltri: “Subito. È un profondo conoscitore del mondo cattolico e un sociologo della religione. Scriverebbe editoriali eccellenti”.
Quindi, ecco in dieci righe il profilo del monsignore che presentò Feltri all’Eco di Bergamo, il suo primo giornale (è grazie a questo monsignore che Feltri prova “venerazione” per “tutti i sacerdoti”):
Chiede Lorenzetto: “Al giornale della Curia chi ti presentò?”. Risponde Feltri: “Monsignor Angelo Meli, il priore di Santa Maria Maggiore che aveva scoperto i resti mortali del condottiero Bartolomeo Colleoni. Mi preparò all’esame di maturità magistrale da privatista. Italiano, latino, filosofia, storia: m’insegnò tutto lui. Un giorno sbottò: “Te podereset fa ol giornalista”. A me tremavano le ginocchia: era il sogno della mia vita. D’istinto sarei portato a detestare i preti. Invece mi considero l’unico miscredente clericale. Provo una tale venerazione per monsignor Meli che per estensione la riverso su tutti i sacerdoti. Sai, a volte capita che ti venga voglia di scrivere: questi preti bisognerebbe prenderli a calci in culo… E lì, zac, mi mordo la lingua. Perché rivedo il priore con le calze rosse, piccolo, magro, sempre elegantissimo, fisicamente fragile. Un uccellino simile al cardinal Tonini”.
Pubblicato su palazzoapostolico martedì 22 giugno 2010
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Seguire Sepe su facebook
22 giugno 2010 -
Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, ha 4.831 amici su facebook.
E’ stato tra i primi cardinali ad entrare e a credere in questo social network.
Su facebook posta molte sue omelie e discorsi.
Su youtube gira un video del novembre 2008 in cui saluta i suoi amici di facebook. Eccolo:
Pubblicato su palazzoapostoico.it martedì 22 giugno 2010
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Don Stanislao non tradisce Sepe
22 giugno 2010 -
Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, grande uomo-macchina del pontificato wojtyliano, aveva un legame particolare con la casa pontificia, con don Stanislao Dziwisz soprattutto.
E’ anche grazie a questa amicizia che la sua ascesa entro le mura leonine è stata di fatto inarrestabile.
L’amicizia è viva ancora oggi. Lo dimostra una breve ma significativa intervista che Repubblica questa mattina è riuscita ad avere con Dziwisz che dice: “Evidentemente qualcuno gli vuole (a Sepe, ndr) fare del male. Lo conosco da anni, ha fatto solo del bene alla Chiesa”.
E ancora: ”Non posso entrare nel merito delle accuse, ma mi sento di poter affermare che non credo assolutamente che il cardinale Sepe si sia lasciato ingannare o che abbia commesso qualche cosa che non avrebbe dovuto fare. L’ho sempre conosciuto come persona brava e capace, attento alle regole e alla giustizia. Anche per questo l’ho sempre stimato, lo stimo e lo stimerò”.
Dziwisz, insomma, non pugnala alle spalle un vecchio amico ma gli rinnova la sua amicizia.
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 22 giugno 2010
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Quei preti in carriera che non piacciono a B-XVI
20 giugno 2010 -
Il carrierismo, la ricerca del potere, era più di tanti altri mali, “il male” presente nella chiesa (soprattutto nel clero) che il cardinale Joseph Ratzinger aveva denunciato nelle meditazioni della via crucis del 2005 quando, poche settimane prima di succedere a Giovanni Paolo II, disse: “Quanta sporcizia c’è nella chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!”. Leggi qui la meditazione di Ratzinger alla Nona stazione.
Su questo tema Benedetto XVI è tornato più volte, ad esempio quando ha detto il 3 febbraio 2010: “Non è forse una tentazione quella della carriera, del potere, una tentazione da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di animazione e di governo nella Chiesa”. Leggi qui l’Udienza generale.
Il Papa, in modo più potente, ne aveva parlato il 12 settembre del 2009, quando elencò le caratteristiche che non devono mancare nella vita del prete. A un certo punto disse: “Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità. La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune”. Leggi qui l’omelia per l’ordinazione episcopale di cinque nuovi sacerdoti.
Oggi, ancora, durante la messa per l’ordinazione presbiterale di 14 nuovi preti, poche ore dopo la notizia che il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, importante uomo-macchina del pontificato wojtyliano, ex segretario della Congregazione del clero, ex prefetto di Propaganda Fide, viene iscritto nel registro degli indagati a Perugia nell’inchiesta sulle grandi opere, il Papa ha ribadito il concetto di sempre: “Il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero. Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell’opinione pubblica. Per essere considerato, dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso. Il sacerdozio – ricordiamolo sempre – si fonda sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza, da far crescere ogni giorno, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, «immersi» in questa volontà, non solo non sarà cancellata la nostra originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro ministero”. Leggi qui l’intera omelia.
Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 20 giugno 2010
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Le scappatelle dei Papi. Chi va a mangiare di nascosto le sogliole al Passetto? Il primo a “fuggire” dal Vaticano fu Wojtyla (che si dice passeggiasse la notte per Roma vestito da prete)
19 giugno 2010 -
Ottime e fresche le sogliole da Roberto al Passetto di Borgo, a Borgo Pio” è stato scritto martedì scorso sul Foglio, nella rubrica Alta Società. E ancora: “La trattoria è chiusa il martedì sera. Ma a volte le luci sono accese. Qualcuno è sceso dai sacri palazzi per ritrovare, in segreto, i sapori della sua cucina preferita. Gaudium Magnum”.
Chi è questo qualcuno? Chi si è concesso una breve fuga fuori le mura leonine? Forse Benedetto XVI che da cardinale amava cenare al Passetto? Più verosimilmente potrebbe essere stato il suo segretario particolare, don Georg Gänswein, anche se conferme non ce ne sono. Di certo c’è una cosa: il giorno libero di don Georg è il martedì. Ed è in questo giorno che il sacerdote tedesco lascia l’appartamento papale per concedersi qualche cena con gli amici. Uscite centellinate e sempre studiate nei minimi dettagli perché, come disse lui stesso il 27 luglio del 2007 su Süddeutsche Zeitung dialogando col giornalista e scrittore tedesco Peter Seewald, “il Vaticano è anche una corte e ci sono i pettegolezzi”. E ancora: “Ci sono anche delle frecce che vengono tirate molto consapevolmente e ben indirizzate. Ho dovuto imparare a fare lo stesso”. Fu sempre a Seewald che don Georg raccontò dei suoi interessi, “lo sport, il football – è tifoso dello Stoccarda, ndr –, lo sci”. Nel 2006 “Chi” pubblicò degli scatti in cui don Georg, in un circolo di tennis “a due passi dal Vaticano”, è impegnato in uno dei suoi sport preferiti. “Don Georg”, scrisse “Chi”, “atleta di poche parole e dallo stile raffinato”.
Uscire dal Vaticano può essere un toccasana per chi dentro i sacri palazzi deve viverci ventiquattro ore su ventiquattro. Disse don Georg a Seewald: “Una volta alcuni amici hanno detto che non mi faccio sentire, che mi sono allontanato da loro. Questo è un segnale di allarme! Così ho subito cercato di ricavarmi del tempo libero per prendermi cura delle mie relazioni personali e delle mie amicizie. E’ importante per la salute mentale”.
E il Papa? Ogni Pontefice vive in modo diverso l’inevitabile isolamento dal mondo, la clausura dell’ultimo piano del palazzo apostolico. C’è chi soffre. E c’è chi si trova a suo agio. Di fughe dalle mura leonine, però, di fughe vere e cioè messe in campo nel segreto, nessuno ne ha mai parlato. Almeno fino all’arrivo di Karol Wojtyla (1978-2005). Fu lui a scardinare le consuetudini e concedere al suo fisico esplosivo lunghe passeggiate, sciate, nuotate rubate di nascosto al lavoro quotidiano. Prima di lui nessuno si permise un simile azzardo. E nemmeno dopo di lui: Ratzinger si è concesso qualche uscita in incognito soltanto nei mesi immediatamente successivi all’elezione. Tornò tre volte nel suo appartamento in piazza della Città Leonina per consultare delle carte, recuperare qualche libro a cui era particolarmente affezionato. Pare che il 23 maggio 2005, di mattina presto, tornando da una capatina nella sua vecchia abitazione, si sia fermato in un bar sottocasa a prendere un caffè. Ma niente più. Dopo quei primi mesi un po’ convulsi, le uscite dal Vaticano Benedetto XVI le ha fatte vestito di bianco, ovvero in forma ufficiale.
Ciò non significa che Ratzinger rimanga sempre chiuso nel suo appartamento a studiare e a leggere. Le sue giornate sono ritmiche, metodiche. E lo studio e il lavoro sono intervallati da delle pause. D’inverno nel primo pomeriggio, d’estate prima di cena, Benedetto XVI scende dalla terza loggia per recuperare un’abitudine che prima di lui Wojtyla e Montini avevano abbandonato: la passeggiata nei giardini. Una macchina lo aspetta nel cortile di Sisto V e lo accompagna, al suo fianco c’è sempre don Georg, nel polmone verde dietro la basilica vaticana. La gendarmeria lo segue da lontano, controllando con discrezione. Prima del suo arrivo la grotta di Lourdes viene preparata. Ovvero, viene aperto il cancelletto davanti alla grotta e viene posizionato un piccolo inginocchiatoio innanzi al primo altare. Le candele vengono accese. Qui il Papa, tutti i giorni, prega cinque minuti in silenzio. Poi la passeggiata procede, solitamente con la recita del rosario. E con un’altra sosta alla cappella della Madonna della Guardia, il recesso più omboroso dei giardini, una cappella donata dai cittadini di Genova quando al soglio di Pietro salì un genovese: Benedetto XV, al secolo Giacomo Della Chiesa (1914-1922). Per il resto niente: Ratzinger ritempra corpo e spirito ascoltando musica classica, suonando Mozart al piano e leggendo i suoi autori preferiti.
Fu Wojtyla a rompere le consuetudini. E a inaugurare le fughe fuori dal Vaticano. Non lo faceva perché dentro le mura soffriva di solitudine. Questa era sconosciuta al suo animo. Lo disse il 2 novembre 1993 in un’intervista concessa sulla Stampa a Jas Gawronski. Gli chiese Gawronski: “Nel suo diario inedito Paolo VI parla dell’‘estrema solitudine del Pontefice’, che finisce per prendere da solo tutte le decisioni più importanti, lei, Santo Padre, non dà proprio l’impressione di soffrire di solitudine, ma mi permetta di chiederle: le capita mai di sentirsi solo?”. “Veramente no, ma forse ho un altro temperamento, e poi ho sempre accanto a me delle persone vicine, amiche” rispose Wojtyla mentre nella registrazione audio si sentono le posate della tavola rumoreggiare. Giovanni Paolo II alla solitudine dei suoi predecessori rispondeva con cene e pranzi rumorosi, con tanti commensali, buon cibo e ottimo vino.
Wojtyla sorprese tutti venti anni fa, sei anni dopo l’elezione. Un giorno uscì a sorpresa dal Vaticano e andò a sciare sull’Adamello. Fu la prima volta che uscì per una gita. Complice della “fuga” fu l’allora presidente Sandro Pertini. Scrisse nel 2004 Orazio Petrosillo, allora vaticanista del Messaggero: “Pertini sì autoinvitò per amicizia e il Papa fu lieto di invitarlo ufficialmente. E così tutti lo seppero e ai media vennero date alcune fotografie del Papa in tenuta da sciatore, mentre scendeva sulla neve con ampie curve e nel dopo-sci in sorridente relax accanto a Pertini. Famosa la sua frase: ‘Santità, Lei volteggia come una rondine’. Il Papa colpì l’immaginario collettivo. Qualcuno vi ravvide una punta di disinvoltura. La maggioranza dei commenti fu positiva. Era il 16-17 luglio 1984”.
Cosa accadde esattamente? Racconta Luigi Accattoli: “Il Papa aveva una voglia matta di andare a sciare. Ma i suoi collaboratori fino a quel momento lo avevano scoraggiato. Mai un Papa aveva osato tanto. E poi c’era la questione sicurezza: come consentirgli un’adeguata protezione?
Fu così che il cardinale Agostino Casaroli, uno dei più grandi diplomatici vaticani, allora segretario di stato, chiamò il presidente Pertini e gli chiese se se la sentiva di accompagnare il Papa. Venne approntato l’aereo presidenziale. Fu così che Wojtyla vestito da sciatore e Pertini vennero immortalati seduti su due sdraio fuori da un rifugio. L’uscita in montagna permise al Papa di rompere un altro tabù: negli anni successivi andò in vacanza d’estate in montagna e non più come tutti i suoi predecessori solo e soltanto a Castel Gandolfo”.
Da quel giorno le uscite di Wojtyla sono senza sosta. Numeri ufficiali non ce ne sono ma incrociando quanto dichiararono più volte don Stanislao Dziwisz, segretario particolare di Giovanni Paolo II, e Joaquín Navarro-Valls, portavoce vaticano, si arriva almeno a cinquanta in tutto. Le mete preferite sono il Terminillo e l’Adamello. Dice ancora Accattoli: “Lo schema era questo: Wojtyla veniva fatto salire su un’auto. Una macchina della gendarmeria lo precedeva e una lo seguiva. Wojtyla era vestito di nero, come un semplice prete. Nessuno così lo riconosceva, nemmeno le guardie del portone vaticano. Una volta andò a Campo Imperatore. Mentre stava prendendo la seggiovia un bambino lo riconobbe e urlò: ‘Il Papa! Il Papa!’. Don Stanislao fu pronto. E gli disse: ‘Ma che dici!’ Il bambino s’intimidì e non parlò più”.
Geno Pampaloni dedicò alla prima uscita del 1984 un educato commento dal titolo: “La scappatella”. Da quel momento le scappatelle papali entrarono di diritto nei rotocalchi. Altre scappatelle si verificarono successivamente. Alcune vere, altre leggendarie. Tra queste – mai confermate ma nemmeno mai smentite – ci sono le passeggiate di Wojtyla nelle notti romane vestito da semplice prete: per vedere la città, per vedere la gente, per osservare, per ascoltare, per non perdere il contatto col popolo. Tra quelle vere c’è una cena memorabile avvenuta dai legionari di Cristo per l’ordinazione episcopale di don Stanislao. Wojtyla entrò, inatteso, in sala da pranzo. Tutti si voltarono e lo guardarono in silenzio. E lui disse: “Tranquilli, sono solo un amico di don Stanislao”.
Come reagì la curia romana a queste uscite? Non bene. Soprattutto la vecchia guardia storse il naso. Una volta della cosa parlò apertamente il cardinale Giuseppe Siri che, nel conclave che elesse Wojtyla, fu il secondo più votato. Disse: “Giovanni Paolo II ha risvegliato il senso religioso nel mondo. E non è cosa da poco. Adesso però basta. C’è la curia, c’è il governo, e per governare occorre stare a tavolino”. E poi: “E’ andato a sciare al Terminillo e sul monte Adamello. Io non mi sono arrabbiato perché ho detto: ‘I Papi che verranno capiranno che è una cosa che non si deve fare’”.
Prima di Wojtyla, dunque, nessuna scappatella. Altri tempi, anni più austeri, protocolli più rigidi. Anche se, a modo suo, quanto a scappatelle Giovanni XXIII (1958-1963) fu un precursore del Papa polacco. Racconta il decano dei vaticanisti, Benny Lai: “Giovanni XXIII non è mai stato malinconico, come molti hanno voluto descriverlo. Non ha mai avuto una particolare nostalgia per le sue terre. Forse i primi mesi di pontificato. Ma poi più niente. Era il primo Papa dopo tanto tempo che veniva da lontano, da fuori la curia romana. Era stato a Venezia, nunzio in mezza Europa. Per lui il Vaticano, i giardini, le stanze, erano una novità. Si vedeva che per lui lo stato del Vaticano era un posto in un certo senso mitologico, da scoprire. E così, innamorato di questo nuovo spazio in cui abitare e ‘scorazzare’, ruppe diversi protocolli. O meglio, diverse consuetudini. E iniziò a uscire e a visitare tutti gli uffici. E’ vero: il Vaticano è così piccolo che una volta un gendarme disse a un pretino che camminava con passo svelto: ‘Guardi che se cammina così svelto esce fuori dallo stato’. Ma è anche vero che fino a Papa Giovanni i Pontefici non uscivano senza preavviso dai propri appartamenti. Non fuggivano dal rigido protocollo riservato loro. Invece Giovanni XXIII passò diverse ore delle sue giornate ad andare in giro ‘a zonzo’, mi si passi il termine, a visitare tutto quello che riusciva. Diceva: ‘Mi hanno detto che ci sono 11 mila stanze nei sacri palazzi, ci vorrà un po’ di tempo per imparare a percorrere tutte le strade’. Andò a visitare l’Osservatore Romano e noi vaticanisti – allora la sala stampa era in via del Pellegrino, dentro le mura, dov’è la sede del quotidiano vaticano, ndr – ci chiusero a chiave dentro la sala stampa per non permetterci di avvicinare il Papa. Ci arrampicammo sulle finestre e da dietro le grate riuscimmo comunque a salutarlo. Nel novembre del ’58 il Papa fece anche una capatina all’annona, il magazzino dei generi alimentari. Nel mio diario ho annotato: ‘Non è andato a bere un fiasco di vino. Ma solo per conoscere uno dei tanti posti a lui sconosciuti’”.
Wojtyla non fu l’unico Papa sportivo della storia della chiesa. Altri ve ne furono. Solo che a differenza di lui praticarono gli sport preferiti dentro il Vaticano, mai fuori, ovvero sempre nei giardini o nella residenza estiva di Castel Gandolfo.
Clemente XIV Ganganelli (1769-1774) era molto capace nell’equitazione. Due volte cadde e due volte si ruppe la spalla. Adottò un’originale tenuta da cavallerizzo con pantaloni e una lunga giubba bianca, stivali con la croce e un cappello rosso a tre punte. Le sue cavalcate fecero molto rumore tanto che i governi dei paesi chiesero ai rispettivi ambasciatori in Vaticano di riferire ogni cosa di quanto stava avvenendo.
Pio XII (1939-1958), al secolo Eugenio Pacelli, prima di accedere al soglio di Pietro praticava diversi sport: canottaggio e ippica soprattutto. In Svizzera, durante un periodo di riposo, quando già era cardinale, si concesse diverse gite a cavallo. Poi divenne Papa. Non fuggì mai oltre le mura. Era controllatissimo. La sua fidata domestica, suor Pascalina Lehnert, controllava ogni suo movimento. Però a Castel Gandolfo riusciva a soddisfare almeno in parte le sue passioni: ogni giorno percorreva non meno di cinque chilometri nei giardini. A cavallo non andava più anche se c’è chi dice che nel suo appartamento custodiva un cavallo meccanico donatogli dai cattolici tedeschi. Durante il giubileo del 1950 assistette a un tempo d’una partita di pallacanestro in piazza San Pietro e dette anche il via a un Giro d’Italia.
Pio XI (1922-1939), al secolo Achille Ratti, lui sì che ebbe nostalgia delle sue terre, dei luoghi che una volta divenuto Papa non poté più visitare né vedere. Delle montagne, delle scalate, dei ghiacciai. Pio XI non tornò più sulle sue Alpi. Le sognò soltanto da lontano, da Roma. Anzitutto le vie aperte da giovane con don Luigi Grasselli e due guide valdostane: una via sul Monte Rosa, versante di Macugnaga, e un’altra sul Monte Bianco, la discesa attraverso il ghiacciaio del Dome.
Papa Giovanni Battista Montini, per tutti Paolo VI (1963-1978), era totalmente assorbito dal governo della curia romana per concedersi delle scappatelle fuori porta. Come Ratzinger, seppure per motivi diversi, non amava le uscite: Ratzinger ama lo studio e la sedentarietà che ne comporta. Montini era invece uomo di governo e l’impegno che ciò richiedeva non gli permetteva altre distrazioni. Però, seppure non uscì mai in incognito dalle sacre mura, qualcosa la fece pure lui. Si fece costruire un camminamento sul tetto del palazzo apostolico. Un camminamento ancora oggi esistente e frequentato da tutti i suoi successori. Grazie a questa novità Montini passeggiava ogni tanto indisturbato a pochi metri dall’ufficio. E dall’alto, magari, guardava fuori, la città, Roma. E pensava alla sua solitudine, la solitudine di un uomo di governo.
In tempi più remoti vi furono dei Pontefici che si concessero la soddisfazione dei propri hobbies lontano dal Vaticano. Ma lo fecero alla luce del sole, senza fughe o scappatelle. Tre Pontefici che presero il nome di Leone amavano la caccia. Leone X de’ Medici (1513-1521) andava spesso in zona Magliana. Qui cacciava il cinghiale. E, non a caso, scomunicò Lutero dicendo che non era altro che “un cinghiale che invade la vigna del Signore”. Leone XII (1823-1829), al secolo Annibale Della Genga, fece acquistare la tenuta della Cecchignola. Qui fece qualche battuta di caccia. Qundi ancora un Leone, Gioacchino Pecci, ovvero Leone XIII (1878-1903). Dal 1870 i Papi erano prigionieri dei giardini vaticani. Fu qui che coltivò la sua passione per la campagna seppure non potesse cacciare, come amava.
Diversi Pontefici amarono il lago. Il periodo di residenza estiva a Castel Gandolfo era in questo senso una manna dal cielo. Alessandro VII Chigi (1655-1667) usciva spesso per delle gite sul lago di Albano. Si racconta che una volta gli organizzarono una battaglia navale, una sorta di replica casereccia delle naumachie degli imperatori romani. Gregorio XVI, invece, viene avvistato più volte a pescare in riva al lago. A Castel Gandolfo non mancò chi si fece portare uno svago particolare: il biliardo. Era Pio VII Chiaramonti (1800-1823) che giocava appassionatamente. Come lui anche Pio IX (1846-1878), ovvero Mastai Ferretti.
Pubblicato sul Foglio sabato 19 giugno 2010
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Filoni “promosso” ma non subito
19 giugno 2010 -
Tra il 29 giugno e il 1 luglio ne vedremo delle belle. Arriveranno le tanto attese nomine in Vaticano, con cambi al vertice importanti.
Nel frattempo godiamoci i giornali che si divertono ad anticipare il tutto.
Qualcuno, oltre ad anticipare, torna anche indietro. E’ il caso del Corriere della Sera (in questi giorni si sta muovendo molto come voce ufficiale della Santa Sede) che oggi in questo articolo ben scritto ci comunica sostanzialmente una cosa: che quanto aveva detto due giorni fa sul sostituto Fernando Filoni e su un suo imminente spostamento a Propaganda Fide non è ancora del tutto confermato. Tutto sembra rimandato anche perché “Oltretevere invitano alla cautela”.
Quanto a Filoni io avevo detto qui che un’eventuale suo spostamento era in sostanza un “promoveatur ut amoveatur”. Per il Corriere invece lo spostamento è una promozione perché il Papa “vuole una personalità di peso per completare la riforma interna”.
Riassumendo per il Corriere questi sono i fatti: Filoni andrà a Propaganda ma non subito. E il suo spostamento è una promozione vera, non finta.
Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 19 giugno 2010
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Controffensiva del vescovo Mixa contro il complotto episcopale tedesco
18 giugno 2010 -
“Il capo dei vescovi bavaresi, l’arcivescovo Reinhard Marx, e il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Robert Zollitsch, hanno fatto forti pressioni sul Papa perché io mi dimettessi”. I due vescovi non si sono comportati “in modo fraterno con me”. Le loro pressioni “sono state come un purgatorio”. Per questo motivo “sto valutando attentamente l’idea di fare ricorso in Vaticano”. “A luglio vedrò il Papa e gliene parlerò”.
Sono le dichiarazioni esplosive rilasciate ieri dall’ex vescovo di Augusta, Walter Mixa, al quotidiano Die Welt. Il vescovo tedesco accusa i suoi due confratelli di aver ordito un “complotto” ai suoi danni. Tutto è avvenuto un mese fa: Mixa si dovette dimettere dopo che i giornali riportavano diverse accuse a suo carico. All’epoca in cui era parroco a Schrobenhausen dal ’75 al ’96, avrebbe abusato sessualmente di minori e avrebbe anche assestato loro qualche schiaffo. Non solo: è stato scritto che Mixa avrebbe sottratto i fondi destinati all’istituto per l’accoglienza dei bambini per comprarsi stampe antiche, bottiglie di vino e un solarium per un totale di 35 mila euro attuali.
Oggi le accuse contro Mixa sono state riconosciute infondate. E così Mixa, che finora è rimasto in silenzio, è passato al contrattacco. E ha detto che a soffiare benzina sul fuoco delle accuse a suo carico sono stati i suoi due confratelli. La vicenda evidenzia ciò che da tempo è noto: c’è una profonda spaccatura all’interno dell’episcopato tedesco. Mixa è non da oggi attaccato per un motivo: per le sue posizioni giudicate troppo “conservatrici” da coloro che hanno una linea opposta alla sua.
La linea che Mixa rappresenta è senz’altro diversa da quella portata avanti da Zollitsch e Marx. Zollitsch è stato voluto alla guida dei vescovi tedeschi dal cardinale Karl Lehmann, vescovo di Magonza. La conduzione da parte di Lehmann della Conferenza episcopale è stata giudicata da più parti d’impianto progressista. Un impianto non condiviso da tutti se è vero che circa tre settimane fa a Würzburg si è svolto un summit segreto convocato da un vescovo benedettino, Gregor Maria Hanke, di Eichstätt. Questi, assieme a Franz-Peter Tebartz-van Elst (Limburg), Franz-Josef Overbeck (Essen), Karl-Heinz Wiesemann (Spira) e Stephan Ackermann (Treviri), ha discusso della situazione della chiesa concordando sulla necessità di lavorare per proporre un candidato credibile per il dopo-Zollitsch.
Ieri a Mixa ha replicato il portavoce della diocesi di Monaco, Bernhard Keller. Le sue dichiarazioni mostrano come tra i vescovi si sia oramai giunti a una sorta di battaglia all’ultimo colpo. Secondo Keller le dimissioni di Mixa sono avvenute in modo legittimo. A suo dire i vescovi bavaresi hanno voluto soltanto aiutare Mixa a risolvere alcuni suoi problemi personali. Problemi confermati dal fatto che Mixa, dopo le dimissioni, si è intrattenuto per un mese in un ospedale psichiatrico. Dice Keller: “Gli auguriamo una pronta guarigione. Il suo soggiorno in una clinica psichiatrica è stato un primo importante passo”.
Perché Mixa è uscito soltanto ora allo scoperto contro Zollitsch e Marx? Senz’altro perché solo negli ultimi giorni le accuse contro di lui si sono dimostrate infondate. Poi ci sono anche le ultime notizie riguardanti Zollitsch che lo hanno probabilmente incoraggiato a dire la sua senza paura. Due settimane fa, infatti, anche Zollitsch, colui che più di altri si è battuto per stanare ogni presunto “insabbiatore” di casi di pedofilia, è caduto nel tritacarne mediatico: è stato indagato con l’accusa di complicità indiretta in violenze contro bambini.
Il “dossier Mixa” è tuttora aperto in Vaticano. La Süddeutschen Zeitung ha scritto, alcuni giorni fa, che il vescovo è stato a Roma ed è stato ricevuto dal cardinale Giovanni Battista Re. A questi Mixa ha consegnato una lettera di tre pagine nella quale respinge tutte le accuse a suo carico. E, come scrisse il Foglio pochi giorni dopo le dimissioni, una lettera analoga è stata fatta avere da Mixa al Papa. Anche il Pontefice ha espresso il desiderio di vederci più chiaro nella vicenda. E, infatti, ieri, il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha confermato che “Benedetto XVI riceverà nelle prossime settimane l’ex vescovo tedesco” ma “non è prevedibile che venga rimessa in discussione l’accettazione delle sue dimissioni”.
Il “caso Mixa” è seguito con molta attenzione anche in Austria dove più di un anno fa avvenne un fatto per certi versi analogo. Il vescovo ausiliare di Linz, Gerhard Wagner, fu costretto a dimettersi poche settimane dopo la nomina perché ritenuto dai media e da parte dei suoi confratelli “troppo conservatore”. L’agenzia di stampa austriaca Kath.net ha dedicato a Mixa un lungo reportage dove scrive che Mixa è stato vittima di “intrighi interni alla chiesa”. Anche Wagner fu vittima di intrighi intra ecclesiali. Colpi bassi che, di questi tempi, si fanno sempre più frequenti.
Pubblicato sul Foglio giovedì 17 giugno 2010
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Così il vescovo di Cordoba dice “rotundamente” no all’islamizzazione
17 giugno 2010 -
“La chiesa cattolica in Europa deve essere più sveglia e vigile. L’islam avanza e i vescovi mi sembrano impreparati. Anch’io nella città di Cordoba cerco di resistere per come posso. Di porre una resistenza, un argine, ma non è facile. Spesso ripenso alla domanda che Benedetto XVI fece ai vescovi spagnoli (io ero appena divenuto vescovo di Tarragona) quando nel 2005 ci ricevette in Vaticano durante un’udienza ad limina: ‘Cosa intendete fare coi musulmani?’ Nessuno sapeva rispondere. Io dissi: ‘Non sappiamo’. E ancora oggi purtroppo molti vescovi dicono: ‘Non sappiamo’. L’islam sta avanzando in Europa. Spesso i musulmani hanno l’appoggio dei nostri governi laici. Sfruttano canali d’immigrazione verso l’Europa che i nostri governi tracciano per loro. Arrivano, fanno figli, si radicano. E noi? Noi non sappiamo come comportarci. Capita che accettiamo molte delle loro richieste. Alcune di queste sono legittime, altre, ad esempio pregare nelle nostre cattedrali come vogliono fare nella nostra Santa Maria di Cordoba, no. Spesso offriamo spazi di dialogo che hanno poco senso. O meglio, che sono senza buon senso. In una parola: cediamo. E questo non è giusto”.
Demetrio Fernández González è vescovo di Cordoba dallo scorso febbraio. Il suo mandato in Andalusia è stato oggetto delle attenzioni dei media di tutto il mondo. Molto fanno discutere in questi giorni le sue prese di posizione nei confronti dell’islam. In particolare il “no” che ha ripetuto ai musulmani che chiedono di pregare nella cattedrale della città, la mezquita.
Tra i governi favorevoli ai musulmani c’è quello di Luis Zapatero. Dice Fernández: “Zapatero ha un progetto preciso con l’islam. E questo progetto purtroppo riguarda Cordoba. Intende fare della città il centro di quella alleanza delle civiltà alla quale chiede che tutte le religioni si pieghino. Assieme alla Turchia sta portando avanti questo progetto senza rendersi conto di cosa significa per i turchi, per i musulmani, Cordoba. Il loro sogno è riprendersi la città. Occupare la cattedrale. Innervare tutta l’Europa della loro presenza. Zapatero vorrebbe che la chiesa cattolica si adegui a questo suo progetto. Ma alla sua alleanza noi non possiamo aderire. Perché la sua idea è quella di un’alleanza senza Dio. Un’alleanza in cui Dio è totalmente estromesso. Un’alleanza dove la nostra identità deve fare soltanto una cosa: scomparire. Due mesi fa Zapatero ha lanciato a Cordoba il primo grande raduno di questa alleanza. Inizialmente, il premier spagnolo pensava che il Vaticano aderisse. E in effetti dalla Santa Sede all’inizio non sono arrivati messaggi chiarissimi. Poi però ci siamo consultati, ci siamo parlati e anche il Vaticano ha capito di cosa si trattava e non ha mandato nessuno. A Zapatero sono bastate le parole dell’arcivescovo di Madrid, il cardinale Antonio María Rouco Varela, che alla domanda se la chiesa avesse intenzione di partecipare al summit ha risposto: ‘Rotundamente no’. ‘Assolutamente no’”.
Perché non vuole concedere ai musulmani di pregare in cattedrale? “Perché è un ricatto non giustificato. I musulmani chiedono di poter pregare dicendo che per quattro secoli questa cattedrale era loro e dicendo che lo splendore architettonico della cattedrale lo si deve a loro, ai loro interventi. Io contesto tutte e due queste argomentazioni. Prima che fosse una moschea la nostra cattedrale era un luogo di culto cristiano. Era la basilica di san Vicente. I musulmani la occuparono e la ampliarono. Ci misero i soldi. Tanti soldi. Ma gli architetti li presero da Damasco. Erano tutti cristiani. L’architettura non ha nulla di islamico. Semmai ha notevoli influenze cristiane. E’ un equivoco culturale affermare che la mezquita è un esempio di architettura islamica. Di musulmano non ha nulla, se non i soldi che l’islam ci ha messo. Oggi i musulmani e molte persone che fanno parte dell’intellighenzia laica del paese dicono alla chiesa cattolica: ‘Fate pregare i musulmani nella cattedrale quale segno di apertura e di amicizia’. Io dico loro che non è possibile concedere questo ‘uso compartido’ e per questo motivo mi accusano d’essere integralista. Invece sono cattolico e difendo il diritto dei cattolici di rimanere nella loro cattedrale. Se oggi concedo ai musulmani di pregare una volta al mese, l’anno prossimo vorranno pregare una volta la settimana. Poi consacreranno il luogo di culto e non permetteranno più a nessuno di entrare”.
Come deve impostare la chiesa il dialogo con l’islam? “Deve tornare al sinodo speciale del 1985 quando Papa Wojtyla spiegò la giusta interpretazione del dialogo interreligioso sancito nel Concilio. Dopo il Concilio vi furono troppe aperture maldestre. I musulmani devono essere accolti ma nel giusto modo”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 16 giugno 2010
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Diavolo d’un Sette
17 giugno 2010 -
Dell’esorcista don Gabriele Amorth e delle sue parole durissime dedicate al Vaticano e alla presenza di Satana nei sacri palazzi ne avevo parlato qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, e infine qui.
Fa piacere che oggi anche Sette si sia accorto di don Amorth e ne abbia deciso di parlare con una bella intervista qui.
Pubblicato sui palazzoapostolico.it sabato 19 giugno 2010
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