Arriva a Roma Marc Ouellet, l’uomo che farà i vescovi (e non solo quello)
30 giugno 2010 -
Già nelle ore precedenti il conclave del 2005 il vaticanista statunitense John Allen inserisce il cardinale francocanadese Marc Ouellet tra i papabili. Allen motiva così la sua candidatura: “Le persone che lavorano con lui lo descrivono come una persona affabile, umile e flessibile, e non un uomo così prigioniero del proprio sistema intellettuale da renderlo incapace di ascoltare gli altri. Inoltre parla correntemente inglese, francese, italiano e tedesco”. In quelle ore anche un altro vaticanista di prestigio, Sandro Magister, parla di lui: insieme all’italiano Angelo Scola e al francese Philippe Barbarin, dice Magister, Ouellet è tra i più promettenti allievi-modello di Hans Urs von Balthasar, il gigante della teologia del secondo Novecento. Oggi, con Benedetto XVI saldamente al governo, ogni discorso sui papabili risulta aleatorio e prematuro. Eppure c’è un dato oggettivo che va rilevato: l’imminente annuncio di Ouellet quale nuovo prefetto della Congregazione dei vescovi, al posto del cardinale Giovanni Battista Re, resta un’indicazione importante offerta direttamente dal Papa alla chiesa che verrà.
Ouellet, 66 anni, è un religioso sulpiziano originario di La Motte, piccolo centro nei pressi della città canadese francofona di Amos. A differenza del cardinale Re che si era formato principalmente all’interno della curia romana – per undici anni ricoprì uno dei più alti compiti ai quali può aspirare un diplomatico vaticano, sostituto della segreteria di stato – la formazione di Ouellet è più variegata: vescovo in Quebéc, primate del Canada, è stato per poco più di un anno segretario del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. Perché il Papa l’ha scelto? Ci sono dei motivi tecnici: il segretario di stato Tarcisio Bertone voleva un non italiano e Benedetto XVI l’ha assecondato. Ma il Papa si è indirizzato su Ouellet soltanto in un secondo momento, dopo che la candidatura del cardinale autraliano George Pell, arcivescovo di Sydney, è decaduta per colpa del montare delle proteste di un’associazione di vittime della pedofilia irlandese, che ha contestato al cardinale la gestione di vecchi casi di abusi. Il primo caso di una nomina mancata per le proteste preventive mosse dalle vittime della pedofilia.
Ouellet è un allievo di Von Balthasar, e la cosa non è da sottovalutare: “Von Balthasar mi ha introdotto alla figura unica di Cristo, chiave della realtà totale”, disse il porporato nel 2004 ospite del Meeting di Cl a Rimini. Membro della rivista Communio, della quale il teologo svizzero fu uno dei fondatori assieme a Joseph Ratzinger, Henri de Lubac e Jean-Luc Marion, è tra i rappresentanti del collegio cardinalizio più vicini, intellettualmente e teologicamente parlando, all’attuale Pontefice. Di questo, infatti, Benedetto XVI sembra avere bisogno: di un prefetto che sappia interpretare, nel delicatissimo compito che è quello di scegliere i vescovi, il suo pensiero e le sue aspettative.
Sostituire Re non è impresa facile. Re conosce i meccanismi e la burocrazia della curia romana come pochi. Formatosi alla scuola diplomatica della Pontificia accademia ecclesiastica, vanta un legame coi nunzi sparsi nel mondo difficilmente superabile. Questo legame è stata la sua forza ma anche, per alcuni, una sua debolezza: alcune delle nomine di Re hanno subìto il peso dei nunzi e delle diverse conferenze episcopali del mondo. Re ha avuto una parabola singolare: inzialmente legatissimo a Giovanni Paolo II e al cardinale Camillo Ruini in alternativa all’asse diplomatico rappresentato in Vaticano da Agostino Casaroli prima, Achille Silvestrini poi, negli ultimi anni ha tendezialmente portato all’episcopato uomini che di quell’asse sono discepoli.
Benedetto XVI già nel 2008 volle mettere al centro dell’attenzione delle gerarchie Ouellet. Nel sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio dell’autunno del 2008, lo nominò relatore generale. Fu un segnale preciso. Il Papa indicava il nome di un vescovo di frontiera, capace di resistere ancorato alla dottrina nonostante tutt’intorno avanzasse una secolarizzazione galoppante: il Québec, un tempo una delle regioni più cattoliche del Nordamerica, è oggi terra di missione da scoprire e conquistare. Ouellet in quei giorni non si tirò indietro. Condusse i lavori del Sinodo e fece parlare di sé per un intervento “ratzingeriano” scritto per la rivista Vita e Pensiero. Disse: “E’ giunta l’ora di frenare il fondamentalismo laicista imposto per mezzo dei fondi pubblici e ritrovare un equilibrio migliore fra tradizione e innovazione creatrice al servizio del bene comune. Si deve imparare di nuovo il rispetto della religione che ha forgiato l’identità della popolazione e il rispetto di tutte le religioni, senza cedere alla pressione degli integralisti laici che reclamano l’esclusione della religione dallo spazio pubblico”.
Benedetto XVI nel 2009 ha subìto diverse critiche. Molte di queste sono giunte anche da dentro la chiesa, soprattutto a motivo della revoca della scomunica concessa al vescovo lefebvriano e negazionista sulla Shoah Richard Williamson. In quelle ore, fu il cardinal Ouellet a spendersi più di altri in difesa del Papa. Criticò gli uomini di chiesa. Disse: “A tutti i livelli della leadership della chiesa non è stata raggiunta l’unità con Pietro”.
C’è una volontà che pare evidente dietro la nomina di Ouellet: il Papa vuole accanto a sé una persona della sua linea, un amico della cui fedeltà non debba dubitare. Secondo molti osservatori la nomina assomiglia molto a quella di Antonio Cañizares Llovera alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Altre nomine di tal fattura sono attese negli ultimi due tasselli che presto resteranno scoperti nel puzzle della curia romana disegnata da Ratzinger: il prefetto del clero e il prefetto dei religiosi.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 30 giugno 2010
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Vito Mancuso vs. Benedetto XVI
30 giugno 2010 -
Vito Mancuso quest’oggi su Repubblica in prima pagina se la prende col Papa che sui preti pedofili difende Sodano. L’episodio a cui si riferisce Mancuso è questo: “La resa di Schönborn“.
La conclusione del pezzo di Mancuso recita così: “Da tempo immemorabile la bilancia è il simbolo della giustizia. Su un piatto della bilancia ci sono le vittime di migliaia di bambini, ragazzi e giovani irrimediabilmente derubate da uomini di chiesa. Sull’altro, che cosa mette la chiesa? Oggi è costretta a mettere i nomi dei colpevoli, e tantissimi soldi. Ma si ferma qui e non basta. Essa infatti deve aggiungere se stessa, la struttura di potere che l’ha fatta precipitare in questo abisso. Solo a questa condizione i due piatti possono tornare in equilibrio e generare la vera giustizia, quella che Gesù diceva di cecare sopra ogni altra cosa”.
Non ho tempo per entrare nel merito di tutte le considerazioni di Mancuso – tanto ci sarebbe da dire circa la necessità dell’esercizio del potere nella chiesa -. Qui mi limito a dire che l’impianto di Mancuso non mi convince perché a monte di tutto presuppone che la chiesa sia un enclave di pedofili.
Non è così.
Tra l’altro ci sono anche tantissimi preti ingiustamente accusati: a loro chi renderà giustizia?
Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 30 giugno 2010
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Dopo lo schiaffo di Bruxelles, ora arriva un calcio dall’America
29 giugno 2010 -
In Vaticano si respira aria d’accerchiamento. In Europa e negli Stati Uniti i più forti poteri secolari – magistratura e classe politica – vogliono portare la chiesa sul banco degli imputati accusandola di aver coperto innumerevoli peccati carnali commessi da preti su minori. I vertici della Santa Sede subiscono ogni giorno nuovi oltraggi e non sanno che fare se non dirsi “sgomenti”.
Prima lo sventramento da parte della polizia belga della tomba del cardinale Suenens, alla vana e grottesca ricerca di un dossier compromettente sulla pedofilia. Ieri un altro pesante macigno sulle spalle forti ma parecchio provate del Papa e dei suoi collaboratori: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di non esprimersi sul ricorso presentato dal Vaticano nel caso dell’Oregon “Anonimo contro Santa Sede”.
La Santa Sede è accusata di aver coperto gli abusi sessuali commessi su minori dal prete irlandese Andrew Ronan (deceduto nel 1982) trasferendolo mezzo secolo fa in diverse città americane. Bocciato il ricorso vaticano. Risultato: la chiesa di Roma può essere considerata civilmente responsabile delle azioni dei preti pedofili. La decisione sconfessa la strategia tenuta fino a oggi: differenziare le responsabilità in loco delle diocesi da quelle della Santa Sede.
La vecchia guardia in Vaticano osserva senza commentare le uscite di diversi cardinali che predicano la necessità della “trasparenza totale” rispetto alle accuse di pedofilia. Il medesimo riserbo lo mantengono verso gli attacchi che la chiesa subisce in più parti del mondo. Uno dei cardinali più decisi sulla linea della “totale trasparenza” è l’arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn, che la settimana scorsa tenne una conferenza stampa nella quale esponeva le procedure adottate per agire nei confronti di preti pedofili: Schönborn “abnabelung von Rom”, Schönborn taglia il cordone ombelicale con Roma, scriveva lo “Standard” lodando il porporato.
Ieri Schönborn è stato ricevuto dal Papa che gli ha tirato le orecchie per l’attacco nei confronti dell’entourage wojtyliano in merito ai casi di pedofilia: Schönborn accusò Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizo, di aver protetto Hans Hermann Gröer, il precedente capo della diocesi viennese dimessosi per il sospetto di pedofilia. Il Papa ha spiegato al suo antico allievo che soltanto il Pontefice può trattare le accuse contro un cardinale. Sodano aveva ripetutamente sollecitato il suo intervento. Le due parti si sono accordate per un’udienza alla quale è seguito un comunicato dove il richiamo del Papa è stato messo nero su bianco. Difficile a questo punto che la lettera di biasimo che il Papa ha inviato in merito a Schönborn venga pubblicata.
Dopo la convocazione di Schönborn in Vaticano, il pronunciamento della Corte degli Usa e le vicende del Belgio, le voci oltre il Tevere si fanno diverse. Critico con la linea della “totale trasparenza” è il reggente della Penitenzieria, monsignor Gianfranco Girotti, che parlando col Foglio si chiede: “Di questo passo arriveranno a sventrare anche i confessionali? Fin dove vogliono arrivare? La chiesa ha da sempre delle sue modalità di trattare il peccato. Nessuno vuole coprire chi si macchia del delitto della pedofilia ma quello che è successo due giorni fa in Belgio è assurdo. Va contro ogni legislazione e soprattutto offende la chiesa e la sua storia. La Penitenzieria è in piedi dal XII secolo. E’ il dicastero più antico della Santa Sede. Verranno da noi a insegnarci come trattare e come sanare i peccati più gravi?”.
Luigi Negri è vescovo di San Marino. Dice: “Chi oggi attacca la chiesa ha uno scopo preciso: toglierle il diritto di educare. Nella mia diocesi, da quando i media enfatizzano la pedofilia nel clero, i bambini non vengono più portati negli oratori. A San Marino non abbiamo avuto mai nessuna accusa di pedofilia contro i ministri di Dio. Eppure tutti hanno paura”. Negri non vuole parlare direttamente di Schönborn, ma insieme rileva: “Sono stupito dell’approssimazione e della genericità di una certa chiamata alla trasparenza nella chiesa. Anche il magistero del Papa viene spesso ridotto al pensiero del mondo. Quando si comincia ad agire secondo la logica del mondo si finisce per essere servi di questa logica. E al mondo, alle ideologie del mondo, non basta mai nulla. Vogliono sempre di più. La chiesa deve reagire e combattere il totalitarismo laicista”.
Pubblicato sul Foglio martedì 29 giugno 2010
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I doppioni del Vaticano
29 giugno 2010 -
Ieri il Papa, durante la celebrazione dei primi vespri della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo nella basilica di San Paolo fuori le mura, ha annunciato la creazione di un “nuovo organismo, nella forma di pontificio consiglio, con il compito precipuo di promuovere una rinnovata evangelizzazione nei paesi dove è già risuonato il primo annuncio della fede e sono presenti chiese di antica fondazione, ma che stanno vivendo una progressiva secolarizzazione della società e una sorta di ‘eclissi del senso di Dio’, che costituiscono una sfida a trovare mezzi adeguati per riproporre la perenne verità del vangelo di Cristo”.
L’annuncio della creazione, come anche il nome del presidente a cui verrà affidato questo nuovo organismo – monsignor Rino Fisichella, oggi rettore della Lateranense -, verrà fatto con ogni probabilità domani, mercoledì 30 giugno. Insieme dovrebbe essere annunciato il nome del nuovo rettore della Pul, il salesiano Enrico dal Covolo.
Fin qui le cose certe. Ciò che ancora non si sa è come questo nuovo organismo metterà in pratica il compito affidatogli dal Papa. Per molti, infatti, le sue competenze rischiano di cozzare con quelle del pontificio consiglio della cultura, guidato da monsignor Gianfranco Ravasi. Leggi qui i compiti del dicastero guidato da Ravasi oggi.
Quando venne eletto, Papa Ratzinger sembrava promettere un generale accorpamento di diversi dicasteri le cui competenze sono simili: la Famiglia e i Laici, Iustitia et Pax e i Migranti. Niente di tutto questo è avvenuto. E anche il nuovo dicastero affidato a Fisichella sembra dire che la direzione presa è un’altra.
Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 29 giugno 2010
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La resa di Schönborn
28 giugno 2010 -
Era una vicenda da risolvere. Non poteva restare impunito l’attacco del cardinale Christoph Schönborn al cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, per come anni fa gestì il “caso Gröer”.
E, infatti, impunito non è restato. Probabilmente Schönborn non renderà nota la lettera (si dice di biasimo) che il Papa gli ha scritto sulla vicenda.
Ma questo comunicato vale più di mille parole: “Comunicato della sala stampa: Incontro del Santo Padre con il cardinale Christoph Schönborn“.
Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 28 giugno 2010
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La propaganda fidei di Wojtyla. Crisi curiale, gossip e iconoclastia: ma ci vuol altro per un Papa Magno
28 giugno 2010 -
Prima le accuse di copertura dei peccati carnali del clero mosse contro gran parte dell’establishment della curia romana sotto il pontificato precedente a quello di Benedetto XVI. Poi un importante cardinale italiano, amico fedelissimo della casa pontificia di Giovanni Paolo II, indagato per corruzione dalla magistratura italiana: Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, tra i più capaci factotum del pontificato wojtyliano, dal 2001 al 2006 “Papa rosso” e cioè prefetto di Propaganda fide. Sono dei flashback tra il chiaro e l’oscuro che, da diverse settimane, arrivano a condizionare il giudizio su un protagonista indiscusso della fine del Novecento: Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, il cardinale polacco che sale al soglio di Pietro una sera di ottobre del 1978 dopo lo choc della fine repentina (33 giorni appena) del primo Giovanni Paolo, l’italiano Albino Luciani. Wojtyla, l’uomo che il popolo vuole “santo subito” il giorno delle esequie in piazza San Pietro (8 aprile 2005). Alla cerimonia partecipa un parterre mai visto prima di capi di stato e re e autorità religiose mondiali. L’attuale decano del collegio cardinalizio, il cardinale Angelo Sodano, definisce Giovanni Paolo, nelle ore successive alla sua morte, “Papa Magno”. Sul sagrato di San Pietro Ratzinger, il decano di allora e futuro Papa, accenna alla presenza celeste dell’anima del Papa defunto, mentre il vento scompiglia le cotte porpora dei cardinali e le pagine del Vangelo posto sulla bara. Ora, più o meno tra le righe, incomincia un esercizio dissacratorio: è l’intero quarto di secolo in cui quel gigante è stato al timone della chiesa che viene rivisitato da fuori, ma anche da dentro le sacre mura, con un ritratto pieno di ombre.
Dall’elezione di Luciani all’apparizione sulla loggia centrale della basilica vaticana di un Papa inatteso che sorride a Roma e dice in un italiano stentato “se sbaglio mi corrigerete”, c’è il lasso di tempo di un respiro. Wojtyla cerca da subito la comprensione del popolo e in particolare l’affetto di Roma. Dirà don Stanislaw Dziwisz, suo segretario particolare: “Un attimo prima che i cerimonieri aprissero le ante della loggia della benedizione, la sera del 16 ottobre 1978, Wojtyla chiede: ‘Come mi accoglieranno i romani, cosa diranno di un Papa venuto da un paese lontano?’”. Inizialmente non dicono nulla, i romani. Si guardano increduli cercando di decifrare quel cognome tanto strano. Ma poi, già alle prime balbettate parole, piovono applausi. E sorrisi: è un feeling da subito indissolubile quello tra Wojtyla e Roma, tra il Papa e l’Italia. Dopo quasi mezzo millennio – dal tempo cioè di Adriano VI (1522-1523) – il collegio dei cardinali torna a scegliere come vescovo di Roma un ecclesiastico straniero. Per la prima volta a divenire Pontefice romano è uno slavo. “Da un paese lontano” scrive Gian Maria Vian sull’Osservatore Romano il 16 ottobre del 2008, “furono le parole che Wojtyla disse subito alla città che amava sin dal tempo dei suoi studi e a quel mondo che presto avrebbe cominciato a percorrere da Papa”. E ancora: “Con la passione di un mistico immerso nel suo tempo e il vigore di un’età relativamente giovane (e alla quale i conclavi non erano più abituati dal 1846, quando venne eletto il cinquantaquattrenne Giovanni Maria Mastai Ferretti).
Si iniziava così un pontificato che sarebbe stato il più lungo dopo quello di Pio IX. Lungo e soprattutto di rilevanza storicamente incisiva nelle vicende dell’ultimo scorcio del Novecento, sino a entrare nei primi anni del nuovo secolo. Secondo una visione della storia che Giovanni Paolo II lasciò trasparire sin dalla sua prima enciclica, dove era disegnato il cammino del cattolicesimo avviato a compiere il secondo Millennio”. C’è un tratto di Giovanni Paolo II che più d’altri dà fastidio, disturba: il suo essere anti moderno. “L’ultimo Papa anti moderno” scrive poche ore dopo la sua morte Sandro Magister. Un Papa che propone la fede come antidoto allo spirito dei tempi. Un Pontefice non conforme alle mode del momento e per questo osteggiato. La fede, per lui, è una spada da piantare nel cuore del mondo. Nessun arretramento. Nessun senso d’inferiorità. Fino all’ultimo. Fino al Giubileo del 2000 e alla croce della malattia, i due momenti più alti della sua epopea. Festa e dolore vissuti alla luce della fede, in pubblico, davanti a tutti. Certo, non tutti nella chiesa apprezzano. Anche Ratzinger, che con Wojtyla ha piena sintonia di vedute e di linea e che su nessun terreno gli è stato avversario, alla vigilia del Giubileo confida ai giornalisti di essere “un po’ tra quelle persone che hanno difficoltà a trovarsi in una struttura celebrativa permanente”. Poi, alla presentazione di un fascicolo dedicato all’anno giubilare, l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede cita un giudizio di Giovanni Papini sul Giubileo del 1950, il quale si lamenta che “moltissimi, troppi, ne discorrono (del Giubileo) come se dovesse essere una fruttuosa stagione turistica”.
Wojtyla fa parlare di sé fin dall’inizio. Il 22 ottobre 1978 San Pietro è addobbata a festa per l’inizio del Pontificato. Dice il Papa: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa ‘cosa è dentro l’uomo’. Solo lui lo sa!”. Dopo tre secoli di liberalismo, illuminismo, comunismo e capitalismo, Wojtyla si convince che occorre non solo resistere ma anche contrattaccare. Chiamare alla battaglia cristiani forti e pugnaci. Le parole del Papa e i primi gesti del pontificato scuotono i fedeli. Racconta George Weigel, biografo di Wojtyla: “Nel 1978 abitavo a Seattle. La notizia dell’elezione di Wojtyla arrivò all’ora di pranzo. Come tanti altri non sapevo nulla di lui, e non immaginavo che di lì a poco avrebbe cambiato il mondo (oltre che la mia vita). Dal 2 al 10 giugno 1979 Wojtyla visitò la Polonia: i ‘nove giorni di Giovanni Paolo II’, li chiamo nel capitolo conclusivo della biografia ‘The end and the beginning’ che uscirà in settembre. Furono quei giorni che mi convinsero che quest’uomo aveva la capacità di plasmare la storia”.
Wojtyla viene eletto principalmente dai cardinali dei paesi benestanti: tedeschi, olandesi, nordamericani. L’idea è una: conficcare nel cuore dell’impero sovietico un puntello capace di scardinarne il sistema. Ma forse molti dei cardinali che l’hanno eletto sottovalutano l’altra caratteristica di Wojtyla: il suo essere antimoderno rispetto all’occidente, alla sua mancanza di fede, al suo modo di vivere dimentico di Dio. Massimo Camisasca negli anni di Wojtyla è portavoce di Cl in Vaticano. Ricorda la novità dirompente di quelle ore.
Dice: “Per valutare esattamente la svolta che il pontificato di Giovanni Paolo II ha impresso alla vita della chiesa occorre riandare alla fine degli anni Settanta, profondamente segnati dalla confusione: nella teologia, nell’educazione dei sacerdoti, nella liturgia, nella concezione che gli uomini di chiesa avevano del sacramento ecclesiale. In pochi mesi ci si è trovati catapultati in un altro clima. All’incertezza, al dubbio sono succeduti la chiarezza e il coraggio. Attraverso eventi straordinari Giovanni Paolo II ridà a una moltitudine di uomini la fierezza della fede o anche semplicemente la fierezza della loro umanità. La straordinarietà dei viaggi, la planetarietà degli interventi sottraggono inevitabilmente energie alla guida ordinaria della chiesa. Alcuni problemi sono rimasti aperti: la ricerca di uomini più validi per l’episcopato, la riforma dei seminari, un più efficace inserimento delle forze vive dei movimenti e delle nuove comunità nella realtà delle diocesi. Ma molto è rimasto: il frutto del pontificato destinato a incidere di più nel futuro della chiesa è, a mio parere, il catechismo della chiesa cattolica, opera di Joseph Ratzinger che però non sarebbe stata possibile senza l’influsso e l’appoggio di Giovanni Paolo II”.
Wojtyla fa capire da subito chi sono i suoi nemici. Il comunismo è tra questi. Lo combatte e lo vince. Ma non se ne prende il merito. Dice: “Il comunismo è caduto da solo, in conseguenza dei suoi errori e abusi”. Spiega Vittorio Messori: “Wojtyla era convinto che il comunismo fosse caduto principalmente per implosione. Insieme, era consapevole che l’annuncio della fede sarebbe stato una necessità per la chiesa anche dopo il comunismo. Per questo viaggiò in tutto il mondo. I suoi viaggi avevano un coté escatologico. Citava il Vangelo dove si legge che Cristo tornerà quando la sua parola sarà annunciata a tutti i popoli. E lui questo si mise a fare: annunciare il Vangelo”. Molto annuncio e poco governo, dicono alcuni. Racconta Messori: “Wojtyla fa una scelta. L’annuncio e non il governo. La missione e, per il resto, l’‘intendance suivra’. Intervistai una volta il cardinale Giuseppe Siri, che fino all’ultimo sarebbe potuto diventare Papa al posto di Wojtyla. Lui sarebbe stato un Papa attento all’amministrazione. Ma i cardinali non lo scelsero”.
Benny Lai, decano dei vaticanisti, conosce bene la curia wojtyliana. E sa che il governo della macchina in realtà c’era. Soltanto non lo gestiva il Papa. Lasciava fare ad altri. Non per disprezzo del governo, ma per scelta di vita. Dice: “Uomini santi insieme a manager che sanno come raggiungere gli obiettivi che si propongono. Questa è la curia di Giovanni Paolo II. Da qui partono anche oggi i giudizi negativi su di lui. Ma chi critica si dimentica che la chiesa non vive di solo spirito. La linfa è fatta anche di soldi. La macchina non sta in piedi solo col cielo.
Servono anche la terra, le donazioni dei fedeli, le collette, l’obolo di San Pietro, l’8 per mille. Wojtyla lo sapeva e non si faceva impressionare. Accettava le donazioni e le ributtava nelle missioni. Solidarnosc è cresciuto grazie ai soldi che Giovanni Paolo II ha girato al sindacato da benefattori polacchi americani. Wojtyla fece da tramite. Wojtyla non voleva governare. Ma non disprezzava l’arte del governo. Sapeva benissimo che la chiesa senza soldi, strutture, apparati, non si regge. Stimava molto Sepe. La stima che aveva per lui era simile a quella che ebbe tempo prima per Paul Casimir Marcinkus. Li vedeva come due amministratori capaci di risolvere i problemi. E li lasciava fare. Forse intuiva che avrebbero potuto anche commettere errori. Ma non se ne preoccupava. Non si scandalizzava e li lasciava lavorare. Non aveva un approccio moralista ai soldi, alla ricchezza”.
Chi ha governato la curia romana al posto di Wojtyla? Risponde Benny Lai: “Quattro persone: Agostino Casaroli, Angelo Sodano, Stanislaw Dziwisz e Wanda Poltawska. Wanda era l’amica prediletta del Papa. I consigli più intimi li chiedeva a lei. Dziwisz era il suo compagno di lavoro fedele. Sodano e Casaroli amministrarono la macchina romana in modo diverso. Casaroli in continuità con la linea dell’appartamento. Sodano fu una sorta di contro altare a Dziwisz e Wanda. Ma comunque amministrarono”.
Per Wojtyla ciò che conta è l’annuncio. E l’annuncio è sempre pubblico. E dunque ha delle conseguenze che non piacciono a tutti: il gigantismo giubilare, l’ipertrofia celebrativa, la moltiplicazione dei santi e dei beati. Tra questi tanti Papi canonizzati. Prima di Giovanni Paolo II, dall’anno 1000 in su, di Papi santi ce n’erano stati solo quattro: Gregorio VII, Celestino V, Pio V, il Papa della battaglia di Lepanto, e Pio X, canonizzato nel 1951. Ma con Giovanni Paolo II si aprono le dighe. Ha fatto beati Giovanni XXIII e Pio IX. Ha definito servi di Dio Pio XII, Paolo VI e Giovanni Paolo I. Degli ultimi nove Papi hanno già l’aureola o l’avranno presto in sei. E oggi? Non tutto è definito. Il processo di Giovanni Paolo II procede. Ma dopo il “santo subito” richiesto in piazza dalla folla adorante il giorno dei funerali, ci sono resistenze. Non tutti dentro la curia romana apprezzano la dispensa concessa da Benedetto XVI dei cinque anni di attesa dopo la morte per aprire l’iter di beatificazione. Il cardinale Sodano, ad esempio, non ha voluto testimoniare al processo limitandosi a spedire una lettera (resa nota qualche settimana fa dal Giornale) nella quale citava tra l’altro l’opinione di quanti avrebbero desiderato aspettare essendo ancora in corso i processi di Pio XII e Paolo VI.
Wojtyla fa discutere, oggi. Ma parecchio fece discutere quando, nel pieno del pontificato, attaccò un’ideologia propria dell’era moderna: quella della “sanità riproduttiva”. “Tutti sanno che include il libero aborto”, disse Giovanni Paolo II. Un concetto espresso davanti ai potenti e anche ai responsabili dei programmi anti natalisti dell’Onu. Memorabile l’udienza del 2 giugno 1994, quella che Giovanni Paolo II concede a Bill Clinton, allora presidente degli Stati Uniti. Le cronache parlano di un incontro burrascoso: “Sorrisi col Papa, ma sull’aborto nessun dialogo”, titola il 3 giugno il Corriere della Sera. Le idee del Papa in merito alla “sanità riproduttiva” squarciano, sempre nel 1994, il velo d’omertà che avvolge la Conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo. Wojtyla vede nella Conferenza la volontà di aprire alla liberalizzazione della contraccezione forzata e dell’aborto a fini demografici. E ribadisce le sue convinzioni. Dice che la Conferenza si basa su una “concezione della sessualità totalmente individualista”. Le leggi sull’aborto, per Wojtyla, altro non sono che un “programmato cimitero dei non nati”. Chiede: “Può esistere un’istanza umana, un Parlamento, che abbia il diritto di legalizzare l’uccisione di un essere umano innocente e indifeso?”. La risposta è “assolutamente no”, e viene sviscerata nel 1995 nell’enciclica “Evangelium vitae”. Scrive il Papa: “Quando una legge civile legittima l’aborto o l’eutanasia, cessa, per ciò stesso, di essere una vera legge civile, cioè moralmente obbligante”.
Qui sta uno dei nemici che Giovanni Paolo II vuole combattere. Un nemico che ha i suoi affiliati anche nella chiesa. A contestare, da subito, l’“Evangelium vitae” è un plotone di cardinali, vescovi, religiosi, teologi, fedeli. Pensavano d’essersi liberati per sempre dello spettro tanto odiato dell’“Humanae Vitae” di Paolo VI. E, invece, ecco Wojtyla. In “Conversazioni notturne a Gerusalemme” (Mondadori), è il cardinale Carlo Maria Martini a spiegare questa continuità tra Montini e Wojtyla. Dice: “Dopo Paolo VI venne però Giovanni Paolo II che seguì la via di una rigorosa applicazione dei divieti dell’enciclica. Non voleva che su questo punto sorgessero dubbi. Pare che avesse perfino pensato a una dichiarazione che godesse il privilegio dell’infallibilità papale”. Giovanni Paolo II va sempre controcorrente. Il suo avvento è una ventata di fresca energia, un “colpo d’ala” dirà più avanti il cardinale Camillo Ruini. Le chiese locali nel mondo reagiscono al suo arrivo in modo differente. Ci sono le chiese che lo osteggiano. E ci sono quelle che lo seguono anima e corpo. L’Italia, nonostante varie resistenze esterne, è tra queste ultime. Grazie, principalmente, a Ruini. Nell’idea di Wojtyla la chiesa italiana deve fare da modello anzitutto alle chiese europee. Ruini fa proprio questo progetto.
Tutto inizia al convegno ecclesiale di Loreto del 1985? In realtà molto prima. A rivelarlo è stato poco più di un mese fa proprio Ruini con un intervento svolto alla Libera Università Maria Assunta di Roma e significativamente intitolato: “L’inatteso pontificato di Giovanni Paolo II”. Dice Ruini: “Wojtyla si è occupato più intensamente della chiesa italiana” soprattutto “negli anni precedenti il convegno di Loreto”. “Man mano che aumentava la sua conoscenza della situazione dell’Italia e della chiesa italiana, il Pontefice poteva scoprire la presenza di un convincimento diffuso: la convinzione, cioè, che il processo di secolarizzazione fosse irreversibile e che l’unica strategia pastorale, e anche culturale e politica, che avesse speranza di ottenere risultati non effimeri fosse quella di non contrastare tale processo, bensì di accompagnarlo e, per così dire, di evangelizzarlo, evitando che esso degenerasse in un secolarismo ostile alla fede cristiana”. Giovanni Paolo II pensava “che il grande compito della chiesa oggi fosse l’evangelizzazione intesa in senso forte e pieno”. Ruini, ai tempi di Loreto, era ausiliare di Reggio Emilia. Ebbe il merito di comprendere più di altri cosa voleva il Papa dalla chiesa italiana. Per questo si fece molti nemici. Affiliati di una chiesa di retroguardia che oggi, a pontificato wojtyliano concluso, provano ad alzare la testa per guadagnare quello spazio che non hanno mai avuto.
La chiesa in Italia modello delle chiese del mondo, a cominciare da quelle europee. Questo vuole Wojtyla. Una chiesa scomoda, soprattutto rispetto ai governi, anche i più democratici. Anche in materia di pace e guerra Wojtyla si muove in modo alternativo. Se è vero che contesta fino all’ultimo, nel 1990-1991 la guerra del Golfo contro l’Iraq, per la Bosnia fa l’opposto. Reclama che l’occidente intervenga a “disarmare l’aggressore”. Durante l’interminabile conflitto tra Israele e i palestinesi chiede che nell’assetto di pace sia riconosciuto uno statuto internazionale per Gerusalemme e i luoghi santi. Dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 dà un tacito assenso al contrattacco in Afghanistan, mentre contesta la guerra angloamericana in Iraq. Anche se, poi, chiama “costruttori di pace” i soldati occidentali rimasti ad aiutare la nascita della democrazia in quel paese. Scrive Magister: “Giovanni Paolo II negò sempre d’essere pacifista per principio. E lo dimostrò con i fatti. Di volta in volta giudicava se una guerra fosse ‘giusta’ o no. Anche qui in linea con l’idea che appartiene alla chiesa la sapienza di ‘educare’ al retto uso della libertà e quindi alla pace”. Giovanni Paolo II, un Papa contro corrente in ogni direzione. Un Papa che oggi subisce il destino di ogni predecessore: santificazione & dissacrazione. Un Papa che le manovre curiali e anticuriali mettono sullo sfondo della crisi istituzionale della chiesa di Roma. Un Papa la cui immensa immagine popolare attira la furia degli iconoclasti. Il Papa del calcio d’avvio al terzo Millennio, che alcuni vorrebbero dare in pasto ai pettegoli. Ma ci vuol altro che un migliaio di metri quadrati ambiguamente gestiti nel centro di Roma per disperdere una eredità tanto ricca.
Leggi “La propaganda fidei di Wojtyla” anche qui.
Pubblicato sul Foglio venerdì 25 giugno 2010
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Botte in Belgio ma un gol in Vietnam
26 giugno 2010 -
Mentre in Belgio la chiesa cattolica oggi guidata dal conservatore André-Mutien Léonard subisce affronti che denotano quanto la linea della trasparenza totale rispetto alla pedofilia nel clero più volte evocata dai collaboratori del Papa sia altamente problematica, la segreteria di stato vaticana riesce a fare un gol in Vietnam.
Per la prima volta, infatti, il Papa nomina un rappresentante non-residente della Santa Sede nel paese.
La notizia non è di poco conto. I rapporti tra Vaticano e regime vietnamita sono da tempo tesi perché la libertà religiosa nel paese è un valore sempre disatteso.
Fu nel 2008 che al sinodo dei vescovi parteciparono due presuli del Vietnam: Joseph Vo Duc Minh di Nha Fu nrang, e Joseph Nguyên Chi Linh di Thanh Hóa. Fu quest’ultimo a definire la chiesa del Vietnam “una delle chiese più provate da persecuzioni sanguinose e ininterrotte”.
In Vietnam la Santa Sede non ha diritto di scegliere i nuovi vescovi. Solitamente Roma deve presentare ogni volta tre candidati, tra i quali le autorità vietnamite escludono quelli ad esse sgraditi.
Un rappresentante non residente del Vaticano difficilmente potrà cambiare la situazione ma la sua nomina resta per la Santa Sede un ottimo risultato. Il Vaticano spera sia la prima buona notizia di una lunga serie.
Leggi qui il comunicato di questa mattina della segreteria di stato vaticana.
Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 26 giugno 2010
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Ma a me Dan Brown piace
24 giugno 2010 -
Non manca molto tempo alla riapertura per gli studiosi della biblioteca apostolica vaticana prevista per il 20 settembre. La struttura era stata chiusa per degli importanti lavori di ristrutturazione.
Di questi lavori parla oggi sull’Osservatore Romano (la data del giornale è quella di domani) monsignor Cesare Pasini, prefetto della biblioteca. Pasini parla in particolare del nuovo sofisticato sistema wifi grazie al quale i volumi della biblioteca saranno controllati a distanza: gli studiosi ammessi alle sale di consultazione saranno infatti dotati di una tessera elettronica che traccerà ogni loro movimento e una banda magnetica garantirà lo stesso trattamento a ogni libro, consentendo così di verificare momento per momento se quella persona è autorizzata a essere in quel posto e a spostare quello specifico libro da una sala all’altra.
L’intervista dell’Osservatore è firmata da Marco Filotei, il quale mette su carta una lunga prefazione dove attacca Dan Brown.
Cosa c’entra Dan Brown con i nuovi sistemi di sicurezza della biblioteca? Niente. Ma l’articolista dell’Osservatore ne approfitta per attaccarlo perché – dice – da oggi in poi quelli come lui, quelli che inventano storie nelle quali “eroi senza macchia” entrano nella biblioteca per rubare il “Galileo celato” dovranno “inventarsi qualcosa di più raffinato” se vogliono “anche solo sfiorare l’argomento”.
Su questo attacco l’Osservatore ci fa pure il titolo: “Dan Brown s’inventi qualcos’altro”.
Ho letto Dan Brown. E ho scoperto il segreto del suo successo: i suoi thriller sono pieni di suspance. La suspance è la vera protagonista delle sue storie. Una suspance pazzesca, talmente pazzesca che attira milioni di lettori. I suoi scritti sono cinematografici. Si leggono d’un fiato. E, una volta finiti, lasciano senza parole: c’è solo il desiderio di tornare in libreria appena esce il thriller successivo.
Certo, Dan Brown si fa beffe in modo grossolano di tante verità che la chiesa custodisce con amore e cura da anni. E la cosa fa male alla chiesa principalmente per un motivo: perché vende. Se non vendesse non ci sarebbe tanta attenzione nei suoi confronti.
Contro le falsità storiche di Dan Brown l’Opus Dei ha messo in campo una controffensiva preziosa che condivido nei modi e nei toni. Andava fatta, per amore della verità.
Invece non condivido il livore messo in campo oggi dall’Osservatore Romano. Non condivido quella frase: i libri di Dan Brown “non varrebbe la pena di ritrovarli tra qualche secolo in una qualsiasi biblioteca”. Credo, invece, che la tecnica tramite la quale Dan Brow cattura lettori andrebbe studiata. Come credo che se lo si ritiene un nemico pericoloso andrebbe ignorato e non continuamente gratuitamente menzionato.
Leggi qui l’Osservatore Romano: “Dan Brown s’inventi qualcos’altro”.
Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 24 giugno 2010
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Il cardinale George attacca le suore, hanno appoggiato Obama sull’aborto
24 giugno 2010 -
Dalla riforma al (quasi) scisma. Leggi qui.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 23 giugno 2010
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