L’agenda dei controriformisti (III parte). Alle prese con la zona grigia. Perché sui temi bioetici c’è più sintonia con anglicani e ortodossi che con i progressisti

Uno dei fronti sui quali la chiesa deve continuamente ripetersi, ridire e ribadire i concetti in cui crede, è senza ombra di dubbio la bioetica: aborto, scelte di fine vita, la nuova eugenetica, ingegneria genetica, trapianti, obiezione di coscienza, procreazione medicalmente assistita e sperimentazione sull’uomo sono i punti sui quali gli uomini di questa chiesa devono in continuazione ritornare. Del resto è qui, su questi temi, che il rapporto tra chiesa e modernità diviene di continuo conflittuale.

Tra le fila progressiste, presenti anche nella chiesa, c’è chi chiede mediazione, riflessione, nuove aperture. E la parte di chiesa che resiste deve ogni volta tornare indietro, spiegare le proprie ragioni, difendersi dalle spinte di coloro che la vorrebbero accondiscendente col mondo. Al fondo la divisione è sempre la medesima: da una parte ci sono coloro che sostengono la non piena disponibilità e programmabilità della vita: la chiesa dei princìpi “non negoziabili” di ratzingeriana genesi. Dall’altra chi pensa che la vita possa non essere indisponibile: c’è sempre un momento in cui fare un passo indietro e mediare.

Si tratta di due correnti di pensiero contrapposte: chi ritiene che esistono dei princìpi che non si possono tradire e chi pensa che tutto in fondo abbia dei margini di modificabilità.

Il cardinale Carlo Caffara nel febbraio 2006 spiegò durante una conferenza all’Istituto “Veritatis splendor” perché, a suo parare, su certi princìpi la chiesa non può modificare nulla. Lo spiegò distinguendo tra princìpi e regole. Disse: “Quando oggi si parla di etica e quindi anche di bioetica si pensa subito a regole da osservare, per cui si ritiene che tutti i problemi di etica e quindi di bioetica siano problemi del genere: quali regole devono essere fissate? Chi ha l’autorità per farlo? E così via”. In realtà le regole sono una cosa, mentre “ la considerazione etica è molto più profonda”. Che cosa è? Di che cosa di discute quando si discute di etica-bioetica? “La risposta oggi più comunemente accettata nella società occidentale e nelle dottrine che la plasmano culturalmente è la seguente: nessuna persona umana è dotata di un tale valore da escludere assolutamente e incondizionatamente la sua utilizzazione. La risposta che la chiesa dà è invece la seguente: ogni persona umana, dal momento del suo concepimento alla sua fine naturale, è dotata di un tale valore da escludere assolutamente e incondizionatamente che essa possa essere esclusivamente considerata e trattata come un mezzo: essere utilizzata. E pertanto esistono dei rapporti con la persona umana, dei comportamenti nei suoi confronti che sono sempre ed ovunque ingiusti. Ieri, oggi e sempre; nella cultura occidentale ed orientale: ovunque”.

Ma perché la chiesa pensa così e un certo mondo, con loro anche qualche vescovo, pensa diversamente? O meglio, cosa intende la chiesa quando dice che la vita è indisponibile? A cosa si áncora il suo pensiero?

Padre Giorgio Carbone, domenicano, docente di bioetica e teologia morale presso la facoltà di Teologia di Bologna, dice: “Che la vita fisica sia un bene indisponibile è un principio laico e non confessionale. Può essere illustrato ricorrendo a due considerazioni. Prima: il mio esistere è indisponibile, perché è la condizione per poter compiere atti e gesti di libertà. Perciò se disponessi del mio esistere privandomi di esso, mi precluderei qualsiasi esercizio futuro della libertà. Secondo: io, pur godendo dell’esistenza, sperimento di non esser venuto all’esistenza di mia iniziativa, ma piuttosto sperimento che l’ho ricevuta senza un mio intervento e che mi potrebbe essere tolta in qualsiasi istante, sebbene la volontà mia o altrui si opponga. In altri termini io non sono la causa efficiente del mio esserci, perché se lo fossi dovrei essere prima ancora di esistere. Perciò devo ammettere di dipendere nell’essere e che il mio esistere è un bene che supera la mia capacità di realizzazione. Ora mentre posso disporre di quei beni che rientrano nelle mie capacità, cioè di quei beni alla cui esistenza io concorro come causa efficiente (come ad esempio la proprietà di oggetti o le prestazioni professionali), non posso eticamente disporre di quei beni che eccedono le mie capacità. Ed è proprio questo il caso del mio esserci. È vero che di fatto posso suicidarmi, cioè disporre della mia esistenza. Ma che ciò sia fisicamente possibile non significa che sia eticamente sostenibile, che sia corrispondente alla dignità umana. Anzi, se disponessi del mio esserci mediante il suicidio, andrei al di là di quelle che sono le mie competenze e cadrei nella più tragica delle contraddizioni perché eserciterei la mia libertà a danno di me stesso”.

Cosa significhi, nella pratica, che la vita è indisponibile Benedetto XVI l’ha spiegato quando per la prima volta ha introdotto nel suo magistero il termine “princìpi non negoziabili”. Era il 30 marzo del 2006. Il Papa riceveva in udienza i parlamentari del Partito Popolare Europeo. In Italia mancavano soltanto nove giorni alle elezioni che avrebbero portato Romano Prodi alla presidenza del Consiglio. Se e quanto il discorso del Papa venne influenzato dall’arrivo della tornata elettorale che avrebbe poi portato al governo anche uomini politici ostili alla visione della chiesa sulla bioetica è difficile dirlo. Fatto sta che le parole del Papa, in Italia, vennero lette come un richiamo contro una parte politica. Ratzinger disse che l’interesse principale degli interventi nell’“arena pubblica” della chiesa cattolica “è la tutela e la promozione della dignità della persona” che “richiama consapevolmente una particolare attenzione su princìpi che non sono negoziabili”. Quali? Tutela della vita, riconoscimento della struttura naturale della famiglia, tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli. Certo, non si tratta di verità di fede, ma sono princìpi “iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità”.

Può sembrare paradossale ma è la realtà delle cose. Oggi queste parole del Papa trovano una certa ostilità là dove il cattolicesimo si fa molle e debole, mentre raggiungono pieno consenso in certi settori del mondo protestante e ortodosso. Non è un mistero che molti di quegli anglicani che stanno approfittando de Motu proprio Anglicanorum coetibus decidano di rientrare nella chiesa cattolica proprio per il suo ancoraggio a certi valori. Insieme, è cosa nota che il feeling tra gli ortodossi e Ratzinger si fonda su un’alleanza particolare, quella che vede la cristianità come l’ultimo baluardo in Europa capace di contrapporre certi valori alla secolarizzazione e al relativismo. In proposito molti nella chiesa si domandano: sarebbero capaci certi vescovi di dire le cose che il dicembre scorso scrisse il numero due del patriarcato di Mosca, Hilarion Alfeyev, a un libro che raccoglie i testi di Ratzinger dedicati all’Europa? Il testo di Hillarion ha fatto scuola. Fu uno segnale importante di una unità intellettuale di fatto oggi acclarata (e confermata giusto settimana scorsa da una “due giorni” di Hilarion a Roma nella quale egli ha stupito tutti dicendo: “Un incontro tra il Papa e il Patriarca russo ortodosso penso sia ora possibile. Il mio auspicio e’ che questo incontro non si svolga tra un qualsiasi patriarca e un qualsiasi pontefice ma tra Kirill I e Papa Benedetto XVI”. Insomma, che Rma e Mosca viaggiano oramai quasi all’unisono è un datto evidente. Come è evidente che non è soltanto merito del fatto che un Papa tedesco è per forza di cosa maggiormente “tollerato” di un Papa polacco, come era Wojtyla, dai russi. E’ anche una questione di sensibilità sui temi morali, sui valori, sui principi, su ciò che il cristianesimo e la sua tradizione rappresenta per la cultura europea. Scrive Hilarion nella prefazione al libro di Ratzinger: “Vi sono tante posizioni articolate nelle dottrina sociale della chiesa ortodossa russa che potrebbero non corrispondere agli standard del secolarismo. La chiesa considera l’aborto ‘un peccato grave’, uguale all’omicidio, e dichiara che ‘dal momento del concepimento qualunque intervento contro la vita del futuro essere umano è criminale’. La chiesa respinge anche, come ‘contro natura e moralmente inammissibile, la cosiddetta maternità surrogata, insieme a ogni forma d’inseminazione extracorporea. La donazione umana è ritenuta una ‘sfida inequivocabile alla natura stessa dell’essere umano e all’immagine di Dio in essa impressa, di cui fanno parte integrante la libertà e l’unicità della persona’. La terapia fetale è considerata ‘assolutamente inammissibile’. L’eutanasia è condannata quale ‘forma di omicidio o di suicidio’. Cambiare sesso è considerato una ‘ribellione contro il Creatore’ che la chiesa non ammette: se si presentasse per ricevere il battesimo qualcuno di sesso diverso da quello originario, egli sarebbe battezzato secondo il ‘sesso al quale appartiene al momento della nascita’”. Infine ecco l’esplicita richiesta di alleanza con le altre confessioni cristiane. Chiede Hilarion: “Stiamo noi costruendo un’Europa completamente atea e secolarista, dove Dio è espulso dalla società e la religione spinta nel ghetto del privato, oppure la nuova Europa sarà vera casa delle religioni diverse, diventando così autenticamente inclusiva e pluralista? Credo sia questa la domanda che le chiese in Europa e le comunità religiose devono fare, una domanda alla quale i politici hanno il dovere di rispondere”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 26 maggio 2010


LASCIA UN COMMENTO... SEGNALA...
  1. Leodavinci ha scritto il 27 maggio 2010 alle 2:17 am:

    La zona grigia è una trouvaille del dialogo Martini/Marino.
    Sulla decadenza morale e culturale che ignora le leggi e parla relativisticamente di regole, vedi su http://www.effedieffe.com l’articolo di Blondet intitolato “abusi di potere”.