Rock around the Pope. Prima i Beatles, poi Springsteen, M. Jackson, gli U2 e Guccini. L’imprevedibile compilation vaticana dello “Sdoganatore Romano”

Non è colpa soltanto del fatto che essendo l’Osservatore Romano un giornale di idee e che predilige il dibattito delle idee – così lo vuole il direttore Gian Maria Vian in scia ad auspici espressi tempo addietro da uno che di giornalismo ci capiva parecchio, ovvero Papa Paolo VI, figlio di Giorgio Montini, direttore del Cittadino di Brescia – la musica pop ha sul giornale vaticano un posto di rilievo. E’ anche colpa, se di colpa si può parlare, dei cronisti che Vian ha in redazione se ogni tanto il quotidiano del Pontefice che ama Mozart, Bach, Beethoven, Palestrina, Berlioz, Händel e Liszt, sdogana, critica, boccia e riabilita ora questo ora quel cantante della musica contemporanea.

C’è Marcello Filotei, giornalista e insieme compositore, che vanta una conoscenza musicale variegata tanto che in via del Pellegrino dov’è la sede del giornale lo chiamano “il maestro”. Filotei, tra l’altro, è un raffinato conoscitore di musica elettronica, il sogno futurista di anticipare i rumori. Ci sono il segretario di redazione Gaetano Vallini e il capo del servizio internazionale Giuseppe Fiorentino che sono appassionati di musica pop-rock. C’è il vicedirettore Carlo Di Cicco che pur prediligendo la classica ama il rock ma anche Fabrizio De André. Poi, certo, ci sono gusti più sobri come quelli dell’assistente alla direzione Marilia D’Addio che predilige la lirica. E, infine, quelli decisamente più eclettici come sono le passioni musicali di Vian il quale, come disse lui stesso in un’intervista rilasciata più di un anno fa, spazia “dal gregoriano a Peppino Di Capri, da Frank Sinatra ai Blues Brothers, polifonia e oratori barocchi compresi”.

Cos’è la musica? Quell’arte normale che coglie verità attraverso la bellezza, disse Benedetto XVI il 10 agosto del 2008 incontrando il clero a Bressanone. E l’Osservatore, quest’arte, la scandaglia in lungo e in largo incurante di quei mugugni che inevitabilmente riecheggiano tra le mura della curia romana quando sotto un pezzo che rende noto un discorso del Papa ce n’è un altro che informa del valore musicale di una stella del rock.

L’infatuazione principale dell’Osservatore è per i Beatles. Lo si è capito da più indizi. Nel novembre 2008 il quotidiano vaticano dedica un pezzo a John Lennon, di fatto assolvendolo per quella frase pronunciata quarant’anni prima: “I Beatles sono più famosi di Gesù Cristo”. E successivamente, lo scorso 10 aprile, in occasione del quarantennale dello scioglimento della band, sono Vallini e Fiorentino a tornare sul tema rilevando il “fiuto” epocale della band inglese. L’Osservatore ripercorre “i sette anni che sconvolsero la musica” mettendo in pagina un notevole repechage. Perché i fab four non hanno pari. “Le loro bellissime melodie hanno cambiato per sempre la musica leggera e continuano a regalare emozioni”. Dopo di loro, “musicalmente, nulla è più stato come prima”. E ancora: “E’ vero, hanno assunto sostanze stupefacenti; travolti dal successo hanno vissuto anni scapestrati e disinibiti; in un eccesso di spacconeria hanno detto persino di essere più famosi di Gesù; non sono stati il migliore esempio per i giovani del tempo, ma neppure il peggiore”. E poi “ascoltando le loro canzoni tutto questo appare lontano e insignificante. A quarant’anni dal turbolento scioglimento restano come gioielli preziosi le loro bellissime melodie che hanno cambiato per sempre la musica leggera e continuano a regalare emozioni”. E poi il finale agiografico: “Attraverso la loro musica quei quattro ragazzi di Liverpool, splendidi e imperfetti, sono stati capaci di leggere e di esprimere i segni di un’epoca che a tratti hanno persino indirizzato, imprimendovi un marchio indelebile. Un marchio che segna lo spartiacque tra un prima e un dopo. E dopo, musicalmente, nulla è più stato come prima”.

Parole importanti. Una dichiarazione d’amore in piena regola. Che però non viene corrisposta. “Ha saputo che l’Osservatore Romano vi ha riabilitati?” chiede un giornalista della Cnn al batterista dei Beatles, Richard Starkey, in arte Ringo Starr. “I couldn’t care less”, e cioè “non me ne potrebbe fregare di meno” risponde Ringo. “Ma come?” dice il batterista. “Eravamo satanici e adesso ci perdonano? Credo che la Santa Sede abbia altre cose di cui parlare”. Ma l’Osservatore non si dà per vinto e spiega che in realtà il suo giornale non ha riabilitato nessuno. Già nel 1966 l’Osservatore dedicò un pezzo ai Beatles i quali, per primi, spiegarono che dicendo d’essere più famosi di Cristo intendevano soltanto deplorare l’atteggiamento della gente nei confronti del cristianesimo. “Non ho mai detto che i Beatles siano migliori di Dio o di Gesù”, disse Lennon.

Quanto a satana, Ringo Starr non ha tutti i torti. Già nel 2000 Joseph Ratzinger parlava della musica rock e pop, i cui raduni sono sostanzialmente “pratiche di redenzione la cui forma è apparentata a quella della droga e che sono fondamentalmente opposte alla fede cristiana nella redenzione”. “Perciò è coerente con tutto ciò – diceva Ratzinger – che ora in quest’ambito dilaghino sempre più anche culti satanici e musiche sataniche, la cui potenza pericolosa, in quanto scientemente finalizzata alla rovina e alla distruzione della persona, non è ancora presa sufficientemente sul serio”.

Oltre ai Beatles, anche Bruce Springsteen e la sua E Street Band. E’ il luglio del 2009. The Boss è a Roma per un concerto. L’Osservatore lo segue. Manda i suoi cronisti ad assistere alla performance: “Tra badlands e terra promessa in scena l’essenza del rock” è il titolo che il quotidiano decide di dedicare al pezzo. I concerti di Springsteen sono “una garanzia” che “difficilmente lascia delusi” si legge nell’articolo. Il concerto del cantante statunitense sono “tre ore di buon rock, con la grinta e la bravura di sempre”. E ancora: “La carica che riesce a trasmettere, nonostante i quasi sessant’anni, è pari alle emozioni che la musica e i testi comunicano”. E giù elogi. Ammiccamenti che sembrano lontani dalle parole che ancora il cardinale Ratzinger disse nel 1996: il rock “è espressione di passioni elementari, che nei grandi raduni di musica hanno assunto caratteri cultuali, cioè di controculto, che si oppone al culto cristiano”.

La riabilitazione più impegnativa dell’Osservatore è stata probabilmente quella di Michael Jackson. La vita sregolata e piena di eccessi dell’autore di “Thriller” non scalfisce il riconoscimento artistico che l’Osservatore vuole tributargli. “’Ma sarà morto davvero?” si chiede il quotidiano della Santa Sede lo scorso giugno. E ancora: “Ci sarebbe poco da stupirsi se tra qualche anno venisse riconosciuto in una stazione di servizio di Memphis, magari assieme all’ex suocero Elvis Presley, un altro di quei miti che, come Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix o John Lennon, non muoiono mai nell’immaginazione dei loro fan. E un mito del pop è sicuramente Michael Jackson, morto ieri all’età di cinquant’anni”. L’articolo fa il giro del mondo. E arriva sulle scrivanie dei principali attori neoconservatori americani. Tra questi il direttore di “Crisis” Deal Hudson che commenta l’articolo dicendo che oramai l’Osservatore ha intrapreso una “spirale discendente”.

Il 2009 è un anno particolare quanto al rapporto tra Osservatore e musica rock. In febbraio il quotidiano vaticano sorprende. A poche ore dall’inizio del Festival di Sanremo pubblica un “piccolo prontuario di resistenza musicale”. Si tratta di un decalogo formato da una serie di direttive e indicazioni ritenute utili per difendersi dalla valanga sonora in arrivo. A essere proposte come valida alternativa all’onda canora che “inonderà implacabile l’etere fino alla prossima estate” sono pietre miliari della storia della musica, ossia “alcuni dischi di cui non si può fare a meno per ritemprare gli esausti padiglioni auricolari dell’uomo mediatico”. Al primo posto della classifica dell’Osservatore, ovviamente, i Beatles con “Revolver” (1966), “un Cd che segnò l’inizio di una nuova epoca musicale, quella contemporanea”. Al secondo posto David Crosby con “If I could only remember my name” (1971), nato dalla collaborazione con grandi musicisti, come Joni Mitchell e Neil Young. “The dark side of the moon” dei Pink Floyd è al terzo posto del prontuario di buona musica, mentre al quarto posto c’è “Rumours” dei Fleetwood Mac (1977). Al quinto posto ecco “The nightfly” di Donald Fagen, (1982), mentre al sesto e settimo posto vengono segnalati rispettivamente “Thriller” di Michael Jackson e “Graceland” di Paul Simon. A chiudere la classifica sono gli U2 con “Achtung baby” (1991), gli Oasis con “(What’s the story) Morning glory?” (1995), e “Supernatural” di Carlos Santana (1999). In coda Bob Dylan, per la “grande vena poetica che sconfina spesso nel visionario e, dopo la conversione, nel messianico”. O forse, chissà, perché fu una delle poche star ammesse a cantare davanti a Giovanni Paolo II.

Non tutta la musica italiana per l’Osservatore merita d’essere stroncata. Lo scorso gennaio, infatti, il giornale vaticano anticipa in pagina un’intervista a Francesco Guccini che pochi giorni dopo esce sulla rivista “Vita e Pensiero”, il bimestrale dell’Università cattolica del sacro cuore. L’“agnostico” Guccini, come “in genere” si definisce lui, spazia sulle pagine del giornale del Papa dal senso religioso della vita che “può essere l’avere una morale che hai assunto fin da quando eri bambino: poi si è modificato con certe conoscenze, certi incontri e certe cose, ma grosso modo è quello”, alla Bibbia che, dice, “è un grande libro, assolutamente da leggere”. Perché? “E’ pieno di storie affascinanti, di testi poetici. Da ragazzetti si leggeva soprattutto il Cantico dei Cantici, che era così erotico. Certo, quando t’imbatti nel Levitico o in quelle interminabili genealogie di personaggi più o meno sconosciuti, l’entusiasmo tende inevitabilmente a scemare, e li salti a piè pari. Amo in particolare, naturalmente, la Genesi e l’Apocalisse, e sono convinto che ci possa essere una lettura di questi libri non necessariamente confessionale”.

Peggior fortuna ha sull’Osservatore un altro italiano: Giovanni Allevi. Questi non canta. Non suona musica rock. Semplicemente compone col piano. O così sembrava ai più prima che l’Osservatore dicesse la sua: “Giovanni Allevi non è affatto ‘strambo’ – scrive il giornale del Papa –, è costruito con una cura assoluta ed è la rappresentazione oleografica del compositore, così come se l’aspetta chi non ha molta consuetudine con le sale da concerto”. E ancora: “Il compositore marchigiano arriva e offre al pubblico quello che già conosce. E questa è la forza culturalmente pericolosa dell’operazione Allevi: convincerci che tutto quello che non capiamo non vale la pena di essere compreso. Rassicurati sul fatto che ‘non siamo noi ignoranti, sono loro che non sanno più scrivere una bella melodia’, potremo finalmente andare fieri di non avere mai ascoltato Stravinskij”.

Allevi definisce la sua musica “classica contemporanea”. E questa, a differenza del rock contemporaneo, non piace al quotidiano vaticano. Così si conclude l’articolo: “In un paese come l’Italia dove c’è chi, come Alessandro Baricco, arriva a scrivere e dirigere film per spiegare che Beethoven è sopravvalutato, è abbastanza frequente che si cada nel tranello dell’artista svagato. Certo non è colpa dell’artista in questione, ma di un sistema scolastico fatto di flauti dolci e Fra Martino campanaro che spesso non fornisce gli strumenti per distinguere Arisa da Billie Holiday, figuriamoci Puccini da Allevi”.

Dall’Italia si torna fuori i patri confini. Fino in Irlanda, a Dublino, la città degli U2. E’ Vallini a condurre un’indagine su Bono. E il risultato sorprende. E’ Bono a essere uno degli artisti più credenti, almeno a giudicare dalla quantità di riferimenti e allusione ai testi sacri presenti nei testi che scrive per gli U2. Dice l’Osservatore che i testi di Bono hanno in più di una occasione dei risvolti religiosi. Nel brano “Gloria”, presente nell’album del 1981 “October”, Bono e gli altri sembrano essere alla ricerca di Dio: “I try, I try to speak up / But only in you I’m complete”. E anche negli ultimi lavori come in “No Line On the Horizon”, la valenza liturgica della band non sembra aver perso forza. Nella “litaniante” “Magnificent” (che già nel titolo fa capire l’antifona del brano) “l’esplorazione sembra essere andata davvero troppo avanti”, mentre in “Unknown Caller” “tutto sembra essere tornato sulla retta via”.

Le pagine dell’Osservatore dedicate alla cultura sono fatte così: si trovano tante cose diverse tra loro. Le invasioni nel campo musicale non sono capite da tutti ma comunque si fanno notare. E sorprendono. Come sorprese nel luglio del 2008 una chicca: un’intervista a Dolores Hart, che in “Loving you” fu la prima attrice a baciare Elvis Presley sul grande schermo e nel ’63 diede l’addio alle scene per chiudersi in un convento di clausura. Il titolo è azzeccato: “Love me tender di un amore più grande”. E’ l’amore per Dio che porta Dolores a entrare in clausura. E’ l’amore per la musica, anche per il rock profano, che spinge l’Osservatore a scriverne.

Pubblicato sul Foglio sabato 1 maggio 2010


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