Per l’Irlanda dei visitors speciali

Come aveva anticipato nella “Lettera ai cattolici d’Irlanda“, Benedetto XVI ha istituito oggi una visita apostolica in alcune diocesi irlandesi, nei seminari e nelle congregazioni religiose.

Lo scopo della visita è chiaro: un aiuto che il Vaticano offre ai vescovi, al clero, ai religiosi e ai fedeli laici per affrontare adeguatamente la situazione determinata dalle tragiche vicende degli abusi compiuti da sacerdoti e religiosi nei riguardi dei minori e per contribuire al rinnovamento spirituale e morale desiderato e già avviato con decisione dalla chiesa in Irlanda.

La notizia principale sono i cardinali e i vescovi che il Papa ha scelto per condurre la visita: Murphy O’Connor, arcivescovo emerito di Westminster, per l’arcidiocesi di Armagh; Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston, per l’arcidiocesi di Dublino; Thomas Christopher Collins, arcivescovo di Toronto, per l’arcidiocesi di Cashel and Emly; Terrence Thomas Prendergast, arcivescovo di Ottawa, per l’arcidiocesi di Tuam. Mentre come visitatore apostolico è stato nominato Timothy Dolan, arcivescovo di New York. Dei religiosi e delle religiose, invece, si occuperanno il redentorista Joseph Tobin e il gesuita Gero McLaughlin (istituti maschili); suor Sharon Holland IHM e suor Mairin McDonagh RJM (istituti femminili).

Si tratta di nomi importanti. Tra questi spendo due parole per Dolan: prima di New York, venne mandato a Milwaukee per riparare le malefatte di Rembert George Weakland. E per O’Malley: è arrivato a Boston dopo che il cardinale Bernard Francis Law non riuscì ad arginare i casi di pedofilia nel clero della diocesi. Tra l’altro è stato lo stesso O’Malley recentemente ad aver sostanzialmente avallato le dichiarazioni di Schoenborn contro Sodano.

Leggi qui il comunicato della Santa Sede.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 31 maggio 2010


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L’inferno di Scicluna e di von Balthasar

«Chi dopo essersi portato a una professione di santità distrugge altri tramite la parola, con l’esempio sarebbe davvero meglio per lui che i suoi malfatti gli fossero causa di morte essendo secolare, piuttosto che il suo sacro ufficio lo imponesse come esempio per altri nelle sue colpe, perché tendenzialmente se fosse caduto da solo il suo tormento nell’inferno sarebbe di qualità più sopportabile».

Sono state queste parole pronunciate ieri nella basilica di San Pietro dal Promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, il maltese Charles Scicluna – è lui che guida da otto anni la task-force dell’ex Sant’Uffizio incaricata di indagare sui casi di pedofilia che coinvolgono esponenti del clero – a scatenare giustamente la stampa che oggi offre titoli di questo tipo: “Preti pedofili: per loro l’inferno più duro”.

Le parole di Scicluna sono importanti più che altro per questo motivo: nelle omelie dei preti di oggi l’inferno, il paradiso, il purgatorio sono di fatto scomparsi. E la cosa secondo molti uomini di chiesa è un grave danno per i fedeli. Perché se non si crede più nella dannazione eterna come anche nella vita eterna – che senso hanno il peccato, la colpa, la redenzione… non esistono più e infatti nessuno sa più distinguere ciò che è bene da ciò che è male.

Insieme a Scicluna è giusto ricordare – l’hanno fatto molti giornali oggi – un grande teologo che mai ha negato l’esistenza dell’inferno seppure sia stato spesso in merito travisato.

Si tratta di Hans Urs von Balthasar. Spesso lo si cita come il teologo che ha detto che l’inferno esiste, ma è vuoto. In realtà von Balthasar non ha mai detto niente di tutto ciò. Scrive in proposito Giandomenico Mucci sulla Civiltà Cattolica del 28 aprile 2008: “L’equivoco nasce nel 1984 dopo il Convegno romano sulla figura e sul pensiero di Adrienne von Speyr, durante il quale il teologo svizzero riprese la sua riflessione escatologica che già nel 1981 aveva suscitato aspre critiche nell’area teologica di lingua tedesca e ancora nel 1987 costringeva il suo autore a difenderla. La tesi di von Balthasar afferma che sperare la salvezza eterna di tutti gli uomini non è contrario alla fede. Essa si avvale dell’autorità di alcuni padri della Chiesa, tra i quali Origene e Gregorio Nisseno, ed è condivisa da non pochi teologi contemporanei, tra i quali Guardini e Daniélou, de Lubac, Ratzinger e Kasper, e da scrittori cattolici come Claudel, Marcel e Bloy. Ai suoi critici von Balthasar replicava: “La soluzione da me proposta, secondo la quale Dio non condanna alcuno, ma è l’uomo, che si rifiuta in maniera definitiva all’amore, a condannare se stesso, non fu affatto presa in considerazione. Avevo anche rilevato che la Sacra Scrittura, accanto a tante minacce, contiene pure molte parole di speranza per tutti e che, se noi trasformiamo le prime in fatti oggettivi, le seconde perdono ogni senso e ogni forza: ma neppure di questo si è tenuto conto nella polemica. Invece sono state ripetutamente travisate le mie parole nel senso che, chi spera la salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, “spera l’inferno vuoto” (che razza di espressione!). Oppure nel senso che chi manifesta una simile speranza, insegna la “redenzione di tutti” (apokatastasis) condannata dalla Chiesa, cosa che io ho espressamente respinto: noi stiamo pienamente sotto il giudizio e non abbiamo alcun diritto e alcuna possibilità di conoscere in anticipo la sentenza del giudice. Com’è possibile identificare speranza e conoscenza? Spero che il mio amico guarirà dalla sua grave malattia – ma per questo forse lo so?”. Basti questo testo a quanti ripetono per abitudine la formuletta dell’”inferno vuoto” della quale sono responsabili le “fin troppo grossolane deformazioni sui giornali”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 30 maggio 2010


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Nun and the bishop: a Phoenix un caso di aborto e coscienza spacca la chiesa

Il mondo delle suore statunitensi è in grande agitazione. Mentre la religiosa americana Mary Clare Millea continua, su incarico del cardinale Franc Rodé, la visita apostolica negli istituti femminili statunitensi per valutare “la qualità della vita dei suoi membri” – in sostanza se conducono una vita in linea con la dottrina cattolica o meno – è il caso di suor Margaret McBrid a scuotere gli Stati Uniti. I principali quotidiani ne parlano da giorni. Questa settimana anche Newsweek ha dedicato alla vicenda un lungo reportage intitolato: “L’attacco della chiesa cattolica alle suore americane”.

Chi è suor Margaret? Fino a qualche mese fa lavorava nel comitato etico dell’ospedale cattolico Saint Joseph a Phoenix, in Arizona. Poi il vescovo della città, monsignor Thomas J. Olmsted, l’ha rimossa dal suo incarico per una vicenda tanto delicata quanto drammatica accaduta nel 2009.

Al Saint Joseph Viene ricoverata una donna in stato di gravidanza e ammalata di ipertensione polmonare. I medici devono prendere una decisione. O portare avanti la gravidanza con gravi rischi per la donna o farla abortire. Suor Margaret suggerisce l’aborto e il feto, all’undicesima settimana, viene rimosso chirurgicamente. Della cosa viene subito informato il vescovo di Phoenix, Thomas J. Olmsted. Questi si dice “turbato”.

Olmsted conosce la suora e sa che in passato, in situazioni analoghe, si è resa protagonista di vicende che l’hanno portata a prendere decisioni non facili. E quando la suora gli spiega che “ha dato il suo consenso all’aborto perché era moralmente accettabile secondo la dottrina della chiesa” passa alle vie di fatto. Ovvero, sposta immediatamente suor Margaret a un altro incarico comunicando anche che nei suoi confronti è automaticamente entrata in vigore la scomunica latae sententiae.

Così, all’Arizona Local News, monsignor Olmsted spiega la propria decisione: “Un bambino non ancora nato non è una malattia: i medici devono senz’altro cercare di salvare la vita di una paziente, ma i mezzi con cui tentano di farlo non devono mai direttamente uccidere il bambino non ancora nato. Il fine non giustifica i mezzi”. E ancora: “La suora e tutte le persone che all’ospedale hanno avuto un ruolo nell’aborto sono scomunicate”.

Per la maggior parte dei commentatori la vicenda è un segno di un accanimento ingiustificato delle gerarchie della chiesa contro il mondo delle religiose americane. “A questo punto le donne saranno al sicuro negli ospedali cattolici?” si chiede l’Huffington Post. Dello stesso tenore anche i tantissimi commenti che i lettori hanno mandato ai giornali: “Suor Margaret ha semplicemente avuto il coraggio di prendere la decisione giusta” dice Anne. “L’ipocrisia della chiesa cattolica è evidente” commenta un altro lettore. “Suor Margaret era la coscienza morale del nostro ospedale”, ha detto John Garvie, primario gastroenterologo del Saint Joseph. E ancora: “Nessuno dovrebbe criticare la difficile decisione che ha preso”.

Newsweek associa la vicenda di suor Margaret alla visita apostolica indetta dal Vaticano. E riporta i commenti di alcune religiose che sostengono che le gerarchie sono troppo spaventate dalla possibile entrata della modernità nella chiesa. E per questo hanno un atteggiamento “punitivo”. Per questo Rodé ha mandato suor Millea negli Stati Uniti. Per questo i vescovi non fanno altro che scomunicare.

Il settimanale americano di area progressista National Catholic Reporter ha svolto una lunga inchiesta. E riportando la posizione del vescovo di Phoenix ha detto: “Olmsted è conosciuto nella diocesi per essere un forte difensore delle istanze dei pro life. Ha condotto diverse preghiere di fronte alla Planned Parenthood e, tra le alte cose, si è rifiutato di concedere la comunione ai politici che hanno preso posizioni pro choice”.

Pubblicato sul Foglio sabato 29 maggio 2010


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Signori e (mon)signori: ecco quali sono le donne alla conquista della chiesa di B-XVI

Il primo fu Antonio Pisano, detto Pisanello, che all’inizio del ’400 fece una medaglia dedicata a Papa Giovanni VIII Paleologo. Poi vennero artisti importanti come Benvenuto Cellini e Gian Lorenzo Bernini: tutti rigorosamente di sesso maschile. Così fino a Benedetto XVI. E’ lui a cambiare consuetudine. E a chiamare un’artista donna a raffigurare la medaglia papale, quella per i suoi cinque anni di pontificato. La pittrice è italiana e si chiama Simona Weller. Su simonaweller.com c’è scritto che “dipinge con le parole”. E forse è anche per questo che Papa Ratzinger l’ha scelta tra i tanti artisti che si sono proposti. Perché doveva raffigurare un tema basato sulla sacra scrittura, le parole di Paolo “Mihi vivere Christus est”.

Simona Weller non è l’unica donna che Benedetto XVI ha valorizzato dentro la curia romana. Del resto, l’aveva detto già nel luglio del 2007 il suo principale collaboratore, il cardinale segretario di stato Tarcisio Bertone: “Non ci sono molte ragioni per cui la metà dei posti della curia romana non possano essere occupati da donne”. Pochi mesi prima era stata la moglie di Tony Blair, la cattolica Cherie, in Vaticano per una conferenza alla Pontificia Accademia delle Scienze, a chiedere, con un filo di sfrontatezza, che metà dei posti della curia romana fossero affidati a delle donne. Una richiesta analoga a quella chesempre lei fece nel 2003 a Giovanni Paolo II: “Si dovrebbe eliminare il sessismo che ancora domina in Vaticano” disse. E, più recentemente, è stata una delle firme di punta dell’Osservatore Romano, Lucetta Scaraffia, a esprimersi in questo senso. Lo scorso 11 marzo, mentre i casi di pedofilia nel clero tedesco erano sotto la lente d’ingrandimento dei media, scrisse che in queste “dolorose e vergognose situazioni possiamo ipotizzare che una maggiore presenza femminile non subordinata avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti”. Anche perché la presenza delle donne nella chiesa “si è mantenuta quasi sempre al di fuori delle sfere decisionali e degli ambiti di elaborazione culturale”. E ancora: “Si può capire, quindi, come la pressione delle escluse, spesso, peraltro, senza ragioni di merito, possa farsi sentire, anche se sommessamente”.

Ratzinger ha fatto molto per avere più donne in curia. E con lui diversi cardinali. Si sa che molti porporati hanno da tempo sostituito i giovani preti che facevo loro da segretari particolari con delle donne. I cardinali Raffaele Farina, Angelo Comastri e Giovanni Lajolo, ad esempio, hanno come principali collaboratrici delle laiche. In curia la donna più alta in grado è una salesiana: suor Enrica Rosanna, sottosegretario della Congregazione per i religiosi. Ma sono tante anche le laiche. Barbara Jatta, ad esempio, è la responsabile del gabinetto delle stampe e disegni della Biblioteca apostolica vaticana. Barbara Frale, invece, lavora all’Archivio segreto vaticano e ha scritto diversi libri sulla Sindone e sui templari. Silvia Guidi è la prima redattrice donna dell’Osservatore. Per certi versi leggendaria è la figura di Birgit Wansing, dell’Istituto di Schönstatt. Oggi lavora in segreteria di stato, ma per anni stava alla Dottrina delle fede dove era l’unica in grado di decifrare la minuta calligrafia del cardinale Ratzinger. Più conosciuta è invece la professoressa di musica Ingrid Stampa: in passato collaboratrice domestica nell’appartamento di Ratzinger di piazza della Città Leonina, lavora anch’essa alle dipendenze di Bertone. Quest’ultimo si è portato in segreteria di stato dall’ex Sant’Uffizio la focolarina Eurosia Bertolassi. Insieme a lei c’è anche Maria Sebastiana Posati (questioni amministrative) e María Isabel Tellería Tapia (desk europeo).

Negli altri “ministeri” romani lavorano molte donne. Tanto che si può dire che Ratzinger, più di altri Pontefici, ha fatto molto per valorizzare la presenza femminile in Vaticano. Anche se, a conti fatti, gli manca ciò che prima di lui hanno avuto Pio XII prima, Giovanni Paolo II poi. Suor Pasqualina Lehnert era per Pacelli molto di più di una semplice governante. Era una donna di potere: l’anticamera papale, la stanza di accesso allo studio del Papa, era in mano sua. Passava, in sostanza, chi voleva lei. Mentre Wojtyla aveva Wanda Poltawska, la sua “Dusia” – sorella – custode di cinquantacinque anni di fitta corrispondenza.

Pubblicato sul Foglio venerdì 28 maggio 2010


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Bishop Olmsted sa cosa vuole

Non conosco bene i termini della questione.

Tuttavia, leggendo questa mattina Newsweek, devo dire che Thomas Olmsted, vescovo di Phoenix, sa il fatto suo.

Perché si può essere d’accordo oppure no. Ma almeno quando parla si capisce cosa dice e dove vuole andare: “Ho scomunicato suor Margaret McBrid perché ha dato il suo consenso sostenendo che l’aborto era moralmente accettabile secondo la dottrina della Chiesa, un fatto che lei stessa ha personalmente ammesso”.

Leggi su Newsweek: “Female Troubles“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 28 maggio 2010


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Perché le nomine strategiche della Cei parlano ancora la linea di Ruini

Non sono privi di importanza i cambi al vertice della Conferenza episcopale italiana decisi in queste ore dall’assemblea generale dei vescovi riunita in Vaticano. Cambiano il vice presidente per il nord e dieci dei dodici presidenti di commissione. Tutti i nuovi arrivati parteciperanno, con possibilità di voto, al direttivo della Cei – il Consiglio permanente – e avranno per forza di cose un contatto più diretto col presidente, il cardinale Angelo Bagnasco, e il segretario generale Mariano Crociata. Le nomine sono espressione in qualche modo delle diverse correnti presenti nell’episcopato italiano. Anche se non è scontato che le rappresentino tutte e in modo equilibrato. Avviene un po’ come nei consigli presbiterali delle diocesi. Se è vero che i sacerdoti chiamati a parteciparvi rappresentano le differenti anime presenti nella chiesa locale, è anche vero che molti preti sono chiamati perché hanno pochi impegni e sono più liberi di altri.

Il nuovo vice presidente per il nord Italia è Cesare Nosiglia, arcivescovo di Vicenza. Prende il posto del vescovo di Brescia, monsignor Luciano Monari. Nosiglia nelle scorse settimane è stato indicato come uno dei possibili concorrenti di Giuseppe Versaldi, oggi vescovo di Alessandria, per la nomina di arcivescovo di Torino al posto dell’uscente cardinale Severino Poletto. Ordinato sacerdote ad Acqui Terme, Nosiglia viene portato nella diocesi di Roma e quindi a compiti di responsabilità in Cei dal cardinale Camillo Ruini. La nomina a vice presidente per il nord è dunque un segnale che la leadership della Cei offre soprattutto dentro la chiesa. Anche se il nome del successore di Poletto dovrebbe comunque essere Versaldi. In lui, infatti, crede fermamente il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone.

L’influenza di Ruini sulle nomine italiane è, come è logico che sia, ancora forte. Il feeling con il cardinale Giovanni Battista Re è saldo fin dai tempi in cui quest’ultimo era sostituto della segreteria di stato. Con l’addio nelle prossime settimane di Re alla Congregazione dei vescovi ogni equilibrio potrebbe cambiare anche se difficilmente Bagnasco e coloro che sono chiamati a compiti di responsabilità in Cei faranno a meno dei suoi consigli. E’ vero: Bagnasco ha oramai assunto una leadership autonoma. Anche grazie al link diretto con l’appartamento papale riesce a non essere influenzabile da questa o quella corrente. Certo, non tutti ritengono che le nomine rappresentino la migliore eredità lasciata da Ruini. Ma è anche assodato che Bagnasco non è un presidente che vuole fare piazza pulita attorno a sé. Tutt’altro. Piuttosto tende a valorizzare le varie spinte interne tenendo in gran conto il passato, evitando fratture.

Tra i nuovi dieci presidenti di commissione ci sono altri fedelissimi di Ruini. C’è Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e assistente ecclesiastico dell’Azione Cattolica: è stato eletto presidente della commissione episcopale per il laicato. Fu Ruini a volerlo per dieci anni incaricato per la pastorale giovanile delle Cei, lavorando in particolare per l’organizzazione delle Giornate mondiali della gioventù. C’è Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, nuovo presidente della Commissione per il clero e la vita consacrata: Ruini lo consacrò vescovo per la sede di Anagni-Alatri. E c’è Marcello Semeraro. Prende il posto che era di Bruno Forte nella commissione per la dottrina della fede. Semeraro è anche presidente del consiglio di amministrazione di Avvenire.

Gli altri presidenti di commissione sono Giancarlo Maria Bregantini, ex vescovo antimafia di Locri, oggi arcivescovo di Campobasso-Boiano; Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato; Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi; Enrico Solmi, vescovo di Parma; Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone; Mansueto Bianchi, vescovo di Pistoia; Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, Claudio Giuliodori, vescovo di Macerata; Bruno Schettino, arcivescovo di Capua.

Pubblicato sul Foglio giovedì 27 maggio 2010


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Quant’è difficile governare

Sono passati poco più di cinque anni dall’elezione di Ratzinger.

Ma il tempo sembra essersi fermato. Il Papa chiede ancora oggi preghiere per sé e per il suo difficile impegno di governare la chiesa. Non sono momenti facili per il governo della chiesa. E il Papa lo fa capire chiaramente.

Ha detto ieri durante l’udienza generale: “Vorrei invitarvi a pregare per me, Successore di Pietro, che ho uno specifico compito nel governare la Chiesa di Cristo, come pure per tutti i vostri Vescovi e sacerdoti. Pregate perché sappiamo prenderci cura di tutte le pecore, anche quelle smarrite, del gregge a noi affidato”.

Disse cinque anni fa durante l’omelia d’imposizione del pallio e consegna dell’anello del pescatore per l’inizio del ministero petrino del vescovo di Roma (24 aprile 2005): “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perché il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri”.

Il compito più difficile per un Papa è quello di governare. Lo era per Wojtyla che aveva doti carismatiche. Lo è per Ratzinger, Papa che illumina con la parola e il pensiero. Papa che vuole governare, pur tra tante difficoltà.

Leggi l’udienza generale di ieri: “Munus regendi“.

Leggi l’omelia el 24 aprile 2005: “Per l’imposizione del pallio e consegna dell’anello del pescatore per l’inizio del ministero petrino del vescovo di Roma“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 26 maggio 2010


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L’agenda dei controriformisti (III parte). Alle prese con la zona grigia. Perché sui temi bioetici c’è più sintonia con anglicani e ortodossi che con i progressisti

Uno dei fronti sui quali la chiesa deve continuamente ripetersi, ridire e ribadire i concetti in cui crede, è senza ombra di dubbio la bioetica: aborto, scelte di fine vita, la nuova eugenetica, ingegneria genetica, trapianti, obiezione di coscienza, procreazione medicalmente assistita e sperimentazione sull’uomo sono i punti sui quali gli uomini di questa chiesa devono in continuazione ritornare. Del resto è qui, su questi temi, che il rapporto tra chiesa e modernità diviene di continuo conflittuale.

Tra le fila progressiste, presenti anche nella chiesa, c’è chi chiede mediazione, riflessione, nuove aperture. E la parte di chiesa che resiste deve ogni volta tornare indietro, spiegare le proprie ragioni, difendersi dalle spinte di coloro che la vorrebbero accondiscendente col mondo. Al fondo la divisione è sempre la medesima: da una parte ci sono coloro che sostengono la non piena disponibilità e programmabilità della vita: la chiesa dei princìpi “non negoziabili” di ratzingeriana genesi. Dall’altra chi pensa che la vita possa non essere indisponibile: c’è sempre un momento in cui fare un passo indietro e mediare.

Si tratta di due correnti di pensiero contrapposte: chi ritiene che esistono dei princìpi che non si possono tradire e chi pensa che tutto in fondo abbia dei margini di modificabilità.

Il cardinale Carlo Caffara nel febbraio 2006 spiegò durante una conferenza all’Istituto “Veritatis splendor” perché, a suo parare, su certi princìpi la chiesa non può modificare nulla. Lo spiegò distinguendo tra princìpi e regole. Disse: “Quando oggi si parla di etica e quindi anche di bioetica si pensa subito a regole da osservare, per cui si ritiene che tutti i problemi di etica e quindi di bioetica siano problemi del genere: quali regole devono essere fissate? Chi ha l’autorità per farlo? E così via”. In realtà le regole sono una cosa, mentre “ la considerazione etica è molto più profonda”. Che cosa è? Di che cosa di discute quando si discute di etica-bioetica? “La risposta oggi più comunemente accettata nella società occidentale e nelle dottrine che la plasmano culturalmente è la seguente: nessuna persona umana è dotata di un tale valore da escludere assolutamente e incondizionatamente la sua utilizzazione. La risposta che la chiesa dà è invece la seguente: ogni persona umana, dal momento del suo concepimento alla sua fine naturale, è dotata di un tale valore da escludere assolutamente e incondizionatamente che essa possa essere esclusivamente considerata e trattata come un mezzo: essere utilizzata. E pertanto esistono dei rapporti con la persona umana, dei comportamenti nei suoi confronti che sono sempre ed ovunque ingiusti. Ieri, oggi e sempre; nella cultura occidentale ed orientale: ovunque”.

Ma perché la chiesa pensa così e un certo mondo, con loro anche qualche vescovo, pensa diversamente? O meglio, cosa intende la chiesa quando dice che la vita è indisponibile? A cosa si áncora il suo pensiero?

Padre Giorgio Carbone, domenicano, docente di bioetica e teologia morale presso la facoltà di Teologia di Bologna, dice: “Che la vita fisica sia un bene indisponibile è un principio laico e non confessionale. Può essere illustrato ricorrendo a due considerazioni. Prima: il mio esistere è indisponibile, perché è la condizione per poter compiere atti e gesti di libertà. Perciò se disponessi del mio esistere privandomi di esso, mi precluderei qualsiasi esercizio futuro della libertà. Secondo: io, pur godendo dell’esistenza, sperimento di non esser venuto all’esistenza di mia iniziativa, ma piuttosto sperimento che l’ho ricevuta senza un mio intervento e che mi potrebbe essere tolta in qualsiasi istante, sebbene la volontà mia o altrui si opponga. In altri termini io non sono la causa efficiente del mio esserci, perché se lo fossi dovrei essere prima ancora di esistere. Perciò devo ammettere di dipendere nell’essere e che il mio esistere è un bene che supera la mia capacità di realizzazione. Ora mentre posso disporre di quei beni che rientrano nelle mie capacità, cioè di quei beni alla cui esistenza io concorro come causa efficiente (come ad esempio la proprietà di oggetti o le prestazioni professionali), non posso eticamente disporre di quei beni che eccedono le mie capacità. Ed è proprio questo il caso del mio esserci. È vero che di fatto posso suicidarmi, cioè disporre della mia esistenza. Ma che ciò sia fisicamente possibile non significa che sia eticamente sostenibile, che sia corrispondente alla dignità umana. Anzi, se disponessi del mio esserci mediante il suicidio, andrei al di là di quelle che sono le mie competenze e cadrei nella più tragica delle contraddizioni perché eserciterei la mia libertà a danno di me stesso”.

Cosa significhi, nella pratica, che la vita è indisponibile Benedetto XVI l’ha spiegato quando per la prima volta ha introdotto nel suo magistero il termine “princìpi non negoziabili”. Era il 30 marzo del 2006. Il Papa riceveva in udienza i parlamentari del Partito Popolare Europeo. In Italia mancavano soltanto nove giorni alle elezioni che avrebbero portato Romano Prodi alla presidenza del Consiglio. Se e quanto il discorso del Papa venne influenzato dall’arrivo della tornata elettorale che avrebbe poi portato al governo anche uomini politici ostili alla visione della chiesa sulla bioetica è difficile dirlo. Fatto sta che le parole del Papa, in Italia, vennero lette come un richiamo contro una parte politica. Ratzinger disse che l’interesse principale degli interventi nell’“arena pubblica” della chiesa cattolica “è la tutela e la promozione della dignità della persona” che “richiama consapevolmente una particolare attenzione su princìpi che non sono negoziabili”. Quali? Tutela della vita, riconoscimento della struttura naturale della famiglia, tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli. Certo, non si tratta di verità di fede, ma sono princìpi “iscritti nella natura umana stessa e quindi sono comuni a tutta l’umanità”.

Può sembrare paradossale ma è la realtà delle cose. Oggi queste parole del Papa trovano una certa ostilità là dove il cattolicesimo si fa molle e debole, mentre raggiungono pieno consenso in certi settori del mondo protestante e ortodosso. Non è un mistero che molti di quegli anglicani che stanno approfittando de Motu proprio Anglicanorum coetibus decidano di rientrare nella chiesa cattolica proprio per il suo ancoraggio a certi valori. Insieme, è cosa nota che il feeling tra gli ortodossi e Ratzinger si fonda su un’alleanza particolare, quella che vede la cristianità come l’ultimo baluardo in Europa capace di contrapporre certi valori alla secolarizzazione e al relativismo. In proposito molti nella chiesa si domandano: sarebbero capaci certi vescovi di dire le cose che il dicembre scorso scrisse il numero due del patriarcato di Mosca, Hilarion Alfeyev, a un libro che raccoglie i testi di Ratzinger dedicati all’Europa? Il testo di Hillarion ha fatto scuola. Fu uno segnale importante di una unità intellettuale di fatto oggi acclarata (e confermata giusto settimana scorsa da una “due giorni” di Hilarion a Roma nella quale egli ha stupito tutti dicendo: “Un incontro tra il Papa e il Patriarca russo ortodosso penso sia ora possibile. Il mio auspicio e’ che questo incontro non si svolga tra un qualsiasi patriarca e un qualsiasi pontefice ma tra Kirill I e Papa Benedetto XVI”. Insomma, che Rma e Mosca viaggiano oramai quasi all’unisono è un datto evidente. Come è evidente che non è soltanto merito del fatto che un Papa tedesco è per forza di cosa maggiormente “tollerato” di un Papa polacco, come era Wojtyla, dai russi. E’ anche una questione di sensibilità sui temi morali, sui valori, sui principi, su ciò che il cristianesimo e la sua tradizione rappresenta per la cultura europea. Scrive Hilarion nella prefazione al libro di Ratzinger: “Vi sono tante posizioni articolate nelle dottrina sociale della chiesa ortodossa russa che potrebbero non corrispondere agli standard del secolarismo. La chiesa considera l’aborto ‘un peccato grave’, uguale all’omicidio, e dichiara che ‘dal momento del concepimento qualunque intervento contro la vita del futuro essere umano è criminale’. La chiesa respinge anche, come ‘contro natura e moralmente inammissibile, la cosiddetta maternità surrogata, insieme a ogni forma d’inseminazione extracorporea. La donazione umana è ritenuta una ‘sfida inequivocabile alla natura stessa dell’essere umano e all’immagine di Dio in essa impressa, di cui fanno parte integrante la libertà e l’unicità della persona’. La terapia fetale è considerata ‘assolutamente inammissibile’. L’eutanasia è condannata quale ‘forma di omicidio o di suicidio’. Cambiare sesso è considerato una ‘ribellione contro il Creatore’ che la chiesa non ammette: se si presentasse per ricevere il battesimo qualcuno di sesso diverso da quello originario, egli sarebbe battezzato secondo il ‘sesso al quale appartiene al momento della nascita’”. Infine ecco l’esplicita richiesta di alleanza con le altre confessioni cristiane. Chiede Hilarion: “Stiamo noi costruendo un’Europa completamente atea e secolarista, dove Dio è espulso dalla società e la religione spinta nel ghetto del privato, oppure la nuova Europa sarà vera casa delle religioni diverse, diventando così autenticamente inclusiva e pluralista? Credo sia questa la domanda che le chiese in Europa e le comunità religiose devono fare, una domanda alla quale i politici hanno il dovere di rispondere”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 26 maggio 2010


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Per Bagnasco l’Italia ha un socio fondatore in più, la chiesa

Non sono i peccati dei sacerdoti a frenare la voce dei vescovi. In particolare in Italia: “A nessun altro popolo è stato domandato, in termini storici, ciò che è stato richiesto al popolo italiano. Ma anche nessun altro popolo ha ricevuto, in termini spirituali e culturali, quello che ha ricevuto e riceve l’Italia”. E’ uno dei passaggi più alti e nobili del discorso che ieri il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale del paese, ha tenuto aprendo i lavori dell’assemblea generale dei vescovi italiani che ha luogo in Vaticano fino a venerdì. Un passaggio dove Bagnasco, riflettendo sul 150esimo dell’Unità d’Italia, ha ricordato il contributo della chiesa alla formazione dell’intero paese: nel 1861, ha detto Bagnasco, “per una serie di combinazioni, veniva a compiersi anche politicamente una nazione che da un punto di vista geografico, linguistico, religioso, culturale e artistico era già da secoli in cammino”. “Il nome di Roma appare nelle intenzioni divine” ricordava Giovan Battista Montini in un discorso all’indomani del primo centenario dell’Uunità. Certo, la storia che seguì è fatta anche delle “annose traversie che si è soliti condensare nella ‘questione romana’”. Ma è anche vero che, come ha detto il presidente Napolitano, è “grande il contributo che i cattolici e la chiesa hanno dato, spesso pagandone alti prezzi, alla storia d’Italia e alla crescita civile del paese”.

La chiesa e l’Italia unita. Un tema caro a Bagnasco e ai vescovi. I quali, nonostante gli scandali di queste settimane legati ai peccati carnali del clero, non rinunziano alla propria missione. Bagnasco non dimentica il richiamo del Papa alla “preghiera” e alla “penitenza”. E insieme parla alla società perché suo compito è di indirizzare tutti verso il bene. Ecco perché Bagnasco si sofferma sul “suicidio demografico” verso cui l’Italia sta andando. E dice: “Urge una politica che sia orientata ai figli, che voglia da subito farsi carico di un ricambio generazionale”. Quindi ecco la richiesta alla politica di lavorare in un’ottica bipartisan. Per Bagnasco occorre “un supplemento di sforzo e di cura” per uscire dalla crisi. Un lavoro che “politici, imprenditori, banchieri e sindacalisti” devono fare assieme. E ancora: “Dinanzi a questo scenario non possiamo come vescovi non chiedere ai responsabili di ogni parte politica di voler fare un passo in avanti puntando come metodo a un responsabile coinvolgimento di tutti nell’opera che si presenta sempre più ardua”. Oltre a tornare sulla sentenza della Corte di giustizia europea sull’esposizione del crocefisso definendola “il frutto di un malinteso senso della laicità”, Bagnasco ha parlato anche dell’emergenza lavoro, definendola “un’emergenza nazionale”.

Pubblicato sul Foglio martedì 25 maggio 2010


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