Ratzinger non scriverà più nulla

La seconda parte del libro su Gesù di Nazaret in uscita nei prossimi mesi sarà l’ultimo libro di Benedetto XVI. Dopo, il Papa teologo, non scriverà più nulla.

E’ questa la notizia più interessante uscita sui giornali questo fine settimana. L’ha scritta sul Corriere della Sera il rabbino Jacob Neusner. in un pezzo all’interno di uno speciale per i cinque anni di pontificato di Joseph Ratzinger, Neusner scrive così:
“Lo scorso gennaio, quando ho incontrato il Papa a Roma, gli ho domandato cosa intendesse fare quando, tra circa sei mesi, avrà completato il secondo volume del suo Gesù di Nazareth. Con un sorriso, mi ha risposto: ‘Nient’ altro. Questo è il mio ultimo libro. Ho altre faccende da sbrigare’. Uno studioso che smette di scrivere libri non mantiene a lungo tale titolo. Benedetto XVI non ha dovuto aggiungere: ‘Dopo tutto, sono il Papa’. Ma l’accademico in me ha sussurrato: ‘A quale prezzo’.

Leggi qui “La forza della ragione nel confronto con le altre religioni“, di Jacob Neusner.

Pubblicato su palazzoapostolico.it lunedì 19 aprile 2010


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“A Roma in 5 milioni”

Il Timone è una belissima rivista dove scrivono di chiesa e dintorni persone competenti.

Sull’ultimo numero c’è un’intervista da leggere, questa:

5 milioni a Roma contro la manipolazione della persona

di Roberto Beretta
Come al solito, l’«elefantino» non ci va giù leggero: neanche quando parla del Papa – e di un Papa poi che gli piace moltissimo. Perché Giuliano Ferrara (il direttore del Foglio che sul suo giornale si firma graficamente con il disegno di un piccolo pachiderma) sarà anche un «ateo devoto», però non perde affatto l’abituale lucidità e schiettezza nemmeno quando parla della Chiesa.

Direttore, quella di Giovanni Paolo II era indubbiamente una successione «pesante», difficile. Come ha retto l’impresa Benedetto XVI, a suo parere, in questi 5 anni?
«Benissimo e malissimo. Benissimo perché – essendo un teologo attento da sempre alle questioni del magistero, essendo un grandissimo intellettuale ricco di sapienza cristiana interna e nello stesso tempo autonoma rispetto al mondo moderno – fa il suo mestiere nel modo più alto. Bella la sua catechesi, eccellente l’omiletica, straordinaria la sua attenzione al versante liturgico… Insomma, Benedetto XVI cura il significato che la Chiesa esprime come meglio non si potrebbe»

E il «malissimo», allora, a che si deve?
«Purtroppo la Chiesa è anche governo e politica: non intesa nel senso moderno, quello del mondo, ma comunque di presenza nel mondo. E da questo punto di vista è un guaio… I messaggi lanciati dal pontificato di Papa Ratzinger sono stati infatti piuttosto contraddittori: a Ratisbona nel settembre 2006 abbiamo ascoltato il manifesto straordinario di un cristianesimo consapevole di sé e della propria eredità, del proprio nesso indistruttibile con la ragione umana, di una fede che sa dire le sue ragioni e anche opporsi al fideismo violento dell’islam. Ma poi sono venuti altri atti contraddittori, come il viaggio in Turchia pochi mesi più tardi, che hanno sì espresso la legge dell’et et, ovvero la complessità degli opposti propria del cattolicesimo romano, ma non al livello che sarebbe stato necessario».

Questa carenza di governo, peraltro, si rimproverava pure a Giovanni Paolo II, accusato di viaggiare troppo e di disinteressarsi della Curia…
«In un certo senso sì. Probabilmente gli equivoci generati nel dopoconcilio e da un’interpretazione fuorviante di quell’evento (mi riferisco soprattutto all’idea di una Chiesa assembleare e non gerarchica) non sono governabili, o almeno lo sono soltanto attraverso una rilettura del governo della Chiesa stessa in tutto il secolo scorso. Ma questo comunque è il risultato finale: un irraggiamento maestoso delle idee, della catechesi e del magistero, ma allo stesso un indebolimento di governo».

Qualcuno rimpiange la straordinaria «mediaticità» di Wojtyla, sostiene che Ratzinger sia un po’ «freddo», nordico, intellettuale, persino poco simpatico…
«Ma il fatto che Benedetto XVI non voglia seguire la drammatizzazione del ruolo così connaturata al suo predecessore è normale, corretto, è una scelta ricca di saggezza! Ratzinger è stato eletto al soglio pontificio a un’età molto diversa da Wojtyla, è giusto dunque che non conti sui gesti di folla e su una forma di agitazione profetica della fede. Tuttavia la continuità sostanziale tra i due è forte: per dirla in termini un po’ commerciali, non mi pare che nel cambio abbiamo perso né guadagnato molto… In Ratzinger c’è maggior consapevolezza di ordine e di rigore, non di impulso; il predecessore invece era più filosofo e pastore e dunque la sua spinta ideale era in grado di trascinare e talvolta travolgere la Curia stessa. L’uno e l’altro tuttavia presentano una Chiesa che non si può aggirare».

Quali sono secondo lei gli atti più indovinati del pontificato di Benedetto XVI, finora? E quali le maggiori difficoltà che deve superare?
«Anzitutto tengo a ribadire come questo sia un Papa che adoro e che ritengo una personalità donata al tempo moderno dalla fatica culturale teologica della scuola tedesca; una personalità assolutamente unica, che manifesta una capacità di tenersi al punto della sua missione e una misura straordinarie. Ratzinger è uomo d’ordine, con una cadenza precisa e una routine di notevole importanza. I suoi sinodi non sono gesti straordinari, certo, ma restano appuntamenti di riorganizzazione di grandissimo livello e guidati da una mano sapiente. Così i suoi interventi, che vanno a contraddire certe forme di quietismo e di adesione passiva allo spirito dei tempi, contro chi voleva dare in pasto alla Chiesa soltanto pauperismo e solidarietà e mostrando una visione della carità che implica invece una dimensione politica (vedi ad esempio la sua prima enciclica). Ma tutto questo ha un costo e – ripeto – convive con un affievolimento della capacità di guidare la Chiesa e con la caratteristica di non mostrare un chiaro progetto; ciò naturalmente lascia che le singole parti della Chiesa si muovano in modo scoordinato e rende difficile intuire una guida. Sono le due facce di Ratzinger: la mitezza e l’acciaio».

Da qualche tempo sembra inoltre che Papa Ratzinger debba affrontare un’ondata crescente di scandali all’interno della Chiesa. È un caso, secondo lei?
«La questione degli abusi sessuali da parte dei preti mi vede molto scettico; non parlo di complotto, ma esiste comunque una chiara volontà punitiva contro un ente che è stato molto chiaro nel sanzionare certe derive della liberazione sessuale, intesa secondo i movimenti degli anni Sessanta. E poi non è vero che questi scandali riguardino solo la Chiesa e il clero; solo che non esiste più alcuna forma di controllo spirituale sull’amore e sull’eros, quella funzione di carità che in passato ha protetto anche le scelte celibatarie degli ecclesiastici».

Se potesse «insegnare al Papa a fare il Papa», che cosa gli consiglierebbe? Che cosa le piacerebbe che facesse?
«Mi piacerebbe che portasse 5 milioni di pellegrini a Roma sul tema della manipolazione dell’uomo. Che bandisse una grande crociata asiatica contro la politica del figlio unico in Cina e contro la strage delle bambine in India. Mi piacerebbe che investisse l’Onu e i governi mondiali per un’attualizzazione della Dichiarazione dei diritti umani del 1948 al fine di chiarire – in seguito alle nuove conoscenze acquisite dalla scienza – che cos’è la vita, dove stanno i suoi confini e che cosa significa rispettarla».

Ma non c’è già troppa attenzione sui temi della bioetica, nella Chiesa?
«Assolutamente no, la Chiesa da questo punto di vista è troppo cauta. Dovrebbe fare di più».

Pubblicato su palazzoapostolico.it domenica 18 aprile 2010


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Dittatura conformista. Benedetto contro il totalitarismo dell’opinion. E invoca la penitenza

Ieri, di prima mattina, Benedetto XVI ha celebrato messa nella Cappella Paolina in Vaticano con i membri della Pontificia commissione biblica. Ha tenuto un’omelia a braccio dove ha definito l’aggressione contro la chiesa il segno di una sottile forma di dittatura, quella del conformismo e, insieme, ha detto che questo è il momento per i cristiani di fare penitenza.

“L’obbedienza a Dio ha il primato”, ha detto il Papa richiamando le parole di san Pietro davanti al Sinedrio. “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” perché è l’obbedienza a Dio “che dà libertà”. Invece, nei tempi moderni, si è teorizzata la liberazione dell’uomo anche dall’obbedienza a Dio: “L’uomo sarebbe libero, autonomo, e nient’altro. Ma questa autonomia è una menzogna, una menzogna ontologica, perché l’uomo non esiste da se stesso e per se stesso; è una menzogna politica e pratica, perché la collaborazione e la condivisione della libertà è necessaria e se Dio non esiste, se Dio non è un’istanza accessibile all’uomo, rimane come suprema istanza solo il consenso della maggioranza. Il consenso della maggioranza diventa l’ultima parola alla quale dobbiamo obbedire e questo consenso, lo sappiamo dalla storia del secolo scorso, può essere anche un consenso nel male. Così vediamo che la cosiddetta autonomia non libera l’uomo. Le dittature sono state sempre contro questa obbedienza a Dio”, ha sottolineato il Papa. “La dittatura nazista, come quella marxista, non possono accettare un Dio sopra il potere ideologico, e la libertà dei martiri, che riconoscono che Dio è sempre l’atto della liberazione, nel quale arriva la libertà di Cristo a noi”. Oggi non viviamo in dittature, “ma esistono forme sottili di dittature”. Tra queste, “un conformismo, per cui diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti, e la sottile aggressione contro la chiesa, o anche meno sottile, dimostrano come questo conformismo può realmente essere una vera dittatura”.

Per i cristiani, ha detto il Papa, obbedire più a Dio che agli uomini suppone conoscere Dio, volere obbedire, e che Dio non sia pretesto per fare la propria volontà. “Noi oggi abbiamo spesso un po’ paura di parlare della vita eterna. Parliamo delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma che la sua meta sia la vita eterna e che dalla meta vengano poi i criteri della vita non osiamo dirlo”. In tale prospettiva “la penitenza è una grazia. Devo dire che noi cristiani abbiamo spesso evitato la parola penitenza, che ci è apparsa troppo dura. Adesso sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella nostra vita. Aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, della purificazione e della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 16 aprile 2010


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Le due facce di un papabile. Conservatore, riformatore: Schönborn, il vescovo che maltratta la curia

E’ il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn che si è distinto per le iniziative prese per arginare la grande crisi nata dalla campagna sulla pedofilia del clero. L’ha fatto chiedendo scusa per le colpe dei sacerdoti davanti a tutti. Facendo parlare nella cattedrale di Vienna le vittime. E nominando una donna, l’ex governatore della Stiria, Waltraud Klasnic, alla testa di una commissione indipendente sugli abusi sessuali dei preti nel paese. Chi lo conosce bene dice che è tutto merito di quanto gli ha insegnato il suo maestro, Franz König, arcivescovo di Vienna dal 1956 al 1985, dunque prima di Hans Hermann Groër, il discusso predecessore di Schönborn. Fu König a ordinare nel 1970 Schönborn. Fu König, primate d’Austria e uno dei pilastri del Vaticano II, a trasmettere a Schönborn una sua inconfondibile caratteristica: il saper andare sempre oltre lo scontato, l’ovvio, a volte il consentito. Idealizzava l’impegno sociale e, insieme, il coraggio di esprimersi apertamente su temi controversi. Come König così anche Schönborn. Il quale non a caso ha scelto come motto episcopale quel versetto di Giovanni che dice: “Vos autem dixi amicos”, ma io vi ho chiamati amici. Parole che, se lette in profondità, dicono tanto di lui: “Un uomo di mondo che sa conciliare il rispetto del dogma con la comprensione di chi devia”, scrisse di lui sul Corriere della Sera il 9 aprile del 2005 Paolo Valentino, indicandolo tra i papabili nella corsa alla successione di Woityla.

Schönborn ama stare nel mondo, tra la gente, cercando sempre la giusta calibratura, il giusto equilibrio, tra ciò che il dogma, la dottrina della chiesa, dice ed esige, e l’uomo in quanto essere finito, limitato, peccatore: “Non è facile per la chiesa trovare la giusta via tra la protezione del matrimonio e della famiglia da un lato, e la compassione per le debolezze umane dall’altro”, disse Schönborn durante l’omelia per i funerali dell’ex presidente austriaco Thomas Klestil mentre ad ascoltarlo c’erano la vedova e la moglie divorziata di quest’ultimo. Parole che suggeriscono come sia qui, in questo difficile esercizio tra pesi diversi, che Schönborn mostra chi è. E, insieme, offre il fianco alle critiche, a chi non lo capisce, a chi (a volte a ragione altre volte meno) ritiene che le sue aperture siano un tradimento della dottrina, del dogma, della tradizione, e un ammiccamento eccessivo alla mentalità dominante, ai media, alle esigenze del mondo laico. Critiche a tratti aspre, “perché da uno che è stato allievo di Joseph Ratzinger (a Ratisbona, nel 1972-1973) e di questo se ne fa un vanto, c’è chi si aspetterebbe un altro comportamento” dice un ritornello in voga nella curia romana.

Schönborn ha estimatori ma anche critici in Vaticano. Del resto, è stato lui a descrivere la curia romana come spaccata in due. Da una parte coloro che dai tempi di Karol Wojtyla fino a oggi hanno lavorato per insabbiare i casi di abusi su minori commessi da preti. Dall’altra quelli che si sono dati da fare per la totale trasparenza. Schönborn ha sostenuto la sua tesi due giorni fa sulla Stampa e quindici giorni fa sulla tv austriaca Orf: “Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nel 1995, avrebbe voluto una commissione d’inchiesta incaricata di fare chiarezza sulle accuse di pedofilia rivolte all’arcivescovo Groër ma fu fermato dall’ala della curia romana favorevole all’insabbiamento”.

Difficile fare nomi e cognomi delle persone a cui Schönborn si riferisce. Difficile dire quale sia “quella parte” che all’interno della curia “ha vinto”, come ha detto il cardinale ancora su Orf-tv. Si può scandagliare l’organigramma della curia romana quando nel settembre del 1995 Schönborn venne chiamato a sostituire Groër senza che le accuse di pedofilia a carico di quest’ultimo, mai accertate in modo indiscutibile, venissero pubblicizzate. Ma azzardare chi siano gli insabbiatori rimane difficile. Dice un monsignore di curia: “Pontefice era Giovanni Paolo II che per primo chiese di far test psicologici sui candidati al sacerdozio. Suo segretario era Stanislaw Dziwisz che se è vero che aveva un rapporto di amicizia coi vertici dei Legionari di Cristo, il cui fondatore abusò di minori, rimaneva pur sempre un segretario e quindi, al di là delle dietrologie, il suo potere era limitato. Segretario di stato era Angelo Sodano: in questi giorni è stato scritto che sapeva tutto di Marcial Maciel Degollado (ancora i Legionari) e ha fatto poco. Ma cosa significa? Anche Paolo VI sapeva tutto di Degollado. Ha insabbiato pure lui? Altri cardinali di punta della curia erano Bernardin Gantin, Achille Silvestrini, Jozef Tomko, José Tomás Sánchez… tutti uniti contro il prefetto della Dottrina della fede Joseph Ratzinger? Non credo. Secondo me occorre valutare le parole di Schönborn in altro modo. Alle pressioni di una chiesa austriaca, dai vescovi ai fedeli, appiattita su una posizione giustizialista nei confronti dei preti pedofili, una posizione che piace tanto anche ai media e che usa della pedofilia nel clero per avanzare innovazioni che nulla c’entrano con la chiesa e le sue tradizioni (quanto pesa il parere di un movimento come ‘Noi siamo chiesa’ in Austria?), Schönborn ha deciso di reagire incolpando Roma. E’ una sua scelta. Una sorta di exit strategy. E questo è tutto”.

Tutto o quasi tutto. Perché se non è possibile dire a chi Schönborn si riferisca quando parla di una parte della curia che si oppose e si oppone a Ratzinger, resta il dato che fu lui che un anno fa, a Castel Gandolfo assieme ad altri tre cardinali, andò a discutere col Papa del futuro e, insieme, del governo della chiesa e delle capacità governative del segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone.

Tra gli estimatori di Schönborn c’è senz’altro lo storico progressista del Concilio Vaticano II Alberto Melloni: “Quello di Schönborn è oggettivamente un momento di grazia”, dice. Cioè? “Decidere di chiedere scusa, di chiedere a tutta la chiesa di fare penitenza, non è cosa di poco conto. Non so a chi Schönborn si riferisca quando parla degli insabbiatori nella curia di Roma, ma noto che in queste settimane si sta muovendo benissimo. Del resto già dai primordi, dai suoi inizi, prometteva bene. Lo ricordo giovane studente dell’ordine dei frati predicatori (domenicani). Era una promessa in scia a Jean-Marie Tillard, l’ecumenista domenicano tra i più importanti del post Concilio. Conservatore come può esserlo il discendente di un’antichissima famiglia nobile cattolica dell’Europa centrale, è un teologo che guarda sempre avanti. La statura è alta, come quella di Ratzinger, dieci gradini sopra un Hans Küng qualsiasi. Ma la sua eredità resta quella di König”.

Da König a Schönborn, dunque. Senza però dimenticare chi c’è stato in mezzo, ovvero Groër. Guido Horst dirige in Germania Vatican Magazine. Racconta: “Quando si avvicinava il tempo della sostituzione di Groër, Schönborn era vescovo ausiliare a Vienna. L’altro ausiliare era monsignor Kurt Krenn. Il candidato preferito da Wojtyla era Krenn. I due, infatti, erano amici fin dai tempi in cui Wojtyla stava a Cracovia. Ma Schönborn iniziò a distinguersi, anche sui media, per attacchi importanti a Groër e ai suoi problemi con la pedofilia. Aprì in diocesi un’inchiesta sul suo vescovo e, anche grazie a questa operazione, riuscì a prevalere su Krenn. Divenne lui la star in Austria. Nel paese divenne in poco tempo il punto di riferimento di una parte considerevole di fedeli. E la nomina arrivò di conseguenza. Da quel momento è divenuto il capo indiscusso dell’episcopato del paese e, nel bene o nel male, ha deciso le sorti di tutta la chiesa fino a oggi”.

I media amano Schönborn. E lui ama loro e, spesso, ne fa buon uso. Nel 2004 uscì un suo articolo sul New York Times nel quale, a sorpresa, scagliò una dura critica all’evoluzionismo darwiniano aprendo anche alla teoria del “disegno intelligente”. “L’evoluzione nel senso di una ascendenza comune può essere vera, ma l’evoluzione nel senso neodarwiniano, come processo non pianificato, non guidato, di variazione a caso e selezione naturale, non lo è”, scrisse ricevendo apprezzamenti e critiche equamente distribuiti anche nella chiesa. Lo scorso primo gennaio si è recato in visita a Medjugorje, una televisione al proprio seguito. Da qui ha lanciato un messaggio a tutta la chiesa: “Bisogna chiudere gli occhi per dubitare che a Medjugorje scorrano fiumi di grazia”. L’uscita ha provocato diversi malumori in Vaticano dove proprio in quelle settimane si stava approntando una commissione d’inchiesta sulle apparizioni guidata dal cardinale Camillo Ruini. “Schönborn sapeva che era ardito andare a Medjugorje con una troupe televisiva” dice ancora Guido Horst. “Ma ci è andato lo stesso perché lui è fatto così. Va oltre il consuetudinario sentendosi di poterlo fare. Del resto, non solo può dire di essere stato allievo di Ratzinger, ma anche di aver scritto con lui la nuova edizione del catechismo. Mica poco”.

Un altro gesto molto apprezzato dai media è stata la revoca della nomina di Gerhard Maria Wagner quale vescovo ausiliare di Linz avvenuta nel febbraio di un anno fa. La nomina era di seconda fascia ma scatenò in tutto il paese una ridda di proteste incontrollabili. Wagner era ritenuto un “ultraconservatore” per delle dichiarazioni non felici fatte precedentemente: da Harry Potter, giudicato “satanico”, alle catastrofi naturali di New Orleans, dallo tsunami scatenato dall’“inquinamento spirituale” fino alle opinioni sull’omosessualità “malattia curabile”. La nomina era stata voluta principalmente dal nunzio vaticano nel paese, Peter Stephan Zurbriggen, e dal suo predecessore, l’arcivescovo libanese Edmond Farhat. La “base” progressista incarnata da movimenti come “Noi siamo chiesa” o “Iniziativa parrocchiale” chiese le dimissioni di Wagner alle quali il Papa, su suggerimento di Schönborn, si piegò. Vi fu chi lesse questo adeguamento di Schönborn come la volontà, già altre volte manifestata, di non ledere le richieste della parte più progressista della chiesa d’Austria. Di non andare al muro contro muro con la stampa, i media, l’intellighenzia laica del paese. E così sono state spesso lette altre sue parole, ad esempio quelle riguardanti l’abolizione dell’obbligo del celibato per i preti o una certa insistenza circa la partecipazione delle donne alla liturgia. Ma va anche detto che sono in molti a giustificarlo: le pressioni in Austria sono tante, terribili a volte, e probabilmente c’è una sorta di forzatura ambientale dietro alcune dichiarazioni di Schönborn.

Umberto Mazzone è professore di Storia della chiesa e dei movimenti religiosi all’Università di Bologna. In passato ha conosciuto da vicino Schönborn grazie a un periodo trascorso alla Kathpress, l’agenzia di stampa della diocesi viennese. “Schönborn mi sembra una figura sui generis”, dice. “E’ sempre alla ricerca di una via genuina di rinnovamento della chiesa. Una via che significa tornare a diffondere il Vangelo, una via missionaria. Ha iniziato con lo studio dei padri ai tempi in cui era a Parigi. Mi ricorda Girolamo Seritondo, un agostiniano che morì a Trento prima che il Concilio finisse. Era un grande riformatore anche se non vide la riforma prendere corpo. Anche Schönborn lancia idee interessanti e coraggiose ma chissà se le vedrà mai realizzate. Recentemente, ad esempio, si è reso protagonista di un’iniziativa dirompente che però in pochi hanno notato. Nel giorno in cui ha fatto una sorta di mea culpa per i casi di pedofilia nel clero, ha usato volutamente lo stesso termine che usò il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer quando nel 1944 chiese scusa per il silenzio della chiesa protestante durante il nazismo”.

Chissà, forse è anche a motivo di questo suo essere sempre sul limite, posizionato tra il dogma e ciò che c’è oltre il dogma, che anni fa quando Wojtyla ancora era Papa, Schönborn venne indicato dal cardinale Angelo Scola come “l’uomo del futuro”. Durante il concistoro del 2003 Scola guardò Schönborn e disse: “E’ lui l’uomo del futuro. E lo dico in ogni senso”. E in effetti, prima e durante l’ultimo Conclave, Schönborn, nonostante la giovane età, era un papabile (nel 2003 aveva 58 anni). Schönborn ha una vasta cultura. Studioso appassionato di filosofia e psicologia, oltre al suo tedesco, parla molte lingue, fra cui l’italiano, l’inglese e il francese. Quando predica è elegante e immaginifico. Viaggia tantissimo. Ama il rigore monacale tanto che quando risiede a Roma, nella canonica adiacente la basilica dei Santi Quattro coronati, dorme sul legno. Le sue origini sono nobili, quelle di una famiglia aristocratica boema che nel corso dei secoli ha dato alla chiesa cattolica diciannove fra preti, monsignori e arcivescovi. König non influì su di lui soltanto per la spinta a non avere paura dei temi controversi, delle tematiche teologiche anche scottanti, ma anche per i continui richiami circa la necessità di lanciare ponti verso tutti. König li lanciò verso l’est comunista negli anni 60. E in Austria, dove la guerra civile del ’34 aveva creato un fronte irriconciliabile tra cattolici e socialisti. Ma soprattutto li lanciò verso ogni frontiera dell’uomo, anche le più controverse per la chiesa. Schönborn ebbe Ratzinger come professore per un anno, nel 1972-1973. Prima era stato a Parigi. Nel 1975 ottenne la cattedra di Dogmatica cattolica all’Università di Friburgo in Svizzera. E di lì la carriera ecclesiastica procedette senza intoppi. L’amicizia con Ratzinger gli valse, per anni, l’etichetta di teologo conservatore, nemico di ogni apertura. Non è mai stato così. E, probabilmente, così non sarà in futuro, sebbene la sua robustezza teologica sia considerata di gran lunga superiore a quella pastorale.

Pubblicato sul Foglio giovedì 15 aprile 2010


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Chi vince su Vatican twitter

Da qualche giorno il Vaticano ha preso diverse iniziative sul web. Una di queste è senz’altro la presenza su twitter della quale avevo riferito qui.

Oggi, a distanza di tre settimane, va detto che è sempre la versione inglese a dominare, complice le vicende dei preti pedofli che spingono gli utenti a cercare notizie anche in Vaticano. Segue la versione spagnola. Quindi quella portoghese. L’Italia – va detto – non è ultima. I peggiori su Vatican twitter sono i tedeschi.

Ecco la classifica aggiornata (ma sempre in evoluzione):

1. Twitter inglese: 2733 followers.

2. Twitter spagnolo: 1642 followres.

3. Twitter portoghese: 1311 followers.

4. Twitter francese: 395 followers.

5. Twitter italiano: 224 followers.

6. Twitter tedesco: 115 followers.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 14 aprile 2010


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Con un intervista e un libro anche don Georg difende Benedetto XVI

Non è senza fatica che il Vaticano cerca di rispondere alle accuse di insabbiamento che diversi media rivolgono al Papa per i casi di abusi su minori che coinvolgono preti. Ieri a provocare ulteriori polemiche soprattutto nel mondo gay è stata un’uscita del cardinale Tarcisio Bertone che dal Cile ha detto che “per molti sociologi e psichiatri c’è una relazione tra omosessualità e pedofilia”. Un tema scivoloso tanto che già il Papa, volando verso gli Stati Uniti il 15 aprile del 2008 e rispondendo a una domanda sulla pedofilia nel clero, l’aveva eluso: “Non voglio parlare dell’omosessualità. Questo è un altro discorso”, aveva detto. Non è facile difendere il Papa per il Vaticano. Ogni giorno c’è il rischio di nuove polemiche. Ieri, però, in sua difesa si è registrato un intervento importante. Per la prima volta in modo ufficiale, è sceso in campo il suo segretario particolare, il tedesco monsignor Georg Gänswein. L’ha fatto in due modi. Con una lunga intervista concessa a Bild, il giornale tedesco schierato quotidianamente in difesa del Papa. E con l’uscita di un libro promosso ancora da Bild insieme alla Libreria Editrice Vaticana sul quale è proprio Gänswein a curare la pubblicazione di oltre 200 immagini inerenti i primi cinque anni di pontificato di Ratzinger: “Benedetto XVI Urbi et Orbi” è il titolo del volume. Gänswein è un segretario riservato, meno influente nell’esercizio del potere della chiesa di quanto non fosse il segretario di Karol Wojtyla, monsignor Stanislaw Dziwisz. Ma oggi il fuoco delle polemiche contro il Papa è elevato ed è anche per questo motivo che Gänswein ha accettato di farsi intervistare e di curare il libro.

A Bild Gänswein ha detto una cosa chiara: “Nessuno ha mai condannato con tanta forza gli abusi come il Santo Padre e la chiesa cattolica”. Secondo Gänswein fa bene il Papa a rispondere col silenzio alle molteplici accuse: “Le critiche costruttive – ha detto – sono sempre giuste. Ma non credo che in questo caso le critiche abbiano avuto questo scopo”. Anche perché è “inutile e insensato” che il Papa commenti “personalmente” ogni caso di abusi sessuali, poiché questo rientra nelle responsabilità dei vescovi.

Il libro curato da Gänswein è importante perché svela il vero volto del Papa tedesco. A leggere le didascalie delle foto è un’immagine di Ratzinger diversa da quella che più media dipingono oggi. Nessuno come Gänswein conosce i segreti del pontificato ratzingeriano. Un pontificato, scrive Gänswein, con caratteristiche precise: “Il suo messaggio è tanto semplice quanto profondo. La fede non è un problema da risolvere, è un dono che va scoperto nuovamente. La fede dona gioia e pienezza. La fede ha un volto umano: Gesù Cristo. E anche se tutte le telecamere sono puntate sul Papa, non si tratta di lui. Il Santo Padre non mette al centro se stesso, non annuncia se stesso, ma Gesù Cristo”.

Don Georg scorre i cinque anni di pontificato senza eludere nulla. Non tace, ad esempio, delle polemiche che nel viaggio in Germania suscitò la lectio tenuta a Ratisbona: “Un passo del discorso sul profeta Maometto estrapolato dal contesto – scrive – in seguito causerà reazioni dure”. Così circa la campagna mediatica che prese avvio dalle frasi sull’Aids dette dal Papa nell’aereo che lo portava in Camerun: Georg risponde riportando integralmente il ragionamento di Ratzinger così come era stato espresso nella conversazione con i giornalisti durante il volo. E commenta: “Al Papa sta a cuore che oggi, più che in passato, gli africani abbiano la possibilità di disporre del loro destino”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 14 aprile 2010


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Ringo non assolve l’Osservatore

Beh. Devo dire che Ringo Starr, batterista di quelli che erano i Beatles (tanto per citare Gaetano Curreri), un po’ di ragioni ce le ha. Leggi e ascolta qui: “Ringo Starr: ‘Vatican has more to talk about than the Beatles’“. Oppure leggi qui: “Il Vaticano riabilita i Beatles. Ringo: ‘E chi se ne importa‘”.

La reazione di Ringo viene dopo un articolo che l’Osservatore Romano (molto sensibile alle tematiche musicali: da Sanremo alle icone pop) ha dedicato ai Beatles il 10 aprile: “I sette anni che sconvolsero la musica“. Un articolo che, quanto a critiche, ha purtoppo avuto la medesima sfortuna di quello riservato ai primi cento giorni di Barack Obama. Titolo (simile a questo dei Beatles): “I cento giorni che non hanno sconvolto il mondo“. La apologia su Obama, come questa sui Beatles, non è piaciuta a tutti, anche e soprattutto nella chiesa.

Oggi, comunque, l’Osservatore si spiega meglio e dice che in realtà la band di Liverpool venne già assolta dal quotidiano vaticano nel 1966. Leggi qui un’agenzia di oggi in merito. Ma oramai la frittata è fatta. Tutti rilanciano Ringo che dice: “E chi se ne importa”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 13 aprile 2010


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Spuntano anche le linee guida contro i pedofili: “Merito di Ratzinger”

“Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile”. Così l’Osservatore Romano ha tradotto ieri il passaggio più importante di un documento vaticano scritto in inglese nel 2003 e reso noto per la prima volta ieri. Si tratta di un testo che riassume le procedure in uso da alcuni anni nella chiesa cattolica nei casi di abuso sessuale su minori ad opera di preti. In sostanza, per quanto riguarda la denuncia degli abusi alle autorità civili, la Santa Sede ordina di seguire le leggi del luogo. Significa che in alcuni paesi, come la Francia e alcune nazioni anglosassoni, la denuncia è obbligatoria. In altri, invece, laddove questa prassi non è obbligatoria, quello che il Vaticano chiede ai vescovi è semplicemente che s’incoraggino le vittime a rivolgersi esse stesse ai tribunali.

Il documento reso noto ieri è di fatto il primo tentativo di risposta documentale offerto dal Vaticano da quando l’attuale Pontefice è sotto i riflettori dei media con l’accusa di aver coperto, quando guidava l’ex Sant’Uffizio, alcuni preti pedofili. Il testo, infatti, risale al 2003, a quando Ratzinger ancora non era stato eletto Papa. La pubblicazione arriva nel giorno in cui dal Cile è il cardinale segretario di stato, Tarcisio Bertone, a offrire ulteriori nuovi scenari in merito: “Non posso anticipare, ma si sta pensando ad altre iniziative su questo tema specifico”.

Il documento reso divulgato dal Vaticano è importante anche perché, oltre alla richiesta fatta ai vescovi di denunciare alle autorità civili i preti pedofili (laddove la giurisdizione lo prevede) c’è una seconda notizia. Quella che riguarda i “casi veramente gravi”. Per questi “la Congregazione per la dottrina della fede può scegliere di rivolgersi direttamente al Papa il quale, con un decreto ‘ex officio’, può ridurre l’interessato allo stato laicale”.

Che la pubblicazione del documento sia stata fatta appositamente per difendere il Papa dalle accuse l’ha spiegato ieri la sala stampa vaticana quando ha detto che la stesura del testo è “tutto merito di Ratzinger cardinale”. Le linee guida pubblicate infatti sono il riassunto di procedure mai rese note prima e relative al Motu proprio del 2001 sui “Delicta Graviora”. Fu Joseph Ratzinger, hanno detto ieri in Vaticano, che chiese a Giovanni Paolo II il “giro di vite” arrivato con il Motu proprio del 2001. Nel documento si specifica anche che la Congregazione per la dottrina della fede ha intrapreso una revisione di alcuni articoli del Motu proprio con l’obiettivo di abolire la “prescrizione” dei delitti attualmente fissata in dieci anni. E’ probabilmente anche a questo importante ulteriore tassello che si riferiva il cardinale Bertone quando parlava di “altre iniziative” in cantiere.

In difesa del Papa ieri è scesa in campo anche la Conferenza episcopale italiana. “In quest’ora di prova, la chiesa in Italia – si legge in una nota diramata dai vescovi del paese – non viene meno al dovere della purificazione, pregando in particolare per le vittime di abusi sessuali e per quanti, in ogni parte del mondo, si sono macchiati di tali odiosi crimini”.

Pubblicato sul Foglio martedì 13 aprile 2010


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Elogio del confessionale. Mezzo di disciplina spirituale e morale, altro che la morbosità delle Iene

Strano posto il confessionale. Per i credenti è un luogo sacro dove si dicono i propri peccati e se ne chiede la remissione. Per chi non crede può essere un posto ambiguo, anche spaventevole. Perché lì si dice tutto di sé, più o meno come dallo psicoanalista. Perché lì, a volte, c’è chi va oltre il consentito. Il New York Times lo scorso 25 marzo ha parlato degli abusi su minori commessi dal reverendo Lawrence Murphy proprio nel confessionale. Padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, pare usasse il confessionale per assolvere i discepoli coi quali aveva avuto rapporti. Le Iene tre giorni fa hanno fatto vedere su Italia1 un video girato con una telecamera nascosta: un presunto “prete molestatore” cerca di abusare di un ragazzo. Immagini che impressionano, tanto che ieri il direttore di Avvenire Marco Tarquinio ha scritto alle Iene per chiedere loro di dire la verità: se il “prete molestatore” esiste davvero “sputate fuori il nome e farete un servizio alla verità”, altrimenti il gioco è sporco.

Monsignor Gianfranco Girotti, numero due della Penitenzieria apostolica (è l’organo vaticano che da secoli assegna grazie, attribuisce dispense, sanzioni e condoni) dice che il confessionale è un luogo “dove si esercita un sacramento con regole certe”. “Il prete e il penitente sono collocati in compartimenti separati e parlano tramite una grata traforata. La norma è ancora quella. E anche se non c’è relazione tra la prassi introdotta dopo il Concilio Vaticano II, con molte confessioni in confessionali senza grata, e i casi di abusi commessi in queste circostanze da dei preti, occorre ricordare che nessuno ha mai abolito la grata”. Perché allora c’è chi confessa senza grata? “Dopo il Vaticano II, per motivi pastorali, è invalsa la prassi che permette al confessore e al penitente di guardarsi in faccia, ma è una prassi, non la norma”. Cosa dice la norma? “Dice una parola chiara: si esige. Si esige la grata. Tra l’altro, secondo il codice di diritto canonico, il sacramento deve celebrarsi non solo in un luogo provvisto di grata ma pure in un posto ben visibile all’interno delle chiese”. Il confessionale fu opera di Carlo Borromeo. Fu lui, il cardinal nipote di Pio IV che aveva sovrinteso alla conclusione del Concilio di Trento e intendeva trasformare Milano nel laboratorio creativo delle indicazioni pastorali scaturite dallo stesso Concilio, a inventare quella specie di scatola di legno con due grate ai lati.

(segue dalla prima pagina) Il penitente s’inginocchia fuori una di queste. Il prete può riconoscerlo a stento, o non riconoscerlo del tutto, e lui può non riconoscere il prete. Troppi erano i rischi di contatto tra le penitenti e il confessore nelle abitazioni private di quest’ultimo. E poi c’era da contrastare la Riforma che voleva far passare l’idea della possibilità della confessione senza prete: un contatto diretto tra la coscienza e Dio. Trento ribadì l’importanza della “confessione privata”, appunto il duetto penitente-confessore. Perché la confessione è cosa oggettiva, il momento dove si recitano i peccati a un prete il quale “non è uno psicologo dell’anima – ha detto Benedetto XVI nella lettera con la quale ha aperto l’anno sacerdotale – in quanto la psicologia è portata a giustificare e cercare attenuanti, mentre il senso di colpa resta”.
Dice il vaticanista Sandro Magister: “Non è secondario che Benedetto XVI, quando si è fatto vedere in pubblico mentre si confessava, il venerdì santo, l’abbia fatto in San Pietro nel confessionale tradizionale. Inoltre, non è senza senso un’altra indicazione. Ratzinger ha voluto l’anno sacerdotale. E in quest’anno ha voluto indicare come modello il Curato d’Ars, un prete che passava ore e ore in confessionale. E’ un modello controcorrente, un sacerdote che non ritiene la confessione un momento di confronto confidenziale ma un sacramento in cui, protetti dalla grata, si dicono i peccati commessi”.

Come Ratzinger anche Wojtyla viveva la confessione nel segno tridentino. Le cronache vaticane raccontano che il venerdì santo amava scendere in San Pietro quando ancora la basilica era chiusa. Entrava in un confessionale e aspettava che la basilica aprisse. Chi si confessava non sapeva che il confessore fosse Giovanni Paolo II. La grata non permetteva d’identificarlo.

Dopo il Vaticano II la battaglia liturgica fu aspra. Dentro questa ci fu la battaglia sugli spazi e gli arredi sacri: l’altare verso il popolo, il tabernacolo spostato in una cappella laterale e anche il confessionale. Tuonò nel 1992, e la stampa lo riprese con grande enfasi, Giambattista Torello, sacerdote psichiatra allievo di Viktor Frankl, fondatore della logoterapia. Sulla rivista Studi Cattolici, vicina all’Opus Dei, scrisse: “E’ stato il Vaticano II a dare inizio al periodo della decadenza del confessionale tradizionale, incoraggiando un nuovo modo di pentirsi davanti al sacerdote”. I confessionali divennero “come dei piccoli ambulatori insonorizzati dove al prete si va a raccontare i propri problemi, come si fosse dallo psicologo”. Il confessionale con la grata, invece, “impone la raccomandabile brevità del colloquio e la limitazione all’essenziale” ed evita che il dialogo diretto “con una donna e un giovane che descrivono mancanze contro la castità assumano un fascino morboso”. Insieme, rende più facile per il prete mantenere il ‘sigillum confessionis’, il segreto, perché la grata permette al confessore di non decifrare l’identità del penitente.

Nel XIII secolo fu il chierico inglese Tommaso di Chobham a scrivere in un Manuale di confessione il perché della necessità di mantenere il segreto: “Il sigillo della confessione deve essere segreto perché lì il confessore siede come Dio e non come uomo”.

Pubblicato sul Foglio sabato 10 aprile 2010


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Che ridere l’Associated Press

Sul caso del reverendo Lawrence Murphy era stato il New York Times ad attaccare Joseph Ratzinger non solo senza cognizione di causa ma pure commettendo grossolani errori di traduzione (ne avevo scritto sul Foglio e anche qui).

Sul caso di Stephen Kiesle è invece l’Associated Press a fare disinformazione. Ovvero ad accusare, senza sapere nulla di ciò che scrive, Ratzinger di aver coperto un prete pedofilo. In proposito mi sono fatto un bel giro sul web e guardate un po’ cosa ho trovato:

A) Cinque inesattezze nella ricostruzione del “caso Kiesle” da parte dei media americani sono state rilevate da un esperto di diritto canonico. Eccole: 1) Nel 1985 la Sacra (allora ancora c’era tale aggettivo per le Congregazioni romane) Congregazione per la Dottrina della Fede non era competente per i casi di pedofilia, ma lo era per le richieste di dispensa dal sacerdozio. 2) Il sacerdote Stephen Miller Kiesle chiedeva appunto la dispensa dal sacerdozio; la richiesta era appoggiata dal vescovo, ma era del sacerdote. 3) Non si trattava quindi di una riduzione allo stato laicale di tipo “penale” (cioe’ di una punizione per gli atti di pedofilia), ma di una domanda del sacerdote stesso. Non risulta, dalla lettera, se il vescovo aveva intrapreso procedimenti punitivi nei confronti del sacerdote. 4) Era ed e’ tuttora prassi che non si concedano dispense dal sacerdozio a coloro che le richiedono, se non al compimento dei 40 anni di eta’ (salvo casi particolari, come l’esistenza di figli). Il rev. Kiesle ne aveva allora 38, secondo le notizie che si leggono in Internet. Sempre secondo tali notizie, la dispensa dallo stato clericale gli fu concessa nel 1987, cioe’ proprio quando raggiunse i 40 anni. 5) La responsabilita’ dell’intera vicenda – e di eventuali ritardi nelle decisioni – non puo’ essere addossata alla Santa Sede, che fino al 2001 non aveva competenza per i casi di pedofilia se non implicavano la “sollecitazione” della vittima nel confessionale. Sembra pertanto che la Congregazione per la Dottrina della Fede si sia comportata in questo caso come per le altre richieste provenienti da sacerdoti, dal momento che non aveva competenze “penali” sugli atti commessi dal rev. Kiesle e che se il vescovo non aveva intrapreso un processo canonico contro di lui avrebbe mancato a un suo preciso dovere.

B) Phil Lawler per catholicculture.org: “Journalists abandon standards to attack the Pope“.

C) Fr. Joseph Fessio per insightscoop.typepad.com: “Let’s Get the Story Straight: Defrocking and Divorce“.

D) Lori Pieper per subcreators.com: “Once More Unto the Breach“.

E) Stacey Meichtry per il Wall Street Journal: “Church Faces Hurdles to Imposing Abuse Law“.

F) Damian Thompson per blogs.telegraph.co.uk: “‘Journalists abandon standards to attack the Pope’. You can say that again“.

G) Sergio Centofanti per Radio Vaticana: “Caso Kiesle. Smentite le nuove accuse“.

H) Fr. John Zuhlsdorf per What Does The Prayer Really Say?: “Of bulletpoints and wolves“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it sabato 10 aprile 2010


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