La piazza ristretta del Papa a Torino

Benedetto XVI va domenica prossima a Torino per inginocchiarsi anche lui, come hanno già fatto in queste settimane centinaia di migliaia di persone, davanti alla Sindone, il lenzuolo che, secondo la tradizione, avvolse il corpo di Gesu’ nel Sepolcro di Gerusalemme.

La visita avra’ un programma intenso: in dieci ore concentrerà quattro appuntamenti pubblici, oltre all’omaggio alla sacra reliquia, e cinque discorsi del Pontefice.

A scorrere il programma non capisco una cosa. Perché la messa del mattino al posto di farla nella piccola piazza San Carlo non è stata organizzata nella grandissima piazza Vittorio (una delle più grandi d’Europa)? So di migliaia di fedeli che a motivo di questa decisione presa dalla curia torinese guidata dal cardinale Poletto non potranno vedere il Papa. E poi dicono che Benedetto XVI ha meno seguito di Giovanni Paolo II…

Comunque non sono l’unico a non aver capito il perché di questa scelta della curia. Con me ci sono anche tanti parroci. Leggi qui: “La protesta dei parroci: ‘Pochi pass per il Papa’“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 30 aprile 2010


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La notizia canonica del Wsj

Non so se la notizia che dà ieri il Wsj sia vera: la Congregazione per la dottrina della fede sta studiando una riforma canonica per consentire al Papa di rimuovere prontamente un vescovo se sospettato di coperture ad esempio nei casi di abusi su minori. Non so se questa notizia sia un auspicio del cardinale William Levada (statunitense che per forza di cose vive con molta preoccupazione le vicende legate alla pedofilia del clero) o se vi sia invece una richiesta esplicita del Papa a lavorare in questo senso.

So però che l’articolo di ieri firmato da Stacy Meichtry sul Wsj è da leggere, con quella constatazione che dice che alla curia romana oggi non basta più saper spegnere gli incendi che si propagano al suo interno. Forse deve saper fare di più.

Leggi qui l’articolo di Stacy Meichtry: “In Crisis, Catholics’ Response Is Ad Hoc“.

Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 30 aprile 2010


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Chi è il vescovo che dà le dimissioni e chiede a B-XVI di non accettarle

Sono un giallo le dimissioni presentate settimana scorsa a Benedetto XVI da Walter Mixa, vescovo della diocesi tedesca di Augusta e ordinario militare della Germania. Secondo fonti tedesche, infatti, Mixa avrebbe contestualmente fatto sapere in Vaticano di essere stato costretto a presentare le dimissioni dall’asfissiante richiesta dei media e che, in realtà, preferirebbe rimanere al proprio posto. Anche per questo motivo la posizione di Mixa nella Santa Sede è a oggi ancora in stand by e soltanto tra qualche tempo arriverà il pronunciamento definitivo da parte del Papa.

Le vicende di Mixa sono note. E dicono come, al di là degli sbagli che lo stesso vescovo ha ammesso di aver commesso, i casi di pedofilia nel clero abbiano portato la chiesa tedesca a temere ogni accusa le si faccia dall’esterno e quindi, per paura delle conseguenze e delle pressioni, a cedere di fronte alle richieste dei giornali e dei media in generale.

Mixa non è stato accusato di aver abusato sessualmente di minori. Bensì di aver assestato qualche schiaffo a dei bambini all’epoca in cui era parroco a Schrobenhausen dal 1975 al 1996. Accuse, queste, prima negate e poi in un secondo momento ammesse. Inoltre avrebbe sottratto i fondi destinati all’istituto per l’accoglienza dei bambini per comprarsi preziose stampe antiche, bottiglie di vino e anche un solarium per un totale di 35 mila euro attuali. Presentando le dimissioni al Papa Mixa ha diffuso una breve nota nella quale ha evidenziato tutta la sua amarezza così: “Ero e sono ben consapevole delle mie debolezze”.

Oltre ai media, le più aspre accuse a Mixa sono arrivate da dentro la chiesa. Innanzitutto è stato il consiglio presbiterale della diocesi di Augusta a essersi spaccato in due. Mixa ha dovuto subire diverse reprimende da parte di alcuni sacerdoti. E anche la stampa cattolica locale l’ha bacchettato. “Chiedo ancora una volta perdono a tutti coloro con i quali sono stato ingiusto e ai quali ho causato dolore” ha detto. E ancora: “Compio questo passo con fiducia irremovibile nei confronti della grazia di Dio e sono fiducioso che il Padre in cielo conduca la chiesa di Augusta verso un buon futuro”.

Appena Mixa ha inviato la lettera di dimissioni al Papa alcuni vescovi tedeschi hanno espresso soddisfazione. “Vari vescovi gli hanno consigliato di ritirarsi dagli impegni pubblici fintantoché le accuse non sono chiarite”, ha detto alla Sueddeutsche Zeitung il vescovo di Monaco Reinhard Marx. Il presidente dei vescovi tedeschi, monsignor Robert Zollitsch, invece, aveva già consigliato una “pausa” a Mixa nei giorni scorsi e quando il presule si è dimesso lo ha “ringraziato” tempestivamente.

All’interno della conferenza episcopale tedesca Mixa è ritenuto assieme al cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia, e a monsignor Gerhard Ludwig Mueller, arcivescovo di Ratisbona, tra i più conservatori. E anche per questo motivo è inviso a molti. La lettera di dimissioni “è un sollievo” ha detto non a caso Alois Glueck, presidente del Zentralkomitee der deutsche Katholiken, l’organizzazione che rappresenta i laici cattolici nella società tedesca.

Oggi il futuro di Mixa è nelle mani di Benedetto XVI. Sarà lui a decidere se dimetterlo oppure se, trascorso il periodo di ritiro, riammetterlo ai suoi incarichi. Le pressioni perché il ritiro sia definitivo sono tante. Ma il Papa potrebbe anche aggirarle.

Pubblicato sul Foglio giovedì 29 aprile 2010


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Un improbabile mea culpa

Mi hanno stupito le dichiarazioni di ieri del cardinale William Levada (leggile qui in una sintesi italiana e qui in una sboninatura in inglese), prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In un’intervista concessa alla trasmissione Newshour dell’emittente americana Pbs (vedi qui il video integrale), Levada ha detto che ritiene possibile che il Papa compia un atto di pentimento della Chiesa sulla vicenda dei preti pedofili, a conclusione dell’anno sacerdotale, a giugno. “Non sono un buon profeta”, ha detto Levada. “Il Papa è Papa e io sono capo di questa congregazione. Io gli dico tutto quello che faccio ma lui non mi dice tuo quello che intende fare. Per cui bisognerà attendere e vedere se lo farà, ma non ne sarei sorpreso”.

Levada senz’altro è più informato di me, per cui se dice che è possibile che il Papa faccia un mea culpa per i preti pedofili gli si deve credere. Eppure così, a freddo, la cosa mi sembra molto improbabile.
Benedetto XVI non mi sembra il Pontefice dei mea culpa. E poi non capisco: non basta la lettera ai cattolici d’Irlanda (leggi qui)? Non basta la pubblicazione del testo del 2003 che riassume le procedure in uso da alcuni anni nella chiesa cattolica nei casi di abuso sessuale su minori ad opera di preti (leggi qui)?

Da semplice osservatore delle vicende vaticane dico che il rischio è che non basti mai nulla. E più il Papa dice più si pretende che dica.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 28 aprile 2010


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Cosa ci dice Dio con l’Eyjafjallajokull?

Che cosa ci dice Dio con l’eruzione del vulcano islandese sul ghiacciaio Eyjafjallajökull?

Se lo chiedono in tanti nel mondo. Tra questi, alcune personalità religiose che hanno provato a dire la loro.

Sono considerazioni che a tratti fanno un po’ ridere, ma non sono del tutto da trascurare (secondo me).

Leggi qui il divertente pezzo di Omar Sacirbey : “What’s God trying to tell us with Eyjafjallajokull?”.

Pubblicato su palazzoapostolico.it mercoledì 28 aprile 2010


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B-XVI affida a Fisichella le nuove terre di missione, cioé l’occidente

Monsignor Rino Fisichella, 58 anni, cappellano di Montecitorio, lascerà nelle prossime settimane gli incarichi di rettore dell’Università lateranense e di presidente della Pontificia accademia per la vita. Benedetto XVI infatti – nelle scorse ore ne hanno parlato anche Panorama e il Giornale – ha deciso di affidargli un importante incarico: guiderà un nuovo “ministero” della curia romana dedicato alla nuova evangelizzazione. Ma non di continenti che non hanno mai conosciuto il cristianesmo, bensì dell’occidente: ovvero dell’Europa, del nord e del sud America. Si tratta di interi territori dalla forte tradizione cristiana che hanno perso sempre più la propria identità religiosa fino a divenire quasi totalmente secolarizzati. L’idea di questo nuovo “ministero” venne proposta a Giovanni Paolo II da don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione, agli inizi degli anni Ottanta. Poi tutto scemò. Negli scorsi mesi è stato il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, a riporla all’attenzione di Benedetto XVI, il quale ha deciso di farla propria. Del resto, già nel 2000 l’allora cardinale Ratzinger aveva parlato della necessità di tornare a riportare con più forza il messaggio cristiano all’occidente: “Perciò cerchiamo oltre l’evangelizzazione permanente, mai interrotta, mai da interrompere, una nuova evangelizzazione, capace di farsi sentire da quel mondo, che non trova accesso all’evangelizzazione ‘classica’” disse l’attuale Pontefice in occasione di un convegno dedicato alla catechesi.
Il Papa ha deciso di affidare questo cruciale nuovo incarico a Fisichella perché lo ritiene un teologo adatto allo scopo. In questo modo, tra l’altro, decade la candidatura ipotizzata da più parti per la guida delle diocesi di Torino e di Milano.

Ratzinger già da cardinale aveva dedicato diversi interventi alla perdita della fede dell’Europa e del mondo occidentale. E anche diversi interventi successivi all’elezione, a cominciare dalla lectio di Regensburg, affrontarono l’argomento.

Il nuovo “ministero” è l’ennesimo colpo che il Papa assesta alla curia romana. E dovrebbe portare, in concomitanza, allo smantellamento del Pontificio consiglio “Cor Unum” guidato fino a oggi dal cardinale tedesco Paul Josef Cordes. L’unica difficoltà all’orizzonte riguarda la definizione delle esatte competenze affidate a Fisichella. Come si muoverà il nuovo organismo? Come cercherà di mettere in campo una rinnovata spinta evangelizzatrice? Come riuscirà a non sovrapporsi alle competenze proprie dei Pontifici consigli per i laici e per la cultura? Come si raccorderà con le altre competenze, ovvero quelle che sono proprie delle Congregazioni dell’educazione cattolica, dei religiosi e del clero?

Sono domande che in molti nella curia romana si pongono. Nella consapevolezza che ogni cosa dovrà essere ben definita perché la macchina possa funzionare bene. Perché il nuovo “ministero” affidato non produca semplicemente convegni e incontri ma sia davvero efficace.

Tra l’altro, la curia romana attende un nuovo prefetto dei vescovi. Tutti sono consapevoli, infatti, che è anzitutto dalle nomine dei vescovi nel mondo che dipende l’efficacia della chiesa e del suo messaggio. Dopo gli anni del cardinal Giovanni Battista Re sembra arrivato il tempo dell’australiano George Pell, arcivescovo di Sydney. Ma non tutto è ancora deciso. Anche perché è sempre più consistente il fronte che preferirebbe un uomo dell’establishment. Ovvero che sia addentro agli schemi della curia, ne conosca meccanismi e ingranaggi. Anche perché Pell, provenendo da una diocesi del mondo anglosassone, può essere ricattato in qualsiasi momento. Già agli inizi degli anni Novanta dovette difendersi da Anthony e Christine Foster, genitori di due bambine abusate da un sacerdote di Melbourne. I due accusarono Pell di aver coperto il sacerdote riconosciuto responsabile delle violenze.

Pubblicato sul Foglio martedì 27 aprile 2010


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Scandalo in curia. Il cardinale che difende il diritto paterno dei preti a sondare il peccato in segreto, senza “trasparenza”

Siccome il diavolo non fa i coperchi, la pentola è scoperchiata. Ad aprirla è stato il cardinale Darío Castrillón Hoyos, conservatore, capo del clero sotto Giovanni Paolo II. Dopo aver subìto una dura reprimenda pubblica da parte del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, il cardinale non si è tirato indietro e ai microfoni della Cnn ha detto quello che molti in Vaticano pensano in silenzio: la chiesa non ha niente da rimproverarsi per come ha trattato, con discrezione e riservatezza, i casi di pedofilia tra i preti. Altro che rimorso.

La tesi di Castrillón è diametralmente opposta a quella sostenuta due settimane fa dall’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn, e non collima di certo con la sostanza della lettera pastorale del Papa al clero irlandese. Per Schönborn nella curia romana ai tempi di Wojtyla c’era chi lavorava per coprire i casi riguardanti preti accusati di pedofilia, tra questi quello del suo predecessore Hans Hermann Groër. Per Castrillón nessuno insabbiava. La prassi era quella di trattare ogni caso con discrezione, il più possibile al riparo dai media.

Dice al Foglio un presule che negli ultimi anni di pontificato di Wojtyla ha avuto un ruolo di responsabilità nella curia romana: “Ha ragione Castrillón. Tutti in curia erano convinti, e secondo me lo sono ancora, che la discrezione sia l’arma migliore per affrontare casi delicati. La giustizia della chiesa si muove su un altro livello rispetto alla giustizia ordinaria. E non sempre i due livelli possono combaciare. Anzi, in certi casi, è opportuno lasciarli distinti, anche per il bene delle vittime. I giornali vorrebbero imporre una ‘totale trasparenza’. Vorrebbero obbligare la chiesa a denunciare alle pubbliche autorità ogni reato i suoi preti commettano. E’ una richiesta subdola. Perché presuppone senza provarlo che fino a oggi la chiesa abbia lavorato per occultare chissà che cosa. Ed è ingannevole perché afferma che soltanto la denuncia alle autorità civili sia la strada legittima tramite la quale la chiesa può trattare questi casi. Si dimentica che la chiesa ha verso i suoi preti una paternità spirituale che nessun tribunale può offrire. Certo, se un tribunale decide di indagare su di un prete nessuno nella chiesa lo ostacolerà. Ma obbligare la chiesa a denunciare i suoi sacerdoti ai tribunali non ha senso. E’ un diritto umano (e non ecclesiastico) che un padre decida di non consegnare un suo figlio all’autorità civile nel momento in cui una terza persona muove un’accusa contro di lui. E’ un diritto che soltanto un rozzo furore giustizialista non riesce ad accettare. La chiesa tratta questi casi con criteri diversi da quelli del mondo e sa che esistono la pietà e la misericordia. Che tra un crimine e una debolezza umana c’è un’enorme differenza. E che esistono il pentimento e il proposito di non peccare più. E che, ancora, esiste il processo canonico le cui pene, se il delitto è accertato, sono per la chiesa ben più importanti degli anni di prigione che un tribunale civile può sentenziare nei confronti di un colpevole”.

Ma Ratzinger nel 2003, all’interno delle linee applicative del Motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” pubblicato nel 2001, nel quale avocava alla Dottrina della fede la competenza di tutti i casi di abusi su minori commessi da preti, non aveva scritto che “va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte?”. Risponde il presule: “Certo. Ma un conto è chiedere che si seguano le leggi. Un altro è obbligare i vescovi a denunciare. Questo obbligo non c’è in moltissime leggi civili. Né Benedetto XVI ne ha mai parlato”.

Darío Castrillón Hoyos non è un cardinale qualunque. Ha guidato il clero per otto anni. Per nove è stato a capo dell’Ecclesia Dei mediando con i lefebvriani per un finale rientro nella comunione con Roma. Oggi è un porporato ancora molto attivo: gira il mondo a celebrare messe col rito antico suscitando, anche nella chiesa, sentimenti opposti. Domani, ad esempio, avrebbe dovuto essere al Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione di Washington per celebrare una messa antica. Ma le recenti sue dichiarazioni sulla pedofilia nel clero hanno provocato le proteste di un gruppo di vittime di abusi sessuali da parte di preti e così ha dovuto declinare. Prima del 2001 era Castrillón che fungeva da punto di riferimento per i vescovi che nelle proprie diocesi avevano a che fare con casi di pedofilia del clero. E oggi è lui a sollevare un tema divenuto, nelle ultime settimane, tabù.
Tutto comincia pochi giorni fa. Il sito cattolico-progressista francese Golias pubblica la fotocopia di una lettera scritta l’8 settembre 2001 da Castrillón. La lettera è indirizzata al vescovo francese Pierre Pican, oggi a riposo, il quale è stato poco tempo prima condannato a tre mesi con la condizionale per aver rifiutato di denunciare alle autorità civili un suo sacerdote, René Bissey, condannato nell’ottobre del 2000 per abusi sessuali su minori compiuti tra il 1989 e il 1996. Castrillón si congratula con il vescovo francese e gli scrive: “Lei ha agito bene, mi rallegro di avere un confratello nell’episcopato che, agli occhi della storia e di tutti gli altri vescovi del mondo, ha preferito la prigione piuttosto che denunciare un prete della sua diocesi”. Castrillón ricorda che anche san Paolo fu messo in catene. E comunica che la Congregazione del clero “per incoraggiare i fratelli nell’episcopato in una materia così delicata, trasmetterà copia di questa missiva a tutti i vescovi”.

Grazie a Castrillón, Pican viene indicato come esempio per tutti. Pican, il vescovo che non denunciò alle autorità civili un prete accusato di aver abusato di minorenni, viene lodato da uno dei principali collaboratori di Wojtyla. E viene lodato tramite l’invio di una lettera a tutti i vescovi e, dunque, con il placet di Giovanni Paolo II. Il 15 aprile scorso, alla lettera inviata da Castrillón a Pican e pubblicata dal sito Golias, risponde padre Federico Lombardi. In un comunicato sconfessa l’operato di Castrillón: “Questo documento è una riprova di quanto fosse opportuna l’unificazione della trattazione dei casi di abusi sessuali di minori da parte di membri del clero sotto la competenza della Congregazione per la dottrina della fede, per garantirne una conduzione rigorosa e coerente, come avvenne infatti con i documenti approvati dal Papa nel 2001”. Ma Castrillón reagisce. E poche ore dopo ai microfoni della Cnn rivendica la giustezza del proprio agire. E insieme porta alla luce un tema che in queste settimane nessuno nella chiesa osa toccare: la trasparenza come il mondo la intende non fa parte del dna della chiesa. Questa non vuole nascondere nulla. Ma nello stesso non dimentica che l’uomo è peccatore. E che il peccato si combatte in modi diversi.
Dice Castrillón: “Se un vescovo sposta un prete responsabile di abusi su minori da una parrocchia a un’altra, non significa che lo sta coprendo ma semmai che gli sta comminando una giusta punizione”. E, pur rilevando che se il prete è colpevole di abusi occorre procedere immediatamente col processo canonico e la sospensione da ogni incarico, spiega: “Quando una persona commette un errore, che molte volte è stato un errore minimo, e questa persona viene accusata e confessa il suo delitto, il vescovo la punisce secondo quanto può fare per il diritto, la sospende o la manda in un’altra parrocchia. Questo significa punirla, non significa che la si vuole lasciare impunita. Questa non è copertura, ma è rispettare la legge, come fa la società civile, come fanno medici e avvocati, che non perdono per sempre il diritto di esercitare la propria professione”.

Benny Lai scrive di cose vaticane dai tempi di Pio XII. Dice: “I vescovi hanno sempre trattato i preti come dei loro figli. Il loro atteggiamento è sempre stato paterno, di correzione ma anche di comprensione e per questo motivo guardano ancora oggi con un certo sospetto la chiamata alla trasparenza totale fatta dai giornali e dall’intellighenzia laica del mondo. Il loro è un rapporto filiale e non giustizialista verso i sacerdoti. Se necessario puniscono i propri preti, li sospendono o nei casi più gravi tolgono loro l’abito, ma senza mai dimenticarsi di aver pietà di loro e dei loro errori. Sanno, insomma, che il peccato è di ogni uomo e diffidano di quelli che, pur criticando quotidianamente la chiesa, la vogliono immacolata esigendo che siano dei tribunali civili a certificarne il grado. Certo, se un prete ha davvero commesso abusi su minori deve essere punito dalla chiesa come anche dall’autorità civile. Ma ciò non cambia la sostanza: la trasparenza non è il modo con cui la chiesa agisce”.

Gabriella Sartori, storica, biblista, già vicepresidente del Movimento per la Vita del Friuli Venezia Giulia, sorride quando le si parla delle richieste di maggiore trasparenza fatte in questi giorni alla chiesa. Dice: “Sento in continuazione personalità del mondo laico chiedere alla chiesa di fare pulizia, di essere più trasparente. Non credo che la chiesa possa prendere lezioni da questa gente che mentre non fa nulla per tutelare i minori decide di stracciarsi le vesti contro la chiesa”. Tonino Cantelmi è presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici (Aippc) e insegna psicopatologia presso la Pontificia università gregoriana. Racconta: “Quando si chiede più trasparenza si chiede una cosa giusta, sebbene nessuno nella chiesa intenda nascondere nulla. Però occorre sapere bene di cosa si parla. I casi di pedofilia nel clero sono pochissimi. La maggior parte degli abusi sono casi di efebofilia e cioè riguardano minori post puberali. La pedofilia è l’attrazione verso bambini pre puberali. Questa si divide in due tipologie. Quella segnata da profondi sensi di colpa. In questi casi il soggetto rivolge le sue attenzioni, spesso soltanto a livello di fantasia, verso gli adolescenti e una corretta terapia può portare dei risultati nel tempo. L’altra è la pedofilia antisociale, priva di sensi di colpa, caratterizzata da un narcisismo maligno. Questo secondo tipo di pedofilia ritengo non possa essere curato. Per questo secondo tipo di patologia occorre puntare al contenimento sociale. E così la chiesa ha sempre cercato di agire. Tra l’altro, in tutta Italia ci sono centri dove queste persone, se davvero hanno problemi, vengono curate”.

Una cosa è la malattia. Un’altra è il peccato. Quest’ultimo la chiesa l’ha “gestito” sempre in forma comunionale. Coi suoi metodi e i suoi mezzi. Perché ogni situazione è diversa dall’altra. E anche perché, per lei, il peccato è una cosa seria. Dice Giorgio Carbone, domenicano, docente di Bioetica e teologia morale presso la facoltà di Teologia di Bologna: “Esiste il sacramento della riconciliazione, volgarmente chiamato confessione. Il sacramento prende il nome dall’azione che Dio compie. Il penitente si confessa e si pente. Dio, invece, riconcilia. Ovvero risana, guarisce. E’ una ‘terapia’ che nessun tribunale civile può dare”. Una terapia sulla quale la chiesa ha sempre imposto il segreto. Perché? “Confessarsi è già di per sé una penitenza. E’ un sacrificio. Il segreto è stato imposto per non rendere ulteriormente odioso questo sacramento. Il confessore non può dire nulla, assolutamente nulla, di quanto viene a sapere nel confessionale. Nemmeno può svelare particolari irrilevanti e che nulla hanno a che fare con i peccati confessati se questi particolari vengono esposti durante il sacramento. E nessun giornale, nessun giudice, potrà esigere la violazione di questo segreto. La pena, del resto, è terribile: per il confessore scatta la scomunica latae sententiae. Nella chiesa Dio agisce. E il mondo non accetta, o probabilmente non capisce, questa azione”.

In fin dei conti questo sembra volere il mondo quando esige una chiesa luogo dell’assoluta trasparenza: il tribunale civile al posto del confessionale. La sentenza al posto della remissione dei peccati. La condanna al posto della penitenza e del perdono. Fu Joseph Ratzinger a scrivere in proposito una pagina memorabile nel 1990. Tenne una conferenza intitolata “Una chiesa sempre riformanda”. Un capitolo lo dedicò alla morale, al perdono e all’espiazione: categorie spesso non comprese dal mondo, non accettate. Categorie che invece Ratzinger ha indicate come l’unico vero centro di effettiva riforma della chiesa: la chiesa che si rigenera grazie alla misericordia e al perdono concessi a chi sbaglia. Nessuna trasparenza. Nessuna democraticità. Solo l’azione di Dio che dall’alto rifà la sua chiesa rigenerandola quando questa si riconosce peccatrice.

“Penitenza”, non a caso, è una parola spesso ripetuta da Benedetto XVI in questi giorni difficili. Disse Ratzinger nel 1990: “Là dove il perdono, il vero perdono pieno di efficacia, non viene riconosciuto o non vi si crede, la morale deve venir tratteggiata in modo tale che le condizioni del peccare per il singolo uomo non possano mai propriamente verificarsi. A grandi linee si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: ‘Ecce patres, qui tollunt peccata mundi!’. Ecco i padri, che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi ‘moralisti’, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato. Anche Gesù stesso non chiama infatti coloro che si sono già liberati da sé e che perciò, come essi ritengono, non hanno bisogno di lui, ma chiama invece coloro che si sanno peccatori e che perciò hanno bisogno di lui. La morale conserva la sua serietà solamente se c’è il perdono, un perdono reale, efficace; altrimenti essa ricade nel puro e vuoto condizionale. Ma il vero perdono c’è solo se c’è il ‘prezzo d’acquisto’, l’‘equivalente nello scambio’, se la colpa è stata espiata, se esiste l’espiazione. La circolarità che esiste tra ‘morale – perdono – espiazione’ non può essere spezzata; se manca un elemento cade anche tutto il resto”. Morale, perdono, espiazione: tre fasi per rinascere davanti a Dio e lontano dagli occhi del mondo. E’ questa la giustizia della chiesa.

Pubblicato sul Foglio venerdì 23 aprile 2010


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Quello che il Nyt non pubblica

John Coverdale è professore di diritto presso la Seton Hall University. Ieri ha preso carta e penna e ha scritto al New York Times (Nyt) per dire che l’articolo del 10 aprile scorso nel quale Laurie Goodstein e Michael Luo accusavano il Papa di aver rimandato la decisione di punire un prete pedofilo (è l’articolo che ha suffragato il “caso Kiesle”) è sbagliato.

Coverdale ha mandato il pezzo al Nyt ma il Nyt non l’ha pubblicato. Eppure è una delle migliori ricostruzioni uscite sul caso nelle ultime settimane.

Ecco qui: “The NY Times and the facts of the Kiesle case“, di John Coverdale.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 22 aprile 2010


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Intervista al cardinale Ennio Antonelli: “B-XVI ferisce al cuore la mentalità dominante, ecco perché lo attaccano”

L’accusa del cardinale Ennio Antonelli, ex arcivescovo di Firenze, incaricato di seguire in Vaticano le politiche per la famiglia, è precisa e circostanziata. Ed è diretta contro i media. Sono loro, secondo il porporato, a indirizzare l’opinione pubblica contro la chiesa. Sono loro a stravolgere i fatti dipingendo il Vaticano come un’enclave di preti pedofili guidati dal Papa. Dice Antonelli al Foglio: “E’ evidente che si tratta di un attacco non solo contro il Papa, ma anche e soprattutto contro la chiesa cattolica come autorevole referente morale nel nostro mondo di oggi. I toni usati, l’accanimento nelle accuse, la ripresa come se fossero notizie attuali di fatti lontani nel tempo e già noti pubblicamente, l’omissione di ogni riferimento alle statistiche, la presentazione della pedofilia come un vizio specifico del clero anziché come un vizio enormemente diffuso nella società: tutti questi elementi e altri ancora configurano chiaramente una ‘informazione’ militante contro la chiesa. Per offuscare l’immagine della chiesa e comprometterne la credibilità, è logico che si cerchi di arrivare a colpire il Papa in persona, sebbene la fermezza e la coerenza del suo impegno contro certi comportamenti delittuosi siano conosciuti da sempre”.

Ad Antonelli, come a tanti suoi confratelli, dà “profonda sofferenza il danno recato alle vittime, la mancata fedeltà al Signore dei sacerdoti responsabili, il fango che deturpa l’immagine della chiesa”. Ma, insieme alla sofferenza, c’è il rammarico per “lo scandalo che subiscono tante persone condizionate dai media”.

Il magistero di Benedetto XVI è una lama che ferisce al cuore la mentalità dominante, il sentire dei più. I valori “non negoziabili” stilati da Ratzinger pochi mesi dopo l’elezione, non solo non vengono capiti da molti, ma spesso sono volutamente respinti. Spiega ancora Antonelli: “E’ in atto un duro contrasto. Da una parte l’insegnamento di Gesù Cristo e della chiesa sull’amore, la sessualità, il matrimonio, la famiglia, il rispetto di ogni vita umana; dall’altra parte la cultura relativista e individualista che provoca la disgregazione della famiglia, riduce l’amore a soddisfazione sessuale e sentimentale egoistica senza impegno e senza sacrificio per il bene dell’altro, sostiene l’equiparazione di forme di convivenza assai diverse tra loro, promuove l’esercizio esclusivamente ludico della sessualità, favorisce la pratica dell’aborto, ed esige il riconoscimento di esso come un diritto. Il Papa, pur essendo molto rispettoso verso tutte le persone, molto attento all’educazione delle coscienze e molto prudente nel discernimento della responsabilità personale di ciascuno, ribadisce con chiarezza la verità oggettiva del bene, le norme morali e il loro significato e valore per l’autentica crescita umana delle persone e della società, smaschera gli idoli e i falsi valori della cultura dominante, mette in guardia contro le illusioni e i pericoli. Questo in molti ambienti non gli procura simpatie e applausi”.

Antonelli conosce Ratzinger da tempo: “Il Papa mi ha sempre dato l’impressione di un’intelligenza straordinaria, di grande serenità d’animo, di mitezza e umiltà. Mi sembra che per Giovanni Paolo II fosse più spontanea la comunicazione con le grandi folle, mentre per Benedetto XVI lo è la comunicazione con le singole persone e con i piccoli gruppi. Ambedue sono grandi personalità e un dono prezioso di Dio per la chiesa e per il mondo di oggi”.

Pubblicato sul Foglio mercoledì 21 aprile 2010


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B-XVI riceve Tremonti

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è stato ricevuto da Benedetto XVI poco più di quattro settimane fa. Secondo quanto trapela in Vaticano l’incontro, sul quale si cerca di mantenere il massimo riserbo, non ha avuto contenuti politici. E’ stata semplicemente l’occasione che ha permesso ai due di conoscersi meglio dopo il primo e fugace faccia a faccia avvenuto nell’estate del 2008 a Bressanone dove il Papa si trovava per le vacanze estive. Tremonti, che è già ben introdotto negli ambienti ecclesiastici grazie all’amicizia con il patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, ha potuto accedere all’appartamento papale grazie all’intercessione del presidente dello Ior, il banchiere Ettore Gotti Tedeschi. La cosa non è senza significato perché testimonia un’attenzione particolare verso Tremonti da parte dell’“ala bertoniana” della Santa Sede. Un’attenzione che si dice stia portando Tremonti ad accreditarsi sempre più come un’alternativa a Gianni Letta nel ruolo di “ambasciatore” del governo in Vaticano. A interessare oltre il Tevere c’è anche il link particolare di Tremonti con la Lega. Un link ben testiminiato dal fatto che una settimana dopo le regionali è stato ancora Tremonti a portare Umberto Bossi in udienza da Scola a Venezia.

Pubblicato sul Foglio martedì 20 aprile 2010


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