Le lezioni americane

Escono domani (venerdì) sul Foglio un lungo articolo di Giuliano Ferrara dedicato al “caso padre Murphy” e un mio articolo di cronaca di quanto avvenuto oggi (dal pezzo del Nyt alle reazioni vaticane).

Ma non è di questi due articoli che voglio parlare. Voglio dire qualcosa sul giornalismo americano. Spesso i colleghi degli Stati Uniti scrivono che noi vaticanisti italiani diamo notizie che in realtà non esistono. Anticipiamo cose che poi, chissà, forse un giorno avverrano o forse no. La cosa, a volte, è vera. Altre volte no.

Oggi però occorre chiedersi una cosa. E’ giornalismo quello che ha fatto il Nyt in prima pagina oggi? E’ giornalismo la trovata di tirare fuori dal nulla un caso vecchio di anni per dire (senza dimostrare alcunché) che Ratzinger e il Vaticano insabbiarono gli abusi commessi su minori da parte di un prete? Nessuno nega che padre Murphy abbia commesso abusi (non l’ha negato nemmeno padre Lombardi questa mattina). Ma dopo aver letto QUESTO articolo (e domani spero ce ne siano tanti altri) di lezioni dai colleghi americani non ne voglio più sentire.

Pubblicato su palazzoapostolico.it giovedì 25 marzo 2010


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  1. GOR ha scritto il 26 marzo 2010 alle 10:13 am:

    Grazie Paolo per il link al articolo e la sua buon difesa del Santo Padre! Ha ragione riguardo al giornalismo americano e particolarmente il New York Times, che prende ogni opportunità ad attaccare la Chiesa Cattolica. Quel articolo del NYT e un vero scandalo. Da tempo il NYT ha perso credibilità per tanta gente, e questo dimostra di nuovo che non si può fidare in quel che viene scritto in tal pessimo giornale.


  2. Bastardlurker ha scritto il 26 marzo 2010 alle 12:06 pm:

    Il titolo dell’articolo del NYT è:
    “Vaticano rifiutò di ridurre allo stato laicale sacerdote statunitense che aveva abusato di bambini”

    Visto che Padre Lawrence C. Murphy è stato seppellito con le vesti sacerdotali AVVENIRE NEGA L’EVIDENZA.

    Padre Lawrence C. Murphy non è stato ridotto allo stata laicale nonostante che da 5 anni prima della morte le autorità ecclesiastiche avessere appurato la fondatezza delle accuse.

    “In 1993… after four days of interviews, the social worker said that Father Murphy had admitted his acts, had probably molested about 200 boys and felt no remorse”.


  3. massimo ha scritto il 26 marzo 2010 alle 2:27 pm:

    L’accusa di aver “coperto uno scandalo” è sufficientemente vaga da poter essere scagliata anche contro un innocente. Ricorda la questione dei “silenzi”. E’ difficile difendersi dall’accusa di non aver fatto tutto quel che andava fatto, di non aver detto tutto quello che bisognava dire. L’onere della prova è rovesciato. Si deve ricostruire il contesto storico, ricordare la complessità dei problemi, dilungarsi in considerazioni sulle possibili conseguenze indesiderate di un atto all’apparenza opportuno, appellarsi al buon senso e al senso delle proporzioni. Ciò che inevitabilmente farà spazientire il moralista, che ci accuserà di voler difendere l’indifendibile ricorrendo a sofismi.

    Lodevolmente Avvenire ha ricostruito la vicenda del prete americano i cui abusi sarebbero stati “coperti”, venti anni dopo i fatti, dall’allora prefetto della Congregazione della dottrina della fede, Joseph Ratzinger. Ma un conto sono le precisazioni storiche (sempre benvenute), un conto è il mito della trasparenza. Nel nostro tempo la trasparenza, la gorbacioviana glasnost, è un feticcio che non tiene conto della malafede dei media, della complessità del reale e dei necessari compromessi che il vivere quotidiano comporta.

    La vicenda di padre Murphy è in fondo molto simile, anche se meno grave, a quella di Marcial Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo al quale Benedetto XVI evitò la pena di un processo canonico in considerazione dell’età avanzata e delle precarie condizioni di salute, invitandolo a una vita appartata di penitenza e preghiera. Anche in quest’ultimo caso, che magari verrà riscoperto fra venti anni, si potrebbe far passare la prudenza del pontefice per ambiguità, accusandolo di aver voluto “coprire uno scandalo”.

    I cultori della trasparenza ad ogni costo, i fautori dei gesti profetici, preferirebbero in casi come questi le scomuniche tonanti, le parole di fuoco, le punizioni esemplari. Ma il cristiano è realista e non può indulgere a un approccio inquisitorio, privo non soltanto di fede ma anche di umanità (lo storico “giustiziere”, di cui parlava Benedetto Croce). A chi governa la Chiesa (e gli Stati) non è richiesto di sradicare il male ma di combatterlo con i mezzi appropriati, in modo realistico e non ideologico, con la prudenza del riformista e non con il furore del giacobino.

    E’ un discorso difficile, ma opporsi al moralismo giustizialista, che vede nella cautela una forma ipocrita di complicità, è doveroso, anche se mediaticamente non paga, visto che, come diceva il Solženicyn di Harvard, “penetrare in profondità i problemi è controindicato, non è nella sua (della stampa, ndr.) natura, essa si limita ad afferrare al volo qualche elemento di effetto”.

    P.S. – Rileggendo il post, mi ha colpito questa frase: “il cristiano non può indulgere a un approccio inquisitorio”. Naturalmente il riferimento era alle Inquisizioni moderne e non all’Inquisizione propriamente detta, che dal paragone uscirebbe come modello di ragionevolezza e garantismo.