Madre Joan McGlinchey, suora cabriniana, dice che la riforma sanitaria di Obama non è poi così male e non dividerà la chiesa
24 marzo 2010 -
Da una parte il “ramo maschile” della chiesa cattolica degli Stati Uniti. E cioè i vescovi guidati dal cardinale Francis George, arcivescovo di Chicago, che inizialmente si erano espressi contro la riforma sanitaria di Barack Obama per tre motivi: non impedisce il finanziamento all’aborto, non offre un’adeguata protezione all’obiezione di coscienza e non è abbastanza inclusiva nei confronti degli immigrati. Dall’altra parte il “ramo femminile”, ovvero le suore degli Stati Uniti, più favorevoli alla riforma perché, come ha detto la portavoce di Network, suor Simone Campbell, “noi religiose lavoriamo ogni giorno accanto a chi soffre poiché non ha l’assistenza sanitaria, ne conosciamo bene i bisogni e sappiamo che migliaia di persone muoiono ogni anno negli Stati Uniti per questa ragione”. Ma le cose stanno davvero in questo modo? Davvero la chiesa cattolica americana è repubblicana nel suo ramo maschile e democratica in quello femminile come alcuni commentatori anche autorevoli hanno sostenuto?
“Le cose sono un po’ diverse” dice al Foglio suor Joan McGlinchey, assistente generale delle cabriniane per la provincia degli Stati Uniti e, insieme, vicario dell’arcidiocesi di Chicago per i religiosi e le religiose. “E’ vero, la chiesa cattolica in merito alla riforma proposta da Obama esprime al suo interno punti di vista differenti. Ma ciò non significa che le suore sono contro i vescovi come alcuni hanno scritto. Tra l’altro le cinquantanove religiose responsabili di ordini femminili che hanno espresso il proprio appoggio alla riforma, lo hanno fatto perché hanno ritenuto che alla fine, grazie a un ordine esecutivo, il presidente riaffermerà le limitazioni imposte all’uso di fondi federali per l’aborto. Certo, adesso occorre aspettare e vedere se le cose andranno davvero in questo modo oppure no”.
Nel giorno in cui Obama firma la legge che estende la copertura sanitaria a 32 milioni di americani, trenta vescovi appartenenti al comitato amministrativo della Conferenza episcopale del paese sono riuniti a Washington. In tarda mattinata diramano un comunicato nel quale applaudono lo sforzo di Obama di estendere la copertura sanitaria ma, insieme, sottolineano la necessità che i fondi federali non vengano impiegati per favorire l’aborto. Dice suor McGlinchey: “E’ comprensibile che molte suore americane siano favorevoli a questa riforma. Tutti i giorni hanno a che fare con i poveri, lavorano in ospedali che rischiano di chiudere, sono a contatto con le tante ingiustizie del sistema sanitario americano. E del resto anche i vescovi hanno lavorato per modificare il sistema sanitario. E credo quindi che anche a loro parte di questa riforma piaccia. Poi, certo, su molti punti i cittadini, e dunque anche i cattolici, la pensano in modo diverso. Ma la posizione dei vescovi mostra come non sia corretto continuare a dipingere, come fanno i giornali, la situazione della chiesa statunitense come polarizzata: da una parte i pro Obama, dall’altra i contro”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 24 marzo 2010
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Questo ‘ordine esecutivo’ del presidente vale niente. Il Presidente degli Stati Uniti non può legiferare – quest’incarico spetta soltanto al Congresso statunitense. Una volta la riforma è firmata dal presidente è la lege e un ordine esecutivo non prevalerà dinanzi alla lege. Basta che qualcuno porti una causa al Corte Supremo statunitense, e la Corte affermerà che la lege prevale. Ed è certo che questo succederà – la prima volta che venga rifiutata il finanziamento per un aborto nel caso di povertà della madre.
È una briciola che Obama ha gettata alle suore e altri ‘Cattolici’ per assicurare il loro sostegno. Hanno ragione i vescovi – non le suore.
Povere queste suore! Non vedono che presto il nuovo “sistema” le cacciera via, perche con la loro caritá personale fanno la concorrenza all “caritá/affare” statale.